Nessun allarme carceri. Se non sappiamo quello che succede fuori, non possiamo sapere cosa accade dentro
Tra fazioni a favore o contro quanto dichiarato dal procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia sul controllo mafioso delle carceri, l’unica certezza è l’assenza di consapevolezza anche fuori dalle case circondariali. Semplificare con la parola "mafia" è inquietante, ma non preoccupa nessuno.
Una società in cui il capo della procura di Palermo, simbolo della lotta alla mafia, dice ovvietà sull’argomento, dovrebbe suscitare qualche perplessità sull’efficienza del contrasto al fenomeno. Una società in cui quell’ovvietà diventa oggetto di dibattito, critica o sostegno di partiti, associazioni e dello stesso governo, è un evidente segnale di fallimento sociale.
Eppure è avvenuto, in seguito alle parole pronunciate dal procuratore Maurizio De Lucia durante l’incontro palermitano sul racket organizzato da Assostampa il 24 luglio.
La perdita di cognizione e controllo degli istituti di pena è stata già affrontata ben prima di Maurizio De Lucia in ogni ambito. Solo per citare due esempi, I miserabili di Victor Hugo ha mostrato con estrema praticità la distanza sistemica tra la società e un secondino, Javert, a cui viene impedita al lettore persino la confidenza di conoscerne il nome di battesimo; Sorvegliare e punire di Michel Focault ha esaminato lucidamente l’intento ancestrale del carcere nell’esercizio di un potere. Col principio della rieducazione, su cui è sufficiente apprendere il tasso di recidiva del 70% o il sovraffollamento al 138% divulgato dall’Associazione Antigone per considerarne l’oggettiva assenza, il cortocircuito istituzionale di una punizione che non deve punire ha fatto il resto: è rimasta la realtà fondata sull’esercizio del potere nella sua accezione più brutale e in Italia, se la politica e le istituzioni sono troppo impegnate a farsi i palazzi propri, non può che subentrare la mafia. Ma di certo non è una novità e, anzi, rispetto agli anni passati è un potere sempre meno tangibile nelle sue manifestazioni. Sembra un paradosso, ma se le carceri si fanno sentire i casi sono due: o la mafia deve mettere in mostra i punti deboli dello Stato e, secondo questa teoria, sarebbe in grado di aizzare un esercito multietnico e disperato per le ragioni più svariate, o non ha interesse a mostrare il potere in sedi così basse e ha allentato quelle redini, per cui i detenuti avrebbero fatto da soli nonostante sia un miracolo come le rivolte non siano perenni dato il livello di disagio e il gran numero in controtendenza col personale di polizia penitenziaria sottorganico. In entrambi i casi, le certezze sono che il potere mafioso è più potente che mai e che di certo non prende parte a queste azioni in forma diretta.
Piazza Lanza, il carcere di Catania, nell’ultima settimana è stato teatro di grandi scontri ancora non chiariti. Si è parlato di due fazioni avversarie nel narcotraffico, poi di caldo ingestibile per le 484 persone rinchiuse su una capienza di 280. Occorre ricordare, a dispetto del palermocentrismo antimafioso, che la famiglia Santapaola – qui per un approfondimento sulle origini – ha potuto estendere il proprio dominio diretto da Catania alla provincia agrigentina. Ma di quale Cosa Nostra parliamo, se nell’epicentro dei Santapaola due gruppi di spacciatori si scannano dentro il carcere? Questa domanda, senza entrare nel merito di questo periodo in cui De Lucia ha ritenuto di rilasciare queste dichiarazioni, è legata al quesito oggetto di dibattito: cosa può intendersi oggi per potere mafioso nelle carceri?
La confusione tra narcotraffico e mafia
L’incontro di Assostampa del 24 luglio era intitolato: “A Palermo tornano le intimidazioni del racket. Cosa Nostra sta rialzando la testa?”. Il titolo sembra condividere la narrazione ufficiale antimafia: dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio lo Stato ha risposto, Cosa Nostra si è indebolita e vissero per trent’anni felici e contenti. L’antimafia sicuramente, ma questo è un altro argomento. Ponendo una lente d’ingrandimento sugli ultimi avvenimenti che hanno spinto a lanciare l’allarme sul controllo delle case circondariali, è possibile analizzare chi viene coinvolto in questi maxiblitz antimafia, incentrati prevalentemente sul narcotraffico e a seguire sulle estorsioni e sull’usura.
