Ergastolo patrimoniale agli innocenti, solo in Italia (perciò processata a Strasburgo). Intervista a Pietro Cavallotti
Un approfondimento su quel fenomeno problematico, mistificato e glorificato, di nome antimafia.
In Italia è possibile sequestrare un’azienda per mafia in assenza di condanna, persino in assenza di un’accusa per mafia. Non importa se manca il reato, il proprietario dell’azienda sequestrata deve comunque trovare il modo di dimostrare la propria innocenza per sperare in una restituzione dei beni, e deve farlo prima che rimangano soltanto le ceneri perché, nel frattempo, l’amministratore giudiziario nominato dall’ufficio Misure di Prevenzione del tribunale può nominare a sua volta coadiutori e altre figure professionali. A spese dell’azienda.
Anche in caso di restituzione dei beni, a prescindere dalle condizioni in cui avviene, gli eventuali debiti e danni, il proprietario prosegue il calvario perché nessuno impone alle banche di ripristinare la sua posizione o di assisterlo, e per loro continua ad essere una persona che ha subito un sequestro per mafia. D’altronde, questa macchia persiste anche agli occhi della società civile, perché la stampa è sempre pronta a riportare l’operazione di sequestro preventivo come l’ennesimo duro colpo inferto alle cosche; spesso, per rendere l’azione più suggestiva, i sequestri preventivi avvengono proprio in concomitanza o subito dopo uno dei maxiblitz celebrati dall’autorità giudiziaria, tra comunicati delle forze dell’ordine ripresi da tutti i giornali e la conferenza stampa della procura. Che sia voluto o meno, sono tutti elementi del più grande indotto economico del Meridione d’Italia: l’antimafia, i cui sequestri e confische costituiscono il motore pulsante.
Il caso Cavallotti
Gli imprenditori Cavallotti di Belmonte Mezzagno si occupano di metanizzazione in Sicilia, un vero e proprio primato alla fine del secolo scorso. Nel 1998, tuttavia, un’operazione antimafia denominata Grande Oriente segna l’inizio del loro calvario giudiziario e di quello che può definirsi senza timore di smentita un “ergastolo patrimoniale”, persistente e rinnovato anche in seguito alla loro assoluzione.
Il caso Saguto, che li rende noti in quanto vittime per eccellenza dell’ex giudice oggi condannata in via definitiva proprio per le depredazioni giudiziarie nel nome dell’antimafia, è solo una delle tante note amare che lo Stato ha regalato a questa famiglia, motivo per cui è stato istituito il ricorso presso la Corte Europea dei Diritti Umani. Il 31 marzo di quest’anno la decisione è stata rimessa alla Grande Camera, dopo anni che hanno mostrato un’Italia della politica e delle istituzioni particolarmente impegnata a non parlarne, a fingere di non capire, a limitarne la divulgazione, a tacere su scandali analoghi e, con un’interrogazione parlamentare del 2024 a firma di Federico Cafiero De Raho e altri ventidue onorevoli pentastellati, a tentare di bloccare il ricorso perché accoglierlo significherebbe calpestare l’eredità di Paolo Borsellino. Dalle immagini che seguono è possibile constatare come lo Stato ha ridotto i beni che avrebbe dovuto amministrare. Non è chiaro, invece, che nesso abbia l’eredità di Borsellino con questo scempio.
Nessun risarcimento da parte delle istituzioni, anzi. In seguito a un’interrogazione parlamentare sull’argomento a firma del segretario della Camera dei deputati Roberto Giachetti nel 2025, dopo cinquantotto giorni di attesa risponde per conto del governo Andrea Delmastro Delle Vedove, all’epoca sottosegretario alla Giustizia, non ancora dimesso per l’indagine sui presunti rapporti imprenditoriali col clan Senese. La sua risposta in burocratese stretto sostiene che le Misure di Prevenzione non sono intese come una pena o una sanzione, pertanto non violano il principio della presunzione d’innocenza; non c’è quindi alcun bisogno di un risarcimento, dal momento in cui è già previsto che l’amministrazione giudiziaria debba lavorare bene. E dalle foto si vede, quanto lavori bene. In fondo, un mese prima di rispondere all’interrogazione parlamentare – nel bel mezzo dell’attesa, dunque – Delmastro si è espresso con sommo vanto alla Coalizione dei Paesi europei contro la criminalità organizzata:
Grande soddisfazione per la dichiarazione finale che recepisce la storica posizione italiana sulle confische preventive dei patrimoni, eredità morale e giuridica delle intuizioni di eroi dell’antimafia come Falcone e Borsellino. […] È sempre più radicata la consapevolezza che l’Italia esporta non più mafia, ma antimafia.
