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Siracusa, pensavo fosse faida… invece era un Ape calesse

Una semplice analisi su contesto e circostanze, partendo dal ferimento in via Von Platen.

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Sintesi di due settimane d’agosto

Nella tarda mattinata del 13 agosto, all’altezza del semaforo del trafficato incrocio siracusano di via Von Platen, un tizio scende dal suo scooter e spara contro due persone che si trovano a bordo di un Ape calessino. Entro un paio di giorni viene confermato che il feritore è irreperibile, ha usato un fucile a canne mozze e non sarebbe estraneo al giro d’interessi del trasporto turistico su tre ruote che ormai ha invaso l’isola di Ortigia. Avrebbe sparato alle gambe dei feriti, Nino e Ciccio Cassia intesi Cicoria, che nel frattempo sono stati dichiarati fuori pericolo. Il 19 agosto, il presunto feritore Damiano Rustico si presenta al carcere catanese di Bicocca, nel frattempo viene trovato il fucile in un terreno adiacente a un supermercato di Siracusa Nord.
Il 25 agosto il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica si è riunito in prefettura insieme al sindaco Francesco Italia, con relativa pubblicazione del comunicato:

Fatti che hanno destato particolare allarme sociale e per i quali le attività investigative, immediatamente avviate, hanno già portato esiti soddisfacenti, con il tempestivo arresto dell’autore del tentato duplice omicidio. Al riguardo il Sindaco Italia ha espresso apprezzamento per l’incessante impegno profuso dalle Forze di Polizia sul territorio e per gli importanti risultati già conseguiti. […]

Numerose le sanzioni già elevate ai mezzi controllati, con ben 6 casi di contestazione per occupazione del suolo pubblico con contestuale rimozione immediata di box e cartelli pubblicitari anche nelle piazze ortigiane.

Dunque, a fronte di un duplice tentato omicidio a colpi di lupara nel centro cittadino in pieno giorno, si parla di esito soddisfacente per le contestazioni all’occupazione del suolo pubblico della cartellonistica abusiva e per l’arresto del presunto feritore che si è costituito spontaneamente.

Ape calessini regolari, sia nelle autorizzazioni che nelle vicende giudiziarie

Il 4 luglio 2025 venivano arrestate quattro persone al culmine di un’inchiesta interforze tra Carabinieri e Guardia di Finanza risalente al 2021: Orazio Scarso, Claudio Guzzardi, Christian Fontana e Andrea Sapienza. L’operazione ha visto coinvolte complessivamente ventisei persone, indagate a fronte di un accertamento finanziario in cui sarebbe emersa una sproporzione rilevante tra redditi e tenore di vita, nonché sospette intestazioni fittizie dei beni; a questi reati, nell’inchiesta si aggiungono quelli legati alla detenzione di armi, inclusa gelatina esplosiva, e a un artigianale servizio di recupero crediti in cui “notificavano” mazzate ai debitori. Non è un argomento sulla cresta dell’onda mediatica, ma il processo è stato finora celebrato nell’aula bunker di Bicocca e l’accusa ha chiesto vent’anni di reclusione per Orazio Scarso, considerato il reggente di Ortigia e noto nel panorama mafioso aretuseo almeno dal 3 settembre 1992, quando il suo nome comparve tra i presenti a un summit della decadente famiglia Urso-Bottaro tenutosi in una villetta in contrada San Marco, a Noto. L’episodio è particolare, perché il clan Aparo-Trigila manifestò il suo dissenso a quella riunione a suon di mitra e bombe a mano. Dell’allora ventiquattrenne Scarso non si ebbero più informazioni degne di nota, ad eccezione dell’arresto nell’operazione Giudecca del 2008, ma gli anni Duemila segnarono un crescente interesse nella zona nord del gruppo di Santa Panagia e del presunto clan Urso-Bottaro ridenominato Bottaro-Attanasio, su cui abbiamo trattato perplessità e considerazioni in un altro articolo. Ancora oggi Orazio Scarso viene ritenuto membro apicale di questo clan che appare sempre meno simile a una famiglia mafiosa e più a un’etichetta storicamente credibile da apporre su un comodo calderone mediatico dove collocare i mafiosi e gli spacciatori siracusani indistintamente gli uni dagli altri.
Tra le principali vicende delittuose contestate nell’operazione del 2025 sono presenti intimidazioni a scopo estorsivo contro i conducenti degli Ape calessini, tanto da comporre il titolo dell’Ansa: Chiedevano il pizzo a un Ape calesse per turisti, quattro arresti. Due particolari, tuttavia, sono fondamentali per comprendere il fenomeno: uno degli arrestati è conducente di Ape calessini ed è presente nella graduatoria di merito delle autorizzazioni comunali. Né estortori esterni né concorrenti abusivi, dunque.
Claudio Guzzardi, titolare di un chiosco oltre che di Ape calessini, nel 2019 fu protagonista di una rissa – da cui uscì assolto per legittima difesa – contro Pietro, Simone e Francesco Scamporlino. Anche quest’ultimo compare nella graduatoria di merito delle autorizzazioni comunali per gli Ape calessini.

A questo proposito, occorre sottolineare che sia il feritore che i feriti del 13 agosto, Damiano Rustico e i Cassia Cicoria, sarebbero riconducibili a ditte regolarmente autorizzate e presenti nella graduatoria di merito. È altrettanto vero che, su ventiquattro autorizzazioni comunali, il servizio per terra e per mare – strettamente connesso, tanto che buona parte di queste imprese pone come attività principale il trasporto marittimo per offrire le gite in barca – è promosso su una miriade di siti dai nomi più disparati e non sempre corrispondenti alle imprese di riferimento, a volte identificabili negli stessi titolari di licenza tramite i recapiti telefonici o le partite iva, quando queste ultime non sono inventate di sana pianta.

