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Barcellona Pozzo di Gotto, il caso Ofria e oltre: le ramificazioni del non-sequestro – 2

La gestione mafiosa di un’azienda confiscata alla mafia, i retroscena e le omissioni di una vicenda passata dalla cronaca come un generico caso di mala amministrazione e già finita nel dimenticatoio.

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Cosa Nostra accetta dimissioni? Viene da chiederselo leggendo le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia del clan dei barcellonesi – Nunziato Siracusa e Carmelo D’Amico – relative all’appartenenza mafiosa di Salvatore e Domenico Ofria. I due fratelli, condannati per associazione mafiosa, vengono apostrofati come boni cristiani, fuori dagli ambienti mafiosi o fuoriusciti senza nessuna conseguenza. Siracusa e D’Amico, che a distanza di anni dall’inizio della collaborazione – avvenuta per entrambi nel 2014, e curata dai procuratori Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo – hanno cercato di riabilitare gli Ofria, offrono una narrazione in netto contrasto con le risultanze investigative, le condanne definitive e le decine di collaboratori che negli anni hanno raccontato la caratura criminale degli Ofria, la posizione dirigenziale ricoperta in seno all’associazione e gli apparentamenti che hanno permesso loro di scalare i vertici locali. Durante le loro dichiarazioni, nessuna contestazione o richiesta di precisazione è stata posta dalla Procura della Repubblica. Un atteggiamento che sembra riproporsi anche nei confronti di alcune dichiarazioni di Luisella Alesci, moglie di Salvatore Ofria e coinvolta nel processo conclusosi lo scorso due aprile. Nell’interrogatorio di garanzia del 16 gennaio 2025, Alesci racconta un episodio che coinvolge anche il suo legale, l’avvocato Giuseppe Lo Presti. Nessuna domanda da parte del giudice, nessuna conseguenza per l’avvocato Lo Presti. Il nome del legale compare anche in un’intercettazione ambientale in cui Alesci riferisce di contatti con il collaboratore D’Amico. Nessuna domanda da parte del giudice, nessuna conseguenza per l’avvocato Lo Presti.

Siracusa e D’Amico, due versioni contro la verità

Giugno 2021, sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina. Il collegio si riunisce a seguito della richiesta di revisione della confisca dei beni degli Ofria. Alla presenza del Pubblico Ministero Vito Di Giorgio e degli avvocati della difesa di Domenico Ofria, Giuseppe Lo Presti e Salvatore Silvestro, vengono ascoltati due testimoni. Nunziato Siracusa, già a capo del gruppo di Terme Vigliatore, condannato in via definitiva per mafia in numerosi processi tra cui Mare Nostrum, Vivaio e Gotha VI, ex cognato di Salvatore Ofria e collaboratore dal 2014, esclude categoricamente l’appartenenza mafiosa dei fratelli Ofria. Riferisce che tra la fine degli anni ’80 e il 2014 – periodo della sua attività criminale – non gli risulta che i due fossero associati. Alle domande dell’avvocato Lo Presti, Siracusa risponde:

Signor Lo Presti, nel lontano passato, io ripeto […] Salvatore risultava un bonu cristianu quando era a Barcellona, però dal lato che Salvatore era un associato, fino a quando c’ero io, no.

A confermare la versione di Siracusa è Carmelo D’Amico. Membro di spicco del gruppo dei barcellonesi, condannato in via definitiva per mafia nei processi Pozzo 1 e Gotha 6, collaboratore dal 2014, riguardo a Salvatore precisa:

Salvatore Ofria aveva uno sfascio, sfasciacarrozze, dove lavorava anche Domenico Ofria […]. E Salvatore Ofria fino al 1992, 91-92, era uno dei capi dell’associazione barcellonese. Aveva anche… custodiva anche il libro mastro che poi lui ha ceduto a Giuseppe Gullotti perché lui è uscito dall’associazione e quello che risulta a me, dal 1992 non ha fatto più parte dell’associazione.

Le dichiarazioni di D’Amico sembrano demolire decenni di certezze sul vincolo associativo. La Cosa Nostra del “non è possibile recedere da vivi” si sarebbe democratizzata a tal punto da accettare le dimissioni di un suo associato. Di più. Fino ad accettare le dimissioni del custode del libro mastro senza alcuna conseguenza., com’è lo stesso D’Amico a precisare:

Conseguenze no per lui, perché lui era cognato di Sam Di Salvo, fratello di Nino Ofria che ha continuato a far parte dell’associazione mafiosa, cognato di Nunziato Mazzù e quindi non ha avuto nessuna diciamo ripercussione.

I legami di sangue, secondo la storia, saldano il già inviolabile vincolo tra un associato e Cosa Nostra. Il compito antropologico è garantire a Cosa Nostra – non all’associato – il totale assoggettamento e prevenire che il nome della famiglia venga infangato da fatti scabrosi come il tradimento del vincolo associativo. Ancora una volta, D’Amico sovverte regole centenarie, senza nessuna richiesta di precisazione da parte della Procura.  Il PM Di Giorgio, procuratore a Messina sin dal 1998 e alla Direzione Distrettuale Antimafia dal gennaio 2009, che già dal 2019 è a conoscenza delle attività illecite perpetrate nella ditta Bellinvia, ascolta le dichiarazioni e, in entrambi i casi, interviene solo per precisare che non ci sono domande. Sarà il Tribunale di Napoli, nel 2023, a stabilire che le dichiarazioni di Carmelo D’Amico e quelle di Nunziato Siracusa non trovano riscontri esterni.

