I sequestri per mafia alla Corte Europea: l’UCPI cosa fa?
L’Unione Camere Penali Italiane non ha risposto alla nostra richiesta di chiarimenti sul deposito tardivo delle integrazioni alla Grande Camera. Un punto a favore per la rete di Libera?
Un campo polarizzato
Le polarizzazioni sono sempre sbagliate, ma nell’antimafia è un modus operandi rodato al punto che talvolta diventano inevitabili. Ad esempio, come abbiamo trattato nel precedente articolo, la paradossale partecipazione alla Grande Camera di Libera e delle sue surrogate europee come soggetti terzi sulla questione delle misure di prevenzione impedisce di trattare l’argomento senza individuare degli schieramenti chiari come su un campo di battaglia. Mentre è molto probabile che il centro studi RUO presieduto dalla professoressa Daniela Mainenti sfili al fianco di Libera, l’Unione delle Camere Penali Italiane è da anni al fianco delle vittime innocenti di sequestri e confische che oggi chiedono giustizia alla Corte Europea dei Diritti Umani.
Se da un lato lo schieramento antimafioso, questa Corazzata Donciottkin, ha dimostrato di poter contare su un cieco sostegno della politica – dal Movimento 5 Stelle con Federico Cafiero De Raho al governo con l’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, alla faccia dei teatrini di scontro politico che palesano nei temi più in vista – e sul silenzio mediatico, lo schieramento degli innocenti ha dalla sua parte alleati tendenzialmente isolati, sia persone singole che associazioni, e ovviamente i dati di fatto: assoluzioni, beni depredati, aziende devastate e nessuno spiraglio di risarcimento o ascolto da parte dello Stato Italiano.
In questo clima per nulla favorevole a chi chiede giustizia, l’Unione Camere Penali Italiane ha depositato le integrazioni richieste oltre la scadenza prevista e non sono state ammesse. Nessuna ammissione di un plausibile errore, anzi, è seguito un comunicato stampa in cui viene rivendicato un intento strategico di difficile comprensione, per cui abbiamo chiesto spiegazioni. A distanza di un mese dal nostro tentativo di contatto, possiamo confermare che l’UCPI rifiuta di fornirci spiegazioni sulla sua condotta e lo fa manifestando il silenzio. Abbiamo tentato di contattare sia telefonicamente che per posta elettronica il presidente Francesco Petrelli, la vicepresidente Giulia Boccassi, il segretario Rinaldo Romanelli e il componente con delega all’Osservatorio delle Misure di Prevenzione Valerio Murgano. Hanno preferito il silenzio.
Le motivazioni ufficiali dell’Unione Camere Penali Italiane
È opportuno ribadire che l’UCPI è stata finora vicina alla causa delle vittime innocenti delle misure di prevenzione. Col rinvio alla Grande Camera quest’anno, a fronte di nuove sentenze e nuovi spunti, sarebbe stato opportuno il deposito di una nuova memoria entro fine luglio. A metà agosto viene data notizia del deposito tardivo da Pietro Cavallotti, giurista e protagonista del caso Cavallotti contro Italia, che sui social si è dichiarato amareggiato al punto da invitare il presidente Petrelli a rassegnare le dimissioni. A queste rimostranze, un componente dell’Osservatorio Misure di Prevenzione dell’UCPI si era esposto parlando di negligenza e definendo la condotta della giunta “imbarazzante”. Il tempo imperfetto in quest’ultima frase è d’obbligo, perché il commento di questo componente è sparito e al suo posto è comparso un comunicato ufficiale dell’UCPI:
UCPI: nessuna decadenza davanti alla Grande Camera CEDU
L’UCPI precisa che non vi è stata alcuna decadenza o negligenza nel procedimento davanti alla Grande Camera CEDU: la memoria originaria era stata depositata tempestivamente ed è rimasta nel fascicolo. La successiva memoria, depositata oltre il termine dopo il diniego della partecipazione orale, poteva essere ammessa a discrezione del Presidente della Corte, che ha scelto di non inserirla. Pertanto, la decisione della CEDU non ha pregiudicato l’intervento dell’UCPI, il cui contributo principale resta acquisito agli atti.
Questa è la premessa. Si riporta la spiegazione della condotta:
Successivamente la Corte ha offerto all’Unione la possibilità di presentare osservazioni ulteriori o rivedute davanti alla Grande Camera. In quella fase è stata compiuta una precisa scelta processuale, quella di non sovrapporre alla estesa e completa memoria già depositata un secondo scritto privo di significativi elementi di novità, nella prospettiva di rafforzare la richiesta motivata e ritualmente depositata di essere ammessi anche alla discussione orale davanti alla Grande Camera. La scelta, dunque, non è derivata da dimenticanza o trascuratezza, ma da una valutazione consapevole della condotta da seguire nel procedimento, atteso che la partecipazione alla discussione orale avrebbe posto l’Unione nella condizione di esporre con modalità ancora più incisive le ragioni già compiutamente affidate allo scritto in atti.
