In un libro sul decennale del proprio episcopato, Corrado Lorefice torna sulla ‘rogna-Salonia’, con alcune menzogne e una strana rivelazione: fu papa Francesco a suggerirgli il nome del cappuccino quale vescovo ausiliare. Perchè solo ora, con oltre otto anni e mezzo di ritardo e a Papa morto?
Il caso-Salonia è la prima delle ‘tre rogne’ che nel suo libro l’arcivescovo torna ad affrontare per assolversi (a fare il suo nome ‘fu il Papa’, che oggi non c’è più) e per assolvere il frate cappuccino
Ma questo è un doppio falso documentale.
1. Salonia è prosciolto in sede ecclesiastica dalla commissione-Gisana pur essendo colpevole: reo confesso dinanzi a magistrati della Repubblica
2. Non è scagionato dall’Autorità giudiziaria penale, ma semplicemente sottratto al giudizio, dichiarato improcedibile per tardività della querela da parte della suora vittima di violenza sessuale aggravata, commessa dal sacerdote-psicoterapeuta
Ma la querela non è affatto tardiva e le indagini compiute producono tutti i riscontri necessari: infatti il Gup respinge la richiesta della sua difesa di proscioglierlo per mancanza d’indizi e lo grazia inventando una tardività inesistente
Secondo Lorefice gli attacchi a Salonia mirano al Pontefice e al suo metodo di fare tutto da solo. Ma i fatti a carico di Salonia sono pura verità e Bergoglio in quel momento ha già compiuto svariate centinaia di nomine, tutte con lo stesso metodo e ben più importanti, come quella dello stesso Lorefice, mai contestata da alcuno: eppure …
A fare planare il parroco di Modica direttamente sulla cattedrale di Palermo a capo della diocesi più grande e importante di Sicilia è Paolo De Nicolò, gran tessitore di trame di potere, suo consacrante e prima ancora consacrante di Rosario Gisana
Il vescovo di Piazza Armerina insabbiatore delle denunce contro i preti pedofili nella sua diocesi; ‘giudice ad hoc’ voluto da Lorefice per assolvere in sede canonica Salonia (che era colpevole) e dare via libera alla sua nomina; sotto processo per falsa testimonianza dinanzi al Tribunale di Enna
La tesi di Lorefice sull’attacco a Bergoglio è priva di senso e contraria ai dati di realtà. Però fornisce lo spunto per esaminare il suo metodo: accentratore, decisionista, istintivo, ma cedevole con gli amici. E con queste regole tanti disastri, già alla prima nomina come quella di Carballo, il frate cappuccino fatto vescovo che ne combina di tutti i colori ed entra di diritto in InGiustizia Vaticana
Per capire chi siamo o chi siamo diventati, potremmo ricorrere a mille esempi di vicende o personaggi del nostro tempo, da raffrontare con il passato, anche recente.
Un elemento d’attualità ce ne suggerisce uno di grande impatto e di sicura efficacia per farci misurare la distanza, in appena qualche decennio, tra ieri e oggi, in una realtà di frontiera come la Sicilia e in un mondo, la Chiesa Cattolica e la sua organizzazione verticistica, il quale da quasi due millenni, dopo la purezza del Cristianesimo delle origini, investe i nodi cruciali dell’umanità e delle forme del potere in cui essa vive e dalle quali non di rado viene ingannata ed oppressa.
L’attualità dell’uscita, il mese scorso, del libro ‘Nel segno della speranza’ ci porta al suo autore – Corrado Lorefice, da dieci anni arcivescovo metropolita di Palermo – e già una sommaria lettura rende obbligatorio il richiamo alla memoria di qualche predecessore di questo prelato. Il primo nome che viene in mente è quello di Salvatore Pappalardo il quale esercitò lo stesso ministero per 26 anni, dal 1970 al 1996, consegnando alla storia la sua continua voce di verità, forte e chiara, con la quale fu capace di leggere, già nell’emozione dei primi momenti di sconvolgente impatto e angosciante turbamento, vicende tragiche del nostro tempo come le stragi del ’92, con una lucidità ed una verità, anche alla prova del senno del poi, superiori a quelle di qualunque altra personalità istituzionale, politica, sociale.
