Con InSiciliaTV l’informazione la fai tu

Terza Assemblea CGIL nell’Aula Bunker di Palermo, tra convinzioni blindate e verità taciute

Colpo di spugna sugli scandali dell’antimafia e non si accettano obiezioni. Il patto d’acciaio tra CGIL e Libera è stato rinnovato, con l’obbedienza dell’associazionismo antimafia e col benestare partitico delle opposizioni, in un luogo che diventa metafora.

0 276

Sono stato cacciato nemmeno con una telefonata ma con un sms di don Luigi Ciotti. Perbacco, ho 60 anni e penso di meritare rispetto e buona educazione.

Sono trascorsi quasi undici anni da quando Franco La Torre pronunciò queste parole, in seguito alla breve frase inviatagli da don Ciotti: Si è rotto il rapporto di fiducia.

Quasi undici anni che hanno visto scoppiare il caso Saguto, il caso Montante, scioglimenti di Comuni per mafia con dinamiche in attesa di ricostruzione e, soprattutto, anni in cui è stata sollevata la richiesta di giustizia ancora oggi inascoltata da parte di una miriade di persone innocenti devastate da sequestri e confische preventive poi rivelatesi infondate. Poi, quando di quei beni restano le ceneri, pronte ad essere spazzolate dalle sezioni della Fallimentare e delle Esecuzioni Immobiliari. Nel frattempo, i giuristi si ostinano a ribadire l’impossibilità di un risarcimento poiché la prevenzione per sua natura non sarebbe punitiva e le associazioni attendono impazienti delle sentenze di condanna per riscuotere i risarcimenti previsti per le proprie costituzioni di parte civile. In altre parole, persone innocenti schiacciate dal fenomeno antimafioso.

Franco La Torre, figlio di Pio La Torre e attivista antimafia, reo di aver richiamato in un suo intervento di novembre 2015 l’assenza di Libera proprio all’insorgenza di certe magagne antimafiose, sembra che abbia fatto pace con Libera, la rete associativa che il 29 aprile ha partecipato attivamente alla Terza Assemblea della CGIL “Contro mafie e corruzione” tenutasi nell’Aula Bunker di Palermo.

Il padrone spirituale della legalità non è presente, ma La Torre apre i lavori. Ricorda le azioni del movimento contadino, la strage di Portella della Ginestra, fino ad arrivare all’unione del PSI, della Chiesa Cattolica e della stessa CGIL per le lotte di suo padre, tessendo le lodi a un simile fronte ampio. Memoria storica e granitica dell’antimafia, senza dubbio, ma non proferisce parola sulla sua eventuale riappacificazione con don Ciotti. Si intende, si fa finta di nulla, ed è questo lo spirito che prevale nella trentina di interventi susseguiti in sei ore ininterrotte.

Rosy Bindi, intervenuta in collegamento per soffermarsi sulla relazione La Torre-Terranova del 1976, di un’attualità straordinaria nel porre le mafie come fenomeno delle classi dirigenti, ricorda il periodo in cui sedeva alla presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia – dal 2013 al 2018, anni che includono il primo periodo dei procedimenti contro Saguto e Montante – con un Abbiamo ottenuto risultati. Distante dalle dichiarazioni rilasciate all’Espresso il 27 gennaio 2016:

C’è una mafia che usa l’antimafia per prosperare, l’aspetto più grave e pericoloso. […] C’è poi un’antimafia che dietro l’obiettivo manifesto di combattere i mafiosi nasconde la cura di altri interessi. È quanto sembra emergere in Sicilia, un caso che va approfondito. Al di là dei risvolti penali, lì c’è un movimento antimafia che si è trasformato in un movimento di potere.

Una rabbia tangibile, già contenuta meno di due mesi dopo per le dichiarazioni pubblicate da La Repubblica il 10 marzo: per i comportamenti sbagliati di qualcuno non si può mettere in discussione un percorso.

È un classico tormentone quando si rivelano aspetti tragici di quest’antimafia: anziché contemplare l’ipotesi dell’esistenza di un vero e proprio sistema a cui prestare attenzione, si tende a sminuire il fenomeno in casi singoli e isolati. Siamo in una fase molto, ma molto pericolosa afferma all’assemblea, in riferimento a un’evidente sottovalutazione del fenomeno mafioso e all’abolizione dei reati spia quali l’abuso d’ufficio, la limitazione delle intercettazioni e altre responsabilità del governo Meloni. Parla di confische, ma senza alcuna critica, anzi.

Gli interventi proseguono insieme a puntuali applausi e un uso molto relativo della parola oggi. Beppe De Sario, dal gruppo di lavoro della CGIL, dichiara di aver individuato gli aspetti emergenti della mafia: costruzioni e appalti. Insomma, ha scoperto il sacco di Palermo. Applausi.

Alessio Festi, Responsabile Nazionale Dipartimento Legalità e Sicurezza CGIL, che interviene a più riprese nel corso dell’assemblea, nella sua visione manichea della partita contro la mafia, sente di poter affermare che la ‘Ndrangheta oggi è una holding internazionale del crimine. Lo dichiara dopo quasi trent’anni di monopolio nell’importazione del narcotraffico, ma oggi sente di poterlo affermare. Applausi.

Enzo Ciconte, noto docente universitario esperto di ‘Ndrangheta, deputato comunista poi confluito al PDS dal 1987 al 1992, consulente della Commissione Parlamentare Antimafia dal 1997 al 2010, sostiene che la droga una volta si produceva nelle campagne, oggi si produce nei laboratori. È vero, lo dimostrò l’operazione French Connection nel 1970. Applausi.

