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In Italia, e in Sicilia, di lavoro si muore. A Siracusa, di lavoro si muore in silenzio. La storia di Filippo Ballotta

Il silenzio che ha avvolto la morte di Filippo Ballotta attraversa e fagocita i fatti. Nel tempo sospeso dei soccorsi, nelle versioni discordanti, nell’assenza di controlli e chiarimenti, quel silenzio si è stratificato. Ed è dentro questo vuoto che una morte sul lavoro a Siracusa rischia di non trovare responsabilità né verità.

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È il 7 gennaio. Le vacanze di Natale si sono appena concluse per Filippo Ballotta, sessantaquattrenne melillese che da tutta la vita fa l’autista. Lo attende una giornata di lavoro con la Ecoservizi S.R.L. di Priolo Gargallo, azienda con cui lavora da anni nonostante l’ultima assunzione si sia conclusa a dicembre 2024. Esce di casa presto: con sé ha una borsa con una focaccia e un caffè per il pranzo, e una confezione di medicinali salvavita. Filippo è cardiopatico: nel 2020 ha subito un’operazione di bypass riuscita perfettamente, che gli ha permesso di tornare alla sua vita seppur con accorgimenti. Anche all’ultima visita di routine, a giugno 2025, il cardiochirurgo gli aveva raccomandato di evitare sforzi fisici.

Filippo di lavoro fa l’autista, guida camion che trasportano asfalto. È compito dell’autista, dopo lo scarico, ripulire il cassone dai residui prima del carico successivo. Forse nessun medico del lavoro aveva visitato Filippo per accertare l’idoneità a ricoprire quella mansione, poiché l’ultima assunzione si era conclusa oltre un anno prima. Ed è forse proprio perché nessuno gli aveva raccomandato di evitare che Filippo, il 7 gennaio, svolge comunque quel compito. Lo fa a bordo di un camion immatricolato nel 2005, obsoleto in molte sue componenti. Pare che nessuno volesse guidarlo: troppo scomodo nelle manovre e nelle operazioni di copertura del cassone, da eseguire tramite una manovella a mano, uno sforzo intollerabile per gli altri autisti. Filippo è su quel camion vetusto nel primo pomeriggio del 7 gennaio. Dopo aver scaricato l’asfalto e ripulito il cassone, è al volante, nel piazzale antistante il deposito della Fondazione INDA di via Elorina 148, in attesa di ripartire per un nuovo carico. È in quel momento che Filippo accusa un malore fatale, mentre si trova al posto di guida, in un’area di competenza comunale, in un cantiere in cui operano mezzi e uomini della Ecoservizi S.r.l.

Dall’Albo Pretorio Storico non risulta alcun rapporto formale tra il Comune di Siracusa e la ditta. Probabilmente operano in subappalto, ma per conto di chi? E con quali autorizzazioni? Domande che forse troveranno risposta nei prossimi trenta giorni con l’istanza di accesso agli atti presentata da questa testata, e protocollata in data 25 febbraio.

E le operazioni di soccorso?

Il malore che provoca la morte di Filippo si verifica mentre si trova al posto di guida. Alle 15:26 qualcuno chiama un’ambulanza che arriva sul posto alle 15:32. L’infermiere, da solo a bordo, dichiara di aver trovato Filippo privo di segnali vitali. Inizio manovre di rcp – rianimazione cardiopolmonare – si legge nel referto. Manovre che non possono essere praticate mentre il paziente è seduto al posto di guida, poiché è necessario che sia sdraiato supino su una superficie rigida, per permettere al soccorritore di posizionarsi correttamente. Filippo doveva dunque trovarsi necessariamente fuori dall’abitacolo.

I Vigili del Fuoco, presenti sul posto dalle 16:03, dichiarano: “Al nostro arrivo il sig. Ballotta Filippo (autista del mezzo pesante) era stato portato dentro l’ambulanza del 118 per prestare le cure del caso”. Nessun intervento di estrazione viene quindi effettuato dai pompieri.

Chi ha portato giù dal camion Filippo? E quando? Queste operazioni hanno sottratto ai soccorritori decine di minuti essenziali? Questi minuti avrebbero potuto determinare la sopravvivenza di Filippo? Interrogativi che si fanno più urgenti alla luce del referto della seconda ambulanza, con medico a bordo, giunta sul posto alle 16:05: “paziente in arresto cardiocircolatorio da circa un’ora”. Stando a questa ricostruzione, sarebbero almeno ventisei i minuti passati senza che venissero allertati i soccorsi. Cosa è accaduto in quasi mezz’ora? Perché Filippo non era più al posto di guida all’arrivo dei soccorsi?

