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Mafia a Siracusa, la strategia delle bandiere

Per gli inquirenti identificano i clan ma, da Catania a Siracusa, sembrano l'indice di una mappa del narcotraffico finora incompleta e che risponde allo stesso nome: Cappello.

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Le bandiere di ieri

Siracusa, 1959. La costa viene presa d’assalto da stranieri, ma stavolta non si tratta di corinzi o cartaginesi, sono solo attori e maestranze sotto la direzione di Duilio Coletti per la produzione di Dino De Laurentis. Girano un film bellico intitolato Sotto dieci bandiere, che uscirà l’anno successivo nelle sale cinematografiche. Voci siracusane dell’epoca raccontano, come spesso accade per i grandi film, che vengono reclutate comparse e figuranti tra la popolazione locale; tra questi, dalle stesse voci, si racconta che un giovanissimo siracusano avrebbe figurato con vestiti orientali e da quel momento sarebbe stato ribattezzato U cinisi. Quel soprannome accompagnerà Salvo Belfiore per tutta la vita, lo contraddistinguerà durante la sua ascesa criminale in quegli anni di grande e diffusa violenza mafiosa, fino al suo omicidio nel maggio 1992 in un basso di Ortigia. Nel film c’è effettivamente una scena con dei figuranti in vesti orientali, ma da giapponesi, e in occasione dell’incontro di Làmia sulla mafia siracusana con l’ex capo della Squadra Mobile Angelo Migliore presso la libreria NeaPolis abbiamo mostrato un fotogramma per tentare un goliardico riconoscimento all’americana: tuttavia, per la scarsa qualità dell’immagine – i figuranti sono ripresi a campo largo, senza primi piani – è stata solo constatata la possibilità che uno di quei figuranti fosse effettivamente Salvo Belfiore.

È interessante come, insieme a Belfiore, anche gli altri due protagonisti della violenza mafiosa siracusana sembra che volessero interpretare dei personaggi: Agostino Urso U prufissuri e Totuccio Schiavone; quest’ultimo non aveva soprannomi da gangster, ma nel 1992 venne fatto a pezzi e del corpo furono trovati solo alcuni resti nelle campagne di Canicattini Bagni. Ricostruendo l’ascesa di Urso, invece, si evince una spiccata tendenza ai travestimenti e alle fughe ad effetto: nel 1987 ottenne un permesso dal carcere di Caltanissetta per allestire una personale di pittura nella cripta del collegio a Siracusa. Secondo le cronache dell’epoca, parteciparono alla mostra vari esponenti politici e a tagliare il nastro fu il senatore del PCI Franco Greco. Dopo l’esposizione, Urso si rese irreperibile e tornò latitante. Insomma, anche se da un rapporto del Viminale del 1988 risultava il capomafia della Sicilia Sudorientale dell’epoca, secondo solo a Nitto Santapaola, più che un boss sembra la versione sicula di Diabolik. Ma è proprio U prufissuri che la narrazione antimafiosa colloca come una sorta di capostipite di Cosa Nostra a Siracusa, con l’eredità raccolta da Salvatore Bottaro e infine da Alessio Attanasio. Come già sollevato in altri articoli, si tratta di due presunti boss che di fatto non sono mai stati a piede libero durante la loro reggenza e, tra l’altro, Alessio Attanasio sarebbe figlio di un ispettore di polizia. Un quadro insolito, se non improbabile, che però semplifica tutto quello che si può dire sulla presenza mafiosa a Siracusa e che concentra l’attenzione sul narcotraffico, come se una città in preda al turismo selvaggio non abbia una vocazione naturale per il riciclaggio.

Le bandiere di oggi

L’operazione Abisso è “emersa” a metà giugno e ha destato più scalpore del solito. Per un’attività di narcotraffico tra Malta, Sicilia e Calabria sono indagati quindici catanesi, sei dei paesi etnei e della provincia aretusea, cinque siracusani e due calabresi. La fluidità mafiosa è ormai un fatto noto, esistono anche persone con doppia affiliazione, lo scalpore non è certo dettato da questa quota calabrese in terra siciliana.

Ma tra i catanesi c’è il nome di Niko Pandetta, il trapper neomelodico dei famosi versi Maresciallo non mi prendi/pistole nella Fendi; ovviamente, la cantava prima che lo prendessero. È la sua presenza a destare maggiore rumore mediatico, anche se compare nelle indagini solo come la straordinaria partecipazione di un personaggio famoso in un film per aumentare gli incassi al botteghino. È evidente che ricopra un ruolo, anche importante, ed è pur vero che lo sfondo della trama porta l’esplicita firma del clan Cappello, la famiglia mafiosa catanese di suo zio Turi, il soggetto al 41bis a cui Pandetta ha dedicato una delle sue prime canzoni, Dedicato a te. Gli inquirenti non si concentrano sul trapper, ma su Antonio Vasta, altro catanese “nipote di” – nel suo caso Franco Egitto, considerato un affiliato di punta del clan Cappello – che avrebbe dovuto rintracciare al largo delle coste siciliane un carico da 1.918 chili di cocaina destinato in Calabria. Questo è quanto emerge dalle indagini, insieme a una sfilza di sottotrame di debiti e crediti tra spacciatori che appaiono utili alle ricostruzioni di dinamiche e rapporti tra gli indagati, ma prettamente accessorie.

Che c’entrano i Cappello con Siracusa? Dagli anni successivi al 2010 gli inquirenti confermano che sono loro a comandare sulle attività di narcotraffico, e in effetti sarebbe strano il contrario, dato che nella stessa operazione Abisso emerge che i Cappello distribuirebbero anche a Palermo con buona pace di chi ancora crede a una supremazia della mafia in Sicilia Occidentale. Inoltre, dall’operazione dello scorso settembre contro il clan Nardo di Lentini, rappresentante diretto dei Santapaola, nelle attività di narcotraffico emergerebbero gli stessi riferimenti siracusani dell’operazione Abisso.