Pappalardo, promosso cardinale già tre anni dopo l’assunzione della guida della più grande diocesi siciliana, oggi sembra un gigante inarrivabile (Sandro Pertini nei primi anni ’80 tentò di nominarlo senatore a vita ma la Santa sede pose il veto) rispetto al tempo presente, nonostante anche l’attuale capo dell’Arcidiocesi di Palermo, proprio per l’effetto di tale carica, possa aspirare al porporato ed anzi sembra che il libro serva a nutrire questa sua ambizione, ora che all’interessato, catapultato all’improvviso dieci anni fa sulla poltrona più ambita della regione ecclesiastica siciliana, i tempi paiono maturi.
Il libro “Nel segno della Speranza – Un vescovo a Palermo, città delle emergenze” (Edizioni Zolfo, novembre 2025), scritto da Lorefice con il giornalista Nuccio Vara, e presentato nella cattedrale di Palermo il 24 novembre scorso, celebra il decennale della nomina di questo prete curiale che, dieci anni fa appunto, fu prelevato all’improvviso dalla chiesa di San Pietro in Modica di cui era parroco e fatto planare sulla poltrona più nobile della quasi millenaria cattedrale di Palermo, unica per stile e fusione di culture e, per questo, Patrimonio dell’umanità. Lorefice perciò nelle gerarchie della Santa sede è anche ‘primate di Sicilia’ e ‘gran cancelliere della Pontificia facoltà teologica di Sicilia’ cariche cui, dal 2022, somma quella di vice presidente della Conferenza episcopale siciliana.
Perché il suo libro – per richiamo di contrasto stridente – ci fa venire in mente Pappalardo, al quale nel 1996 seguono Salvatore De Giorgi e, in una triste parabola declinante, nel 2006 Paolo Romeo, e quindi, nel 2015 Lorefice? E perché nel contempo il testo ci propone brutalmente l’amara presa d’atto del presente e l’inevitabile riflessione su cosa siamo e cosa siamo diventati?
Semplicemente perché il libro, a parte la pochezza di fondo che ne pervade le pagine, ruota intorno ad alcune menzogne: gravi, palesi, alcune sfrontate, altre subdole, tutte funzionali ad alimentare un’impostura già smascherata ma nuovamente rilanciata dall’arcivescovo con l’effetto di falsare fatti storici e documentali a vantaggio, tra sodali e colleghi d’abito talare, di mentitori seriali e di insabbiatori di denunce presentate dalle vittime contro preti pedofili, lungo una spirale di rapporti e intrecci che, nelle dinamiche del potere vaticano, mortificano la giustizia degradandola a farsa, con la condanna di innocenti (‘colpevoli’ solo di verità, a tutela delle vittime di abusi sessuali da parte di uomini del clero) e l’assoluzione di colpevoli – flagranti, ma imbroglioni e influenti – con ulteriore violenza e calunnia delle vittime, minori o comunque persone fragili.
Le tre ‘rogne’ di Corrado Lorefice, raccontate nel suo libro ‘Nel segno della speranza’: il caso Salonia, la scomunica del sacerdote Minutella e il licenziamento di 42 dipendenti dell’Opera pia Ruffini
Nel volume che ripercorre i suoi due lustri trascorsi con la mitra e lo zucchetto paonazzo, Lorefice cura un apposito capitolo – il quinto, dieci pagine in tutto – intitolato “Tre rogne in diocesi: i casi Salonia, Minutella e Opera pia Ruffini”. In esso racconta dei primi anni, ‘esaltanti’ ma contrassegnati appunto da ‘tre rogne’, tre casi dolorosi che cita nell’ordine riportato: Salonia, Minutella, Opera pia Ruffini.
Quest’ultimo riguarda la vicenda, nel 2017 e 2018, dei 42 licenziamenti che egli, a capo dell’ente, operò tra ombre, incoerenze, reintegrazione non eseguita di ben 14 lavoratori vincitori in giudizio, ambiguità e imbarazzi come alcuni servizi tv documentano e come è ricostruito nell’inchiesta giornalistica InGiustizia Vaticana pubblicata da questa testata in sette puntate, dal 14 ottobre al 25 novembre 2023. In calce i link di accesso alle varie parti dell’inchiesta: qui l’articolo contenente la vicenda dell’Opera Pia Ruffini, nel capitolo titolato “Lorefice e la fuga dalle telecamere quando scoppia il caso.
