I sequestri per mafia alla Corte Europea: nasce la “Corazzata Donciottkin” contro le vittime invisibili
Colpo di scena a Strasburgo. La Grande Camera accetta la partecipazione come “parte terza” di altre cinque realtà antimafia – una tedesca, una belga, una francese e due italiane – che seguono l’obbedienza di Libera, insieme ai governi di San Marino e della Norvegia.
Come raccontato nell’articolo precedente, sembrava che le parti per l’udienza del 16 dicembre a Strasburgo sulle misure di prevenzione italiane – nello specifico il Cavallotti contro Italia e il Macagnino e Marzo contro Italia – fossero state formate e schierate, malgrado la forte perplessità che suscita la partecipazione di Libera come “parte terza”. Per una maggiore chiarezza, sarebbe stato opportuno proseguire con un approfondimento sulla condotta dell’Unione delle Camere Penali Italiane i cui referenti, ancora oggi, preferiscono tacere anziché rispondere alle nostre richieste di chiarimenti sul deposito tardivo delle integrazioni. Un deposito, si ricorda, che non ha beneficiato di quella proroga concessa a Libera per depositare il proprio intervento oltre i termini stabiliti.
Se questa differenza di trattamento ha lasciato il dissapore di una disparità, la nuova decisione della Grande Camera aumenta le perplessità: altre cinque realtà antimafia rinomatamente vicine a Libera – e talvolta diretta emanazione dinciottiana, come sarà esposto nelle prossime righe – sono state ammesse come terze parti, insieme ai governi di San Marino e della Norvegia. Al contempo emerge che Nessuno Tocchi Caino, una delle pochissime realtà che ha preso a cuore la questione delle misure di prevenzione considerando il rischio per lo Stato di diritto e la presunzione d’innocenza, aveva presentato l’istanza di partecipazione ed è stata rigettata per inutilità del contributo. Abbiamo chiesto una dichiarazione al presidente Sergio D’Elia, che ha risposto di non fare dichiarazioni per ora.
La Corazzata Donciottkin
I nuovi ingressi del battaglione donciottiano, invece, sono nomi noti nel panorama antimafioso: la tedesca Mafia nein danke, la belga BASTA! – Belgian Antimafia Steps Towards Awareness, la francese Crim’HALT e i nostrani Centro Studi Livatino e Centro Studi Pio La Torre. Per quest’ultimo siamo riusciti a contattare il presidente emerito Vito Lo Monaco, in prima istanza ha motivato questa partecipazione dicendo: perché siamo sempre dalla parte dei cittadini, quindi dell’antimafia. Dopo avergli fatto osservare che i Cavallotti sono stati assolti definitivamente, ha invece dichiarato di non essere a conoscenza di quest’attività del centro studi. In compenso, ha riconosciuto placidamente che questa realtà usufruisce da tempo di beni confiscati e si costituisce parte civile in tutti i processi per mafia. Insomma, una strana concezione di “parte terza”. Non è stato possibile entrare in contatto col presidente attuale, l’ex segretario CGIL Emilio Miceli, né ricevere un riscontro dall’avvocato del centro studi Ettore Barcellona.
Come ulteriore realtà italiana schierata, il Centro Studi Livatino è sostanzialmente un’associazione di giuristi: avvocati, magistrati, notai. Abbiamo voluto chiedere come sia possibile considerare queste misure di prevenzione in linea col principio democratico e lo Stato di diritto, ma ancora non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
Mafia nein danke, nata nel 2007 in seguito alla strage di Duisburg, è considerata un vero e proprio presidio tedesco di Libera in quanto parte della rete CHANCE – Civil Hub Against orgaNised Crime in Europe, la rete internazionale presentata al Parlamento Europeo nel 2019 su impulso di don Ciotti, seconda iniziativa di questo tipo dopo la fondazione nel 2008 della FLARE – Freedom, Legality and Rights in Europe, da cui deriva invece la Crim’HALT.

