Nitto Santapaola, il padrone dell’inganno
Ritratto e genesi di un metodo di potere ancora attuale
Quarantaquattro anni da uomo libero, undici da latitante, trentatré da detenuto. Nel primo pomeriggio del 2 marzo, l’Ufficio Matricola del carcere di Opera ha comunicato il decesso, il termine dell’ultima vita di Nitto Santapaola, a cui è bastata la prima perché il suo nome continuasse a imperare su Catania fino ad oggi. I giornali tornano a parlarne, ripescano dove possono informazioni sul suo vissuto, ed è inevitabile comprendere una delle pecche principali della visione palermocentrica dell’antimafia: Santapaola è stato un alleato dei Corleonesi e questo ha condizionato ogni ricostruzione della sua ascesa e del suo mantenimento del potere. Segue lo stesso principio secondo cui la mafia sarebbe comparsa a Catania solo nel 1925 con l’intercessione della famiglia Tagliavia di Palermo, che si occupò dell’iniziazione di Giuseppe Indelicato, Agatino Florio, Antonino e Luigi Saitta; un ragionamento lineare, rafforzato dal fatto che i fratelli Pippo e Antonino Calderone furono poi iniziati dagli stessi Saitta e, dai Calderone, la narrazione ufficiale arriva direttamente ai Santapaola. Purtroppo emerge un dato, lo stesso di ogni altra narrazione ufficiale dell’antimafia: un collegamento con Palermo è d’obbligo, come una sorta di subalternità. Anche se una famosa mappa sulla densità mafiosa in Sicilia del 1900, facilmente reperibile su internet, indica come centri di particolare interesse Bronte, Misterbianco, Adrano, Nicolosi e la stessa Catania; per non parlare del territorio di Siracusa con Lentini, Melilli e Noto, della successiva provincia di Ragusa con Comiso e Vittoria, di Messina con Castroreale e Barcellona Pozzo di Gotto, solo per citare alcuni comuni di quei territori definiti per decenni province babbe. Allo stesso modo, mentre a Corleone il futuro capomafia Luciano Liggio uccideva il sindacalista Placido Rizzotto per le lotte contadine, ad Augusta sorgeva il primo impianto della raffineria; poco più di dieci anni dopo, mentre i capimafia palermitani erano concentrati nella speculazione edilizia del Sacco di Palermo, veniva manomesso l’aereo di Enrico Mattei in partenza da Catania. In sostanza, se nei primi vent’anni del Secondo Dopoguerra l’Onorata Società – che nel frattempo si tramuta in Cosa Nostra – usava la lupara e il cemento in Sicilia Occidentale, in quella Orientale era già perfettamente integrata nello sviluppo industriale e negli equilibri economici nazionali. Con buona pace della narrazione ufficiale palermocentrica, dunque, Nitto Santapaola ha ereditato quel tipo di potere e ha contribuito alla sua espansione; come l’ha definito Claudio Fava, è stato silenziosissimo sacerdote di quel sistema perfetto e osceno.
Avrebbe voluto realmente diventare sacerdote, secondo quanto sostiene la narrazione ufficiale, mentre frequentava i Salesiani e la chiesa della Madonna delle Salette, a pochi metri dalla sua casa natia nel cuore di San Cristoforo. Viene ripetuto da svariate fonti che fosse figlio di una delle sorelle D’Emanuele, donne su cui non si sa nulla se non che abbiano dato alla luce Nitto Santapaola, Pippo Ercolano e Francesco Ferrera, tre cognomi che ancora oggi risuonano con una forte associazione, tanto che il clan prende il nome di Santapaola-Ercolano. Grazie ad un lavoro di verifica e ricostruzione, seppur alle prime fasi, è possibile affermare che Nitto Santapaola fosse figlio di Vincenzo e Cosima D’Emanuele, una delle tre famose sorelle – le altre due si chiamavano Maria e Angela, rispettivamente mogli di Aldo Ercolano e Salvatore Ferrera – e figlia di Natale D’Emanuele d’a Plaia.
