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Modica, comincia l’Abbate-ter con la fidatissima Maria Monisteri, il sindaco in assoluto più votato di sempre, e con un consiglio comunale a maggioranza (dell’87,5%) bulgara: 21 consiglieri su 24, fatto senza precedenti. Se vorrà tenere fede alle promesse, ha il copione già scritto: il ‘sistema’ inventato e collaudato dal suo predecessore, ancora capo indiscusso a palazzo San Domenico. Ecco cosa la città deve aspettarsi se l’eletta sarà … capace di mettere in atto gli auguri di ‘buon lavoro’ che pare siano obbligatori. I nostri invece vanno ai cittadini, all’esercizio di cittadinanza, ai corpi della democrazia. A lei diciamo …

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Modica ha votato ed ha scelto il suo sindaco, per la prima volta una donna, Maria Monisteri, con il risultato più netto e schiacciante di sempre nei trent’anni di elezione diretta. Solo quattro i suoi predecessori in questa fase storica: Carmelo Ruta (1993-2002), Piero Torchi (2002-2008), Antonello Buscema (2008-2013), Ignazio Abbate (2013-2022). Nessuno di loro, neanche nei turni di ballottaggio, aveva raggiunto la percentuale – 68,48% – toccata il 29 maggio scorso dal quinto sindaco a suffragio diretto.

Poiché ho scritto su Modica diverse volte nei mesi scorsi, ritengo utile un minimo di esame del dato elettorale recente, anche alla luce dei fatti trattati da dicembre a maggio, in un periodo nel quale l’attenzione della città era rivolta all’appuntamento con le urne, dopo quello che abbiamo definito il decennio di ‘Sistema-Abbate’.

Credo che, dieci giorni dopo il responso elettorale, analisi e riflessioni pubbliche ancora manchino, schiacciati dai contrapposti sentimenti di ‘vincitori’ e ‘vinti’, i peana dei primi e un misto di silenzi, balbettii e borbottii dei secondi.

E così uno dei temi più dibattuti è se qualcuno possa permettersi – disobbedendo ad un atto imperatvo, in omaggio a non si sa bene quali regole di galateo o di democrazia – di non augurare buon lavoro alla sindaca e/o non congratularsi con lei, magari con l’aggravante  di rendere esplicita tale volontà negativa.

E’ su questo punto che vorrei tentare di capire il senso di queste due, contrastanti, posizioni.

Prima però una veloce premessa sul dato elettorale.

A Modica, domenica 28 e lunedì 29 maggio, sono andati alle urne 28.938 elettori, il 60,5% del totale, 47.828 in una città di 53.554 residenti. In proposito una domanda: ma così pochi – appena 5.726, poco più di un decimo – sono i bambini, i ragazzi e complessivamente gli under 18? Tema questo, utile per altre analisi politiche della città e indagini sociali ed economiche.

Oltre un migliaio, esattamente 1.079, le schede non valide (di cui 122 lasciate in bianco), 27.859 i voti espressi ad uno dei tre candidati a sindaco, poco meno – 26.616 – quelli contenenti la scelta per una delle dodici liste in cui si sono schierati 281 aspiranti consiglieri comunali. Ben 4.418 votanti su 26.616 per il Consiglio comunale, il 16,91%, hanno visto la loro libera scelta cancellata da uno sbarramento che fa a pugni con il principio dell’uguaglianza del voto sancito dall’art. 48 della Costituzione (<<… il voto è personale ed eguale, libero e segreto …>>), ma questo è un altro tema.

Più di due persone su tre, appunto il 68,48, hanno votato Monisteri, mentre poco meno di una su quattro (24,00%) ha scelto Ivana Castello e meno di una su tredici (7,53%) ha puntato su Nino Gerratana.

Per il Consiglio comunale l’affermazione della coalizione collegata al sindaco eletto è perfino più netta: le sue quattro liste raccolgono quasi il 70%, esattamente il 69,94%, dato questo che, senza premio (che spesso stravolge la volontà sovrana degli elettori ma in questo caso non scatta), le attribuisce 21 eletti su 24, una maggioranza che non ha precedenti nella storia della città fin dagli albori istituzionali della sua maggiore assemblea elettiva, nei 75 anni di Repubblica e nei poco più di sessanta di Regno d’Italia in età prefascista (nel ‘ventennio’ i sindaci che non si piegarono al regìme furono cacciati con la violenza per far posto ai podestà fedeli alla dittatura e a tutti i suoi crimini).