Nel carcere di Siracusa, in contrada Cavadonna, è stata descritta dai giornali del 22 luglio una sorta di cabina di regia della ‘ndrina Alvaro di Sinopoli per via della reclusione di Vincenzo Alvaro e Francesco Riitano nella stessa cella. I due, tramite criptofonini, sarebbero riusciti a coordinare le importazioni della droga dal Sudamerica e dall’Olanda. Trentacinque persone destinatarie di misura cautelare – spesso definiti tutti “arrestati”, ma si tratta anche di persone già recluse per altri reati – tra cui otto siciliani, equamente suddivisi in palermitani e catanesi.
I quattro catanesi sono Agatino Ayadi, Angelo Antonio Musumarra, Mario Piacente e Salvatore Riolo.
Dalla cronaca del 2022, si apprende che Ayadi ha lavorato come buttafuori per un locale di Catania ed è stato indagato per una spedizione punitiva. Mario Piacente, invece, nel 2016 è stato arrestato per rapina e furto e nel 2024 viene arrestato nell’operazione Albana dei ROS contro un’attività di narcotraffico tra la Germania e l’Italia gestita da un gruppo di tredici persone definito dai giornali “il clan Ognina-Picanello”. In realtà questo gruppo si componeva di sette persone di Barrafranca, in provincia di Enna, quattro di Catania e due di Caltanissetta. Si trattava di un gruppo di semplici corrieri che gli inquirenti hanno inquadrato vicino alla cellula che controlla i quartieri di Ognina e Picanello su mandato dei Santapaola. In altre parole, questi corrieri dovevano rispondere a quella cellula che, a sua volta, ancora oggi risponde al clan Santapaola-Ercolano. Questo è solo uno degli esempi di come un semplice gruppo di corrieri viene trasformato nella narrazione ufficiale in clan per poi celebrarne l’annientamento grazie alla maxioperazione di turno; tuttavia, proprio perché si tratta di corrieri incaricati per smerciare droga, appare improbabile che adottino una formazione rigida come quella di una famiglia mafiosa.
I quattro palermitani, invece, sono Emanuele Pio La Rocca, Manuel Marotta, Domenico Mazza e Alessandro Scelta.
La Rocca è già finito sui giornali durante il COVID, indagato per la famosa sommossa al carcere Pagliarelli di Palermo. Anche Mazza non è nuovo alla cronaca, si tratta del nipote di Fabio Santangelo, che si autoproclamava El Chapo e al suo arresto nel 2024 – insieme al nipote – viveva in una casa arredata in rosso e porpora, tra statuette d’oro e il poster di Scarface al muro. Se nell’immaginario collettivo può essere un suggestivo capomafia di cui vantare l’arresto, gli stessi atti giudiziari smontano la magia cinematografica: il suo fornitore era Giuseppe Calvaruso, uomo fidato dell’ormai ottantottenne Settimo Mineo, un gioielliere che la narrazione ufficiale ha provato a far passare come l’erede di Totò Riina nel 2018, dimenticando però che nel 1982 scampò proprio a un attentato dei Corleonesi perché suo fratello Antonino, capomandamento del quartiere Pagliarelli e vittima dell’agguato, era fedele ai Bontade. Non c’è dubbio che Mineo abbia goduto di un potere mafioso, motivo per cui è ragionevole intendere affiliato anche Calvaruso, che secondo gli inquirenti all’inizio di quest’anno gestiva un’attività da mezzo miliardo in Brasile e godeva di diversi interessi economici, ma che nel 2024 definiva Santangelo El Chapo un cliente affezionato. Dunque, Domenico Mazza è il nipote di un cliente affezionato di un mafioso.
