Mafia incompresa. Impariamo da Pippo Fava.
Esiste una Cosa Nostra la cui forza viene sminuita spesso e volentieri, a favore di una visione che porrebbe da un lato della Sicilia la fama di un potere passato e dall'altro un’incredibile frammentazione di gruppi criminali degni di uno scenario camorristico. Eppure, il potere risiede là.
Il vuoto da Fava ad oggi
A Motta Sant’Anastasia si sparano addosso. Un controllo dei carabinieri scopre un gruppo armato fino ai denti nel quartiere catanese di Monte Po, controllato dagli Strano dei Cappello-Bonaccorsi. Sono in faida contro i Cursoti Milanesi, a cui gli inquirenti non attribuiscono padroni nonostante negli ultimi dieci anni abbiano chiari legami con l’altra fazione dei Cursoti, quelli legati storicamente al clan Mazzei che, dal proprio canto, risentono gradualmente dell’espansione territoriale dei Cappello-Bonaccorsi. Non è certo un mistero che tra Cappello e Mazzei non corra buon sangue, ne è la prova il famoso episodio della sparatoria all’ECS Dogana di Catania del 21 aprile 2022, anche se il motivo fu attribuito alla mancata esibizione di Niko Pandetta durante il concerto di Tony Effe. I motivi di sparatorie e agguati nel catanese sono sempre raccontati così, con uno sgarro superficiale o con un cambio di casacca di un affiliato, come se si trattasse di qualche sbandato di troppo sulle strade di pietra lavica. E le narrazioni ufficiali non vanno oltre, anche se le imprese catanesi continuano ad accaparrarsi i migliori affari nella provincia trapanese dai tempi del terremoto del Belice. Anche se a maggio dell’anno scorso le indagini hanno confermato il datato sodalizio tra Santapaola e Casalesi nella gestione dei rifiuti fino al basso Lazio.
In fondo, la discrepanza tra la narrazione sulla mafia della Sicilia Orientale e quello che rappresenta nella realtà Cosa Nostra etnea è sotto gli occhi di chiunque ma sfugge alle bocche e alla comprensione da almeno quarantadue anni, dall’omicidio di Pippo Fava.
La miopia palermocentrica dell’antimafia
I gruppi dei Santapaola-Ercolano, Pillera-Cappello e Mazzei si pongono in contrapposizione fra loro, con frequenti migrazioni di soggetti da un’organizzazione all’altra che costituiscono fonte di pericolose incomprensioni.
Corre l’anno 2001, la Direzione Investigativa Antimafia deve presentare al Parlamento la relazione annuale. Per ragioni che non conosciamo, si accorgono di aver trascurato le dinamiche mafiose in Sicilia Orientale e devono rimediare, dato che fino a qualche anno prima il paragrafo su Cosa Nostra si intitolava Cosche mafiose in Palermo e provincia e, nelle rare menzioni al clan Santapaola di Catania, in una relazione hanno considerato le altre cosche orientali con bassa capacità di infiltrazione e manipolazione delle istituzioni. Hanno dovuto menzionare i Santapaola perché, in quegli anni di concentrazione su Palermo e nel ribadire che si trattasse della capitale indiscussa di Cosa Nostra, sono emersi degli affiliati al clan etneo al comando di famiglie mafiose a Caltagirone, a Enna e poi persino nella provincia di Agrigento. In pratica, il potere dei Santapaola è cresciuto sotto il naso degli inquirenti, impegnati a contare i sequestri preventivi ad ogni sospetto fiancheggiatore di Bernardo Provenzano suggerito per pentito dire e a stappare lo spumante della giustizia insieme al Movimento Antimafia.
La citazione utilizzata in apertura di questo paragrafo è utile a comprendere come, ancora oggi, chi non è siciliano potrebbe ritenere che la mafia sia una questione palermitana e al massimo con un’estensione trapanese. In quell’ipotesi secondo cui i mafiosi catanesi avrebbero potuto fare cambi di casacca da un clan all’altro senza alcuna conseguenza, è la bronzea espressione di un’antimafia che concentra la narrazione storica sui colpi di lupara contro i sindacalisti nei latifondi palermitani e ignora che in quegli stessi anni sorgeva il Polo Petrolchimico in provincia di Siracusa e, qualche anno più tardi, qualcuno manipolava l’aereo di Enrico Mattei in partenza da Catania.
