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Mancate consegne dei divani e assenza di rimborsi, interviene la sorella dell’imprenditore Di Giovanni: “Mi sento sporcata nella dignità. È giusto che denuncino”

Nancy Di Giovanni non le manda a dire. Una netta presa di posizione contro la gestione imprenditoriale del fratello Riccardo, dell'azienda palermitana Che Divani srls e della ditta individuale legata al sito Divani e Divanetti, per cui tante persone attendono risposte.

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Dopo il primo articolo sulle mancate consegne dei prodotti dell’azienda palermitana Che Divani srls di Riccardo Di Giovanni e della sua ditta individuale, in pochi giorni siamo stati contattati dal diretto interessato in barba alle numerose persone che, in attesa di un rimborso o della consegna dei prodotti ordinati, hanno tentato di rintracciarlo per mesi. In quell’occasione siamo riusciti ad ottenere qualche elemento in più tra le sue dichiarazioni contraddittorie, ossia l’accusa di aver scritto falsità pur confermando le nostre ricostruzioni societarie o la dichiarazione di non voler rilasciare dichiarazioni, fino alla minaccia di querelarci che però non avrebbe avuto intenzione di apparire come una minaccia. Adesso siamo stati contattati da sua sorella Annunziata Di Giovanni, Nancy, una persona che esordisce quasi con un sospiro di sollievo che il caso abbia ottenuto attenzione mediatica. Ha dichiarato:

Da quando è uscito l’articolo sono stata contattata da alcuni clienti di mio fratello, che ancora attendono un rimborso o i prodotti. Temo che ancora prenda ordini, e non intendo essere associata a questa vicenda più di quanto non sia accaduto.

Abbiamo parlato di lei nel primo articolo, perché è stata amministratrice e socia unica dell’azienda del fratello per oltre cinque mesi, nel pieno periodo in cui i clienti hanno iniziato a reclamare i prodotti ordinati e mai consegnati.

Quando sono arrivata in azienda c’erano già novanta ordini arretrati, il personale era stato ridotto da dieci a due operai. Mi sono messa a lavorare con loro e ne ho fatti entrare altri tre. Ma non è bastato, non immaginavo fosse così grave la situazione.

A proposito di operai, come emerso dalle segnalazioni e dalla stessa chat disponibile sul sito recante la scritta “Parla con Manuel”, sembra che questo dipendente abbia intrattenuto buona parte delle conversazioni coi clienti.

Manuel è mio fratello, è Riccardo Di Giovanni.

Schermata del sito “Che Divani”

Non entriamo nel merito dell’utilizzo di uno pseudonimo, riteniamo comunque fondamentale questa informazione per prendere maggiore cognizione della circostanza. Allo stesso modo, è opportuno sottolineare che Nancy Di Giovanni non ha avuto nessun altro rapporto societario col fratello ad eccezione di questa esperienza.

Lavoravo in una clinica con contratto a tempo indeterminato, ho lasciato il posto per aiutare mio fratello in un momento di crisi. Mi sono dedicata alla fabbrica, alle telefonate, alla parte operativa. È vero che per quei mesi ero la titolare, ma non avevo accesso a tutte le informazioni. A febbraio incominciai a notare che c’era qualcosa che non andava anche nei pagamenti che avremmo dovuto fare, chiesi allora i documenti a mio fratello e lui prese tempo. Finalmente andai in banca, e trovai una bella voragine. Ebbi paura, volevo uscire da quella situazione e riuscii a trovare la disponibilità a compiere la cessione delle quote a un prezzo accessibile solo grazie al mio consulente, a marzo.

La narrazione di Nancy Di Giovanni è attendibile: dalle nostre verifiche, risulta il suo ingresso in azienda come amministratrice e socia unica all’inizio di ottobre 2025, l’atto di cessione delle quote porta la data del 27 marzo 2026.

Dopo aver lasciato un lavoro con contratto a tempo indeterminato e aver trascorso un periodo tutt’altro che sereno nell’azienda del fratello, decide di creare una nuova impresa insieme a sua figlia: Divanetti Lab srl.

