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“Rimuovete l’articolo o vi querelo”, l’intimazione irricevibile dell’imprenditore palermitano Di Giovanni

Non ha tardato a farsi sentire, anche se da mesi sembra non dare risposte ai suoi clienti sulle mancate consegne dei divani. Non vorrebbe darle neanche a noi ma, in una conversazione telefonica educata e ricca di spunti, emerge qualche dettaglio sulla sua versione dei fatti.

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La prima notizia è la più importante: dalla voce sembra che stia bene. I clienti che attendono da mesi spiegazioni e possibilmente rimborsi sulle mancate consegne dei divani stiano dunque tranquilli che il titolare dell’attività non è emigrato, non si è arruolato nella legione straniera e non è stato rapito dagli alieni.
La seconda notizia è la più singolare: ha telefonato per annunciare che intende querelare il sottoscritto e la testata se non rimuoveremo questo articolo.
È Riccardo Di Giovanni, titolare della Che Divani srl e della ditta individuale Multiservice, protagonista di questa storia e di comprensibili considerazioni poco garbate da parte dei cittadini, professionisti e imprenditori che hanno emesso un bonifico in cambio del nulla condito dal silenzio.

Con una ricerca di carattere societario e catastale siamo riusciti a identificarlo, a ricostruire l’assetto aziendale, approfondire i rapporti professionali e commerciali intrattenuti nel tempo che potessero fornire gli strumenti utili a comprendere il contesto, ma non è stato finora possibile chiarire del tutto la vicenda. Malgrado la conversazione telefonica, non sappiamo ancora per quale ragione non abbia dato alcun riscontro ai suoi clienti per mesi, in contraddizione con la celerità dimostrata nel contattarci.
In sintesi, sostiene che l’articolo in questione sarebbe diffamatorio nei suoi confronti, pieno di falsità e offese, ma non vuole rilasciare dichiarazioni ufficiali. Se ha facoltà di non esercitare il suo diritto di replica, è nostro dovere applicare il principio della corretta informazione divulgando ogni elemento utile a chiarire un fatto di indubbio interesse pubblico. È dunque opportuno analizzare quanto ha contestato telefonicamente, punto per punto, in modo da riportare quello che abbiamo potuto apprendere della sua versione. Nel rispetto della sua volontà non sarà riportato alcun passaggio testuale delle sue dichiarazioni, nel rispetto di chi legge è opportuno precisare che non è stato trasmesso alcun documento che possa comprovare quanto afferma.

Riccardo Di Giovanni lamenta il centinaio di migliaia di euro ipotizzato nell’articolo quale importo complessivo delle mancate consegne, fondato su un semplice calcolo di quanto dichiarato da alcuni contestatori e posto in relazione alla trentina di segnalazioni presenti solo su Google. È un’ipotesi ed è stata rappresentata come tale. Invece, Di Giovanni sostiene che l’importo complessivo delle mancate consegne non supererebbe i ventimila euro. Tuttavia, una cifra del genere viene superata solo calcolando l’importo di cinque contestazioni facilmente reperibili in rete, come già esposto nell’articolo; si prende comunque atto della dichiarazione. A prescindere dall’importo complessivo, non si sofferma sulle motivazioni delle mancate consegne, fa solo un breve riferimento a una crisi aziendale in via di risanamento e dichiara di aver già intrapreso le azioni necessarie per rimediare alle mancanze. Tutto documentato, assicura, ma questa documentazione non intende fornircela e non è certo tenuto a farlo, e noi non possiamo dilungarci su eventuali verifiche perché dobbiamo tutelare le nostre fonti, a maggior ragione che Di Giovanni ha chiesto esplicitamente di sapere chi fossero e ha espresso la volontà di esercitare una ritorsione giudiziaria nei nostri confronti se non sottostiamo alla sua volontà di umiliare la libertà d’informazione con la rimozione dell’articolo.

Sostiene di non aver ricevuto alcuna notifica di denuncia, questo è del tutto plausibile conoscendo i tempi della giustizia italiana; come ribadito nell’articolo, è possibile che gli inquirenti stiano ancora lavorando per fare luce su tutto l’assetto aziendale che può non essere semplice da ricostruire. Anche in questo caso, Di Giovanni sembra considerare delle accuse qualcosa di documentato e che, in qualità di mera informazione, non costituisce di certo un atto di accusa. Insomma, l’articolo è colpevole di aver esposto una circostanza dettagliatamente.