In sostanza, l’UCPI avrebbe preferito non depositare alcuna integrazione perché “cullata” dall’incisività che avrebbe dimostrato nella sua partecipazione alla discussione orale. Una partecipazione che, però, sembra non fosse affatto scontata.
Quando il termine per il deposito di una eventuale seconda memoria era già spirato, la richiesta di partecipare all’udienza è stata respinta dal Presidente, che non ha ravvisato quelle “exceptional circumstances” che, ai sensi della Rule 44 § 3(a), consentono eccezionalmente al terzo interveniente di prendere parte alla discussione orale.
Da quanto dichiarato, sembra che la partecipazione alla discussione orale sarebbe addirittura un’eccezionalità. Dunque, la strategia vantata dall’UCPI sarebbe stata quella di non depositare un’integrazione scritta, richiesta e prevista e puntare su un’eventuale ed eccezionale partecipazione alla discussione orale.
La scelta strategica si rivela ancor più sorprendente nel piano B:
La scadenza del termine per il deposito di scritti integrativi o modificativi ha fatto venir meno il diritto dell’Unione a ottenere l’acquisizione della nuova memoria, ma non si è concretizzato alcun divieto assoluto di presentarla, tanto meno sanzionato da profili di inammissibilità.
L’Unione, pertanto, una volta venuta meno la possibilità di partecipare alla discussione orale, ha ritenuto di depositare un ulteriore contributo scritto nella prospettiva che il Presidente esercitasse il potere che il Regolamento gli ha espressamente riconosciuto di ammetterlo al fascicolo. Il Presidente ha ritenuto di non esercitare tale facoltà.
In altre parole: anche se i termini sono scaduti, la Grande Camera può comunque accettare un contributo scritto che viene depositato spontaneamente. Certo, può anche non accettarlo, com’è infatti avvenuto.
Come se il dipendente di un’azienda avesse tutti i requisiti per partecipare a un concorso interno ma, anziché concorrere, preferisse attendere la scadenza dei termini concorsuali per presentarsi successivamente con una candidatura spontanea.
La possibilità di ottobre
In seguito al comunicato dell’UCPI, Pietro Cavallotti ha dichiarato rinnovata la sua fiducia e ha proposto una serie di iniziative da intraprendere nei prossimi mesi sul tema delle misure di prevenzione. Iniziative che abbiamo ribadito anche nelle nostre domande, in cui abbiamo chiesto se l’UCPI intenda onorare l’impegno proposto da Cavallotti e quali altre iniziative intenda abbracciare al riguardo, ma anche a questa domanda la giunta ha preferito non rispondere.
Abbiamo contattato anche Pietro Cavallotti per ottenere un maggiore riscontro sulla fiducia rinnovata e sulle proposte.
Ho avuto modo di confrontarmi con il Presidente Francesco Petrelli. Si è impegnato a mantenere prioritario il tema delle misure di prevenzione per l’Unione Camere Penali Italiane. E questo, in vista dell’apertura dei lavori dopo l’estate, è un bene.
L’Unione delle Camere Penali Italiane non ha certo perso l’occasione di essere presente a questa decisione di portata storica sulle misure di prevenzione, a maggior ragione che nel mese di ottobre è previsto il Congresso Straordinario.
Per ora ha perso l’occasione di ammettere un errore, di fornire una spiegazione plausibile, di dimostrare che tanti anni al fianco di persone massacrate da un sistema millantato per “giustizia” e “lotta alla mafia” avesse assunto un valore ben oltre l’orgoglio di apparire sempre e comunque vincenti. È proprio il margine di errore che alimenta il principio democratico, così afflitto da questo regime di terrore preventivo che corrode l’ossatura dello Stato di diritto in un Paese cieco, muto e sordo. Un Paese che ha dimostrato di preferire la propaganda della lotta alla mafia rispetto alla lotta stessa. L’ha dimostrato con un Maurizio Landini della CGIL che confonde la Legge Rognoni-La Torre con la Legge Libera, coi già citati Cafiero De Raho e Delmastro che non esitano a scomodare la memoria di Falcone e Borsellino per tentare di fermare il ricorso alla Corte EDU o per elogiare un disegno di esportazione delle misure di prevenzione in Europa – ne abbiamo già parlato ed è bene ribadire il principio: l’Italia vuole esportare l’antimafia in Europa come gli USA esportano la pace in Medio Oriente – omettendo sistematicamente le posizioni palesemente contrarie di Giovanni Falcone nei confronti di questo genere di misure. Lo Stato Italiano ha dimostrato, più in generale, di voler ignorare il problema e le vittime innocenti di queste misure. Ha sostanzialmente dimostrato con parole, opere e omissioni che la mafia è un pretesto per mantenere quell’insieme di privilegi antimafia che in tempi non sospetti persino Rosy Bindi, all’epoca Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ebbe a definire un sistema di potere.
I vincenti sono loro, sempre e comunque. E dato che la Storia insegna la contagiosità del potere e l’attrazione nelle sue infinite emanazioni, è fondamentale comprendere che non è necessaria la parvenza di vittoria, ma la volontà di giustizia.
Qua, tra esseri umani che chiedono giustizia, si lotta con la consapevolezza di errare.