L’Italia dichiara di voler esportare l’antimafia a livello europeo, forse mondiale, un po’ come gli Stati Uniti d’America dichiaravano di voler esportare la pace nel Novecento. E chi se ne frega se gli imprenditori aspettano una risposta dal governo, sono alla CEDU per chiedere giustizia e per questo motivo subiscono un’interrogazione parlamentare da parte delle opposizioni. Forse il problema di fondo è proprio questo: la promozione di un’antimafia gloriosa è un punto d’incontro valido sia per gli schieramenti politici che per le istituzioni, un compromesso troppo vantaggioso perché se ne possa discutere. E torna l’atmosfera di quel timor di Stato già trattato nella storia di Gioacchino Basile.
L’intervista a Pietro Cavallotti
Ne parliamo con Pietro Cavallotti, giurista e membro del consiglio direttivo di Nessuno Tocchi Caino, testimone di questa storia ed esponente di punta in questa battaglia di civiltà.

La sua famiglia ha subito quasi ogni tipo di misura cautelare: dagli arresti alla fine negli anni Novanta fino alla confisca nell’era di Silvana Saguto. Domanda schietta: a chi davate fastidio?
È difficile rispondere a questa domanda e non è mia abitudine fare supposizioni o dietrologie. Posso limitarmi ai fatti. La mia famiglia, con enormi sacrifici, aveva costruito un gruppo industriale solido, destinato a diventare una delle realtà più importanti del Sud Italia. Abbiamo operato puntando sull’innovazione, investendo risorse nel settore della metanizzazione, garantendo posti di lavoro, sviluppo e un servizio a costi contenuti per i cittadini. Il nostro calvario è iniziato in una fase storica ben precisa: quando l’allora Comunità Europea stanziò centinaia di miliardi di lire per la metanizzazione dei comuni siciliani. Casualmente, in quel momento, fummo estromessi dal mercato per via giudiziaria, lasciando campo libero ad altre imprese concorrenti che, di fatto, finirono per beneficiare di quegli ingenti fondi pubblici.
Al vostro caso se ne sono aggiunti diversi, troppi. Chi ha intrapreso questa battaglia?
Sono migliaia in Italia le persone che, da innocenti, hanno subito la confisca di prevenzione. Molti di più di quanti le cronache ne raccontino. Di fronte alla distruzione della propria vita, molti si arrendono; altri scelgono di non esporsi per la vergogna del marchio infamante che queste misure portano con sé, o per il terrore di subire ulteriori ritorsioni giudiziarie. In questi anni, l’unica realtà che ha intrapreso una battaglia seria, ispirata e determinata per la riforma del sistema e per il ripristino dello Stato di Diritto è Nessuno tocchi Caino. Per tutti coloro che brancolano nel buio e nella disperazione delle misure di prevenzione, questa associazione costituisce oggi l’unico vero faro di speranza.
Il 6 giugno 2024 l’onorevole Federico Cafiero De Raho presenta un’interrogazione parlamentare nel tentativo di fermare il vostro ricorso alla CEDU, firmata anche dagli onorevoli Stefania Ascari, Andrea Quartini, Filippo Scerra, Anna Laura Orrico, Dario Carotenuto, Gaetano Amato, Valentina Barzotti, Emma Pavanelli, Ilaria Fontana, Patty L’Abbate, Ida Carmina, Leonardo Donno, Daniela Torto, Carmela Auriemma, Alfonso Colucci, Pasqualino Penza, Giorgio Fede, Antonino Iaria, Davide Aiello, Antonio Caso, Enrico Cappelletti e Michele Gubitosa. Riporto due passaggi significativi: Sussiste l’urgente esigenza che a tutte le autorità del Consiglio d’Europa sia ben chiara quale sarebbe la conseguenza grave dell’eventuale accoglimento del ricorso, vale a dire la messa in discussione del pilastro fondamentale del contrasto alle mafie in Italia e in Europa: l’attacco ai patrimoni illeciti. E ancora: Significherebbe tornare indietro di 70 anni e calpestare l’eredità di Paolo Borsellino, che contro l’accumulo di ricchezze illegali tramite gli appalti ha speso la sua attività fino al sacrificio della vita. Dato che Giovanni Falcone non viene citato e la sua diffidenza sull’ampia applicazione delle Misure di Prevenzione è documentata, crede sia solo un’impostazione ideologica che esaspera il giustizialismo o la salvaguardia di un interesse?