Alessandro Minutella è il sacerdote tradizionalista ed iper-conservatore entrato in rotta di collisione con le gerarchie superiori e scomunicato da Lorefice con decreto del 15 agosto 2018 per i “delitti di eresia e di scisma” ai sensi della legge canonica (can.1364 §1 CIC).
Giovanni Salonia è il potente frate cappuccino nominato suo vescovo ausiliare e poi costretto alla rinuncia per vicende di violazione dell’obbligo di celibato (era stato amante di una suora) e di coinvolgimento in altre tra le quali quelle oggetto di un processo penale con l’imputazione di violenza sessuale aggravata in danno di un’altra suora.
Quella inerente il caso-Salonia è la prima delle tre rogne che Lorefice, nel libro scritto a quattro mani con Nuccio Vara, ricorda di essersi trovato ad «affrontare, anzi a dover prendere di petto, non senza patemi d’animo e travagli interiori. Il primo dei tre casi prese le mosse – ricorda – dall’elezione (poi evaporata, lo vedremo) a vescovo ausiliare della diocesi del frate cappuccino Giovanni Salonia, teologo raffinatissimo, psicologo e terapeuta della Gestalt, di fama internazionale. A un anno dal mio insediamento – scrive Lorefice – a Palermo Papa Francesco in uno dei nostri incontri mi chiese: “Hai pensato a un ausiliare? Perché lì a Palermo c’è tanto lavoro”. Gli risposi: “No Santità, ma ora comincerò a rifletterci”. E il Papa, dal canto suo, proseguì “Sai, potrebbe essere Giovanni Salonia…”».
Lorefice aggiunge che conosceva bene Salonia, ne aveva grande stima sia per le ‘doti intellettuali’ che per lo ‘spessore spirituale’, e di avere risposto a papa Francesco che «certo, quello di Salonia potrebbe essere un buon nome». Quindi l’arcivescovo-scrittore si sofferma sulla funzione che Salonia avrebbe potuto svolgere, dopo la nomina del vicario generale avvenuta in precedenza, e aggiunge: «… Dunque, contrariamente a quel che poi, nel corso dell’evolversi della vicenda, venne subdolamente insinuato, non fui io ad avanzare al Papa il nome di Salonia; esso, infatti, era già stato inserito in una terna che gli era stata fatta pervenire dalla Congregazione dei Vescovi, che a sua volta – come da prassi ordinaria – l’aveva compilata in forma ternaria sulla base delle segnalazioni che le erano state fatte arrivare dalla Sicilia».
Su questo punto una considerazione è d’obbligo. Il caso Salonia esplode a marzo 2017 quando diventa pubblica la notizia dell’alt dato dal nunzio apostolico in Italia Adriano Bernardini alla nomina di Salonia a vescovo ausiliare di Palermo, per la necessità di un supplemento d’indagine, prima di un eventuale via libera che non avverrà mai perché già il mese successivo, quella nomina si arresta per sempre, con la rinuncia imposta dal Pontefice. Il caso però rimane aperto e torna d’attualità sui media più volte: per esempio pochi mesi dopo, a settembre 2017, in relazione all’agitarsi dei fans di Salonia i quali lanciano una petizione con migliaia di firme perché il Papa non accetti la rinuncia: iniziativa priva di senso e quasi comica, visto che, come i documenti incontestabilmente dimostrano e come lo stesso mancato vescovo racconterà ai magistrati inquirenti della Procura di Roma, è proprio il Papa ad imporre la rinuncia a Salonia il quale, in cambio, ottiene di potere divulgare una spiegazione falsa, nonché calunniosa nei confronti di testimoni di verità, e di farla apparire una propria scelta.
Marzo 2017, quando la nomima sospesa finisce sui giornali (merito del sito FarodiRoma che la pubblca per primo il 17 marzo) è il periodo in cui una commissione ecclesiastica ad hoc con a capo il vescovo Rosario Gisana, fortemente voluta da Lorefice e istituita da Bergoglio in data 2 marzo, assolve Salonia falsando la realtà e ribaltandola nel suo contrario. Questa non è un’opinione, ma è la verità ammessa dallo stesso Salonia un anno e mezzo dopo quando, indagato per violenza sessuale aggravata nei confronti di una suora, viene interrogato da due pubblici ministeri e, cercando di minimizzare le sue responsabilità e di scansare le più gravi escludendo quelle di rilevanza penale, ammette (magari pensando che nessuno, fuori da quel procedimento l’avrebbe saputo mai) proprio quei fatti che invece la commissione ecclesiastica nega o ignora, pur essendo certi e veri, per conferma dello stesso ‘colpevole’, nero su bianco, in una sede e dinanzi ad un’autorità che più ufficiale e solenne non potrebbe essere: la magistratura penale della Repubblica.
