Orrore a Roma: stuprata, sequestrata e drogata per giorni. Il silenzio delle femministe fa discutere
Sequestrata, drogata e violentata per giorni: l'incubo di una 32enne colombiana nella periferia est di Roma. Un caso che riaccende il dibattito sul diverso trattamento delle donne vittime di violenza
Il 19 maggio, nella periferia est di Roma, all’interno di uno stabile occupato abusivamente, si è consumato uno stupro di gruppo ai danni di una donna colombiana di 32 anni ad opera di cinque uomini. Secondo la ricostruzione degli agenti della IV Sezione della Squadra Mobile, la giovane sarebbe stata avvicinata da un uomo al quale avrebbe manifestato l’intenzione di acquistare una dose di hashish. Convinta a seguirlo per concludere l’affare, sarebbe stata successivamente caricata a bordo di un furgone e condotta nel luogo in cui si sarebbero verificati gli abusi. La vittima, che sarebbe stata anche drogata, avrebbe subito violenze in maniera continuativa per diversi giorni. L’incubo si è concluso soltanto quando, approfittando di un momento di distrazione dei suoi aguzzini, è riuscita a fuggire. Raggiunta la strada in stato confusionale e seminuda, ha chiesto aiuto ai passanti che hanno immediatamente allertato le forze dell’ordine. Un’operazione congiunta tra gli agenti del V Distretto Prenestino, la Squadra Mobile, la Polizia Scientifica, il Reparto Mobile e l’Ufficio Immigrazione ha fatto scattare il blitz nell’edificio dove si sono consumati gli abusi che ha portato all’individuazione di 22 cittadini stranieri irregolari sul territorio italiano. Tra questi figurano anche i cinque responsabili del reato, riconosciuti dalla vittima durante i rilievi fotografici, ora accusati di sequestro di persona e violenza sessuale di gruppo aggravata. La Squadra Mobile di Roma ha inoltre già avviato le procedure di espulsione nei confronti di altri undici occupanti della struttura.
Quello descritto è l’ennesimo episodio di violenza e sopraffazione che, purtroppo, torna a occupare le pagine di cronaca, un fatto di cui è necessario prendere atto e che deve essere raccontato. La notizia, rimbalzata su tutti i principali quotidiani e telegiornali, non sembra però aver suscitato particolari reazioni da parte del movimento femminista, lo stesso movimento che negli ultimi anni ha gridato al patriarcato scendendo in piazza e ripetendo slogan spesso al centro del dibattito pubblico. In una società che condanna la violenza senza se e senza ma, indipendentemente dalla nazionalità e dal colore della pelle di chi la commette, questo silenzio mostra una certa incoerenza rispetto alle battaglie portate avanti sui social network, nei podcast e nelle trasmissioni televisive. Il caso Cecchettin ha rappresentato, con ogni probabilità, un punto di svolta. Tutti ricordiamo le manifestazioni che hanno coinvolto l’intero Paese, con migliaia di persone riversatesi in piazza per esprimere indignazione, giustamente, per quanto accaduto e chiedere un cambiamento culturale. In quel contesto si è anche affermata l’idea secondo cui tutti gli uomini avrebbero dovuto sentirsi in qualche modo colpevoli di quanto accaduto solo perché uomini. Proprio in risposta a questa aberrazione nacque il movimento “Not All Men” che rivendicava il concetto secondo cui non tutti gli uomini sono violenti o molestatori e tra l’altro, in una società equa, che si fa promotrice dei valori moralmente più elevati, non è accettabile mistificare il tutto e generalizzare, mettendo sullo stesso piano criminali e persone per bene. Oltre all’assenza di grandi manifestazioni pubbliche, non si sono registrate campagne di sensibilizzazione nelle scuole, hashtag virali in solidarietà alla vittima o dibattiti incentrati sulla cultura tossica e sulla responsabilità collettiva. Da qui nasce una domanda: la notizia non è arrivata all’attenzione delle femministe oppure questo silenzio è legato al profilo “non adeguato” degli autori del reato? Secondo quanto emerso dalle indagini, i fermati sarebbero tutti cittadini extracomunitari. Allora si fa strada un ulteriore interrogativo: è possibile che proprio la nazionalità degli stupratori renda questa vicenda meno spendibile sul piano mediatico rendendola non più utile alla narrativa? Si torna così al dibattito, spesso controverso, sulle cosiddette vittime di serie A e vittime di serie B e a sostenerlo sono soprattutto i fatti che spesso risultano più eloquenti delle parole. È difficile comprendere come la vicenda di una donna stuprata, sequestrata e drogata per giorni non abbia generato una mobilitazione di massa paragonabile ad altri casi che hanno profondamente colpito l’opinione pubblica. Forse sarebbe opportuno ammettere con maggiore onestà intellettuale che alcuni episodi di violenza contro le donne ricevono più attenzione di altri perché più facilmente sfruttabili a scopi politici. La violenza è violenza sempre, a prescindere dalla nazionalità di chi la commette. Se questo principio viene realmente condiviso, allora dovrebbe tradursi in una reazione coerente in ogni circostanza, in caso contrario, diventa inevitabile confrontarsi con una questione tanto scomoda quanto evidente: l’esistenza di una diversa considerazione pubblica delle vittime, a seconda del contesto in cui maturano determinate vicende.