Prima di soffermarsi su questo dettaglio, è utile evidenziare che la vicinanza dei Cappello a Siracusa è persino cantata in un brano di Niko Pandetta pubblicato in rete durante una delle sue detenzioni:

Via Italia 103, sanno i capi d’accusa,
Sanno chi sono i re, chi comanda a Siracusa […]

Con la bandiera dell’Inghilterra, contro gli infami pezzi di merda
In tempo di pace, in tempo di guerra, ritorneremo, siamo leggenda.

Via Italia 103 è una delle zone di Siracusa più abbandonate dallo Stato, da moltissimi anni. Sono stati numerosi i tentativi di attribuire ai gruppi che vi operano un’appartenenza mafiosa precisa senza contraddire la narrazione antimafia che racconta Cosa Nostra catanese divisa e frastagliata. Ma tra le conversazioni riportate nell’operazione Abisso c’è una frase, pronunciata da uno spacciatore agli stessi Cappello, che rende l’idea: Siamo diverse bandiere.

Gli inquirenti interpretano questo termine come appartenenze ai clan. Clan senza capi, senza gerarchie, caratterizzati nella maggior parte dei casi da rapporti di debiti e crediti tra acquisti e vendite di droga; gruppi, sostanzialmente, che non potrebbero definirsi neanche cartelli. È un mistero come possano passare per famiglie mafiose autonome.

Bandiera rinvenuta nell’ambito di un’operazione della Polizia di Stato a Catania nel 2019.

Eppure, in un’operazione antidroga del 2019 nel quartiere San Berillo nuovo di Catania furono trovate, nelle scatole di scarpe dove veniva custodito il denaro, le bandiere degli Stati Uniti. Le stesse che comparivano disegnate su alcuni muri di quel quartiere, in contrapposizione ad altri murales che raffiguravano la bandiera del Milan. Anche allora, gli inquirenti ritennero che la bandiera statunitense fosse il simbolo dei Cappello e quella milanista dei Cursoti Milanesi. Ma Niko Pandetta fa riferimento alla bandiera dell’Inghilterra per via Italia 103. E nella canzone di un altro artista catanese, nei versi che precedono l’indicazione di viale Moncada del quartiere Librino, fa riferimento a banditi e bandiere del Canada. Il punto è questo, è più probabile che il sistema delle bandiere sia una strategia dei Cappello per identificare le piazze di spaccio, per facilitare le comunicazioni e le operazioni di distribuzione e smercio, ma di certo non per identificare i clan. Tuttavia, fino all’operazione Abisso, gli inquirenti insistono sulla tesi delle appartenenze mafiose, inserendo accanto alla frase sulle bandiere la nota riferimento al clan di riferimento.

L’importanza di chiamarli “clan”

Con la logica di considerare gruppi di spacciatori come strutturati clan mafiosi, è ovvio che la Sicilia Orientale appare come una terra in balia di dinamiche camorristiche dove ogni logica o dinamica è possibile.

È così che il gruppo costituito a Siracusa Nord nel 1989 denominato Santa Panagia, può essere descritto oggi come un riferimento dell’asse Cappello e Bottaro-Attanasio. Anche se è nata come cellula dei Nardo di Lentini ed è passata nel 1993 sotto la reggenza degli Aparo-Trigila di Floridia, quindi appartenente a quell’asse Santapaola che gli inquirenti si ostinano a collocare in contrapposizione ai Cappello. Lo chiamano clan, anche se la cronaca di settembre 2024 l’ha descritto come un esercito di pentiti per via delle numerose collaborazioni con la giustizia che hanno accusato Alessio Attanasio, nella sua unica settimana di libertà dal 2001 ad oggi, di aver riorganizzato il gruppo Borgata. Anche lì, talvolta definito clan.

E questa ostinazione di attribuire ai gruppi un’autonomia decisionale provoca un’assurda definizione dei ruoli anche all’interno delle vere famiglie mafiose, al punto che l’anno scorso un tale Antonino Montagno Bozzone è stato indicato come nuovo reggente dei Nardo nonostante nel 2020 sia stato arrestato per estorsione aggravata in un caso di furto e ricettazione di una trebbiatrice e, prima ancora, per la rapina a un bancomat di Francofonte nel 2016.

Il problema che ne deriva non è solo la confusione che rende difficoltosa un’efficace mappatura mafiosa, ma anche il rischio di una crepa nella credibilità del contrasto al fenomeno. Nel frattempo, una mancata mappatura impedisce l’individuazione delle connivenze politiche, istituzionali e dei principali canali di riciclaggio che prosperano alla testa di Cosa Nostra.

E torna il riferimento al film del 1960 di Duilio Coletti, tratto dalla missione della nave corsara Atlantis dell’ammiraglio nazista Bernhard Rogge, che durante la Seconda Guerra Mondiale mutava continuamente nome e issava falsamente bandiere di nazioni diverse per sorprendere e confondere i nemici. Ecco, con metodi come questo delle bandiere e l’illusione di una contrapposizione, l’asse catanese dei Santapaola-Cappello ha sorpreso la Sicilia, con un bell’epicentro siracusano che non può spiegarsi altrimenti se non per l’elevatissima circolazione di denaro da investire.

Il risultato è un territorio sfruttato al massimo del suo potenziale, ma dalle mani sbagliate.

Indaga la madama, yeah-yeah, yeah,
Partita colombiana, yeah-yeah, yeah,
Partenza da Catania, yeah-yeah, yeah,
Arrivata in via Italia, via Italia 103.