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Franca Imbergamo batte Sebastiano Ardita nella corsa a numero due della Dna: nel Csm aria di faida antimafiosa

Non sarebbe la prima volta, ma in questo caso le proporzioni dello scontro tra le fazioni antimafiose sarebbero enormi perché riguarderebbe una lotta intestina all’antimafia sociale. Un’analisi in vista dell’anniversario della strage di via D’Amelio.

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Franca Maria Rita Imbergamo è il nuovo procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia. La nomina sta suscitando diversi dibattiti, tanto per una questione inerente ai requisiti della magistrata, quanto per la mancata nomina di Sebastiano Ardita. Già da mesi aleggiavano titoli di giornali nell’orbita di Antimafia Duemila su presunte pressioni affinché il magistrato catanese non ottenesse quel posto, e in questi giorni una consistente parte di attivisti antimafia non esita a parlare di “affossamento”. Com’è possibile? Quell’attivismo antimafia così muto sullo scandalo di Antonello Montante o così monco nel riportare i fatti, quell’impegno appassionato di chi reclama di essere sempre e comunque nel giusto pur tacendo sullo scandalo dei beni confiscati per cui l’Italia deve oggi rispondere alla CEDU – qui per approfondire – o sugli incontri tra lo stesso Montante e Roberto Scarpinato, solo per citarne uno, non è per nulla chiaro per quale ragione oggi si polemizzi su questa scelta che sarebbe stata antimafiosa a prescindere dall’esito. Infatti, se Sebastiano Ardita è considerato uno dei riferimenti moderni della lotta alla mafia sul versante orientale della costa siciliana, Franca Imbergamo è una magistrata entrata nel patrimonio storico dell’antimafia palermocentrica sin dai tempi del processo Impastato. Ai tempi in cui le associazioni antimafia sbocciavano come funghi per costituirsi parte civile nei processi e il senatore Beppe Lumia era la quota permanente nella Commissione Parlamentare Antimafia. Ai tempi in cui le cooperative sociali imparavano a prostrarsi a Libera per intraprendere le attività nei beni confiscati, accettando l’imposizione delle mani di un sacerdote sabaudo approdato sull’isola all’indomani delle stragi per colonizzare il principio di lotta alla mafia. Al contempo, la macchina principale intorno a cui l’intero apparato ruota: le misure di prevenzione, già allora, quando Silvana Saguto era ricordata solo dagli addetti ai lavori come la giudice a latere che rimproverò Totò Riina, un atto sorprendente e soprattutto cinematografico. Vendere esempi di coraggio a favore di telecamera è il talento degli ultimi trent’anni di antimafia, dai mastini della procura di Palermo al chihuahua baffuto di Partinico, sono tutti linfa vitale di questo patrimonio indiscusso e indiscutibile, per chi non vuole essere additato come mafioso o connivente.

Ma Catania esiste, e Cosa Nostra ne è consapevole più dell’antimafia. È proprio dal capoluogo etneo che i Santapaola hanno esteso il potere nei primi anni del 2000 fino alla provincia agrigentina, con un metodo ancora poco discusso nonostante rappresenti il punto di forza della mafia di oggi e che meriterebbe un approfondimento a parte. I Santapaola non sono stati fermati, il fenomeno antimafioso era troppo impegnato nel processo Trattativa Stato-mafia – anticamera dell’attuale pista nera, qui per farsi un’idea di che si tratta – e canalizzava l’attenzione su Bernardo Provenzano, i Lo Piccolo e storiche famiglie palermitane di cui è rimasto a malapena il nome, ottime per quella vendita di coraggio menzionata prima e per fare qualche blitz all’occorrenza di conferenze stampa. Il fenomeno antimafioso è talmente palermocentrico che negli ultimi anni, sulle infinite discussioni su Matteo Messina Denaro, non è stata mai menzionata la sua familiarità coi raffinatissimi catanesi.

Eppure, nel 2015 è stato pubblicato un saggio proprio su questo primato della mafia catanese a firma di Sebastiano Ardita, per la prima volta intervistato per l’occasione da Antimafia Duemila, il giornale definito da Antonio Ingroia “l’organo di stampa ufficioso della magistratura palermitana”. Nonostante la sua biografia sia sempre ridotta al suo ingresso in magistratura nel 1991, l’arrivo al DAP nel 1999 e il ruolo ricoperto al CSM dal 2018 al 2023, una breve ricostruzione della cronaca negli ultimi trent’anni offre una panoramica decisamente più esaustiva sul suo curriculum. Ed è indicativo come Ardita, al contrario di suoi colleghi molto più blasonati nella procura palermitana, abbia veramente condotto delle importanti indagini antimafia sin dai primi anni.

Sebastiano Ardita in prima pagina su Antimafia Duemila, in un articolo di Giorgio Bongiovanni

Nel 1997, a Catania, si trova al fianco di Nicolò Marino e in polemica col deputato di Forza Italia Marco Taradash per via della ritrattazione di tre collaboratori di giustizia; i magistrati biasimano la nuova normativa che con una semplice ritrattazione cancella il lavoro svolto, il politico li definisce magistrati indegni e speculatori politici.