Grazie ai voti (poco meno del 17%, espressi da quasi un elettore su cinque) cancellati dallo sbarramento, quel poco meno di 70% raccolto dalle quattro liste diventa, nel computo per l’attribuzione dei seggi, l’84,17%, che frutta, appunto, 21 consiglieri su 24.

Per la cronaca, da rilevare che se Monisteri riceve meno consensi delle ‘sue’ liste, Ivana Castello e Nino Gerratana ne ottengono in più, rispettivamente 812 e 128.

Tra tutte le 12 liste, stravince la Dc, il partito di Salvatore Cuffaro al quale aderisce Ignazio Abbate che da dieci anni è il vero artefice ed il capo assoluto sia del Comune – che oggi, e prevedibilmente nei prossimi cinque anni, controlla attraverso la sindaca da lui prescelta e fatta eleggere a furor di popolo – sia di ogni forma di potere politico, con tutte le connessioni estensive, nella città.

La Dc, con il 23,46%, è nettamente il primo partito e, con una forza del 28,24% (espansione dovuta alla conquista in quota parte dei voti requisiti dallo sbarramento alle liste escluse, in questo caso tutte d’opposizione, e redistribuiti a quelle ammesse) esprime sette consiglieri.

Qui sta il cuore politico del potere personale di Abbate che sette votanti su dieci, divenuti 8,4 per la tagliola dello sbarramento che decespuglia e diserba (in effetti manomette e comprime) il prato della democrazia, decidono di blindare premiando una delle sue quattro liste. E tra quei sette, più di uno su tre, potendo scegliere tra quattro formazioni, punta su quella in cui è impresso il volto di Cuffaro. Certo, magari per votare uno dei candidati al suo interno. Certo, ma candidati i quali – a loro volta – hanno scelto di ‘candidarsi’, cioè di sentirsi ‘candidi’ o … più candidi, affiancati alla faccia … rassicurante dell’ex presidente della Regione pregiudicato per reati commessi al fine di favorire la mafia.

Per mera curiosità statistica, i 19.077 votanti i quali, pari al 68,48%, con scelta schiacciante passano a Maria Monisteri la poltrona del non uscente e mai uscito Ignazio Abbate, sono solo il 39,88% degli elettori ma – si sa – gli assenti hanno sempre torto e la democrazia è … partecipazione, un ‘gioco’ non adatto a spettatori passivi, nel quale chi si astiene rinuncia a farsi valere, annullando la propria volontà in favore di quella altrui che in ogni caso lo vincolerà totalmente ponendone sulle sue spalle tutte le conseguenze.

Il dato semmai potrebbe servire solo come … antidepressivo sociale, soprattutto se applicato al trionfo della lista di Cuffaro: il 23,46% di votanti che l’hanno prescelta è … solo il 12,81% degli elettori. Operazione aritmetica inutile a cambiare lo stato e la sostanza delle cose, buona forse solo per guardare altrove, allargando i confini dello specchio e illudersi di trovarvi riflessa una realtà meno grave e severa. Che invece non bisogna perdere di vista perché è con essa che bisogna fare i conti.