Il clamore peraltro rinasce anche nel 2018 quando, a giugno, la Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati Salonia per violenza sessuale aggravata (il 25 settembre ne dà notizia il quotidiano la Repubblica) e, ancora di più l’anno successivo quando, il 7 luglio 2019, la stessa Procura, dopo accurate indagini e un incidente probatorio, chiede il rinvio a giudizio del sacerdote. Infine clamore anche a marzo dell’anno dopo in seguito alla decisione del Giudice dell’udienza preliminare, il 28 febbraio 2020, di porre fine al processo non perché gli indizi e gli elementi di prova siano insufficienti per rinviare a giudizio Salonia e celebrare il processo (esplicitamente il Tribunale rigetta tale richiesta della sua difesa) ma solo perché, con una trovata fantasiosa e più che discutibile, dichiara tardiva la querela presentata dalla vittima: la stessa querela che invece la Procura e i due pubblici ministeri procedenti hanno considerato più che tempestiva, tanto da indagare a fondo, interrogando Salonia, incrociando prove e documenti ed esperendo un incidente probatorio che rende granitiche le prove a carico del frate cappuccino.
Su questo aspetto torneremo, ma qui l’accenno a questi riferimenti temporali ci serve per cercare di mettere nella giusta luce la rivelazione, nuova e sorprendente, che, solo a novembre 2025 con il suo libro, fa Lorefice.
Nel suo libro l’arcivescovo scrive che fu il Pontefice a fargli il nome di Giovanni Salonia quale vescovo ausiliare a Palermo. Perchè questa rivelazione solo ora, con oltre otto anni e mezzo di ritardo, a papa morto?
In tutti questi passaggi della vicenda, da marzo 2017 a marzo 2020, l’arcivescovo metropolita, più volte intervenuto pubblicamente a difesa di Salonia e a difesa dei giudici ecclesiastici i quali, già a marzo 2017 (sperando che ciò serva a salvargli la nomina a vescovo, ma Bergoglio non vorrà comunque saperne) falsamente lo assolvono, non ha mai detto che a proporre Salonia quale suo ausiliare sia stato il Papa.
Perché questa rivelazione giunge solo otto anni e mezzo dopo i fatti e, comunque, quasi sei anni dopo l’ultimo capitolo dato dalla fine del processo penale la quale, il primo marzo 2020 e nei giorni seguenti, vede Lorefice in prima linea nelle dichiarazioni alla stampa (che sarà interessante ricordare)?
Perché solo ora, con tanti anni di ritardo, visto che, nel frattempo, dal 21 aprile scorso, Bergoglio non c’è più?
Quindi, riepiloghiamo. I fatti risalgono a nove anni fa, quando, verosimilmente a fine 2016, qualcuno comincia a pensare alla nomina di Salonia che il Pontefice dispone il 10 febbraio 2017. Già il mese dopo, a marzo, scoppia lo scandalo pubblico e ad aprile la vicenda si chiude con la rinuncia, ma il caso tiene banco per tre anni ancora sulle verità nascoste dietro la finta apparenza di quel gesto generoso e volontario compiuto da un sacerdote senza macchia il quale si sacrifica per il bene della Chiesa rinunciando, pur nominato, ad ascendere al soglio episcopale.
Perché nei tanti momenti in cui Lorefice, sia in privato che in pubblico, agisce come difensore d’ufficio di Salonia – anche nello sprezzo del ridicolo di travisare una verità documentale lampante (il perché del mancato rinvio a giudizio) – egli non dice mai che fu papa Francesco a suggerirgli il nome di Salonia come vescovo ausiliare? Perché lo rivela solo a novembre 2025, quando papa Francesco da sette mesi è deceduto?
