Effetto boomerang per Antonello Montante: l’archiviazione della querela dà valore giudiziario alla “Sbirromafia” raccontata da Emilio Tringali
L’antimafioso condannato tenta di censurare l’autore indipendente con una querela per diffamazione, ma il Tribunale di Ragusa dispone l’archiviazione perché il fatto non sussiste, consentendo una lettura più sincera di quella finora proposta sul fenomeno Montante nelle aule giudiziarie.
Calogero Montante non è in concorso con la mafia, è lui stesso una nuova mafia, è il titolare della Sbirromafia, una potenza capace di sedersi a trattare prima con la politica e poi con Cosa Nostra, disponendo di quella parte dei servizi delle istituzioni statali corrotte, di dettare loro regole e procedure.
Sono le parole di Emilio Tringali, un autore indipendente vittoriese con quattro processi all’attivo per diffamazione. Due di questi hanno trovato l’archiviazione e l’ultimo porta la data dello scorso 20 settembre; semmai la politica dovesse interrogarsi su una nuova regolamentazione per impedire le querele temerarie e per rivedere il reato di diffamazione affinché non si trasformi in un bavaglio, oltre a casi eclatanti come la querela di Roberto Scarpinato ai giornalisti Piero Sansonetti e Damiano Aliprandi, saranno materia di studio casi meno noti ma ugualmente gravi e dai risvolti significativi come quello di Emilio Tringali.
L’autore ha coniato un termine, Sbirromafia, che dal 2020 è un vero e proprio marchio intellettuale di tutte le inchieste che pubblica, come tanti tasselli che gradualmente compongono il mosaico di un’enorme denuncia. Ad ogni pagina corrisponde un documento, ogni commento è motivato e rientra nel pieno esercizio del diritto di critica; eppure, qualcuno tenta comunque di zittirlo.
E questi “qualcuno” non sono delinquenti di bassa lega, politicanti ambigui o presunti faccendieri su cui vengono ricamati quei sottogeneri da telenovela spacciati per inchiesta giornalistica, a suon di sensazionalismi eclatanti ragliati nei migliori salotti televisivi. No, Tringali parla di imprenditori sconosciuti e potenti, alti funzionari dello Stato che siedono dietro scrivanie distanti dalle telecamere, scova nell’agenda di Montante la coincidenza di un termine passato in sordina come se non avesse un senso e il nome di un cittadino svizzero che deve declinare l’invito a occupare il ministero di un governo tecnico in Italia. O ancora, come si legge in quest’archiviazione a proposito dell’analisi di Tringali sull’agenda Montante:
In particolare, le annotazioni contenute nella sua agenda personale, tra cui compare quella della morte del boss Emanuello e quella, alcune settimane prima, di un incontro con esponenti delle forze dell’ordine che avrebbero poi preso parte al blitz finito tragicamente. Commentando tali annotazioni il Tringali reputa strano che l’uccisione del latitante fosse l’unico fatto di sangue riportato in tanti anni di note in agenda, così come pone interrogativi in ordine a concomitanti incontri con magistrati all’interno di uffici giudiziari.
Queste sono le inchieste di Emilio Tringali. Contestualizza, analizza, racconta e commenta:
[…] approfondire sui rapporti tra Montante e Cosa Nostra, che ha un preciso fulcro, Gela, la cittadina del Petrolchimico, il laboratorio del “Megafono”, la palestra della “Stidda”.
I passaggi per cui Antonello Montante ha tentato una censura a mezzo di querela sono diversi, tutti estremamente interessanti. A maggior ragione che il giudice per le indagini preliminari Gaetano Dimartino sottolinea che tali giudizi, per quanto pesanti e capaci di incidere sull’onorabilità della persona, hanno come fonte d’ispirazione gli stessi atti giudiziari e sentenze di condanna nei confronti del querelante.
Dalla sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Caltanissetta nel 2019 si legge: Il quadro che se ne ricava è in verità abbastanza desolante: quello di un uomo che di mestiere faceva il ricattatore seriale. E anche il modus operandi sotto le insegne di un’antimafia iconografica è spiegato con chiarezza: Eliminare il dissenso con il ricorso all’uso obliquo dei poteri accettativi e repressivi statuali, sabotare le indagini che riguardavano gli associati; praticare la raccolta abusiva di dati personali riservati, corrompere in maniera sistematica i pubblici ufficiali.
È opportuno domandarsi per quale ragione, allora, Montante tenesse a censurare Tringali.
Il primo motivo può essere riconducibile al mero esercizio di controllo e repressione insito nella querela temeraria: se certe cose vengono scritte da un magistrato il danno è fortemente limitato, il pubblico non legge gli atti giudiziari; se a scriverle è un giornalista di grido il danno è spesso nullo o gestibile, perché il suo status impone un equilibrio che anestetizza la critica e annulla l’effetto; se, invece, la penna è di una persona non soggetta a logiche di potere, l’azione diventa intollerabile e l’effetto pericoloso. E per forza di cose, una querela scoraggia, mette la sorte di una persona nelle mani degli avvocati e dei tribunali. In questo caso, Emilio Tringali ha dimostrato spalle larghe con cui ha proseguito a scrivere e ha potuto contare sulla difesa dell’avvocato Santino Garufi.
Il secondo motivo è riscontrabile negli ultimi sviluppi giudiziari della vicenda Montante: nessuna associazione a delinquere, ha fatto tutto da solo. L’assenza di complici equivale a un’improvvisa conversione in vittime inconsapevoli di tutte le figure coinvolte. Una ricostruzione che parla di Sbirromafia è chiaro che va ben oltre le ristrettezze giudiziarie e analizza un quadro ampio e certo, pone nero su bianco l’impossibilità di negare l’evidenza.
Il terzo motivo è nelle conseguenze del mettere a fuoco la Sbirromafia, una su tutte è identificabile in uno dei passaggi accusati da Montante:
[…] ci sono dentro al sistema Montante. Abbagliati dai 50 miliardi delle confische da andare a gestire col cavaliere in bicicletta.
Ed ecco che torna la grave questione delle misure di prevenzione, per cui il 16 dicembre l’Italia sarà giudicata presso la Corte EDU e l’antimafia sociale si arroga il diritto di battersi il petto a difesa di un regime normativo che richiama disperatamente antidemocraticità.
La Sbirromafia non è tutto, non può racchiudere l’intero sistema di potere consolidatosi negli ultimi trent’anni nel nome della lotta alla mafia, per il semplice motivo che Antonello Montante equivale a un sintomo, come Silvana Saguto sul fronte della magistratura. Ma è innegabile che il potere ricostruito con pazienza e coraggio da Emilio Tringali è decisamente più credibile della famosa tiritera sulle mele marce che viene propinata ad ogni scandalo. È un sottosistema a tutti gli effetti che adesso, con quest’archiviazione, assume un valore giudiziario.
La Sbirromafia esiste anche per il tribunale, dunque. Se questo fatto sfugge alla ribalta mediatica di oggi, forse troverà spazio sotto il riflettore della Storia di domani.