E così, tornando al centro della postazione visiva, nel cuore dello specchio c’è proprio il partito trionfante di Cuffaro, prescelto a Modica da un votante su quattro, al quale si aggiungono, con la preferenza alle altre tre liste alleate, quasi altri due dei quattro, a sostenere la stessa causa. Che – si badi bene – non è la causa del pregiudicato per mafia, ma del suo rampante scudiero, ovvero il politico più potente e importante di Modica grazie ai voti che la città gli ha dato (progressivamente e in sequenza nel 2013, 2018, 2022 e, adesso, nel 2023) e che, pur di accrescere il suo potere personale, non ha disdegnato di mettersi nelle braccia del noto ‘Totò’ della politica. Una storia che non fa affatto ridere e che sconvolge tutti gli onesti. Come quei ragazzi dentro un corteo pacifico di iscritti alla Cgil, placcati con la violenza e manganellati dalla polizia a Palermo il 23 maggio scorso perché non potessero giungere nelle vicinanze dell’Albero Falcone e partecipare alla commemorazione delle stragi di mafia. Non potessero giungervi per non mettere in imbarazzo figure delle istituzioni issate sul palco, come il sindaco di Palermo Roberto Lagalla cui quei ragazzi, magari con qualche slogan o striscione avrebbero potuto ricordare che l’Albero non è il posto giusto per lui, sindaco candidato ed eletto grazie all’imprimatur e all’endorsement di Cuffaro e di Marcello Dell’Utri, pregiudicato per concorso in associazione mafiosa e – nonostante ciò, o a prescindere da ciò, certo speriamo non in virtù di ciò – capace in un attimo di risolvere un anno fa con il concorso ‘interno’ di Cuffaro una querelle che da mesi dilaniava i partiti di centrodestra divisi tra sette nomi di candidati a sindaco di Palermo: appena i due lanciano un nome, Lagalla appunto, tutti d’accordo e fine di ogni discussione.

Al centro dello specchio c’è proprio il partito di Abbate: intorno il deserto.

I 21 consiglieri, su 24, di maggioranza, rimandano – salvo sorprese o futuri moti di coscienza – al potere monolitico del suo ‘sistema’. I soli tre eletti che non ne fanno parte sono Ivana Castello, seconda classificata tra gli aspiranti-sindaci e due consiglieri di altrettante liste a lei collegate: una lista civica e il Pd.

Oltre alla Dc di Cuffaro, rappresentata in Assemblea regionale siciliana da cinque deputati tra cui Abbate che è vice presidente del gruppo parlamentare, il Pd è l’unico partito presente nella realtà siciliana e italiana ad entrare, con un solo eletto peraltro, nel consiglio comunale di Modica. Tutte le altre forze politiche presenti nel Paese, in Parlamento e nelle varie istituzioni rappresentative, a Modica restano fuori dalla porta di quella che in un decennio è divenuta una Signorìa comunale, estromessi o schiacciati da un sistema tentacolare allevato con la materia prima dello scambio, in danno dei contribuenti onesti le cui risorse sono dirottate, anche illegalmente, verso una platea selezionata di beneficiari, pronti a farsi attivisti di questo baratto, in varie forme purché convergenti verso il prodotto e l’esito elettorale, con il voto, con la caccia al voto resa più fluida da un ricco prontuario, con apposite candidature mirate, certo ‘legittime’ ed anche  ‘intelligenti’.

Ai lettori sono noti gli articoli, vertenti su una serie di fatti, pubblicati da dicembre a maggio scorsi  (quiquiquiquiqui, qui, qui) 

Quei fatti rimangono intatti come montagne nel paesaggio della città, tutti e integralmente nella loro verificata fondatezza, dopo il voto che è, sì, l’espressione più solenne di democrazia ma che non ha il potere di cancellarli.

Il voto, abbiamo visto l’art. 48 della Costituzione, deve essere … ‘libero’, quindi consapevole, cioè basato sulla conoscenza della realtà quale solo la piena e libera circolazione di notizie e idee può garantire. Perciò quei fatti, come ogni atto o vicenda di pubblico interesse, contano. E chiunque può valutarli come crede, al fine di formarsi o meno l’idea che poi esprime, se vuole, nelle urne. E che, anche dopo, rimangono un dato della realtà, che continua a vivere nella conoscenza e nella coscienza di tutti, come elemento essenziale e pulsante di democrazia la quale non è un rito quinquennale ‘usa e getta’ né lavacro di reati o mercimoni, ma esercizio continuo giorno per giorno, in ogni istante della vita collettiva, come proiezione sociale dell’esperienza individuale di ciascuno.

A quei fatti e a qualche mia opinione correlata già espressa, devo solo aggiungere che in riferimento ad essi non mi risultano, da parte di nessuno dei ‘soggetti di cronaca’ citati, richieste di replica o rettifica, né annunci di querele. Lo dico anche per soddisfare la legittima curiosità di tanti che mi hanno chiesto. E non mi risultano, in forma di atti a me diretti o di richieste di verifica di situazioni descritte, neanche segni di attenzione da parte di organi competenti in tema di accertamento e repressione di reati.