L’ascesa e l’asse Catania-Trapani
È noto che in gioventù il futuro boss lavora come tipografo, arrotonda come contrabbandiere e viene iniziato a Cosa Nostra lo stesso anno della scomparsa di Enrico Mattei, nel 1962, ma come sia passato dal prendere lezioni di dressage nel boschetto della Playa a possedere giochi acquatici estivi e concessionarie di automobili resta un mistero. È altrettanto misterioso come sia passato da una denuncia nel 1975 per contrabbando di sigarette all’omicidio di Pippo Calderone, capomafia indiscusso di Catania, nel 1978. Calderone è stato testimone di nozze del capomafia di Riesi Giuseppe Di Cristina insieme al senatore democristiano Graziano Verzotto, il sospettato principale del delitto Mattei nonché braccio destro del padrone della Montedison e fondatore della P2 Eugenio Cefis; è stato anche il promotore della ricostituzione della cupola dopo la guerra di mafia del 1963 e ha fatto da padrino di battesimo ad uno dei figli del boss camorrista Ciro Mazzarella, un cognome che segna l’inizio di un filone mai sufficientemente approfondito di camorristi affiliati a Cosa Nostra come Lorenzo Nuvoletta e il fondatore del Clan dei Casalesi Antonio Bardellino. Questo è Pippo Calderone, ucciso da un uomo che per la società è un perfetto sconosciuto, tuttavia associato a un altro episodio di quegli anni: la sparizione a luglio 1976 di quattro adolescenti di San Cristoforo, ritenuti responsabili di uno scippo a danno di una donna che, cadendo, riporta una frattura a un braccio; quella donna è Cosima D’Emanuele, madre di Nitto Santapaola. Dalla testimonianza di Antonino Calderone – fratello di Pippo, collaboratore dal 1986 – i ragazzi sarebbero stati strangolati e gettati in un pozzo, uno di loro ancora vivo per mancanza di coraggio del sicario; l’episodio sarà ribattezzato molti anni dopo la strage dei picciriddi.
Il 13 agosto 1980, Nitto Santapaola viene fermato insieme ai suoi concittadini Francesco Mangion, Rosario Riccobono e ai mazaresi Mariano Agate e Antonino Riserbato, a bordo di due auto in corsa tra Mazara del Vallo e Campobello di Mazara. Tre ore prima è stato ucciso a Castelvetrano il segretario provinciale della DC Vito Lipari e, in quelle auto, i carabinieri trovano due fucili che Santapaola giustifica menzionando una battuta di caccia con un amico di cui non fa il nome. Nonostante la condanna all’ergastolo in primo grado, nel 2000 il processo termina con un’assoluzione per insufficienza di prove. Ma perché ricorrere ai catanesi per un delitto apparentemente così locale? In realtà, una consistente parte dei fondi per la ricostruzione in seguito al terremoto del Belice sono finiti nelle mani dell’imprenditore Gaetano Graci, che nel 1984 viene identificato come “l’amico” della battuta di caccia, uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa protagonisti delle inchieste più note di Pippo Fava. D’altronde, Vito Lipari era presidente e dirigente del consorzio per lo sviluppo industriale della provincia di Trapani, un potenziale ostacolo all’attività dei catanesi nel Belice, ma questo nesso non è mai stato accertato. A questi fatti bisogna aggiungere che secondo diverse fonti, tuttavia non confermate dagli atti giudiziari, proprio in quel periodo Nitto Santapaola avrebbe tenuto al battesimo mafioso della punciuta il giovanissimo Matteo Messina Denaro, figlio del boss di Castelvetrano. A prescindere da quest’ultimo aneddoto, è evidente che esista un vero e proprio asse Catania-Trapani antecedente a quell’ascesa Corleonese che sembra stravolgere lo scenario di Cosa Nostra a mitragliate di uomini armati fino ai denti e con una curiosa preparazione alla guerriglia urbana. I catanesi e i trapanesi sembrano i capifila di altri uomini dotati della stessa preparazione e ferocia, incredibilmente coordinati in tutta l’isola per annullare i vertici mafiosi.