Nel 1998, ancora una volta accanto a Marino, indaga sull’infiltrazione mafiosa negli appalti dell’ospedale di Catania e le dimensioni dell’inchiesta si rivelano mastodontiche col coinvolgimento della politica regionale e nazionale, incluso il membro della Commissione Parlamentare Antimafia Giuseppe Firrarello, di una ditta di Ravenna che somiglia in tutto e per tutto a uno strascico di quel mafia-appalti tanto bistrattato oggi dagli antimafiosi palermocentrici, e una serie di appalti che arrivano fino a Palermo.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002 scoppia la famosa manifestazione di portata nazionale delle cosiddette “toghe nere” – niente di fascista, solo per la decisione di indossare la toga d’udienza – e Ardita è rappresentante del Ministro della Giustizia; quando prende la parola, i magistrati lasciano l’aula in segno di protesta.

Dopo il decennio trascorso al DAP, nel 2013 è procuratore aggiunto a Messina e coordina le indagini sulla gestione dei corsi di formazione professionale che condurranno molti anni più tardi alla condanna definitiva di Francantonio Genovese, padre dell’attuale presidente dell’AST. Al contempo deve però proseguire anche le indagini avviate a Catania in passato, come quella contro i Cursoti, conclusa nel 2014 con le condanne degli imputati.

Nel 2017, due anni dopo la prima intervista di Antimafia Duemila, presenta un suo nuovo libro scritto a quattro mani con Piercamillo Davigo e con un relatore d’eccezione quale Nicola Gratteri. Il titolo è: Giustizialisti. Così la politica lega le mani alla magistratura. Una chiarissima presa di posizione, certamente in linea con quella narrazione antimafia che fin troppo spesso addita la politica ma esclude ogni responsabilità alla magistratura. Da questo momento, com’è possibile evincere in ogni caso vicino a quell’ambiente antimafioso e persino nelle ricostruzioni sulle stragi, ogni informazione a favore o contro è inevitabilmente viziata da un contesto che costruisce la propria narrazione sempre più distante dagli atti giudiziari e sempre più vicina a un’ideologia, una fede. D’altronde, sul fronte di Antimafia Duemila e della sua corte di magistrati e associazioni solidali di vario tipo, c’è un uomo di Floridia che da decenni raccoglie migliaia di proseliti e sostiene di parlare con la Madonna e con gli alieni: Giorgio Bongiovanni. Questi sembra aver colmato negli ultimi quindici anni i punti lasciati scoperti da Libera, il fronte originario che è comunque guidato da un sacerdote. A prescindere dalle opinioni era inevitabile, insomma, che l’antimafia sociale si trasformasse man mano in un atto di fede e idolatria.

Giorgio Bongiovanni durante un’esibizione delle stimmate nel 2009

Ardita negli ultimi tempi appare sempre più vicino all’orbita di Bongiovanni, Franca Imbergamo appare invece perfettamente in linea con l’orbita di don Ciotti, già rimproverato a gennaio di quest’anno per la fotografia in cui tiene per mano Chiara Colosimo. A tirare le orecchie al prete, con tanto di firma nell’articolo, è Giorgio Bongiovanni. Una volta sarebbe stato impensabile che l’antimafioso con le stimmate potesse prendere una simile confidenza col padre spirituale dell’antimafia che, a sua volta, sembra non gli abbia mai dato confidenza e la logica suggerisce un’eventuale reazione del Vaticano se non fosse stato così; ma oggi qualcosa è cambiato, soprattutto dallo scandalo di Antonello Montante in cui Libera non si è costituita parte civile e fino al 2016 don Ciotti al riguardo ha dichiarato: dico solo che oggi sono molti che, invece che fare la lotta alla mafia, la fanno all’antimafia.

La narrazione intorno a Franca Imbergamo ha un sapore quasi da Camilleri, al punto da diventare personaggio nella miniserie Rai su Felicia Bartolotta e figurare in un primo momento come giovane cronista che intervista Rocco Chinnici sul caso Impastato. Prima di indossare la toga e muovere battaglia a Tano Badalamenti, ovviamente. Sembra sia una storia vera, testimoniata anche da un articolo di Palermo Today del 29 luglio 2011 e un frammento audio facilmente reperibile in rete. Nel marzo 1983, quattro mesi prima l’uccisione di Chinnici, Imbergamo scriveva per Mobydick, il giornale degli universitari della FGCI.

Un aneddoto romantico, che lega a doppio filo la magistrata a quel fenomeno antimafioso su cui oggi è quasi impossibile trovare una via di mezzo tra lo scetticismo a priori e la fede nei confronti di chi lo pratica.

La domanda, in sostanza, è se questo sintomo che rivela più chiari i contorni dell’attuale fenomeno antimafioso siano destinati a una nuova lotta, come quella che avvenne ai tempi dello scandalo di Silvana Saguto, ma stavolta senza magistrati in quanto tali ma con chiari parteggiamenti per la nuova e vecchia antimafia. Soprattutto, mentre tutti gli antimafiosi sono in campo sui due fronti e molti estranei al fenomeno seguono in silenzio queste vicissitudini per cercare di capire dove tirerà il vento della legalità nei prossimi anni, in questo periodo che chiude la rassegna delle passerelle in memoria delle vittime di mafia con quel 19 luglio tanto conteso da frange politiche di ogni colore che sembrano voler tutto fuorché la verità, la domanda che preoccupa più di ogni altra è: chi pensa a trattare di mafia?

 

Non voglio né romanticherie né retorica.

(Rocco Chinnici nell’intervista rilasciata a Franca Imbergamo, marzo 1983)