Ciò chiarito, ecco, in breve, il tema di quest’articolo che è il seguente: l’analisi che nella città manca e il solo dibattito che c’è, ovvero se sia giusto non augurare buon lavoro alla sindaca eletta con tutto il corollario di espressioni correlate come congratularsi, complimentarsi, stringerle la mano, ecc….

Tralascio quello del ‘riconoscere la vittoria’ perché nessuno mette in dubbio questo dato né, tra i protagonisti, mi pare vi sia alcuno a non averne dato atto: mera ovvietà peraltro, stante la misura schiacciante del successo dei vincitori e la nettezza della sconfitta dei vinti, a cominciare dal sottoscritto che da cittadino semplice ha caldamente auspicato un voto di cambiamento rispetto al ‘decennio’. Tra le varianti allora, prendo in considerazione soprattutto l’idea dell’augurare buon lavoro la quale mi pare includa anche le altre (congratularsi, complimentarsi, stringere la mano, ecc…).

Innanzitutto la mia opinione è che ciascuno possa fare liberamente come meglio crede, senza vincoli, né regole superiori o suggerimenti raccomandati. E non solo nella dimensione individuale dei rapporti con gli altri e del proprio modo di porsi con loro, ma anche in quella pubblica e collettiva nella quale il voto definisce un processo democratico e, al suo esito, designa i vincitori e assegna cariche istituzionali che sono strumento di servizio per la cura degli interessi generali, fonte di potere perchè consentono ai titolari pro tempore di ‘potere’, appunto, curare tali interessi generali, non altri.

A volte succede che concorrenti sconfitti non riconoscano la vittoria gridando ai brogli (Trump, Bolsonaro per fare gli esempi più noti e recenti, in Italia Berlusconi nel 2006): quando ciò accade è un fatto grave e se i brogli sono inesistenti, quell’atteggiamento è scorretto, pericoloso, eversivo, non rispettoso della democrazia.

Nel nostro caso nulla di tutto ciò. Nessuno mette in dubbio la regolarità del voto e la corrispondenza della scelta elettorale espressa su ogni singola scheda con il dato finale elaborato dagli uffici preposti. Quindi chi ritiene, per qualsivoglia ragione, di non congratularsi con l’eletta, non sta per nulla mancando di rispetto alla democrazia e alle sue regole inderogabili.

Peraltro il voto ha – solo – l’effetto di determinare l’elezione di organi istituzionali cui sono affidati precisi poteri di rappresentanza e di amministrazione. Non quello di tacitare ogni opinione nei successivi cinque anni e – aggiungo – neanche nei successivi cinque secondi o frazione di essi: è la democrazia! Che non può mai essere sospesa ed anzi i suoi elementi fondativi (libertà di manifestazione del pensiero e quindi di stampa, indipendenza delle magistrature e delle istituzioni di garanzia solo per citare le più importanti) sono perfino più importanti dello stesso voto il quale solo da essi può trarre la capacità di legittimare le cariche istituzionali e designare validamente gli eletti nel confronto e nella contrapposizione di idee, proposte e programmi diversi.

Ma se è così, perché ciascuna delle parti, o anche il cittadino semplice che abbia espresso determinate idee fino al momento del voto o fino al ‘silenzio elettorale’ che lo precede e lo protegge, dovrebbe, aperte le urne e scopertone l’esito, cambiare idea o rinunciare al proprio pensiero, magari basato sulla conoscenza di fatti sempre utile alla comunità anche dopo quel voto e, possibilmente, essere costretto a dire che ‘comunque ha vinto la città’ quando il suo convincimento profondo e autentico basato sull’analisi della realtà equivale al suo contrario?

Chi abbia voluto prestare attenzione a quanto riferito da In Sicilia Report o chi sia comunque a conoscenza dei fatti narrati – così come di tanti altri aventi lo stesso rilievo e significato – se volesse essere sincero senza cedimenti a forme di ipocrisia di maniera, come potrebbe, con quale coscienza e quali ragionevoli aspettative, augurare ‘buon lavoro’ alla sindaca eletta?