Una narrazione che vale ancora oggi. Il Presidente della Commissione Regionale Antimafia Antonello Cracolici, ai microfoni catanesi del 6 luglio 2026, ha definito il capoluogo etneo un centro di smistamento non solo per Catania ma anche per altre province siciliane. In pratica, tutta la Sicilia Orientale.
Si parla sempre e comunque di narcotraffico, con infiniti riferimenti nelle carte giudiziarie a debiti e crediti tra chi distribuisce e chi vende in piazza; come se Cosa Nostra fosse diventata un’associazione di spacciatori pasticcioni. E proprio in merito a queste dinamiche del narcotraffico, chi glielo dice al Presidente della Commissione Regionale Antimafia che nell’ambito del blitz scattato il 13 giugno a Catania e Siracusa è emersa un’attività di smercio dei catanesi persino a Palermo? E non è la prima volta che emerge, ma l’antimafia preferisce non tenerne conto. Anzi, preferisce – come nel caso di Cracolici in quell’occasione – associare l’evidente noncuranza sulla pericolosità del fenomeno mafioso alle proposte di rivedere la normativa sulle misure di prevenzione, la semplice richiesta di giustizia sollevata da quella moltitudine di imprenditori siciliani innocenti e inascoltati dallo Stato Italiano e che adesso è approdata alla Corte EDU, con relativa discesa in campo di Libera a difesa dell’attuale sistema che consente sequestri e confische anche senza un’accusa per mafia.
La conseguenza del palermocentrismo antimafioso è questa: oggi il Presidente della Commissione Regionale Antimafia può ignorare la predominanza catanese nello smercio, così come nel 2001 la DIA ha potuto affermare che gli affiliati ai clan catanesi potessero cambiare casacca alla stregua dei piccoli gruppi di spaccio della camorra. Se la mafia catanese è considerata così di bassa lega, viene da sé che la mafia siracusana viene a malapena considerata mafia. In venticinque anni sembra che la comprensione del fenomeno non sia mutata di una virgola, e questo è il risultato più inquietante.
La mafia di Siracusa secondo gli inquirenti, ieri e oggi
Nelle relazioni della DIA Siracusa compare solo nel 1998, marginalmente, in uno stretto legame con Catania per via di imprenditori e prestanome del mondo dell’autotrasporto. Nel 2000 fa finalmente la sua apparizione con un paragrafo a sé, viene descritta una provincia completamente assoggettata al clan lentinese dei Nardo – affiliati ai Santapaola – e si rileva l’esistenza di un clan Bottaro in città, lo stesso che abbiamo trattato nella sua evoluzione in un articolo passato. In quella relazione si segnala anche l’ospitalità del latitante tortoriciano Salvatore Bontempo Scavo proprio a Lentini, un elemento che potrebbe essere molto importante per comprendere le dinamiche peloritane dell’ultimo ventennio, ma che non sembra suscitare particolare attenzione negli anni successivi.
Nel 2002 il quadro muta completamente: niente Nardo, Siracusa è comandata dal clan Bottaro-Di Benedetto che, in un modo o nell’altro, controllerebbe i gruppi di Santa Panagia e Borgata. Forse per le incongruenze tra un anno e l’altro, forse perché nel 2003 viene scritto che i clan catanesi sarebbero propensi alle rapine per il proprio autosostentamento, compare l’affermazione che le organizzazioni mafiose siracusane non sarebbero organiche a Cosa Nostra. Dal 2005, in barba a quanto affermato due anni prima, l’unico clan siracusano che compare prende il nome di Bottaro-Attanasio e viene ritenuto in linea con la strategia di Bernardo Provenzano; dunque, il superlatitante corleonese avrebbe dettato la linea mafiosa fino a Siracusa. Viene corretto il tiro di queste affermazioni solo nel 2008: secondo la DIA, i Bottaro-Attanasio sarebbero un clan formale che controlla gli altri gruppi siracusani non organici a Cosa Nostra, mentre a Catania viene risolto il problema parlando di un’unica famiglia Santapaola-Mazzei-La Rocca; in pratica, la DIA si rende conto che si tratta di Cosa Nostra e mette insieme i clan che fino a poco tempo prima considerava rivali.