L’ora del decesso è verbalizzata alle 16:35. Solo qualche minuto prima, alle 16:27, Giuseppe Ballota, figlio di Filippo, viene avvisato della morte del padre da un parente che lavora per la Ecoservizi. Giuseppe si precipita al cantiere. Sono circa le 17:00. Filippo è adagiato su una lettiga dell’ambulanza, mentre, secondo quanto riferito, gli altri operai continuano a lavorare. Qualcuno si avvicina, le spiegazioni sono vaghe. Emerge che già dalle 10:00 di quella mattina Filippo avrebbe lamentato dolori; nessuno però lo aveva congedato, accompagnato all’ospedale o avvisato i suoi familiari.

Sul posto è presente anche la Polizia, che alle 17:30 verbalizza la riconsegna degli effetti personali di Filippo e, alle 17:35, la consegna della salma. “Deceduto per cause naturali” si legge. In nessuno dei due verbali vi è riferimento al fatto che il decesso sia avvenuto sul posto di lavoro. Una circostanza invece esplicitata dalla stessa azienda nella comunicazione di infortunio presentata all’INAIL alle 19:08 dal consulente del lavoro Alessandro Incardona, su mandato del titolare Giuseppe Lombardo. Incardona scrive che il malore mortale è avvenuto presso un cantiere di via Elorina, ed è forse l’unico elemento dell’intera dichiarazione che, al momento, trova riscontro. Filippo viene infatti descritto come un lavoratore full time a tempo determinato, assunto il giorno della sua morte, il 7 gennaio. Dichiarazione in contrasto con quanto emerso dagli accertamenti condotti dai familiari: dai dati del centro per l’impiego di Augusta, Filippo non risultava più ingaggiato da dicembre 2024.

Nello stesso documento, Incardona dichiara inoltre che Filippo avrebbe abbandonato il posto di lavoro alle ore 15:20, e che il datore di lavoro non era presente sul posto. Si afferma anche che il malore sarebbe avvenuto alle 15:20, lo stesso orario del presunto abbandono del luogo di lavoro, mentre il lavoratore era seduto dentro il camion, fermo in attesa. Nessuna risposta alla richiesta di specifica sul regime in cui si svolgevano i lavori (appalto, subappalto o altra forma di lavoro per conto di terzi).

E poi il silenzio

È il 7 gennaio. Le vacanze di Natale si sono appena concluse per Filippo Ballotta, sessantaquattrenne melillese che per tutta la vita ha fatto l’autista. Lo attende il suo ultimo giorno di lavoro. Un malore. La morte. E poi il silenzio, che stride con la dinamica dell’accaduto.

La procura sta indagando, ma ad oggi pare che nessuno dei presenti in via Elorina 148 sia stato ascoltato, che manchi l’acquisizione dei filmati di videosorveglianza così come del cellulare di Filippo, e che non sia stata disposta l’autopsia. Elementi che potrebbero delineare con maggiore chiarezza i momenti prima e dopo il malore, fornire risposte su chi abbia estratto il corpo dal camion e su come sia avvenuto lo spostamento, oltre a ricostruire eventuali responsabilità, omissioni e connivenze.

È vero, la giustizia opera nel silenzio. Ma non si può restare indifferenti alle troppe, evidenti assenze che a due mesi dall’accaduto attraversano ancora questa storia.

Filippo Ballotta è morto mentre lavorava, presumibilmente in nero, in un’area comunale. Elementi che, da soli, avrebbero dovuto attivare i sindacati, i quali, con il silenzio, sono di fatto venuti meno alle funzioni di difesa della vita dei lavoratori, di denuncia delle responsabilità e di contrasto all’impunità che troppo spesso accompagna le morti sul lavoro. Gli stessi elementi che, da soli, avrebbero dovuto attivare le istituzioni che, con il silenzio, sono di fatto venute meno al dovere di intervento e di trasparenza.

Sono questi silenzi a rendere ancora più urgente il racconto di questa storia, l’approfondimento e il monitoraggio dei suoi sviluppi, affinché Filippo Ballotta possa ricevere la giustizia che una morte sul lavoro merita.