È proprio sul dettaglio che Di Giovanni sostiene che sarebbero state pubblicate delle falsità, perché abbiamo osato menzionare Gaetano Gioè e le sue vicissitudini giudiziarie; precisazione fuori luogo, secondo lui, perché dichiara di non averci nulla a che fare. Dalle nostre verifiche risulta che Gioè è cointestatario degli immobili dove Di Giovanni ha dichiarato le sue sedi legali, ma anche a fronte di questa precisazione ritiene che la circostanza non avrebbe importanza. Neanche se Di Giovanni dal 2025 è socio e amministratore unico della Divani Locali srl di Milano subentrando proprio a Rossella Gioè, altra cointestataria degli immobili in questione. In merito alle vicende giudiziarie di Gaetano Gioè menzionate nell’articolo, documentate dalla cronaca dell’epoca, è stato doverosamente sollevato il dubbio sulle stesse trattandosi degli anni in cui Silvana Saguto sedeva alla presidenza della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo e disponeva sequestri preventivi contro persone innocenti col pretesto dell’antimafia. Nel corso della telefonata Di Giovanni ci conferma dunque di usufruire degli immobili dei Gioè e non fa alcuna menzione agli Onorato, che forse neanche conosce perché presumibilmente sono solo i proprietari degli altri immobili dello stesso indirizzo, incluso il noto collaboratore di giustizia Francesco, ritenuto ex reggente della famiglia mafiosa di Partanna-Mondello. A fronte di un contesto del genere, dato che Riccardo Di Giovanni lavora anche nell’ambito nautico e la sua attività è concentrata prevalentemente nel quartiere Acquasanta di Palermo, è stato d’obbligo sottolineare che non è stata riscontrata alcuna parentela tra lui e i Di Giovanni noti alle cronache giudiziarie da almeno trent’anni, operanti anch’essi all’Acquasanta e nell’ambito dei servizi nautici. Al telefono dichiara infatti di non conoscerli, ma sostiene che questo passaggio sarebbe tendenzioso e finalizzato a suscitare l’effetto contrario nelle persone che leggono l’articolo. È un mistero come sia possibile associare una persona alla mafia dichiarando l’esatto contrario; in fondo è coerente con la sua precisazione che la minaccia di querela, pur sempre espressa nell’educazione mantenuta durante la telefonata, non sarebbe una minaccia. Allo stesso modo, ha parlato di danno all’immagine e all’azienda che sarebbe provocato da questo articolo, che però è stato scritto in seguito a diverse denunce pubbliche e che evidenzia il danno subito dai suoi clienti per via di una crisi aziendale da lui stesso dichiarata. Forse, per Di Giovanni, anche questo dettaglio non ha importanza. Non ha importanza dare una risposta al disagio provocato dalle mancate consegne dei divani. Non ha importanza che nell’articolo non sia stata riportata nessuna falsità, non gli piace quanto è stato scritto e pertanto bisogna adottare ogni misura per zittire il giornale. Non ha importanza che la libertà d’informazione opera anche a sua tutela, non vuole esercitare il diritto di replica né eventuali richieste di rettifica, forse vuole solo impedire che si conosca il problema provocato ai clienti e risolvere il problema alla radice punendo chi ha osato trattare il caso. Non ha importanza che le informazioni riportate siano solo quelle necessarie a identificare il responsabile e fornire il contesto, perché un’inchiesta che affonda le radici in un determinato territorio tende a moltiplicarsi in diversi filoni ed è opportuno selezionare accuratamente ogni informazione sia per correttezza che per continenza. Ad esempio, è giusto analizzare il contesto dove il soggetto ha la sede legale, non lo sarebbe dilungarsi sui passaggi nell’ambito della ristorazione dato che il tema trattato riguarda la mancata consegna dei divani. È giusto fornire dettagli sugli aspetti societari, non lo sarebbe soffermarsi su questioni di carattere personale anche se queste ultime rafforzerebbero la ricostruzione. E queste “ingiustizie” non sarebbero tali perché vietate dalla legge o dalla deontologia professionale, ma da un valore molto più alto che corrisponde al principio etico e alla consapevolezza che la pratica giornalistica non è un perseguimento diretto della giustizia, ma della verità. Da quest’ultima è poi possibile accedere alla giustizia ma, qualora venga prodotto un effetto diverso, è sintomo di dover proseguire nella ricerca su ogni dettaglio, filone ed elemento. Tutto questo, per lui, non ha importanza. E nella pretesa di rimuovere l’articolo non sussiste neanche una volontà di riservatezza – che sarebbe comunque impropria per l’interesse pubblico del fatto – dato che nel corso della telefonata ha persino offerto la possibilità di un incontro perché si possa raccontare la sua storia imprenditoriale, sempre a condizione che sparisca quanto è stato divulgato finora. Della serie: ti faccio fare comunque l’articolo, garantisco che tu svolga il tuo mestiere, ma come dico io.

Se Riccardo Di Giovanni volesse aggiornarci sui rimedi che dichiara di aver adottato nei confronti dei clienti e fornirci l’adeguata documentazione per attestarne la veridicità, sarà nostra premura scriverne. Se dovesse ripensarci sull’esercizio del diritto di replica, propostogli più volte nel corso della telefonata, è libero di esercitarlo scrivendo alla nostra redazione. Perché l’informazione, a tutela di chi ha pagato per una consegna e non ha ricevuto né il prodotto né una spiegazione a distanza di mesi, è patrimonio di tutti. Anche di chi vorrebbe intimorire, punire e zittire chi la pratica.