E’ noto a tutti che Maria Monisteri, assessora nella giunta-Abbate dal 2018, ha sempre dichiarato pubblicamente di condividere ogni cosa dell’operato del suo capo e della giunta da egli dominata, ed anzi d’avere fondato proprio su tale continuità e sulla totale sintonia con quell’esperienza la sua candidatura, il suo programma d’intenti, le linee operative di gestione dell’ente comunale, la platea degli interessi più rilevanti cui rapportare la futura azione amministrativa.

Proviamo quindi ad immaginare cosa significherebbe – fuori, ripeto, da ipocrisie ingannevoli e schermi convenzionali di finzione – l’augurio di buon lavoro alla nuova sindaca nei prossimi cinque anni. Facciamo solo qualche esempio che, per comodità, riproduco attingendo a qualche brano dei nostri articoli, ma chiunque può ripetere l’operazione rispetto a qualunque atto o fatto riconducibili all’amministrazione-Abbate e di propria conoscenza.

‘Buon lavoro’… quindi buon proseguimento di quanto fatto prima. Traducendo in parole sensate, l’augurio equivarrebbe a dire grosso modo le cose seguenti.

Caro sindaco, le auguro di riuscire a fare, e magari ad incrementare, tutto quanto ha già fatto, anche con il suo sostegno e la sua approvazione, il suo predecessore al quale lei si ispira e al quale si propone di dare continuità.

Ma, rispetto a questo gesto che alcuni vorrebbero obbligatorio e inderogabile, come si fa a sorvolare sul fatto che la persona ad esso tenuta sappia, sia a conoscenza, quindi certa e convinta nella sua coscienza civile e nel suo esercizio democratico di cittadinanza, che quella di Abbate sia stata – riprendiamo un brano del nostro primo articolo <<una pessima sindacatura: disastrosa, fallimentare, pericolosa, dannosa per la comunità e il suo futuro; utile e positiva solo … per cerchie di beneficiati diretti, clientele piò o meno pletoriche con tutte le estensioni prodotte da un fiorente ‘indotto’ che ha funzionato come irretimento tentacolare e, alla fine, strumento di confisca della dignità civica e della libertà elettorale, più per dinamiche di volontario, non di rado fervente, cedimento collusivo che di costrizione concussiva, lungo una massa di fili tenuti e dipanati da fedelissimi ben remunerati e pubblici dipendenti promossi a ranghi superiori con licenza di affaristi e faccendieri purchè inclini, senza fiatare, a stravolgere i fondamenti e i vincoli basilari della res pubblica e a farne cosa privata, oggetto di scambio e, alla fine, merce elettorale>>.

La lettura sarebbe lunga e dunque ci fermiamo a questo punto. ‘Ma quelle riportate sono opinioni’ si potrebbe dire!. Certo, ma basate su fatti. Tenendo presenti questi, augurare ‘buon lavoro’ a Maria Monisteri potrebbe significare d’augurarle di riuscire, magari superandolo, a fare come Abbate, ovvero:

1) tante manutenzioni comprese quelle finte, cioè opere pubbliche spacciate per manutenzioni al fine di aggirare le norme e le procedure previste per avere mani libere in ogni scelta e in ogni arbitrio utile ad alimentare lo scambio;

2) ripetere, allo stesso fine, esperienze collaudate come ‘autoaffidamenti’ (cioè incaraichi e soldi ad imprese composte anche da amministratori, dipendenti comunali o loro congiunti);

3) ‘appalti telefonici’ (affidati cioè attraverso una telefonata quale atto procedimentale);

4) bonifici non tracciabili;

5) bilanci fasulli;

6) totale arbitrio nei pagamenti, un metodo sistematico consistente nel pagare ‘regolarmente’ solo i creditori amici, magari prescelti con le modalità già viste e inglobati nel proprio privatissimo sistema operativo e di far penare gli altri, per anni, costringendoli ad un eterno contenzioso con costi altissimi per la città opportunamente filtrati attraverso la reiterata indisponibilità a pagare anche dopo provvedimenti giudiziari esecutivi, come potrebbe fare un cialtrone qualsiasi nei rapporti privati con i creditori, solvente con alcuni e inadempiente con altri, non senza ricatti, intimidazioni, perfino atteggiamenti estorsivi al fine di imporre, con la forza deterrente del potere e del danaro pubblici, il sopruso e l’arbitrio sulla legittima pretesa del malcapitato di vedere soddisfatto il proprio credito;

