Siracusa è la città dove ci sono più collaboratori di giustizia dopo Napoli.
È una dichiarazione del 2019 di Rosario Piccione, ritenuto dagli inquirenti il contabile del clan Bottaro-Attanasio di Siracusa, arrestato nel 2002 e da allora collaboratore di giustizia. Non è dato sapere se questa sia una voce di corridoio, una stima determinata dall’occhio clinico di un pentito di spessore o solo una frase a effetto per chiudere un discorso, ma in effetti la città aretusea conta una sfilza di pentiti che, per essere considerata tradizionalmente una provincia babba, si fatica a comprendere da dove sbuchino. Ed è ancora più difficile comprenderlo perché, a parte la cronaca giudiziaria che insegue blitz e processi o le poche testimonianze che si soffermano sulle questioni più sanguinarie del passato senza porre troppe domande, a Siracusa manca un’osservazione critica del fenomeno mafioso nella sua attualità. Ogni anno avvengono un paio di blitz contro piazze di spaccio rinomate come le zone al nord della città di Santa Panagia, Mazzarona e via Italia 103, o nei quartieri storici al sud, della Borgata e dell’isola di Ortigia. Quasi mai legati a fenomeni estorsivi, tantomeno all’alta imprenditoria, i fatti giudiziari si susseguono con una narrazione antimafia che appare svogliata, assuefatta da un’implicita negazione della presenza di chissà quale pericolosa mafia siracusana. Non c’è da stupirsi, è una mentalità erede di una negazione inscalfibile anche a fronte delle evidenze: nel 1988, mentre nell’intera provincia abbondano mitragliate e bombe da un decennio, il senatore del PCI Salvatore Corallo nega l’esistenza della mafia perché i siracusani discenderebbero dai greci e pertanto sarebbero immuni all’omertà. Per ironia della sorte, lo stesso anno, nella vicina Scordia viene eletto con seicento preferenze il boss Giuseppe Di Salvo, mentre si trova in soggiorno obbligato a Bologna.
Una città tra i Santapaola e i Cappello
Tornando al presente e all’attuale narrazione antimafia, il territorio siracusano sarebbe comandato prevalentemente dal clan Bottaro-Attanasio da oltre vent’anni, particolarmente attivo nelle zone della Borgata e di via Italia 103. Sarebbe alleato col clan Cappello di Catania, considerato l’antagonista del clan Santapaola che, a sua volta, delegherebbe il clan Nardo di Lentini per comandare su zone come Santa Panagia e altre non ben definite.
Questa eterna rivalità etnea tra i Cappello e i Santapaola, che affiorerebbe le sue origini dall’uccisione di Alfio Ferlito nella Strage della Circonvallazione del 1982, non spiega però come sia possibile che nella retata contro il gruppo Borgata del clan Bottaro-Attanasio – quindi clan Cappello – del 24 gennaio 2025 venga arrestato un tale Mario Bonaventura di Catania. È lo stesso che il 13 dicembre 2022 viene arrestato in un’altra retata antidroga, però a Messina, contro il clan del quartiere Giostra. Ma è anche lo stesso che viene arrestato l’11 gennaio 2019 in un’ulteriore retata antidroga al Fortino di Catania, indiscusso territorio dei Santapaola. Dunque, dal momento che il mestiere di broker della droga non è contemplato da Cosa Nostra e che il passaggio a tre clan differenti nel giro di sei anni sarebbe troppo anche per un personaggio concepito dagli sceneggiatori di Gomorra, tra l’altro restando vivo, è forse opportuno considerare una perfetta suddivisione delle mansioni tra i Cappello e i Santapaola e, forse, una subalternità dei primi. Non risultano uomini dei Cappello arrestati in mezzo ai Santapaola, ma uomini dei Santapaola in mezzo ad altri clan della Sicilia Orientale sì.
I Bottaro-Attanasio oggi
Non sembra tuttavia un’ipotesi caldeggiata dagli inquirenti, secondo cui il capo indiscusso di Siracusa è Alessio Attanasio, in carcere dal 2001 e scarcerato solo per una settimana, a luglio del 2022: aveva finito di scontare vent’anni e nel frattempo gli hanno inflitto una nuova pena di altri trent’anni. La beffa aumenta quando, proprio nel blitz del 2025 che vede tra gli arrestati il catanese Bonaventura, la DIA sostiene che il capo sarebbe sempre Attanasio, che avrebbe riorganizzato ogni attività durante la settimana in cui è stato a piede libero. Nel corso della lunga detenzione, Attanasio si è laureato in giurisprudenza per seguire personalmente le sue vicissitudini processuali e viene denunciato per aver presentato oltre 670 ricorsi in soli cinque anni. Ma l’impianto accusatorio che lo pone al vertice della mafia siracusana è sostenuto da almeno quattro collaboratori di giustizia.
Manuel Pisano, arrestato il 5 luglio 2023 in un blitz contro il gruppo Santa Panagia, che dovrebbe essere legato ai Santapaola. Sospettato di aver piazzato una bomba carta in un bar di Ortigia due anni prima, ha precedenti per rapina. Dopo l’arresto gli viene diagnosticata l’infermità mentale e va ai domiciliari col braccialetto elettronico, ma torna in carcere perché sorpreso a spacciare dalla sua abitazione. A settembre 2024 intraprende la collaborazione con la giustizia e indica Alessio Attanasio come capo indiscusso non solo della Borgata, ma anche di Santa Panagia. Non è dato sapere come sia andata a finire la sua diagnosi d’infermità mentale, in compenso le informazioni su Attanasio sono de relato, cioè gliele ha riferite qualcun altro.