La domanda, con il carico di tutte le problematiche che essa pone, è ancora più importante se collegata alle menzogne ormai ‘storiche’ di Lorefice nei passaggi cruciali della vicenda, rilanciate nuovamente in questo libro, e se vista nel contesto complessivo delineato due anni fa da InGiustizia Vaticana, con tutte le connessioni documentate, la prima delle quali è quella che ci porta alla decisione, ingiusta e in contrasto con i dati di realtà, dell’assoluzione di Salonia in sede ecclesiastica, ad opera della commissione presieduta da Rosario Gisana, vescovo, ora come allora, della diocesi di Piazza Armerina, insabbiatore reo confesso delle denunce di violenze sessuali commesse da sacerdoti della sua diocesi in danno di minori e imputato per falsa testimonianza dinanzi al Tribunale di Enna in relazione ad una delle denunce da lui insabbiate e per fortuna approdata, almeno questa, dinanzi all’autorità giudiziaria della Repubblica. Un’altra vicenda della quale era a conoscenza è quella di un prete ultrasettantenne che adesca in sagrestia e violenta una bambina.
Gisana, quando presiede questa commissione che falsa la realtà per assolvere Salonia, è anche il prelato prescelto da questi per concelebrare, insieme a Lorefice, la sua consacrazione a vescovo che, se non fosse bloccata, dovrebbe avvenire entro il 10 maggio 2017.
Insomma, più che dinanzi a uomini di fede chiamati anche a rendere giustizia, tutto lascia credere che si sia dinanzi a imbroglioni e impostori disposti a tutto pur di favorire certi ‘compari’.
Le menzogne di Lorefice, già smascherate per tabulas, sono rilanciate. Perchè mai i presunti nemici di Bergoglio dovrebbero (falsamente) attaccare Salonia per colpire il Papa? In quattro anni aveva già fatto centinaia di nomine, ben più importanti, con lo stesso metodo
Tornando al volume c’è un altro elemento, su questo punto della narrazione, che merita qualche considerazione. Racconta l’arcivescovo: «Come era già avvenuto nel caso della mia nomina, Papa Francesco, ancora una volta, intese procedere senza condizionamenti, in assoluta autonomia nella determinazione della scelta finale; e va da sé che la soluzione Salonia non era stata quella auspicata, né prevista, da alcuni ambienti ecclesiastici siciliani. Ne sortì una specie di risentimento nei confronti di quel metodo singolare inaugurato dal Papa nella selezione dei vescovi, da lui perseguita anche in altre realtà diocesane del nostro paese. Ciò non era del tutto condiviso, se non addirittura sottotraccia osteggiato, anche da alcuni settori non irrilevanti della curia d’Oltretevere. Attorno all’elezione a vescovo ausiliare di Salonia si coagularono pertanto forti spinte contrarie, diversamente motivate, ma sinergicamente convergenti. Sul piano generale, si volevano prendere le distanze dal processo di rinnovamento della Chiesa avviato dal Pontefice argentino; mentre, sul piano più immediato e particolare, l’obiettivo era di fare in modo che venissero bloccate quelle modalità sui generis, personali e inusuali, che Francesco sembrava volesse replicare, e in forma permanente, sia con la designazione di Salonia per Palermo sia nelle successive nomine vescovili. Era perciò fuor di ogni dubbio il fatto che, con quella oggettiva convergenza di reazioni risentite, siciliane e romane, si attaccava Salonia per vendetta e per colpire in realtà il Papa; e si colpiva il Papa per delegittimare Lorefice, il nuovo arcivescovo di Palermo, considerato di stretta osservanza bergogliana».
Dunque Lorefice sottolinea la novità del metodo ‘singolare’ introdotto (‘inaugurato’ è l’espressione usata) da papa Francesco per sostenere la tesi che chi ebbe da ridire sulla nomina di Salonia, in effetti lo fece strumentalmente e per tutt’altri fini, volendo in realtà attaccare quel metodo, innovativo, e con esso il Pontefice innovatore. Lorefice è chiaro, rileggiamo un passaggio: «… sul piano più immediato e particolare, l’obiettivo era di fare in modo che venissero bloccate quelle modalità sui generis, personali e inusuali, che Francesco sembrava volesse replicare, e in forma permanente, sia con la designazione di Salonia per Palermo sia nelle successive nomine vescovili».
Peccato che almeno due considerazioni, tanto ovvie quanto incontestabili, tolgano ogni senso alla trovata dell’arcivescovo e ne spazzino via ogni pretesa di serietà.