L’espansione col “metodo Santapaola”
La tensione aumenta anche a Catania. Infatti, dopo la morte di Pippo Calderone, diversi gruppi criminali hanno riconosciuto come capo il narcotrafficante Alfio Ferlito, cugino dell’assessore ai lavori pubblici della città etnea. Scoppia la guerra di mafia tra Santapaola e Ferlito: in via delle Olimpiadi, il 6 giugno 1981 viene crivellata di proiettili un’autovettura blindata intestata proprio a Santapaola che, rintracciato dagli inquirenti, sostiene di aver abbandonato il veicolo sul posto poiché non ricordava il codice segreto del dispositivo installato per l’avviamento dell’auto. Sì, un venditore di cocomeri con piccoli precedenti penali è proprietario di un’auto blindata con codice segreto d’avviamento che viene presa a mitragliate, e gli inquirenti lo rilasciano. Viene arrestato Ferlito, ma proseguono diversi agguati, tra cui la Strage di via dell’Iris, a cui Santapaola scampa grazie a un’informazione falsa che conduce i killer a sparare in un appartamento dove non ha mai messo piede, e la Strage della Circonvallazione di Palermo, in cui viene ucciso Ferlito durante la sua traduzione dal carcere di Enna a quello di Trapani. Il sospetto gruppo di fuoco, capeggiato dal siracusano Nunzio Salafia, verrà poi prosciolto nel 1985 per insufficienza di prove nonostante il procedimento si chiuderà solo nel 2006. La mafia da Catania viene alla conquista di Palermo dichiara a Giorgio Bocca de La Repubblica il neoprefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa nella sua ultima intervista, prima della Strage di via Carini.
In un primo momento, Santapaola trascorre la latitanza in un appartamento di Siracusa in via Monteforte, presso la casa dell’amante del suo braccio destro Francesco Mangion, ma non sembra abbia particolari necessità di nascondersi alle autorità, né lui né i suoi uomini. Infatti, in quel periodo Mangion compirebbe una telefonata dall’abitazione di un magistrato del Tribunale di Catania durante la sua latitanza. Questo aneddoto è riportato da una testimonianza autorevole, seppur rimasta inascoltata a suo tempo, e suggerisce che la presenza di Santapaola a Siracusa non sia una fuga, ma una manifestazione di potere su un territorio sempre più esteso. Durante quel soggiorno raccoglie informazioni su Pippo Fava, originario della vicina Palazzolo Acreide, che scrive su di lui con insistenza e mantiene l’attenzione pubblica sulla base militare di Comiso.
Proprio nel periodo intorno all’uccisione di Fava nel 1984, i gruppi dissidenti ai Santapaola si riorganizzano sotto la guida di Salvatore Pillera e Turi Cappello. Tra questi spicca il gruppo dei Laudani, ex allevatori di capre di San Cristoforo che in realtà vengono affiliati segretamente ai Santapaola per scatenare una faida interna al clan Pillera-Cappello e impedire che organizzi un’offensiva. Santapaola, nel frattempo, prosegue la sua latitanza in un appartamento di via Trento a Barcellona Pozzo di Gotto, a trenta metri dall’abitazione del giornalista Beppe Alfano, che viene ucciso nel 1993.
Tra i delitti Fava e Alfano, delle faide locali interessano anche Siracusa e Barcellona Pozzo di Gotto. Nitto Santapaola presenzia a delle riunioni nel tentativo di mettere pace tra le cosche ma, nel frattempo, sollecita i suoi uomini di riferimento sul territorio affinché proseguano nell’avanzata violenta. È un vero e proprio “metodo Santapaola”, paciere manifesto e aggressore occulto allo stesso tempo, che non risparmia neanche i gruppi legati direttamente ai Corleonesi. Questi ultimi non reagiscono o, più probabilmente, non hanno il potere di reagire. Così, nel 1992, mentre in Sicilia Orientale vengono eliminati i riferimenti Corleonesi, nella parte Occidentale Nitto Santapaola partecipa all’organizzazione delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Un cortocircuito interno a Cosa Nostra che Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca provano a interrompere affiliando Santo Mazzei u Carcagnusu, esponente dei Cursoti, un gruppo criminale del rione catanese dell’Antico Corso frammentato da una recente faida interna. Il fine dell’affiliazione è ufficialmente quello di costituire una nuova famiglia a supporto dei Santapaola ma, in realtà, l’obiettivo di Bagarella e Brusca è quello di costituire una cellula Corleonese che possa rovesciarli. Il piano non funziona, anzi, i Santapaola riescono a mettere in atto nuove agitazioni interne ai Cappello e ai neonati Mazzei, indebolendoli ulteriormente e rinnovando il proprio potere.