Alessandro Scelta, invece, è il profilo più complesso da ricostruire, ma di certo non per caratura criminale. Il suo nome compare infatti nell’operazione Grande Inverno, quell’insieme di indagini ribattezzato “retatona” e compiuto con tanto di conferenza stampa l’11 febbraio 2025, ma non è chiaro il suo ruolo e non è tra i destinatari delle misure cautelari. È citato in un episodio del quartiere San Lorenzo di Palermo in cui, in seguito all’arresto di un corriere e il sequestro della partita di droga, i fornitori – il cui capo è considerato un referente della cosca di San Lorenzo, pur non essendo chiaro il suo ruolo gerarchico – pretendono comunque il pagamento di trentacinquemila euro all’acquirente ufficiale, lo zio del corriere. Questi chiede un incontro con il noto mafioso pluriottantenne Giovanni Cusimano per appianare la divergenza, ma la richiesta viene ignorata, e il capo dei fornitori organizza il furto della sua auto per un recupero coattivo della somma dovuta. Questa storia offre due spunti interessanti: il primo è che, con l’attuale suddivisione dei ruoli, più livelli della distribuzione non godono di quelle garanzie che Cosa Nostra una volta assicurava persino ai fiancheggiatori non affiliati, anzi, sembra una catena di debiti che alla mafia non tange; il secondo è che persino un ladro d’auto e i suoi sodali vengono considerati dagli inquirenti alla stregua degli affiliati. Scelta risulta arrestato quello stesso mese in un’operazione contro un gruppo dei quartieri Ballarò, Brancaccio e Villaggio Santa Rosalia che smerciava a Caltanissetta, Trapani, Siracusa e Agrigento. A dicembre dello stesso anno risulta nuovamente arrestato, stavolta in un’operazione contro un gruppo dei quartieri Brancaccio, Sperone e Bonagia. A febbraio 2026, due mesi dopo, risulta ancora una volta indagato per un’attività di smercio tra Palermo e Canicattì, in provincia di Agrigento, in cui compaiono alcuni canicattinesi e un siracusano. A riprova della fluidità dei gruppi di spacciatori, a maggio 2026 è destinatario di una misura cautelare mentre è già detenuto nel carcere di Trapani, in un’operazione contro l’importazione della droga da Roma e dalla Calabria che avrebbe interessato la famiglia palermitana di Santa Maria del Gesù. Infine, in questa nuova operazione di luglio che individua la cabina di regia nella cella di Cavadonna dove sono reclusi i calabresi Alvaro e Riitano, emerge che Scelta avrebbe rischiato persino di essere rapito dai calabresi per non aver corrisposto l’importo di mezzo milione di euro per una grossa partita di cocaina. Dunque, degli ‘ndranghetisti – non ci sono dubbi sulla loro affiliazione, dato che le trattative hanno coinvolto in prima persona uno degli Alvaro – ipotizzano un sequestro di persona per convincere il gruppo dei palermitani a pagare.
Il curriculum giudiziario di Alessandro Scelta, per quanto complesso, è la prova di uno scenario completamente inedito in cui Cosa Nostra ha esternalizzato le forniture del narcotraffico, incluso lo smercio e il semplice spaccio, e forse persino una parte della distribuzione. Da queste e altre indagini emerge anche la dinamica in cui i catanesi non hanno difficoltà a smerciare a Palermo, ma i palermitani non smerciano in Sicilia Orientale senza la partecipazione di almeno una persona del luogo e, comunque, non risulta un loro smercio diretto a Catania. E in questo genere di dinamiche, se fossero approfondite ulteriormente, potrebbe cogliersi il reale ed effettivo ruolo della mafia.
Per concludere, la mafia dov’è?
Intesa come organizzazione composta da affiliati, la mafia siede al vertice di questa enorme catena che lega spacciatori grandi e piccoli in rapporti di continui debiti e crediti, nonché nella composizione di quella corposissima parte della popolazione carceraria italiana che secondo i dati del Ministero della Giustizia è la più numerosa dopo quella implicata in reati contro il patrimonio e la persona.
Com’è noto, la ‘Ndrangheta detiene il monopolio della prima grande distribuzione internazionale di droga. La camorra, da sempre composta da gruppi autonomi e associati fra loro in alleanze, non ha avuto il bisogno di trasformare la sua gestione del narcotraffico in modo così radicale come Cosa Nostra, che anziché mantenere il ruolo di controllore in tutte le fasi ha preferito creare un sistema di difficilissima ricostruzione. Una cosa è certa: più gruppi in circolazione tentano la fortuna nel rifornire le piazze di spaccio, maggiore è la domanda sulla distribuzione e, di conseguenza, maggiori sono i proventi da riciclare nel mercato legale. Inoltre, la confusione di questi gruppi consente quanto è possibile constatare nelle maxioperazioni definite antimafia, un termine utile su tutti i fronti.
Sul fronte dell’antimafia, che può narrare di sgominare continuamente temibili clan e ottenere un impatto mediatico che sarebbe impossibile da ottenere altrimenti.
Sul fronte degli spacciatori, che possono diventare collaboratori di giustizia e usufruire di tutti i benefici previsti dalla legge.
Sul fronte della mafia, che mentre l’attenzione mediatica e giudiziaria è concentrata sul narcotraffico, può continuare a infiltrarsi negli appalti pubblici, riciclare e rinsaldare la rete clientelare dei suoi interessi su ogni territorio.