Vero è che Bergoglio si segnala fin dall’inizio per un potere monocratico totalmente accentrato nelle proprie mani, solitario e impulsivo, esercitato in ogni decisione, soprattutto nelle nomine a qualsivoglia ufficio, procedendo sempre in autonomia e di testa sua, anche in violazione di procedure e prassi consolidate. Il che, se ne mette in rilievo la grandezza quando le nomine si rivelano felici, lo espongono a figuracce internazionali, infortuni e scandali quando esse – ed accade, come vedremo, tante, troppe, volte – risultano un clamoroso infortunio. La casistica è amplissima e tocca vette imbarazzanti: ci limiteremo a qualche cenno, come nel caso del frate cappuccino José Rodriguez Carballo che egli – prima nomina del suo pontificato – fa vescovo e gli consegna un potere enorme che finisce sepolto dagli scandali per bancarotte da cinquanta milioni, ruberie, veleni, morti sospette e tanto altro.
Ma, a parte il dato macroscopico di tutte le nomine che in quattro anni precedono quelle di Salonia, la tesi di Lorefice non regge per almeno due motivi.
Il primo è che Bergoglio, eletto Papa il 13 marzo 2013, lancia subito questo suo metodo, peraltro con scelte ben più importanti e clamorose, sicché quando il 10 marzo 2017 nomina vescovo Salonia, questo Pontefice in quasi quattro anni, di vescovi ne ha già nominati centinaia nelle quasi tre mila diocesi sparse nel mondo e diverse decine nelle 224 diocesi in Italia: uno di questi, ben sedici mesi prima (il 27 ottobre 2015, quando la lista è già lunga), è proprio Lorefice, sacerdote come tanti e parroco nella chiesa di una piccola diocesi di periferia, presentato come ‘prete di strada’ senza esserlo mai stato e, con un’invenzione mediatica, associato alla nomina di Matteo Zuppi a Bologna e ad altre, per planare direttamente a capo dell’arcidiocesi metropolita del capologo siciliano: un posto importante questo, nella grandiosa cattedrale di Palermo, sicché tali presunti oppositori dell’innovatore Francesco e del suo metodo sbrigativo sicuramente dovrebbero trovare in questa nomina, e non certo in quella di poco conto del suo vescovo ausiliare sedici mesi dopo, motivo di contestazione. E ancora prima di quella di Lorefice, per due anni e mezzo Bergoglio si è già prodotto in tante nomine di questo tipo, sicché non si comprende perché queste spinte convergenti dovrebbero scatenarsi quando Bergoglio, dopo avere imperversato per quattro anni con tale metodo applicato a nomine ben più importanti, scelgano un semplice ausiliare, dell’arcivescovo di fede bergogliana, la cui nomina invece nessuno prima ha mai criticato.
La tesi di Lorefice è priva di senso, fuori dai dati di realtà, illogica, fuorviante e funzionale ad un messaggio: gli attacchi a Salonia sono strumentali, hanno un fine diverso da quello dichiarato e perciò ne sono falsi i fatti che stanno alla base.
E invece quei fatti dicono totalmente e pienamente la verità: una verità semplice, palpabile, logica, verificabile, documentale.
Se nessuno ha mai attaccato Bergoglio per nomine fatte con lo stesso piglio decisionista – nomine, si badi bene, molto più importanti per l’ufficio cui erano destinate, non solo di quella, veramente piccola e trascurabile, del vescovo ausiliare, ma dello stesso arcivescovo metropolita di Palermo – perché questi avversari di Bergoglio dovrebbero esercitarsi sul ‘povero’ Salonia?
Non c’è alcun motivo serio né logico e infatti la narrazione di Lorefice è falsa.
Come lettrici e lettori di InGiustizia Vaticana sanno bene, la reazione alla scelta di promuovere a vescovo il sacerdote Salonia è immediata, scatta dal basso, muove dalla coscienza di un’ex suora che di Salonia è stata per anni amante (avvertendo il bisogno per dovere di coscienza di lasciare l’abito religioso) e che, per il bene della Chiesa, quando apprende – dopo la pubblicazione, il 10 febbraio 2017 – della nomina, decide di far sapere al Pontefice chi è questo nuovo vescovo: certo, è – sì – un settantenne ausiliare il quale quindi non avrà il tempo di fare una grande carriera con la mitra e lo zucchetto, ma lei, profondamente credente tanto da essersi sentita indegna della tonaca e d’averla lasciata pur continuando a condurre la stessa vita di fede, avverte il bisogno impellente di avvertire il Papa perché possa rimediare ad un così grave errore del quale lei, amante per anni di Salonia, è la prova vivente.
