Abderrahim Fakir: Il dolore di una tragedia e il valore della dignità umana
Una vita spezzata a 43 anni, il silenzio dei margini di questa assurda storia, ma nostro dovere morale di non voltarsi dall'altra parte

La morte di Abderrahim Fakir non può e non deve essere ridotta a una semplice riga di cronaca nera, un titolo letto di freccia sullo schermo dello smartphone prima di passare alla dieta e agli astri del giorno. Dietro questo nome sconosciuto, c’era un giovane uomo, un volto, una storia fatta di speranze, sacrifici e sofferenze che meritano di essere ascoltate, raccontate e, soprattutto, rispettate.
Quando una vita si spegne nel dolore e nella solitudine, nella disperazione del torbido, la comunità ha il dovere di fermarsi a riflettere. La tragedia di Abderrahim pone interrogativi profondi sul valore che diamo all’esistenza di chi vive ai margini, sul peso dell’indifferenza e sulla necessità di fare piena luce sulle circostanze che hanno portato a questa drammatica fine. Chi scrive e racconta i fatti ha il dovere deontologico d’essere preciso, ma la gente ha il dovere morale di non dimenticare.
Una vita oltre i numeri
Troppo spesso, storie drammatiche come quella di Abderrahim rischiano di finire inghiottite nel calderone dell’invisibilità, della becera indifferenza. Perché quando si parla di giovani immigrati o di persone che affrontano contesti di forte vulnerabilità, il pericolo principale è la spersonalizzazione: si parla di “casi”, di “statistiche”, di numeri inseriti nel tessuto sociale, e nella sostanza, vergognosamente, ci si dimentica della persona, dell’uomo, del valore umano.
Da ragazzo, crescendo nell’oratorio salesiano, ascoltai un’omelia che mi è rimasta impressa. Il sacerdote ci spiegò come, prima dell’avvento di Cristo, il valore di un essere umano fosse determinato quasi esclusivamente dalla sua estrazione sociale. Nobili, patrizi e ricchi godevano di tutele e potere, mentre il resto della popolazione era considerato poco più di un numero, utile solo a mantenere il sistema e sacrificabile senza giustificazioni. La venuta di Gesù ha ribaltato questa logica. Pur non eliminando le disuguaglianze materiali ed economiche, ha introdotto un principio rivoluzionario: davanti a Dio, ogni uomo ha lo stesso identico valore, poiché tutti siamo generati allo stesso modo. Questa visione ha cambiato per sempre il corso della storia. Oggi, anche chi non ha Fede riconosce che l’uguaglianza fondamentale tra gli esseri umani, indipendentemente dalla ricchezza o dal potere, è una conquista storica e morale radicata in quella rivoluzione spirituale e dovuta all’opera evangelica del Cristo.
Uno Stato moderno che si professa democratico, deve farsi garante di questa uguaglianza, proteggendo tutti indipendentemente da razza, colore, credo politico o religioso. Abderrahim era un cittadino immigrato regolare, aveva una famiglia, legami, sogni per il futuro e la ricerca quotidiana di una dignità che ogni essere umano ha il diritto fondamentale di rivendicare. Raccontare la sua storia significa restituirgli ciò che la tragedia gli ha strappato: la sua identità e la sua voce.
“La civiltà di un popolo e di una società evoluta si vede da come tratta i suoi membri più vulnerabili. Quando una giovane vita si spegne nel silenzio, la sconfitta è collettiva.
Il dovere della verità e della giustizia
Di fronte a un fatto così doloroso, l’empatia e la solidarietà sono soltanto il primo passo, ma da sole non bastano. Occorrono soprattutto chiarezza, verità e giustizia. È fondamentale che le autorità facciano le giuste indagini e la giustizia il proprio corso, al fine di chiarire ogni dinamica della vicenda, ricostruendo minuziosamente i fatti, accertando eventuali responsabilità e garantendo che non ci siano zone d’ombra. Ma, come detto prima, noi tutti abbiamo un grande obbligo morale, chiamiamola una forma di responsabilità sociale e culturale che riguarda il modo di vivere in questo mondo. In sintesi abbiamo il dovere di superare una dei più gravi mali della nostra società: l’indifferenza. Abituarsi al dolore altrui non può essere una forma di rassegnazione. Vanno tutelati e la dignità dell’uomo, del lavoro e della vita. Nessuno dovrebbe trovarsi in condizioni di tale fragilità al punto di vedere a rischio la propria incolumità. Va tutelata la vita in ogni sua forma, per far sì che chi si trova in difficoltà trovi sempre porte aperte e non muri di gomma.
Il dovere della memoria
Abderrahim Fakir non c’è più, e il dolore per la sua scomparsa resta un macigno per chi lo ha conosciuto e amato. Il modo migliore per rendere omaggio al suo ricordo è fare in modo che la sua storia lasci un segno: una spinta verso una maggiore umanità, una richiesta ad alta voce di immediata giustizia e l’impegno a fare in modo che tragedie del genere non si ripetano nel silenzio di tutti. L’autopsia chiarirà l’esatta causa della morte, mentre filmati e testimonianze ci indicheranno se ci sono responsabilità. Da quanto visto fin ora, non sembrano esserci violenze o cattive modalità d’intervento da parte degli operatori. Andrà valutato ogni secondo, ogni ricordo testimoniale, per dare una spiegazione alle cause di questa tragedia.
Questo è un dovere morale, il dovere di una comunità che deve essere profondamente addolorata e preoccupata per quanto avvenuto. Il dovere di tutti noi è quello di evitare che il nome di Abderrahim, rimanga impresso non solo nelle carte di un tribunale o tra le righe di un giornale, ma nella coscienza di chi crede ancora che ogni vita umana abbia uno straordinario, grande ed unico inestimabile valore.