7) fantasia creativa nell’aggirare ogni obbligo della pubblica amministrazione come quello di ricevere prestazioni (in beni e servizi di ogni tipo, anche per cifre importanti) da parte di privati i quali – senza uno straccio d’invito, richiesta, gara, bando, avviso e senza alcun procedimento in atto – all’improvviso si sognano di realizzare qualcosa che miracolosamente il Comune riconosce come propria e, quindi, la paga, magari a prezzi scontati secondo l’apparenza documentata nelle pezze d’appoggio finali. Altri sindaci stanno studiando il … fenomeno-Abbate! A Monisteri non serve, ha in casa tutti gli strumenti per replicarlo, come lei aspira a fare!

8) crescita dell’indebitamento fino al dissesto dei conti: se Abbate, con le ‘sue’ giunte e la burocrazia comunale assoldata al suo disegno, fin dal 2013, non avesse deciso di violare apertamente gli obblighi del piano di riequilibrio (l’equivalente dei piani di rientro che salvano i debitori onesti) non avrebbe potuto fare tutto ciò con cui ha illecitamente beneficiato i suoi clientes trasformati in formidabili agit-prop capaci di convincere migliaia di altre persone in buona fede che la sua condotta sia stata un bene per la città;

9) asservimento del più alto numero possibile di atti amministrativi all’interesse privato;

10) erogazione di contributi in violazione delle norme e secondo un metodo discriminatorio;

11) transazioni sorprendenti, inspiegabili per un ente pubblico ma coerenti con il modus operandi del Sistema-Abbate;

12) bitumazione e illuminazione di strade private con furto di soldi dei contribuenti a vantaggio di alcuni beneficiari appositamente individuati in una logica di scambio elettorale che, inquinandone i suoi fondamenti, corrompe ed everte la democrazia;

13) usurpazione dei poteri e delle prerogative del Consiglio comunale e produzione illegittima di atti riservati alla sua competenza;

14) querele alla libera stampa ‘colpevole’ di scrivere la verità e, perciò, di disturbare Abbate o chi per lui, come nel caso degli articoli sul ‘Gal Terra barocca’ pubblicati da Dialogo e Il Domani ibleo, e di un post su fb del gruppo ‘Ignazio indica cose’.

15)  sistematica destinazione di soldi pubblici ad una cerchia di attivisti di questo sistema (di privatizzazione della cosa pubblica e della sua gestione affaristica) nella logica dello scambio, attraverso un vasto campionario di espedienti, dalla violazione di norme, alla costruzione fantasiosa di parvenze utili a fungere da false ‘pezze d’appoggio’, a situazioni di legittimità formale che nascondono la sostanza di atti concepiti, assunti, congegnati per mero perseguimento di interessi privati;

16) anche nella gestione commissariale ci sono atti da noi segnalati come (qui) la gara da otto milioni di euro che il 16 gennaio scorso abbiamo definito ‘fuorilegge’: Abbate, da ex sindaco, non ha smesso un attimo di essere il capo assoluto in Comune, non sappiamo quanto per i buoni rapporti con l’amministrazione straordinaria monocratica (insediata da un fedelissimo di Cuffaro) e quanto per il controllo assoluto sulla burocrazia comunale plasmata ad immagine dei propri interessi. Gli uni e l’altro gli hanno consentito di non diventare mai ‘ex’, cosa ancora più semplice e lineare dal 29 maggio scorso e nei prossimi cinque anni. Quella gara – adesso aperta e pubblicata sulla gazzetta europea –  è in corso, già prorogata con scadenze a luglio, sfiora i dieci milioni ed è senza copertura finanziaria, mentre il Comune è indebitato per oltre duecento milioni, oltre ad una cifra ulteriore incalcolabile perche una gestione scellerata occulta la realtà documentale. Tutti caratteri d’un solo marchio di fabbrica di quel sistema di cui a Ignazio Abbate spettano l’architettura, la titolarità indiscussa, la gestione concreta ed effettiva ed ovviamente il suo ‘prodotto’.