Sul sito dell’associazione Mafia nein danke si legge della necessità di “esportare” in Germania ciò che si è sviluppato in Italia come movimento sociale antimafia. Vogliono le misure di prevenzione italiane, senza se e senza ma, perché la lotta alla mafia è un impegno per una società democratica e libera, con pari diritti per tutti. Pari diritti per tutti, meno per quegli imprenditori dell’Italia meridionale depredati dei beni per uno sbaglio a cui l’Italia attualmente non vuole porre rimedio e su cui, anzi, pretende di avere ragione col supporto di Libera.

La Crim’HALT ha invece una storia differente: nata nel 2014, sembra abbia ricoperto un ruolo sociale determinante per l’approvazione della legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati in Francia nel 2021. Il presidente onorario Mario Vaudano, ex magistrato torinese, ha contribuito a esportare questo modus operandi antimafia oltralpe insieme al presidente Fabrice Rizzoli. Ancora più interessante è lo spazio che il sito dedica a Ethicando, un progetto nato nel 2012 in seno a Flare dedicato all’eccellenza delle cooperative sociali italiane e, se ci sono dubbi su quali prodotti venda, le foto sono inequivocabili. Con tanto di slogan: Pour Noël, pensez à offrir “Le panier de la légalité, un cadeau qui tue… les mafias!”.
Traduzione: “Per Natale, pensa a regalare “Il paniere della legalità”, un regalo che uccide… la mafia!”.

BASTA! – Belgian Antimafia Steps Towards Awareness nasce invece nel 2019, ma deriva direttamente dal presidio belga di Libera del 2013, come dichiara la presidente Marcella Militello. A distanza di sette anni non è dato sapere quanto questa realtà sia indipendente da Libera ma, sul sito, è presente una sezione dedicata alla vendita dei prodotti di Libera Terra.

La domanda sorge spontanea: perché un simile schieramento di forze se si tratta in buona parte dei surrogati europei di Libera? Per lanciare un messaggio molto chiaro alla Corte Europea dei Diritti Umani. L’antimafia è già in Europa ed è pronta a trarre il beneficio delle misure di prevenzione italiane anche in Germania, Francia, Belgio, Norvegia. I ricorsi Cavallotti contro Italia e Macagnino e Marzo contro Italia hanno messo in discussione l’intero fenomeno antimafioso e, in caso di accoglimento, rischia di crollare quella che finora è stata l’infrastruttura principale del sistema: i beni confiscati. Questo sistema punta invece a esportare l’antimafia in Europa, ci lavora da anni per trovare le formule migliori. Il 25 ottobre 2011 il Parlamento Europeo approvò all’unanimità la proposta di istituire una Commissione Parlamentare Antimafia Europea, con relatrice unica Sonia Alfano, eletta prima e ultima presidente di questa commissione parlamentare composta anche da Rosario Crocetta e Salvatore Iacolino, ed esplicitamente sostenuta da Beppe Lumia. Il 4 gennaio 2012 L’Espresso pubblicò l’appello alle istituzioni europee affinché si dotino degli strumenti più idonei per sbarrare la strada alle cosche sempre più internazionali con dichiarazioni di otto protagonisti della lotta contro il crimine organizzato: Antonio Ingroia, Salvatore Borsellino, Domenico Mogavero, Claudio Barone, Giovanni Assenzio, Sonia Alfano, Nino Di Matteo e Antonello Montante. Proprio quest’ultimo, con la spudoratezza e il pericoloso individualismo che l’ha contraddistinto negli ultimi anni di ascesa confindustriale, ha costretto l’intero fenomeno antimafioso a una battuta di arresto e maggiore cautela in ogni sua azione; forse fu proprio lui a trascinare il sistema nella prima faida interna contro la fazione di Silvana Saguto, ma per poter confermare una simile ipotesi sarebbe necessario un ulteriore approfondimento e qualche voce che trovi il coraggio di parlare.