Salvatore Lombardo Puddisinu è stato invece ritenuto inattendibile il 9 giugno 2022 nell’ambito del processo Terra Bruciata 2, insieme all’altro collaboratore Massimo Stupore. La loro inattendibilità provoca quattordici assoluzioni su sedici imputati, e gli ultimi due beneficiano della prescrizione.
Francesco Capodieci viene arrestato il 20 marzo 2018 dai carabinieri, in seguito all’operazione Tonnara della Polizia di Stato del 27 febbraio, in cui era invece riuscito a darsi alla latitanza. Ritenuto il capo dello spaccio nella zona Bronx, nella parte inferiore di Santa Panagia, dichiara di essere un confidente della polizia e che, ogni venti giorni, avrebbe corrisposto duemila euro di mazzetta a due agenti di polizia; dopo anni di processo, il primo grado di chiude con una pesante condanna nei confronti dei due poliziotti il 13 novembre 2025. Tra le sue dichiarazioni spicca anche quella su una truffa dal valore di seicentomila euro organizzata da un imprenditore e da un suo complice, con cui avrebbe finanziato una nuova piazza di spaccio in una zona all’estremo nord della città, la Tonnara. Che sia una coincidenza di omonimia o una tradizione di famiglia, un tale Giuseppe Capodieci era un confidente della polizia, ucciso nel 1987 in Ortigia.
Luigi Cavarra, infine, sarebbe stato il reggente del clan Borgata fino al suo arresto nel 2017 e si è definito il rappresentante di Alessio Attanasio. Le perplessità sul suo conto sono due: la prima, che sarebbe stato arrestato per aver venduto due chili e duecento grammi a due ragazzi, alla faccia del temibile boss o rappresentante dell’indiscusso capo di Siracusa; la seconda, che è morto nel 2018, e gli altri pentiti continuano ad attribuirgli buona parte delle informazioni de relato che forniscono.
Troppe cose da approfondire
A questo clima di pentiti e ambiguità, sembra sfuggire da ogni considerazione un gruppo dell’isola di Ortigia composto da nomi che si ripetono nei blitz come l’operazione Giudecca del 2008 e gli arresti del 4 luglio 2025, il cui capo è identificato in Orazio Scarso, oggi sotto processo. È un capitolo della mafia siracusana che meriterebbe un’analisi a parte, come d’altronde meriterebbero un approfondimento critico alcuni fatti del passato che sembrano ripercuotersi nelle circostanze del presente. Per fare un esempio sul conto di Alessio Attanasio, sembra che agli inquirenti sfugga un dettaglio molto particolare: è figlio di un ispettore di polizia. L’ha dichiarato l’ex capo della Squadra Mobile di Siracusa Angelo Migliore, nell’ambito di un incontro pubblico sull’argomento organizzato da Làmia Inchieste presso la libreria NeaPolis di Siracusa il 6 febbraio di quest’anno. A prescindere dai rapporti contrastanti col genitore, è opportuno tenere presente i numerosi casi di persone messe fuori confidenza da Cosa Nostra anche solo per un’affinità con un appartenente alle forze dell’ordine, fatto che rende quantomeno singolare non solo la levatura mafiosa di Attanasio, ma la sua stessa affiliazione. Tra l’altro, sarebbe diventato boss in seguito alla morte di suo suocero Salvatore Bottaro, nel 2005, quando Attanasio era in carcere già da quattro anni. Allo stesso modo Bottaro, coreggente già negli anni Ottanta del clan Urso, sarebbe subentrato al comando dopo l’omicidio del boss Agostino Urso Prufissuri nel 1992, quando è detenuto già da due anni e viene scarcerato solo per gravi motivi di salute nel 2005, poco prima della sua morte. La cronaca ha mutato la denominazione del clan negli anni, da Urso a Urso-Bottaro, dunque Bottaro e infine Bottaro-Attanasio, immutato da circa un quarto di secolo, anni in cui nessuno dei due boss con quei nomi è in vita o a piede libero, ed è improbabile che esista una tradizione mafiosa siracusana di consacrare i capi mentre si trovano al 41bis. Sarebbe la prima forma di mafia con ispirazione anarchica, deputata a nominare capi solo i detenuti per limitare i danni del potere. A parte gli scherzi, è normale che il rappresentante di un clan finisca in carcere e sconti lunghi periodi dando mandato a dei reggenti, ma è del tutto insolito che la famiglia mafiosa mantenga il nome di qualcuno che non c’è mai stato. In fondo, la verità è un’altra: in una città di oltre centomila abitanti che esplode di beni culturali e subisce una turistificazione incontrollata come Siracusa, affacciata su uno dei poli industriali più importanti del Meridione d’Italia, sostenere una narrazione antimafia che si limita alle piazze di spaccio e ai relativi pentiti che indicano un nome che non c’è, è l’unica narrazione ammissibile. Insomma, una narrazione a traffico limitato.