La domanda sorge spontanea: con quale criterio sono state rilasciate le autorizzazioni?

Dai fatti di via Von Platen alle imprese turistiche: cose diverse, stesso problema

Nell’attesa che il processo Scarso arrivi a sentenza, prevista per l’8 ottobre di quest’anno, anche quest’estate la questione degli Ape calessini ha dovuto fregiarsi di un fatto di cronaca che potrebbe definirsi eccezionale, perché tirare fuori una lupara e gambizzare due persone in una strada principale e in pieno giorno non può certo definirsi nella norma. Non è possibile giungere a risposte affrettate sul movente, anche se è già stato scritto che il ferimento sarebbe stata la conseguenza di una rissa sfociata poco prima, altrove, proprio per via della rivalità nello svolgimento dell’attività turistica.
Ad oggi è possibile affermare che non si tratterebbe di un ferimento organizzato con particolare criterio o su commissione, in primo luogo perché è stato consumato di fronte al Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco. Inoltre, in caso di agguato organizzato, vengono tendenzialmente impiegate due persone, una per guidare e l’altra per sparare, e difficilmente viene usata un’arma che spara “a rosetta” come un fucile a canne mozze in un luogo così affollato.

Fucile trovato a Siracusa Nord. Immagine pubblicata dalla Polizia di Stato.

È utile porre delle considerazioni anche dall’immagine del fucile pubblicata dalla Questura di Siracusa il giorno del ritrovamento. L’arma ha subito una modifica clandestina, è evidente dall’eccessiva mozzatura delle canne e dall’impugnatura che appare artigianale. Per questo motivo è molto probabile che sia stato impiegato un piccolo calibro, per impedire che al primo sparo il feritore potesse subire un’ustione per la vampata o che potesse perdere il controllo dell’arma per il rinculo, oltre a ridurre il rischio di un rimbalzo sul cemento della carica dei pallini e scongiurare i traumi da contraccolpo al polso e al viso. L’insieme di questi dettagli è tipico di un’arma da strada, modificata proprio per garantirne l’occultazione e la facilità di utilizzo, a prescindere dalla competenza di chi spara.

Dunque, per quanto l’episodio sia eclatante, gravissimo e a tratti pittoresco al punto da rispolverare la lupara dagli scaffali della memoria, viene da sé che questo episodio non è certo indice di una faida mafiosa. È opportuno precisarlo perché, oltre alla ricorrente confusione tra mafia e narcotraffico che abbiamo già trattato in un altro articolo, oggi la concezione di cosa sia il fenomeno mafioso è talmente remota nell’immaginario collettivo da rischiare di confondere le conseguenze per le cause. La domanda in chiusura del precedente paragrafo, sul criterio con cui il Comune di Siracusa rilascia le autorizzazioni, non è retorica: è la base per comprendere quanto il settore del turismo selvaggio, tanto redditizio e vorace quanto semplice da mettere in pratica, sfugga al controllo delle autorità. Se è logico presumere che una faciloneria nei controlli potrebbe assicurare dei voti durante le elezioni, è ben più grave considerare che un settore del genere non controllato potrebbe rivelarsi un facile viatico per tessere una rete d’investimento e riciclaggio nel turismo in generale e in tutte quelle attività che fioriscono intorno ad esso, dal noleggio dei veicoli terrestri e marittimi alla ristorazione in Ortigia – che ormai ha invaso l’isola anche più degli Ape calessini – con il relativo incremento nella distribuzione dei prodotti alimentari. Ed è in questo enorme circuito figlio dell’irresponsabilità politica e degli interessi più trasversali, ben mescolato alle aziende oneste che tentano quotidianamente di guadagnarsi il pane, che spunta la mafia.

Conclusione alternativa per una provincia babba

Siracusa, sia in termini di comune che di provincia, è maestra della negazione a oltranza del fenomeno mafioso. Ormai non sarebbe credibile una negazione a tutto tondo come una volta, ma è sufficiente relegare a fatti di mafia gli episodi di violenza da strada e i traffici più eclatanti nella loro illegalità che, al massimo, si affacciano al riciclaggio con piccole imprese sacrificabili sull’altare di quella classe politica che deve incensarsi di iniziative sulla legalità e di quell’autorità giudiziaria che deve saziarsi mediaticamente di operazioni antimafia. La mafia può essere relegata lì, tra delinquenti di piccola taglia o più semplicemente persone che vivono in contesti dove il primo latitante è sempre lo Stato, lo stesso che adesso vorrebbe dipingerle come temibili detentrici di ogni male per risolvere i conti in sospeso con la propria coscienza e che consente alla politica di coltivare con una sorta di populismo della legalità dei facili terreni elettorali. Questo meccanismo è in fondo perfetto nelle sue funzioni: non guarda chi sostituisce lo Stato dove quest’ultimo è incapace, perseguita il vulnerabile e scansa il responsabile. Ed ecco come la parola mafia a Siracusa scompare per lasciare spazio a tanti altri termini, diversi e distaccati fra loro: vocazione turistica, superficialità amministrativa, speculazione di carattere personale, delinquenza comune. Tutto separato e distinto come singoli episodi, proprio come l’immaginario collettivo si aspetta che avvenga in una provincia babba. Deve figurare così, perché anche quel collettivo che immagina dovrà pur scegliere dove trascorrere le prossime vacanze estive.