La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza emessa un anno fa dalla Corte d’Appello di Catania la quale, confermando peraltro quella del Tribunale di Ragusa, aveva assolto il giornalista Paolo Borrometi dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Franco Mormina, l’ex netturbino di Scicli sul cui arresto, avvenuto insieme a quello di altri indagati il 7 giugno 2014 nell’ambito dell’Operazione Eco, era stata costruita l’ipotesi di infiltrazioni mafiose dentro il Comune, ipotesi sfociata nello scioglimento del consiglio comunale ma totalmente falsa.
I fatti cui si riferisce la sentenza della Corte di Cassazione risalgono a dicembre 2018, quando Borrometi pubblicò degli articoli in cui annunciava che Franco Mormina avrebbe inaugurato un’attività commerciale e sostenne che lo stesso fosse mafioso.
La vicenda, nata esclusivamente dalla dichiarazioni di Borrometi, riportò Scicli – due anni dopo la conclusione dell’amministrazione straordinaria – all’attenzione delle cronache nazionali, tanto che venne convocato in Prefettura a Ragusa il Comitato provinciale per l’ ordine e la sicurezza pubblica e il locale appena inaugurato fu posto sotto sequestro.
Addirittura un senatore, grande sponsor dello scioglimento disposto nel 2015, Mario Michele Giarrusso, all’epoca capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Giustizia, sempre secondo quanto riportato da Borrometi dichiarò di voler depositare interrogazioni urgenti al Ministro dell’ Interno e al Ministro della Giustizia.
In realtà non c’era nulla di penalmente rilevante ed infatti il locale fu subito dissequestrato dal Tribunale del Riesame di Ragusa su richiesta del proprietario, difeso dall’ avvocato Michele Savarese.
Il legale convinse anche Franco Mormina a sporgere querela nei confronti del giornalista, noto per essere da undici anni sotto scorta in quanto ritenuto minacciato dalla mafia, per diffamazione a mezzo stampa.
Nel processo che ne è seguito il legale, difensore di Mormina parte civile, ha fatto emergere che Borrometi, giornalista tra l’ altro laureato in giurisprudenza, fosse perfettamente a conoscenza, o comunque avrebbe dovuto sapere che la Corte d’ Appello di Catania, con sentenza n. 2021 del 2018 depositata in data 27 luglio 2018, e quindi prima della pubblicazione degli articoli in questione, aveva riconosciuto che Franco Mormina fosse estraneo alla mafia.
Nonostante ciò, il Tribunale di Ragusa prima e la Corte d’ Appello di Catania poi avevano assolto l’imputato, difeso dall’ avvocato Fabio Repici del foro di Messina, a giudizio per calunnia dinanzi al Tribunale di Catania per le dichiarazioni sull’inchiesta relativa all’uccisione del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio.
Savarese è andato però fino in Cassazione e qui i giudici di legittimità hanno annullato la sentenza, solo agli effetti civili poiché la Procura generale presso la Corte d’Appello di Catania ha scelto di non impugnarla. Diversamente, la sentenza della Corte di Cassazione, proprio per i motivi esattamente indicati (gli articoli di Borrometi sono diffamatori per la falsità del nucleo di verità storico della notizia) avrebbe prodotto anche i necessari effetti penali. In ogni caso, pur nell’unico ambito possibile – quello civile – stante la scelta della Procura generale di Catania, la Cassazione “annulla” la sentenza della Corte d’Appello: annulla cioè l’assoluzione del giornalista.
La Suprema Corte ha accolto pienamente le tesi del legale ibleo e rinviato gli atti al giudice civile per decidere sul risarcimento del danno causato dalla diffamazione aggravata.
<<La Corte di Cassazione – afferma Savarese – restituisce la dignità a Franco Mormina ed anche alla città di Scicli, trascinata in un polverone nazionale, esclusivamente in base alle dichiarazioni di un giornalista che i supremi giudici hanno definito diffamatorie. Ciò che stupisce è che anche i ragazzi delle scuole medie sanno che nel nostro sistema solo la magistratura può emettere provvedimenti che qualificano un soggetto come appartenente ad un’ associazione mafiosa. Borrometi è addirittura laureato in giurisprudenza, è strano dunque o forse no, che non fosse a conoscenza di ciò. Sono soddisfatto dell’ esito della vicenda. Adesso proseguiamo davanti al giudice civile per la richiesta di risarcimento del danno>>.
Negli articoli pubblicati da Borrometi a dicembre 2018 e oggetto del procedimento per diffamazione a mezzo stampa, Mormina veniva indicato come il ‘capomafia di Scicli’ nonostante le sentenze, pur attestando responsabilità per reati minori, avessero escluso totalmente ogni sua appartenenza ad associazioni criminali, tanto meno mafiose. Quattro anni prima Mormina era stato presentato dagli inquirenti come il ‘capomafia di Scicli’, in una rappresentazione strumentale allo scioglimento del Comune pompata da Borrometi e rivelatasi totalmente falsa tanto che il Tribunale di Ragusa, pronunciando nel 2016 la sentenza che escludeva ogni associazione mafiosa, subito definitiva per mancato appello, in essa poneva l’inquietante interrogativo su come fosse stato possibile che quelle accuse al sindaco Franco Susino, per i rapporti intrattenuti con Mormina, superassero il vaglio dell’udienza preliminare.
Quando, a dicembre 2018, gli articoli di Borrometi sull’inaugurazione della ‘sala giochi del capomafia’ riportavano Scicli all’attenzione nazionale, da oltre due anni si era conclusa la sciagurata esperienza dell’amministrazione straordinaria insediata sulla base di falsità istruttorie e, da due anni e mezzo, il Tribunale di Ragusa aveva emesso la sentenza che escludeva l’associazione mafiosa con motivazioni trancianti in ordine alle presunte infiltrazioni nel Comune. Da sei mesi inoltre su Mormina era stata emessa una sentenza definitiva, richiamata dalla Cassazione nelle motivazioni con cui la Suprema Corte esclude la scriminante del diritto di cronaca per totale assenza del nucleo di verità storica del fatto e annulla l’assoluzione di Borrometi.
In relazione alla vicenda dello scioglimento, al quale l’arresto di Mormina fu funzionale, l’ossessiva campagna di stampa condotta da Paolo Borrometi, con il sostegno dell’allora senatore Beppe Lumia, contribuì non poco a strumentalizzare un piccolo e banale fatto di cronaca facendone derivare la rimozione traumatica degli organi del Comune ‘colpevoli’ di opporsi alle pressioni affaristiche dei ‘signori delle discariche’: rimozione violenta perché compiuta con un atto di forza arbitrario e – come attestano le sentenze penali definitive – basato sul falso, perciò realizzato con leve istituzionali manovrate in modo eversivo. Per la cronaca, Lumia (ispiratore e propagandista, nelle sedi politiche e istituzionali nel 2014 e anni seguenti, degli articoli del giornalista sotto scorta) parlamentare fin dal 1994 del Pds-Ds-Pd, in quel periodo era senatore, eletto nel 2013 con la lista Il Megafono, il partito di Rosario Crocetta escogitato dal ‘Sistema Montante-Lumia’ per mettere le mani sul governo regionale ed eterodirigerlo.