Solo nel 2013, finalmente, la DIA rileva che questi fantomatici Bottaro-Attanasio avrebbero a che fare coi Cappello di Catania, e solo nel 2023 viene riconosciuto che uno dei tanti gruppi catanesi considerati autonomi, i Pillera-Puntina, sarebbe in realtà una cellula dei Cappello. Non è chiaro il motivo per cui non venga considerata la stessa ipotesi per gli altri gruppi, anche oltre i confini etnei, a maggior ragione che i collegamenti storici mostrerebbero saldissime derivazioni dai clan principali e che il quadro, sotto questa nuova ottica, mostrerebbe sostanzialmente una Cosa Nostra molto più organizzata e coesa di quella riscontrata in Sicilia Occidentale.
I catanesi oggi: Santapaola, Cappello e Mazzei
Non appare difficile tirare le somme dell’attuale assetto dei clan.
I Mazzei sono coloro che attraverserebbero il periodo di maggiori difficoltà. Sono nati nella prima metà degli anni Novanta su volontà di Leoluca Bagarella, perché l’ala stragista corleonese aveva compreso che non poteva prestare affidamento sui Santapaola. La loro presenza ha suscitato tensione, soprattutto per l’infiltrazione negli affari del Nord Italia in un sottogruppo dei Cursoti, una fazione dei Cappello. Da allora, gli scontri tra Cursoti mazzeoti e cappelloti, nonché gli scontri diretti o con altri gruppi tra Mazzei e Cappello, avvengono frequentemente. E i Santapaola, con piccoli e discreti interventi per alimentare questi scontri di volta in volta, hanno fatto quello che li ha sempre contraddistinti: trasformare una potenziale minaccia in una risorsa. I Carcagnusi, questo il soprannome di Santo Mazzei, in trent’anni hanno goduto di un’ascesa notevole, al punto da essere soprannominati nell’articolo di Antonio Condorelli per Live Sicilia del 7 maggio 2014 i signori del mercato ittico di Catania, e un declino altrettanto significativo. Infatti, dopo un potere che gli ha consentito di creare avamposti dalla vicina Misterbianco alla ragusana Scicli, rispettivamente coi protetti del clan Nicotra e con la loro diretta derivazione del clan Mormina, dalle ultime risultanze investigative sembra che nel capoluogo etneo siano limitati ad alcuni affari nel porto e nella zona industriale; mantengono l’avamposto di Scicli e la roccaforte a Misterbianco, con ramificazioni a Santa Maria di Licodia e Motta Sant’Anastasia. Con l’operazione Third Family di febbraio 2022 era emersa un’articolazione ad Adrano, una vera e propria minaccia per il clan Santangelo-Taccuni, per il gruppo Laudani che lo protegge e per la famiglia Santapaola-Ercolano che siede al vertice della gerarchia; la recente sparatoria contro il gruppo cappelloto Strano a Motta Sant’Anastasia, però, suggerisce che i Mazzei debbano rinunciare alle mire espansionistiche per badare ai territori dove sono già presenti.