Nessuno quindi attacca Salonia e non avviene nulla al di fuori di questa ‘lettera d’amore per la Chiesa’ e per la verità che Bergoglio si ritrova sul tavolo già il giorno dopo. Nulla contro Salonia, per colpire il Papa. Ciò che invece avviene è ben altro.
Lorefice, per motivi che egli certamente ben conosce, non ci sta a rinunciare a Salonia, tanto che ancora oggi, quasi nove anni dopo, non ha un vescovo ausiliare: come dire ‘o Salonia o nessuno!’, ma la lettura di questa situazione singolare è molteplice. Se a fine 2016, un anno dopo l’insediamento, Lorefice viene sollecitato a dotarsi di un vescovo ausiliare, direttamente dal Papa il quale – addirittura – gli suggerisce il nome (Salonia), perchè dopo la ritirata ingloriosa di quella designazione, in tutti gli otto anni seguenti – dalla rinuncia formale del frate cappuccino il 17 aprile 2017, al 21 aprile 2025 quando muore – Bergoglio non sente più il bisogno di dare corso a ciò che già nel 2016 ha caldeggiato, ovvero la nomina di un vescovo ausiliare? Se fosse stato papa Francesco a suggerire a Lorefice il nome di Salonia non avrebbe potuto che incolpare se stesso di questa scelta incauta. E invece, se ancora oggi, Lorefice non ha un vescovo ausiliare, probabilmente è perchè dopo il disastro-Salonia, Bergoglio non ha più voluto saperne di un ausiliare da dare a Lorefice. Rimane in ogni caso il mistero del perchè l’arcivescovo abbia atteso otto anni e mezzo per far sapere, ora che quel Papa non c’è più, che era stato lui a fargli il nome di Salonia come suo vescovo ausiliare.
Lo abbiamo chiamato ‘mistero’ ma tanto mistero non è. Lorefice, morto Bergoglio e libero quindi di agire pro domo sua senza correre rischi, disinvoltamente e con un certo cinismo cerca di recuperare consensi nel clero diocesano che, consultato per otto mesi prima dell’infausta scelta di Salonia, ha indicato Giuseppe Oliveri quale vicario generale, carica (alla quale è nominato ad ottobre 2016) che per prassi automaticamente comporta la designazione a vescovo ausiliare: e invece salta fuori la trovata di Salonia ad umiliare e delegittimare il clero dell’arcidiocesi! Oggi la rivelazione serve a dotare l’arcivescovo di una giustificazione agli occhi dei sacerdoti della diocesi: vedremo se e quanti la prenderanno per buona. Essa giunge molto tardi e questo ritardo ha una sola spiegazione logica: prima, fin quando era in vita Bergoglio, tale rivelazione non era possibile.
Lorefice torna sul ‘luogo del delitto’ (delitto di verità e di giustizia) aggrappandosi al giudizio canonico che assolve Salonia: è la farsa bugiarda della commissione-Gisana, il vescovo che insabbia le denunce contro i preti pedofili, mendace dinanzi ai magistrati della Repubblica e perciò sotto processo per falsa testimonianza
Tornando a quell’11 febbraio 2017 quando arriva la lettera dell’ex suora, Lorefice, forte del suo potere di arcivescovo metropolita, subito fa di tutto per condurre in porto la nomina di Salonia e farlo insediare; quindi si precipita a Roma, incontra Bergoglio il 15 febbraio, preme in vario modo su di lui e, fallita la missione, ottiene almeno che istituisca una commissione perché accerti i fatti denunciati dall’ex suora e, dichiarandoli insussistenti, possa riaccendere il semaforo verde.
A capo di questo ‘tribunale’ viene messo Rosario Gisana il quale conduce la partita con l’avallo acquiescente di altri due membri, il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli e, con mansioni di segretario verbalizzante, il presbitero dell’arcidiocesi di Catania Adolfo Longhitano, docente della Pontificia facoltà teologica di Sicilia (allora come ora diretta da Lorefice che ne è ‘Gran cancelliere’) e vicario giudiziale dell’arcidiocesi etnea.
