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Barcellona Pozzo di Gotto, il caso Ofria e oltre: le ramificazioni del non-sequestro – 1

La gestione mafiosa di un’azienda confiscata alla mafia, i retroscena e le omissioni di una vicenda passata alla cronaca come un generico caso di mala amministrazione e già dimenticata.

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Lo scorso due aprile il Tribunale di Messina ha condannato in primo grado quindici dei sedici imputati per la gestione mafiosa della ditta Bellinvia. L’azienda, intestata alla madre di Salvatore e Domenico Ofria, era stata confiscata nel 2011 e affidata all’amministratore giudiziario Salvatore Virgillito – ancora a processo al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto – che avrebbe invece permesso ai due elementi di spicco del clan dei barcellonesi e ai loro stretti familiari di continuare a gestire gli affari leciti e illeciti dell’azienda. La vicenda, che smaschera uno dei casi più eclatanti di mala gestione dei beni confiscati degli ultimi tempi, è stata raccontata nella docuserie YouTube “Cronaca di un non-sequestro. Il caso Ofria” di Làmia. Con la quinta puntata, pubblicata lo scorso 28 giugno, si conclude la narrazione audiovisiva. Sebbene, infatti, l’amministratore giudiziario Virgillito sia ancora sotto processo, ci sono sottotrame, personaggi e collegamenti che sarebbe riduttivo circoscrivere al “caso Ofria”. Per questo motivo, l’inchiesta prosegue sulle pagine di In Sicilia Report, che ospita il primo articolo di una vicenda collaterale.

Le condanne in primo grado di Salvatore e Domenico Ofria, dei familiari e degli ex dipendenti della ditta Bellinvia, con pene dai due ai sedici anni di reclusione, sono solo uno dei risvolti di una vicenda lunga ed intricata in cui convergono responsabilità e omissioni di professionisti, avvocati e magistrati.

Il luogo del delitto è l’azienda di smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, nonché sfasciacarrozze, Bellinvia Carmela, l’impresa individuale intestata alla madre di Salvatore e Domenico Ofria. Attiva sin dal 1980, la Bellinvia nel 2011 viene sequestrata e affidata a Salvatore Virgillito, rinomato amministratore giudiziario e curatore fallimentare, che nel 2022 raggiungerà l’apice della sua carriera presiedendo l’Ordine dei Commercialisti di Catania. Virgillito, sulla carta, amministra per quattordici anni, mantenendo in vita l’azienda e addirittura ampliandone le attività esercitate in sede.

Visura della ditta “Bellinvia Carmela”, dettaglio sulle attività esercitate nella sede. In evidenza, il periodo di amministrazione giudiziaria di Salvatore Virgillito.

E invece, stando alle risultanze investigative, la gestione sarebbe rimasta di fatto nelle mani di Salvatore Ofria (appellato come “il principale”) e del fratello Domenico, presente periodicamente in azienda, che avrebbero demandato la quotidiana gestione alle rispettive consorti Luisella Alesci e Tiziana Foti, impiegate nella ditta, e a un loro uomo di fiducia, il direttore tecnico Paolo Salvo.

In contrapposizione con l’esperienza palermitana della Saguto, che confiscava senza accusa per mafia per spremere le imprese fino al fallimento, il metodo impiegato nella ditta Bellinvia sembra invece aver prediletto una gestione formale e una de facto che insieme avrebbero operato per la buona sorte delle attività lecite, favorendo il proliferare di quelle illecite.

Il caso Ofria e la magistratura peloritana

E la Procura? È al corrente della situazione almeno dal 2019, anno della prima informativa sul conto di Salvatore Ofria, a cui ne sono seguite almeno altre due. Tutte archiviate. Nel documento dell’8 gennaio 2019 indirizzato ai procuratori Vito Di Giorgio e Fabrizio Monaco, il commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto lascia poco margine di interpretazione. Nella seconda pagina si legge:

L’attività investigativa intrapresa nell’ambito del presente procedimento penale consente di affermare che OFRIA Salvatore, indirettamente e per mezzo dei suoi familiari e collaboratori, impiegati in qualità di dipendenti dell’impresa “Bellinvia Carmela”, continua ad esercitare il controllo della suddetta impresa, nonostante sia affidata alla gestione di un amministratore giudiziario.

Contesto ribadito anche nelle successive informative del 2020, indirizzate ai procuratori Fabrizio Monaco e Francesco Massara, assieme ad un altro aspetto non rientrato nel processo che ha visto la condanna in primo grado lo scorso due aprile: i rapporti della ditta Bellinvia con la Raffineria di Milazzo. È stata l’Associazione Antimafie Rita Atria, lo scorso 21 maggio, a sottolineare con un esposto alla Procura di Messina la necessità di approfondire i contorni e le opacità ad oggi ancora trascurati.