Credo che, al di là del legittimo esercizio delle prerogative parlamentari, quell’interrogazione si sia tradotta in un maldestro tentativo di condizionare i giudici della Corte Europea, agitando lo spettro di un presunto “indebolimento” della lotta alla mafia. Mi lasci dissentire vivamente da questa tesi, che reputo non solo offensiva verso chi ha davvero a cuore la libertà e la giustizia in questo Paese, ma anche profondamente falsa. Voglio sperare che questa improvvida iniziativa sia figlia della non conoscenza del nostro specifico ricorso e, più in generale, delle gravi storture del sistema delle misure di prevenzione. Di sicuro, accanirsi contro chi è stato riconosciuto innocente dalla magistratura stessa non c’entra nulla con la lotta alla mafia: è solo la persecuzione di onesti cittadini.
A sostegno della vostra battaglia, il 17 gennaio 2025 il segretario della Camera dei deputati Roberto Giachetti di Italia Viva presenta la prima interrogazione parlamentare della Storia d’Italia sulle Misure di Prevenzione. Il governo Meloni ha risposto in burocratese stretto, a tratti somiglia alla tesi avanzata dall’Avvocatura dello Stato alla CEDU. Secondo lei perché la maggioranza e le istituzioni diverse dalla magistratura hanno paura a trattare l’argomento?
La storia politica degli ultimi quarant’anni dimostra una triste realtà: tutte le forze politiche, pur con sfumature diverse, si sono trovate d’accordo nell’assecondare le richieste della magistratura più intransigente. Di fatto, il Parlamento ha scritto leggi sotto la dettatura dei giudici, senza che questo anomalo sbilanciamento facesse impensierire chi dice di avere a cuore la divisione dei poteri. Oggi, chiunque proponga di correggere le criticità più evidenti della legislazione antimafia viene sistematicamente accusato di fare un favore ai clan. Il garantismo – specialmente se accostato alla parola spesso abusata “mafia” – elettoralmente non paga. E i nostri politici, pur di non perdere consensi, non si fanno alcuno scrupolo a sacrificare sull’altare del giustizialismo i principi fondamentali della civiltà giuridica e, con essi, la vita di tanti innocenti.
Abbiamo dunque una sedicente sinistra che fa la forcaiola e una sedicente destra che si improvvisa burocrate. Ma c’è un’identità politica che ha sostenuto questa battaglia?
Il tema della riforma in senso liberale delle misure di prevenzione resta un tabù politico e mediatico. Come le dicevo, Nessuno tocchi Caino è l’unica realtà ad aver fatto propria questa battaglia, ponendola al centro della sua iniziativa con azioni concrete. A livello istituzionale abbiamo trovato l’ascolto di singoli parlamentari, appartenenti a schieramenti diversi, che a titolo personale hanno condiviso e sostenuto la nostra causa. Tuttavia, nessun partito fino ad oggi ha avuto il coraggio di intestarsi organicamente questa battaglia. Attualmente in Commissione Giustizia giace un disegno di legge che potrebbe risolvere moltissimi problemi. Eppure è fermo: evidentemente la maggioranza ritiene di avere altre priorità o, più verosimilmente, ha timore di affrontare l’argomento.
L’Avvocatura dello Stato insiste nella differenza tra partecipazione e appartenenza all’associazione mafiosa. Invece, il professore portoghese Paulo Pinto de Albuquerque ha espresso un parere che per la sua esperienza da giudice alla CEDU assume un peso non indifferente. Dato che l’ambiente dell’antimafia ripete da anni che il nostro modello di giustizia sarebbe invidiato da tutto il mondo e si vorrebbe esportarlo in Europa, qual è la reazione dell’estero che lei ha potuto constatare?
