“Mentre le strade di Teheran e Isfahan tornano a tingersi del rosso della repressione, l’asse Washington-Gerusalemme sembra aver deciso che il tempo della diplomazia è scaduto. Il 2026 si è aperto con un Iran sospeso su un abisso: all’interno, una popolazione stremata dall’inflazione e dalla violenza del regime che sfida i proiettili nelle piazze; all’esterno, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la determinazione di Benjamin Netanyahu che puntano a trasformare quella crisi interna nel capitolo finale della Repubblica Islamica. Non si tratta più solo di sanzioni, ma di una strategia coordinata per il collasso del sistema.”
La fortissima instabilità interna dell’Iran sta progressivamente facendo crescere la pressione esterna esercitata dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e dall’azione di Benjamin Netanyahu.
L’Iran, un Paese dilaniato senza pace, sta attraversando una delle crisi interne più gravi della sua storia recente. Le proteste, esplose a fine dicembre 2025 a causa del collasso del rial (la valuta locale) e dell’insostenibile carovita, si sono trasformate in una rivolta politica nazionale. La repressione del regime è stata violentissima: le forze di sicurezza e l’IRGC (Pasdaran) stanno usando un pugno di ferro senza limiti. Si contano già decine di morti (almeno 35-40 accertati) e migliaia di arresti. Una sconcertante novità: in questi giorni è stato segnalato l’uso di munizioni da caccia contro i civili e attacchi negli ospedali per prelevare i manifestanti feriti. Il regime ha imposto un blackout totale di Internet e Tv a livello nazionale, per oscurare i massacri.
Mentre Teheran trema dall’interno, la pressione esterna ha raggiunto un picco senza precedenti. Intanto, il 29 dicembre 2025, Netanyahu e Trump si sono incontrati a Mar-a-Lago. Secondo diverse fonti, i due leader avrebbero siglato un ‘intesa strategica, un vero e proprio “patto d’acciaio”, per affrontare definitivamente la minaccia iraniana. L’avvertimento di Trump è stato perentorio. Trump ha dichiarato pubblicamente che l’Iran subirà un “colpo durissimo” (si parla di forze “locked and loaded”) se continuerà a uccidere i manifestanti. Questo segna un cambio di passo forse prevedibile: gli USA non si limiteranno più alle sanzioni, ma minacciano un intervento militare diretto a difesa dei diritti umani. Tornando nello specifico, gli accordi fra Usa e Israele prevedono una serie di obiettivi:
1) Massima Pressione 2.0. A differenza del primo mandato, Trump non punta solo a rinegoziare l’accordo nucleare. L’obiettivo dichiarato è il de-funding totale dell’IRGC (i Pasdaran). Netanyahu ha fornito l’intelligence necessaria per colpire i canali di finanziamento residui che passano attraverso il mercato nero asiatico.
2) Il “Cyber-Support” ai Manifestanti. Una delle novità di questo accordo è l’impegno statunitense a fornire tecnologia satellitare (come Starlink) e strumenti cyber per bypassare i blackout di Internet imposti da Teheran. L’idea è: se il popolo può comunicare, il regime non può nascondere i crimini.
3) L’Opzione Militare Chirurgica. Israele avrebbe ottenuto il “via libera” tattico per colpire i centri di comando che gestiscono la repressione interna se la violenza supererà certi livelli. Questo crea un paradosso unico: la minaccia militare esterna viene usata come scudo psicologico per chi protesta nelle strade.
L’agenda di Netanyahu quindi è abbastanza chiara ed aggiornata. Per Israele infatti, l’instabilità rinvigorisce l’obiettivo di colpire i siti nucleari e le infrastrutture missilistiche, approfittando della debolezza di un regime distratto dalle rivolte interne. Al momento quindi, Il regime di Khamenei si sente accerchiato. Da un lato, la perdita di alleati storici (con i recenti cambiamenti di regime in Siria e le difficoltà dei proxy come Hezbollah), dall’altro la minaccia di un intervento americano-israeliano, al cui urto congiunto, Teheran non potrebbe resistere più di una settimana.
L’ombra di Mosca sulla situazione è oramai di dominio pubblico. Putin lancia un salvagente sicuro. Circolano voci infatti su un possibile “piano di fuga” dell’Ayatollah verso la Russia in caso di collasso totale del sistema. Nonostante il disastro interno e le minacce esterne, la solita propaganda del regime resta in piedi, seppur azzoppata. Teheran accusa Trump e Netanyahu di essere i registi occulti delle proteste, definendo i manifestanti “mercenari nemici” infiltrati, giusto l’appoggio di traditori locali, solo per giustificare la violenza della repressione.
A questo punto dobbiamo tenere presente quanto sta accadendo e tenere presente i vai aspetti del “sistema malato”. La situazione economica del Paese è la vera miccia accesa. Ci spiega, in parole povere, che la repressione non è applicata solo per motivi politici, ma nasce da una causa antica e povera:la fame. Va quindi ammesso che le sanzioni prima di Biden e poi di Trump, hanno svuotato le casse dello Stato e messo sul lastrico il Paese.
Dobbiamo anche considerare un interrogativo per chi segue dall’esterno la terribile vicenda. Una domanda di rito. Il comportamento USA, porta sostegno a chi manifesta o va inteso come una sgradevole interferenza? In parole povere, dobbiamo chiederci: le minacce di Trump aiutano i manifestanti dando loro speranza, o forniscono al regime il pretesto per una repressione ancora più brutale in nome della “sicurezza nazionale”? Se gli USA vengono sempre visti come il “nemico imperialista accentratore del potere” come può essere inquadrato il ruolo di Israele che invece è definito da secoli “il nemico sionista”? Netanyahu a nostro giudizio, vede nelle proteste e nella rivolta popolare, l’opportunità finale per “tagliare la testa al polpo” (Teheran), neutralizzando definitivamente i finanziamenti ai gruppi terroristici regionali.
In conclusione del nostro punto di vista, viene da chiedersi: La pressione esterna di Trump e Netanyahu sarà la vera scintilla della liberazione o piuttosto il pretesto per un massacro ancora più grande? La storia ci insegna che quando un regime si sente con le spalle al muro, diventa più pericoloso che mai, ma questo regime, può solo contare sul proprio fanatismo senza poter minacciare nessuno con il possibile utilizzo di un’arma atomica. Questo dimostra che il veto all’arricchimento dell’uranio, operato un po’ da parte di tante nazioni del mondo ma soprattutto da Israele e Stati Uniti, per il momento, ha salvato l’umanità. Dopo, vedremo cosa ci riserverà la storia.