Applausi pure per il Segretario Generale Maurizio Landini in collegamento, che sfoggia una cravatta rosa antico – forse un riferimento all’intensità delle ultime lotte sindacali – e dedica buona parte dell’intervento a commentare la vittoria del No al referendum sulla Giustizia. Sul tema della mafia e dei beni confiscati si è già espresso il 7 marzo scorso ad Afragola, in un incontro pubblico con don Ciotti per festeggiare i trent’anni della legge 109/96. Anche in quell’occasione il suo intervento è stato incentrato sulla propaganda del No, in vista del voto, ma l’agenzia SIcomunicazione ha riportato le sue dichiarazioni per la stampa:

Confiscare beni alla mafia, che è stata una legge voluta da Libera a cui noi abbiamo collaborato, è un fatto molto importante. Così come è importante che poi questi beni vengano davvero riutilizzati, che siano uno strumento utile alla crescita del territorio, con la partecipazione delle persone.

Ci fosse stato un compagno di sindacato, un simpatizzante, un amico che gli facesse notare che la legge voluta da Libera era proprio quella incentrata sul riutilizzo sociale dei beni confiscati e non sulla confisca in sé, che invece è prevista dalla legge voluta da Pio La Torre, oggetto d’ispirazione proprio per l’assemblea a Palermo del suo sindacato.

E se fosse un problema di Questione Meridionale? Ma non come la intende Sandro Ruotolo, il noto giornalista campano che dedica il suo intervento proprio a un’ipotesi di Nuova Questione Meridionale, tuttavia incentrata sull’abbassamento di qualità delle amministrazioni locali che favorisce la cultura del favore e le collusioni. Il meridionale deve smettere di percepirsi come vittima e proporsi come attore, dichiara. Nulla di più vero, ma se ogni meridionale che si propone come attore rischia un sequestro preventivo per mafia, forse, bisognerebbe trattare anche quest’altro problema in relazione al tema “mafia e corruzione”.

È curioso, molto, come faccia una rete associativa fondata proprio sul riutilizzo sociale dei beni confiscati a non considerare la questione. Vincenza Rando, politica niscemese e figura storica di Libera, ha parlato della proposta di legge Liberi di scegliere; è possibile approfondire le sue fatiche antimafia qui. Francesca Rispoli, Presidente di Libera con Luigi Ciotti, parla invece di lotta intersezionale e non è l’unica a farlo durante i lavori. Ma com’è possibile parlare autenticamente dell’impegno su ogni fronte sociale, a tutela di ogni diritto e minoranza, quando vengono ignorate le violenze dei sequestri infondati e le discriminazioni contro l’intero popolo meridionale nel nome di un’antimafia costellata da storture e scandali?

Questo problema, che forse andrebbe considerato prioritario da chi si professa al fianco dei lavoratori e contro la corruzione, non è stato contemplato. In compenso viene sollevato l’accostamento tra mafia e neofascismo, dunque il sostegno alla tesi della pista nera e la contrarietà assoluta a quella di mafia-appalti. E se buona parte degli intervenuti possono non aver letto le documentazioni inerenti e dunque non conoscere i dettagli oltre la propaganda politica, se non hanno avuto occasione di informarsi su ricostruzioni molto più ampie come la vicenda di Gioacchino Basile, qui per la prima parte e qui per la seconda, non è chiaro quale principio avrebbe dettato invece la posizione dei componenti della Commissione Parlamentare Antimafia presenti.

Giuseppe Provenzano, attualmente nella segreteria nazionale del Partito Democratico, accusa la presidenza della commissione di cui fa parte di mantenere uno sguardo al passato, e sostiene fermamente che oggi bisogna considerare il trinomio mafia-politica-imprese. Non è possibile ridurre le stragi a una tangentopoli in salsa siciliana, dichiara a proposito di mafia-appalti, dopo aver sostanzialmente sostenuto l’importanza del trinomio alla base dell’infiltrazione mafiosa negli affari pubblici. Sì, dopo trent’anni sarebbe ora che questo trinomio venisse considerato dalla magistratura; da quella che non sollecita o non si aggrega al trinomio, ovviamente.

Federico Cafiero De Raho, attualmente nella bufera dello scandalo sulle incursioni informatiche nelle banche dati mentre era alla guida della Direzione Nazionale Antimafia, parla di ostruzionismo da parte della commissione e forse, data la sua posizione nel 2024 in merito al caso Cavallotti, è meglio che non si esprima sui beni confiscati.

Nel mezzo di questo silenzio coperto da ottime scoperte d’annata sul fenomeno mafioso e dalla retorica autoreferenziale, c’è chi osa di più, ma l’intervento della professoressa Stefania Pellegrini necessita di un approfondimento a parte.

Di tutte le istituzioni del potere giudiziario intervenute all’assemblea del sindacato più grande d’Italia, nessuno ha ritenuto opportuno spendere una parola per quelle persone lavoratrici che hanno osato fare impresa nel Sud Italia, per lavorare e dare lavoro, e che sono stati privati della propria attività lavorativa dalle prevenzioni deviate di uno Stato che ad oggi ignora il problema e, quando non ignora, infierisce sulle vittime.

Dove finisce l’istituzione pubblica e dove inizia il fenomeno mafioso? Queste parole sono state pronunciate durante l’assemblea, dall’unico intervento coraggioso: quello di Anna Ricevuto, dell’Esecutivo Nazionale dell’Unione degli Universitari. Ha dimostrato che i suoi vent’anni non sono motivo di esenzione dalle responsabilità di una sana lotta alla mafia, che inizi dalla consapevolezza di rinnovare la coscienza critica. E ha pronunciato una frase che vale più delle sei ore di un’autoreferenzialità consumata dalla retorica che tace sull’ingiustizia, che teme il confronto e pretende credibilità.