Insomma: come al solito, i Santapaola dormono sonni tranquilli. I mafiosi catanesi più famosi godono del maggiore silenzio e dell’espansione territoriale più grande. Cavalcata la vena stragista di Riina solo per decapitare il vertice della propria famiglia mafiosa e assicurarsi il potere degli appalti e dell’asse Catania-Trapani, i Santapaola-Ercolano hanno goduto più di ogni altro clan del palermocentrismo antimafioso: il fedelissimo Ciccio La Rocca, fondatore della famiglia che tuttora controlla il territorio di Caltagirone, ha fatto da mentore al capo della provincia di Agrigento Maurizio Di Gati e, a distanza di vent’anni, le operazioni degli inquirenti confermano l’influenza dei Santapaola-Ercolano sul territorio agrigentino. Nel siracusano hanno il controllo assicurato dai Nardo di Lentini e nel messinese gestiscono la città col clan Romeo, un territorio dei Nebrodi coi tortoriciani e la fascia ionica coi Laudani Mussi ‘i ficurinia. Questi ultimi sono una viva espressione della strategia santapaoliana, assorbiti segretamente durante la faida d’insediamento per infiltrare uomini di fiducia negli affari dei potenziali rivali e sopraffarli dall’interno. Con questo metodo e con la creazione di gruppi distaccati anche dentro il capoluogo etneo, i Santapaola-Ercolano vantano oggi un’estensione territoriale mai riscontrata nella Storia di Cosa Nostra e il vantaggio di essere considerati quasi dei mafiosi di serie B.
Per comprendere appieno anche il potere dei Santapaola-Ercolano, è necessario comprendere chi sono i Cappello. Gli inquirenti li considerano ancora i rivali storici, la spina nel fianco del potere santapaoliano, e forse negli anni in cui Nitto Santapaola doveva consolidare il potere – abbiamo trattato la sua storia in un altro articolo – lo sono stati davvero. Turi Cappello, al 41bis dal 1992, è l’erede ufficiale di Salvatore Pillera, erede a sua volta di Alfio Ferlito che, per i suoi legami politici – suo cugino era assessore ai lavori pubblici – e per la gestione del narcotraffico, era probabilmente destinato ai vertici della famiglia di Catania prima del golpe santapaoliano. Al contrario di quanto è stato sostenuto negli anni da esperti e inquirenti troppo concentrati nelle dinamiche palermitane, dunque, non c’è alcuna ragione nel considerare i Cappello estranei a Cosa Nostra. Hanno raccolto il testimone della faida contro i Santapaola negli anni Ottanta, poi contro i Laudani, poi contro i Mazzei, e gli scontri non hanno impedito l’espansione a sud fino a Portopalo di Capo Passero, col clan Giuliano, e a nord fino a Giardini Naxos, col clan Cintorino. Il potere dei Cappello consiste in un’eredità che hanno saputo sfruttare: rappresentare un punto di riferimento per il narcotraffico in Sicilia. Un riferimento imbattuto, dato che proprio i loro affiliati coinvolti nel blitz del 13 giugno hanno rivelato il canale di smercio su Palermo. I legami strettissimi con la ‘Ndrangheta per l’importazione e con la camorra per la distribuzione, mai del tutto approfonditi dagli inquirenti, rivelano uno scenario inedito nel panorama delle mafie italiane che rende il vertice del clan molto simile a un grande cartello della droga.
Conclusioni: perché non emerge nulla di tutto questo?

Non ha più senso considerare i Cappello e i Santapaola dei rivali, dato che operano negli stessi territori con mansioni completamente differenti. Solo in Sicilia, i primi trafficano fino a Palermo e i secondi riciclano fino a Trapani, è sufficiente per comprendere la portata di questo potere. E nonostante non sia necessaria una particolare competenza per comprenderlo, sembra che lo Stato Italiano preferisca non conoscere. La società vuole celebrare gli eroi caduti, l’attivismo vuole battersi il petto in strada e pretendere verità, le istituzioni vogliono propagandare uno Stato vincitore ad ogni blitz piuttosto che considerare l’allarmante quadro d’insieme, la politica vuole sentirsi libera di non informarsi per parlare come e quando conviene. È un gioco delle parti che in quarant’anni non è mutato.
Il clima morale della società è questo. Il potere si è isolato da tutto, si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazioni, rivolte. Egli sta là, giornali, spettacoli, cinema, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici applaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto sommato questi ultimi sono probabilmente convinti d’essere oramai invulnerabili.
Pippo Fava, dalla copia de I Siciliani del novembre 1983.
Dobbiamo imparare l’oggi da una persona che è nata centouno anni fa. Strappata alla vita quarantadue anni fa. Per la verità delle sue parole.