L’elenco degli esempi potrebbe continuare ma ci fermiamo qui.

Se quanto riassunto è vero – ed è vero per il rigore delle verifiche compiute e, comunque, in assenza mesi dopo di rettifiche o azioni finalizzate ad accertare la verità alle quali ci accosteremmo con piena disponibilità ed ampia facoltà di prova – chi ritenga che tutto ciò sia importante nella vita di una comunità e nell’attività istituzionale degli organi amministrativi che la governano, e non auguri ‘buon lavoro’ a chi si propone di proseguire nell’opera descritta, credo voglia il bene della città e perfino quello della sindaca eletta se mai un incoraggiamento in meno a fare come prima potesse sortire qualche effetto.

In questo quadro, credo vada invece augurato buon lavoro ad altri, a chiunque, anche solo d’ora in poi (a maggior ragione a chi si sia già adoperato e vada incoraggiato a continuare) voglia avere a cuore il bene comune e magari possa fare meglio e più di prima nel tutelarlo, anche scoraggiando, limitando, contestando, impedendo quanto abbiamo ricostruito e documentato. A chi dunque?

Ai cittadini innanzitutto, perché siano tali – Cives e non subditi – ogni giorno, curandosi della città, prestando attenzione alle scelte piccole e grandi capaci di incidere sugli interessi generali, partecipando, informandosi, documentandosi, cercando di capire, facendo sentire la propria voce, proponendo, criticando e contestando quando necessario, chiedendo spiegazioni, suscitando momenti di dialogo e di confronto, organizzando incontri, avanzando istanze e petizioni, mobilitando interessi collettivi e promuovendo iniziative.

Poi a chiunque, dentro il palazzo, abbia un ruolo, competenze, responsabilità. I consiglieri comunali innanzitutto, non solo i tre di minoranza sui quali grava un compito immane e dai quali ci si attende che siano all’altezza, ma anche i 21 di maggioranza: anche loro sono rappresentanti dei cittadini nella generalità e nella trasparenza dei loro interessi, e non di capi, capetti, faccendieri o elargitori di benefit a spese dei contribuenti. I consiglieri comunali, tutti, in piena autonomia, sono titolari di poteri d’indirizzo e di controllo sugli atti dei vertici amministrativi e politici. E hanno l’obbligo di esercitarli con libertà, dignità, rifiuto ed anzi obbligo di contrasto e di denuncia di interessi particolari. Tradire anche solo una volta o in piccola parte l’essenza di questa missione equivale a prostituire la più alta funzione di rappresentanza civile e politica nel tempio della democrazia cittadina, significa cancellarne la funzione e mettere il Comune – come è stato per dieci anni – nelle mani di un uomo solo, come i podestà in era fascista.

Stesso pressante invito a chiunque, dipendente dell’ente di qualsivoglia qualifica – a maggior ragione se in posizione di vertice e quindi con potere di atti di determinazione che dispongono dei soldi dei contribuenti o incidono comunque sulla qualità dell’intera azione amministrativa – perché rispetti i principi essenziali di imparzialità, efficienza e buon andamento, in piena trasparenza, nell’esclusivo interesse generale e contro il vastissimo campionario di sotterfugi collaudato dal ‘Sistema-Abbate’. All’occorrenza, quando finalmente organi chiamati a verificare dovessero trovare il tempo di occuparsene e quindi chiedessero conto di alcuni atti, il dirigente o il suo equivalente (la ‘posizione organizzativa’ facente funzioni) ne risponderebbero direttamente.