Il modello italiano della confisca di prevenzione è un unicum e la giurisprudenza estera se ne sta accorgendo. È vero che in altri ordinamenti esiste la confisca senza condanna penale, ma l’Italia è l’unica nazione a prevedere la confisca senza reato, che è un concetto giuridicamente eversivo. Siamo l’unico Paese democratico ad aver codificato un sistema che, nei fatti, è strutturato per colpire l’innocente, in violazione palese dei principi costituzionali e convenzionali. C’è grandissima attenzione in Europa sul “Caso Cavallotti”, perché dal suo esito dipenderà anche il recepimento della nuova direttiva europea in materia di sequestro e confisca. La nostra battaglia legale è forse l’ultimo argine contro una deriva persecutoria che, partendo dall’Italia, rischia di infettare la civiltà giuridica degli altri Stati membri.
Un ultimo tema, ricorrente, è quello della gestione dei beni confiscati. Dopo il caso Saguto, anche se è una questione appena sorta abbiamo un nuovo caso a Barcellona Pozzo di Gotto che rivelerebbe un metodo opposto, di un’azienda confiscata per mafia e gestita dagli stessi condannati per mafia per anni. Dove bisognerebbe individuare l’errore normativo, dal suo punto di vista?
L’errore normativo è a monte e riguarda lo spossessamento. Sulla base di semplici indizi o sospetti, non si dovrebbe mai sottrarre l’azienda al legittimo proprietario estromettendolo del tutto. Basterebbe affiancarlo con un amministratore giudiziario (un vero e proprio “tutoraggio”) per la durata degli accertamenti. Nel caso in cui il processo si concluda con l’assoluzione, l’azienda deve tornare nella piena disponibilità del proprietario, accompagnata da un indennizzo immediato e automatico per i danni gestionali e d’immagine subiti. Se invece si arriva a una confisca definitiva, l’azienda va liquidata o venduta sul mercato. Ciò che non è più tollerabile è il sistema attuale: l’azienda non può trasformarsi in un bancomat infinito o in una “rendita vitalizia” a beneficio esclusivo di amministratori giudiziari, coadiutori e professionisti dell’antimafia.
La “gravemente distonica” realtà
È opportuno parlare più spesso delle Misure di Prevenzione. Più spesso e più approfonditamente. È l’unico modo per comprendere un quadro ben più ampio che abbraccia anche le sezioni dei tribunali della Fallimentare e delle Esecuzioni Immobiliari, l’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati e, posta in chiusura e apertura del cerchio, una fitta rete associativa specializzata nella gestione dei beni confiscati e nella costituzione di parte civile nei processi per mafia.
È fondamentale ricostruire gli ultimi trent’anni di lotta alla mafia fuori dall’idolatria del fenomeno antimafioso, per contestualizzare e porre alle istituzioni un’ardua sentenza a cui sembra non vogliano o non possano rispondere; forse per pigrizia, forse per timore reverenziale nei confronti di queste misure o, forse, per l’amara convenienza di scrivere l’ultimo capitolo della Questione Meridionale con l’inchiostro della legalità. Un inchiostro che macchia pur essendo trasparente, in tutti i sensi, agli occhi dei molti accecati dall’intensa luce di un’antimafia che assicura giustizia ma pretende fede.
Ed è questo, in realtà, l’aspetto più singolare dell’attuale polemica: che si continuino ad invocare limitazioni dei diritti di libertà dei cittadini, in funzione di una loro pretesa appartenenza ad organizzazioni criminali e prescindendo da un positivo vaglio giudiziale della effettiva commissione di delitti di matrice mafiosa. A scanso di equivoci, non si intende riproporre, almeno in questa sede, la questione della costituzionalità delle misure di prevenzione, ma solo sottolineare la stranezza che in un Paese dove i “garantisti” abbondano nessuno si sia ancora accorto di quanto sia gravemente distonica, rispetto ai principi dello “Stato dei diritti”, oltre che inefficace, la pretesa di ricorrere massicciamente alle misure di prevenzione contro il crimine organizzato, trascurando il rigoroso accertamento delle responsabilità attraverso il processo penale.
(Giovanni Falcone, La Stampa, 17 giugno 1991)