San Marino e Norvegia
Mentre l’antimafia ha dovuto rallentare quelle mire espansionistiche che adesso rischiano di essere scongiurate definitivamente, negli ultimi sette anni la Repubblica di San Marino è stata oggetto di un ricorso alla Corte EDU del cittadino Massimiliano Simoncini, una decisione che a febbraio di quest’anno ha condannato il governo sammarinese a risarcire il ricorrente per la violazione degli articoli 6 e 8 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, che riguardano rispettivamente il principio di equità e irretroattività del procedimento e il diritto al rispetto della sfera personale. Concetti che sono effettivamente parte, diretta o indiretta, della questione delle misure di prevenzione italiane, non è da escludere che questo abbia influito sulla decisione del governo sammarinese di partecipare. È certo che, ad appena venti giorni dal rinvio alla Grande Camera dei ricorsi, l’Agente di Governo della Repubblica di San Marino presso la Corte EDU è stato sostituito da Luciano Calamaro, ex giudice della Corte dei Conti a Roma. Una nomina che ha suscitato diverse polemiche dell’opposizione politica per un cambio ritenuto brusco e improvviso, nonché per i dubbi sulle sue competenze in materia. È opportuno sottolineare che Calamaro sembra non godere di alcun nesso col fenomeno antimafioso, ma si tratta comunque di un ex magistrato italiano e questo suo improvviso incarico è singolare, a maggior ragione che l’ultima partecipazione come parte terza del governo sammarinese presso la Corte EDU risale al 2010 sull’esposizione dei crocifissi nelle scuole. Date le violazioni contestate al governo a febbraio di quest’anno nel Simoncini contro San Marino, è possibile ipotizzare che l’attuale governo sammarinese nutra l’interesse di ridefinire i principi democratici e fungere da cavia per l’esportazione di queste misure di prevenzione.
Discorso differente riguarda il governo norvegese: è dello scorso aprile la notizia della proposta di legge per introdurre la Selvstendig inndragning, la confisca indipendente dal processo penale. La proposta ha suscitato accese polemiche da parte dell’Advokatforeningen, l’Ordine degli Avvocati, per i gravi rischi che comporta approvare una legge che consenta di colpire anche chi è stato assolto nel merito. La norma è esplicitamente ispirata alla confisca vigente in Georgia, ma avrebbe una certa familiarità anche con quella italiana, in primis per l’inversione dell’onere della prova: è sufficiente che il procuratore rilevi una sperequazione affinché il destinatario della misura debba dimostrare la provenienza lecita dei suoi beni, in quella corsa contro il tempo che gli imprenditori dell’Italia meridionale conoscono ormai fin troppo bene, fondata sul disperato tentativo di dimostrare la propria innocenza in assenza di un capo d’accusa mentre lo Stato amministra i beni sequestrati.
Conclusioni
Quanti casi Saguto e Montante dovranno ancora passare per comprendere che le basi di quest’antimafia hanno ben poco a che vedere con la lotta alla mafia? E se non tutti gli antimafiosi sono complici di questi casi, il loro silenzio li lega a queste tragiche pagine della democrazia a prescindere da una responsabilità materiale o morale. Allo stato attuale, in un panorama di depistaggi quotidiani sulle ricostruzioni delle stragi di trent’anni fa e sulla censura a danno degli imprenditori depredati dei beni, un’energica lotta alla mafia odierna trova ben poco spazio. E anche questo, almeno culturalmente, è simbolo di una vittoria della mafia su quell’assetto istituzionale che non sa più come tutelare i più basilari principi democratici come la presunzione d’innocenza. Come già trattato, nel paradosso antimafioso l’allora sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro e l’ex magistrato pentastellato Federico Cafiero De Raho si ritrovano a difendere le misure di prevenzione.
Perché l’antimafia è un potere e come tale usa a propria discrezione la politica per arricchirsi e salvaguardare quell’impronta speculativa che la caratterizza; e continuerà a farlo, finché ci sarà una simile omertà sulla questione dei beni confiscati. Come ogni potere, dopo aver depredato il depredabile nei territori dove lo Stato è più assente, punta alle ricche economie del Nord, dell’Europa, insomma: va dove ci sono i piccioli.