Fuori dagli uffici comunali, le stesse cose, a maggior ragione rispetto ai cittadini semplici vanno chieste – e il lavoro necessario per metterle in atto va augurato – agli organismi pubblici e privati e ai soggetti collettivi la cui stessa ragion d’essere risiede proprio in tali cose, ovvero la tutela della natura pubblica degli interessi cui è preordinata l’istituzione: forze politiche, sindacati, associazioni varie, stampa, istituzioni di garanzia, enti di controllo e d’indirizzo. A tutti costoro è più che auspicabile un caldo augurio di ‘buon lavoro’, oggi a parole e poi, giorno per giorno, in forma di atti concreti e di sostegno nell’ambito dei vari ruoli. Ce n’è un grande bisogno: il lavoro è immane, è gravemente mancato su questo terreno nei dieci anni trascorsi e l’augurio, appunto, è che d’ora in poi possa essere di maggiore incisività qualitativa e quantitativa in coerenza con la stessa ragion d’essere naturalmente impressa nei rispettivi statuti costituzionali (stampa, partiti, sindacati, associazioni, ecc…).

Al contrario, chi ritenga che tutto ciò che abbiamo descritto – e che è nella realtà delle cose – vada bene e sia giusto continuarlo, faccia pure gli auguri di buon lavoro alla sindaca appena eletta e, fuori dalla cortesia di maniera, la incoraggi concretamente a continuare. Lo dico senza ironia, nel rispetto di ogni posizione, senza eccezioni, né protocolli imposti ad alcuno, sia nel senso di doversi per forza congratulare che in quello del suo divieto (ma nessuno finora mi pare abbia espresso quest’ultimo pensiero).

Congratularsi o non congratularsi … è questo il problema?

Sono due posizioni libere, entrambe legittime e però totalmente diverse. Ciascuno assuma quella che in coscienza ritenga la migliore ma, a mio avviso, non pretenda di considerarla l’unica possibile o l’unica giusta, addirittura necessaria o dovuta, pena una sorta di marchio d’indegnità civile da imprimere in capo a chi disattenda il sacro dovere di riverire l’eletto di turno e omaggiare il suo potere d’apparente fresco conio, in realtà dalla più che collaudata armatura.

Alla sindaca eletta io, cittadino semplice, libero perciò di dire o scrivere parole che impegnano solo me stesso, un augurio mi sento di esprimerlo. Di non riuscire affatto a proseguire il lavoro in corso – sarebbe la fine di una città morente – per tutte le ragioni già chiarite. Quindi il mio augurio a Maria Monisteri è il contrario del ‘buon lavoro’ consistente in quanto ha annunciato di voler fare e su cui ha avuto il consenso, lo so: ma la democrazia non è finita il 29 maggio dentro le urne, non viene riposta in freezer per essere scongelata tra cinque anni, ma deve vivere ogni giorno, nella partecipazione continua e nel dialogo e confronto permanenti.

Il mio è, invece, augurio, caldo e accorato, perché da sindaca riesca dove da assessora e da candidata ha fallito: cerchi e sappia trovare – non è mai tardi – uno slancio etico, un moto di pensiero critico, uno scrupolo morale, un empito di libertà, un sussulto d’autonomia, uno scatto di dignità civica e politica con i quali analizzare in verità e coscienza cos’è stato il Comune negli ultimi dieci anni (o almeno nei cinque che l’hanno vista e la vedono totalmente al fianco di Abbate e, ancora, nelle sue mani) e cosa invece la Casa di tutti i cittadini debba essere, magari consultando i principi elementari della Costituzione, fonte educativa primaria (in questo caso, si, dirimente è proprio una questione d’educazione) alla quale deve attingere chiunque voglia maneggiare la cosa pubblica e le leggi ordinarie che disciplinano i poteri, i doveri, gli atti, la vita dell’istituzione comunale.

Come sintetizzare questo pensiero con una battuta augurale? Buon lavoro? Mi pare di no! Buon riposo dalle incombenze di prima, quindi buon risveglio e buon cambiamento, magari il più radicale possibile? Si, certo, così andrebbe meglio, ma, starei comunque fuori dalla parola d’ordine obbligata che secondo alcuni pare si debba per forza pronunciare. E, se non fossi un cittadino semplice, per tale omissione meriterei ugualmente gli strali del caso.

Tanto vale allora affidarmi – e pazienza per l’insoddisfatto bisogno di sintesi – alla chiarezza e alla precisione delle parole usate.

In attesa di conoscere l’effetto dei tanti auguri di buon lavoro che, perfino più delle schede col suo nome imbucate nelle urne, la città le ha rivolto.