La rendita ricavata dal palermocentrismo, ancora oggi
La storia della cellula Corleonese in territorio etneo meriterebbe un approfondimento a parte. Allo stesso modo, una ricostruzione adeguata dei tempi recenti dovrebbe ripartire dal 27 luglio 1992, con l’omicidio dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio, responsabile della denuncia di estorsione contro Giuseppe Pulvirenti u Malpassotu, reggente dell’hinterland etneo da Belpasso a Misterbianco. Proprio dai legami di Pulvirenti spicca Francesco La Rocca, boss di Caltagirone e organizzatore dei distaccamenti mafiosi a Enna e Caltanissetta, che viene menzionato anche in uno dei processi contro l’allora Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo. In quello stesso processo viene sentito Maurizio Di Gati, che invece apre il potere dei Santapaola nella provincia di Agrigento. Ma si tratta di fatti strettamente contemporanei, di tutt’altra generazione rispetto a quella di Nitto Santapaola, arrestato all’alba del 18 maggio 1993 nelle campagne di Mazzarrone. Trascorre gli ultimi anni senza collaborare con la giustizia e nei processi parla con una calma quasi sorniona, quando parlano i collaboratori di giustizia interviene per il solo fine di insultarli e ogni tanto si lascia andare a sfuriate improvvise. Quando nel 1995 il collaboratore di giustizia Giuseppe Ferone uccide sua moglie, Santapaola scrive una lettera in cui dichiara di non riuscire ad odiarlo e che non ci riescono i miei figli, invita dunque l’assassino a pentirsi veramente, cristianamente e a dire tutte le malefatte compiute da quando è stato liberato. Poi si rivolge allo Stato: come mai dopo quattro chiacchiere lo avete liberato? E infine, prima di concedersi qualche dichiarazione poco credibile di quanto fosse bella e sicura Catania quando era a piede libero, rassicura la moglie e la figlia di Ferone: state tranquille perché al mondo sono pochissimi gli uomini che pensano e agiscono come Ferone.
Sempre meno interessante per i media, soggiorna per un periodo nel carcere di Pianosa nonostante il diabete e su di lui circolano le leggende metropolitane più svariate, come quella secondo cui soffrirebbe di una forma di licantropia clinica. U Lupu, u Cacciaturi sono solo alcuni dei soprannomi affibbiati a chi si è rivelato il regista occulto di un grande inganno, sia all’interno di Cosa Nostra che all’esterno, dove ha sfruttato il palermocentrismo dell’antimafia per ricavare una rendita che ancora oggi viene riscossa dai suoi eredi nella preziosissima valuta della banalità di facciata. E la paghiamo noi, a peso d’indifferenza.
Se Ferlito ha truffato sei miliardi e ci sono anche i giornali che parlano, sia i compagni […] ma lo sanno tutti che aveva truffato sei miliardi sia a questi rifornitori o sia ai compagni, non lo so chi è che siano. Io non mi sono mai interessato di questa porcheria, io. […] Signor Presidente, Marino Mannoia dice che non avevano bisogno di asini come i catanesi per fare omicidi a Palermo. Io sono un asino, io completamente, non lo so da dove sono uscito. Hanno fatto di me un mito, ma io sono un boss? Ma quale boss sono? Hanno fatto un boss con la fantasia. Io sono invece un boss di cartastraccia che appena c’è un piccolo vento o una piccola pioggia si affloscia. Sono questo io. […] Chi sono questi palermitani? Io non conosco nessuno. Chi sono questi palermitani? Io sono catanese.
(Udienza del 2 dicembre 1993, processo di rinvio presso la Corte d’Assise d’Appello di Palermo)