Tornando alla malagestione della ditta Bellinvia, nel 2021 viene informato anche il dottor Maurizio De Lucia. Ai vertici della Procura peloritana dal 2017 al 2022 e poi transitato alla Procura di Palermo, è destinatario di una missiva a firma dell’avvocato Ugo Colonna, autore di numerosi esposti sulla vicenda. Nulla di nuovo rispetto a quanto raccolto dal Commissariato barcellonese negli anni precedenti e ribadito successivamente.

Dunque, per almeno sei anni dalla prima informativa, la ditta Bellinvia ha operato serenamente –  addirittura senza rendicontare – e con la Procura informata delle criticità riscontrate. Lo confermerebbero le dichiarazioni dello stesso amministratore Salvatore Virgillito. Durante l’interrogatorio di garanzia del 16 gennaio 2025, davanti ai PM Francesco Massara e Fabrizio Monaco – gli stessi a cui erano state indirizzate le informative degli anni precedenti – a domanda del GIP Salvatore Pugliese, che chiede se avesse informato qualcuno della presenza di Salvatore Ofria nei locali della ditta Bellinvia, Virgillito dichiara:

Sia al Giudice che al dottore Di Giorgio, perché per me il riferimento era il dottore Di Giorgio per le cose che le dicevo, però per iscritto dottore dovrei guardare perché può essere che qualche segnalazione l’ho fatta, ne ho parlato con il Giudice, in qualche passaggio ci sia.

In merito ai rapporti tra Di Giorgio e Virgillito, quest’ultimo lo nomina sei volte durante tutto l’interrogatorio, con una precisazione nella sua prima risposta:

Io gestisco l’azienda […] dal 2011. Sono stato segnalato dal dottore Vito Di Giorgio per la fiducia che aveva in me.

Né i PM né il GIP, invece, si soffermano su queste dichiarazioni, verbalizzate mentre Di Giorgio prestava ancora servizio a Messina. Non possiamo sapere se il Procuratore abbia preso provvedimenti in merito. Sappiamo con certezza però che, già destinatario delle prime informative, è il firmatario dell’avviso di conclusione delle indagini. Uno degli ultimi atti prima del ricongiungimento con De Lucia a Palermo, dove da settembre 2025 è in carica come aggiunto alla DDA.

Il caso Ofria e l’ANBSC

Nel processo di Messina, concluso lo scorso 2 aprile, l’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata è stata individuata come parte offesa, ma ha rinunciato alla costituzione di parte civile non presenziando alla prima udienza. Sulla richiesta di delucidazioni in merito alla decisione, il dirigente Massimo Nicolò ha risposto:

[…] la costituzione di parte civile da parte di una Amministrazione ha carattere eccezionale essendo essa esperibile in linea generale nelle sole ipotesi in cui emergano interessi di rilevanza tale da non potersi ritenere sufficiente la sola presenza del pubblico Ministero. Nel caso di specie, tale principio è stato confermato anche dagli organismi legali, in sede consultiva, della scrivente Amministrazione.

Per l’ANBSC il “carattere eccezionale” non sarebbe riscontrabile nel caso Ofria: la gestione mafiosa durante un’amministrazione giudiziaria. E non sarebbe da tenere in considerazione neanche il Tribunale di Messina, che l’ha individuata come parte offesa.

È lecito chiedersi sulla base di quali valutazioni e in che modalità gli organismi legali siano giunti alla decisione di non costituirsi parte civile. E che coerenza abbia questa scelta con le attività di vigilanza e controllo a cui l’Agenzia è proposta. È lecito chiedersi in quanti e quali procedimenti l’ANBSC sia stata riconosciuta come possibile parte lesa e in quanti e quali di questi abbia ritenuto di procedere con la costituzione di parte civile. Tutte queste domande sono state poste all’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità. Nessuna di queste ha ricevuto risposta.

C’è dell’altro

Il caso Ofria, dunque, non si esaurisce nella gestione della ditta Bellinvia né nelle condanne di primo grado pronunciate dal Tribunale di Messina. Quanto riportato finora cristallizza la responsabilità – o lo scaricabarile – istituzionale, ma è solo una parte delle vicende rimaste ai margini del racconto giudiziario. Nella seconda parte si evidenzieranno  le dichiarazioni di due collaboratori che hanno provato a sostenere l’estraneità dei fratelli Ofria al clan barcellonese, e l’intreccio con un avvocato tirato in ballo dalla sua assistita nell’interrogatorio di garanzia, che però non ne ha pregiudicato la difesa.