Difendere la difesa

Le storture nella vicenda Ofria non sono poche. Si aggrovigliano tra le parole dei collaboratori di giustizia. Si mimetizzano tra l’inerzia della Procura di Messina e la burocrazia dell’ANBSC. Si manifestano nel silenzio delle realtà antimafia territoriali, ma anche nelle parole di personaggi che sembrano secondari. È il caso di Luisella Alesci, moglie di Salvatore Ofria. Imputata e condannata in primo grado lo scorso due aprile, Alesci viene ascoltata in merito alla vicenda della ditta Bellinvia il 16 gennaio 2025.
L’interrogatorio di garanzia ripercorre numerosi episodi e si incaglia su uno in particolare: il ritrovamento di alcune microspie. Il PM Monaco chiede conto a Luisella Alesci di quelle rinvenute nei locali della ditta Bellinvia, e l’interrogata ribadisce più volte di non essere stata lei a rimuoverle. Dichiarazioni che troverebbero riscontro nelle risultanze investigative: dalle intercettazioni ambientali risulta che il 28 giugno 2024 Fabio Salvo – dipendente della Bellinvia – ha contattato l’elettricista Aldo Famà, recatosi il 1 luglio in azienda per procedere a un’accuratissima opera di ricerca di microspie e telecamere eventualmente installate nei diversi uffici […] che aveva condotto alla rimozione di numerosissimi captatori installati.

Quelle degli uffici non sono le uniche microspie rimosse. Alesci, infatti, continua con il racconto:

….alzo la mano e trovo le microspie nella macchina di mia figlia. […] Le ho detto: non ti preoccupare, stai tranquilla, domani ne parlo con l’avvocato. E l’indomani mattina ho contattato l’avvocato Lo Presti e gli ho detto se li potevo togliere, perché non… dice li tolga signora, mi ha detto l’avvocato. E io le ho tolte e basta, quelle di mia figlia. Io quelle ho tolte, quelle nella macchina di mia figlia che è intestata a me, ma è di mia figlia. Per il resto non ho tolto niente e non ho toccato niente altro.

Giovanni Donzelli e Giuseppe Lo Presti in una foto di gruppo durante la campagna referendaria per il Sì a Messina – 5 marzo 2026

Il PM Monaco sembra sorvolare e prosegue con altre domande. Occorre invece soffermarsi su quanto dichiarato e, come vedremo, più volte ribadito nell’interrogatorio da Luisella Alesci. L’avvocato menzionato è Giuseppe Lo Presti, penalista di punta del foro di Barcellona Pozzo di Gotto. Già tesoriere e presidente della Camera Penale barcellonese, da qualche anno presta le sue competenze a Fratelli d’Italia di cui è dirigente e responsabile provinciale del dipartimento giustizia.

Le parole di Alesci sono inequivocabili: Lo Presti avrebbe detto all’imputata di rimuovere le microspie. L’avvocato, che è presente all’interrogatorio, non interviene mai. A farlo è il collega Silvestro, che prova ad aggiustare il tiro:

 

Senta signora, quando siete andati a parlare con il collega Lo Presti e vi ha consigliato di fare la denuncia, siete andati poi a fare la denuncia?

Ma Alesci non ha mai parlato di denuncia. Infatti precisa: No, lui non mi ha detto di fare la denuncia, io ho parlato con l’avvocato Lo Presti e lui mi ha detto di toglierla. Viene interrotta, ma prosegue: Signora la tolga mi ha detto, gliela può togliere, se poi verranno gli dice che sono stato io. Poi, si rivolge direttamente a Lo Presti: l’ha detto lei avvocato.

Una circostanza grave, passata inosservata sia alla Procura sia al Tribunale di Messina. Così come non sono mai state discusse altre dichiarazioni di Luisella Alesci, frutto di un’intercettazione ambientale del 10 maggio 2024.

Che ti devo dire pure che l’avvocato Lo Presti si sente con D’Amico al telefono? Che ti devo dire pure questo? Il pentito … Per mettersi al sicuro lui? Che ti devo dire pure questo?

Nulla ha trovato spazio nel processo. Tant’è che l’avvocato Lo Presti ha proseguito serenamente con l’incarico e ha partecipato al processo in qualità di difensore di Alesci e di altri imputati, tra cui Salvatore Ofria.

Resta così sospeso un altro nodo che il processo non ha sciolto. Ed è nel limbo di queste dichiarazioni mai accertate che sembra nascondersi una delle storture più critiche: il ruolo dell’avvocato Lo Presti. Se le parole di Alesci fossero state approfondite, avrebbero forse permesso di scogliere i dubbi sollevati da elementi che, proprio per la mancata verifica, restano inquietanti.

Per cercare di chiarire questi passaggi, nell’ambito del progetto di inchiesta sociale Làmia, abbiamo provato a contattare l’avvocato Lo Presti. Avremmo voluto conoscere la sua versione dei fatti, andare più a fondo su questi episodi – di rilevanza quantomeno pubblica –rimasti invece sepolti nei verbali. L’avvocato Lo Presti, però, non ci ha dato neanche il tempo di porre una domanda, precisando immediatamente di non voler rilasciare alcuna dichiarazione.

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