Avevamo individuato questa nuova azienda e il relativo sito che in un primo momento, anche a causa degli stessi prodotti, temevamo si trattasse di una terza realtà riconducibile a Riccardo Di Giovanni, dopo Che Divani con l’omonima piattaforma web e la sua ditta individuale ricondotta a un sito denominato Divani e Divanetti. Con un approfondimento emergeva però una differenza sostanziale nella redazione degli atti e nei riferimenti, sia in termini di indirizzi e dei professionisti, nonché nell’intestazione dei relativi immobili. Nel primo articolo è stata proprio la figlia di Nancy Di Giovanni, la titolare di Divanetti Lab srl Alice Enea, a rispondere alle nostre domande e soprattutto a prendere formalmente le distanze dall’attività dello zio per garantire l’estraneità della sua azienda. Anche sua madre tiene a ribadirlo:

Il prodotto è lo stesso, ma anche la fabbrica è diversa. Siamo tappezzieri grazie a mio padre, ci ha insegnato che il primo valore è l’onestà e non puoi essere imprenditore se non sei onesto e puntuale. Ecco perché abbiamo avviato quest’impresa con mia figlia: vogliamo ricreare con onestà, sacrificio e rispetto l’attività di famiglia.

Le parole pronunciate hanno una carica emotiva non indifferente ma, pur rispettando il suo punto di vista, resta il problema di chi ha speso migliaia di euro in cambio del nulla, molti di questi titolari di attività di ristorazione, con relativi problemi di scadenze e di gestione. Nancy Di Giovanni sembra esserne consapevole:

Il dispiacere che provo nel sentire queste persone non riesco a descriverlo, mi sento sporcata nella dignità. È giusto che denuncino.

Siamo a conoscenza di denunce presentate alle autorità nei primi mesi dell’anno. Riccardo Di Giovanni ha dichiarato il mese scorso di non aver ricevuto nessuna notifica e di aver incominciato a rimediare a queste mancate consegne, circostanza che a noi non risulta ma su cui non possiamo pretendere di conoscere una verità assoluta, a maggior ragione che ha preferito spendere la sua energia per minacciare una querela temeraria anziché fornire le prove di quanto asserisce. Adesso che anche la sorella ha preso una netta posizione, sarebbe importante che Riccardo Di Giovanni si renda conto che non può sperare di risolvere la situazione con ostentazioni di orgoglio, negando l’evidenza o ritenendo che qualcuno si stia accanendo contro di lui. Il nostro interesse è nei confronti di quelle persone che ancora oggi sono in difficoltà a causa di questa vicenda perché, anche se non si tratta di una condizione abituale oggigiorno, riteniamo che il giornalismo debba fondarsi su un concetto etico. Se questa situazione è la degenerazione di una crisi aziendale, che si adoperi per rimborsare i creditori: per anni sembra che abbia compiuto la sua attività di tappezziere senza causare problemi, come già dichiarato sin dal primo articolo. Se sussistono degli ostacoli materiali che gli impediscono di rimboccarsi le maniche e agire in tal senso, il concetto etico del giornalismo è anche a sua disposizione: ci contatti nuovamente, ma non per minacciare o per pretendere di avere ragione, ma per esporre la sua difficoltà. Il segreto professionale lo tutelerebbe in caso di eventuali circostanze delicate e, forse, una maggiore chiarezza su quanto stia accadendo alla realtà palermitana che lo circonda – e, si teme, lo stia fagocitando – potrebbe rivelarsi molto più utile di quanto si possa pensare, in primo luogo per individuare un percorso che assicuri il rimborso a chi ha investito i propri soldi e adesso si trova ingiustamente a fronteggiare problemi su cui non ha nessuna responsabilità.

Per questo continueremo a monitorare la vicenda. Chiunque voglia raccontarci la sua esperienza con dati documentali alla mano saremo pronti ad ascoltarlo e a dargli voce, nella speranza che queste informazioni siano utili al lavoro degli inquirenti.

Questo non è un Paese che si distingue per l’efficienza della giustizia, ma fortunatamente la giustizia non lo sa. E, a volte, procede comunque.