Chi sia Gisana non solo è noto a tutti oggi per le cronache giudiziarie che lo riguardano, ma, ben prima, oltre due anni fa, lo abbiamo ampiamente scritto, nell’inchiesta InGiustizia Vaticana, a ottobre e novembre 2023 quando è già pubblicamente coinvolto nello scandalo giudiziario (qui la seconda puntata dell’inchiesta che ricostruisce i fatti) della copertura data dolosamente ai preti pedofili della sua diocesi: allora, come ora, Gisana, di questa ‘colpa’ è reo confesso per averlo dichiarato egli stesso quando, intercettato, concerta con altri sacerdoti le strategie per uscire da questa brutta storia di violenze (in effetti gli preme solo un’uscita per sè, mai una parola per le vittime) dopo avere sempre insabbiato le denunce, peraltro in aperta violazione del ‘Vos estis lux mundi’, il Motu proprio emanato l’1 luglio 2019 da Bergoglio che cancella il segreto pontificio sugli abusi sessuali commessi da uomini del clero in danno di minori e di persone fragili. Non che prima le violenze sessuali, frequenti, del clero sui minori non dovessero essere denunciate: qualunque persona dotata di almeno un briciolo di onestà e di dignità umana l’avrebbe sempre fatto. Ma anche per chi – praticamente quasi tutti con poche eccezioni, tra sacerdoti, vescovi e cardinali – non fosse dotato di questi requisiti, il provvedimento di Bergoglio cambia il corso delle cose e introduce finalmente norme nuove che ai tanti insabbiatori come Gisana dovrebbero tracciare una via obbligata, ed invece egli continua come nulla fosse, fino a quando – due anni dopo – è la magistratura penale italiana ad occuparsi del caso e a chiedergli conto, peraltro solo come testimone, del suo operato. Il che, come da noi prontamente rilevato negli articoli di due anni fa, lo portano a mentire all’autorità giudiziaria e quindi ad essere incriminato per falsa testimonianza nel processo in corso che lo vede imputato dinanzi al Tribunale di Enna, mentre continua tranquillamente a dire messa e ad esercitare le funzioni di vescovo.
Dunque, cosa fa a marzo 2017 Gisana nella veste di giudice chiamato a vagliare la verità o meno del contenuto di quella lettera al Papa scritta col cuore, e per amore della Chiesa, dall’ex suora?
Ribalta la verità nel suo contrario e così può ‘assolvere’ Salonia dall’accusa – l’unica che la commissione Gisana decida di vagliare – di violazione degli obblighi del celibato: violazione ovviamente irrilevante fuori dalla Chiesa, ma ‘delitto grave’ al suo interno, tanto più se commesso da chi con disinvoltura venga promosso a vescovo.
Gisana e la commissione che presiede mentono, attestano il falso e così offrono a Lorefice quanto gli serve per continuare a perorare la causa pro Salonia (qui il primo articolo dell’inchiesta che documenta la vicenda).
Come già rilevato, questa non è un’opinione, perché è lo stesso Salonia un anno e mezzo dopo a confessare il ‘grave delitto’ canonico, in una sede in cui esso non è un delitto e rispetto alla quale egli crede che non ci siano cercatori di verità capaci di leggere le carte, acquisirle, farle conoscere e smontare l’impostura confezionata dalla commissione-Gisana per compiacere Lorefice. Peraltro Salonia fa quell’ammissione perchè costretto dalle prove oggettive in mano ai pubblici ministeri, convinto comunque che in quella sede la cosa non possa nuocergli, mentre sul resto mente con disinvoltura, sia sui fatti importanti oggetto dell’accusa di violenza sessuale come le risultanze delle indagini sfociate nella richiesta di rinvio a giudizio dimostrano, sia su altri elementi marginali per le imputazioni ma rivelatrici del concetto di verità che abita nella testa di Salonia: per esempio quando dichiara ai magistrati di non conoscere e di non sapere chi sia il presidente della commissione ecclesiastica che lo proscioglie dall’accusa di violazione del celibato. Dice di avergli parlato al telefono senza sapere o ricordare il suo nome e di essersi presentato dinanzi a lui per rendere le proprie dichiarazioni. Ma è Rosario Gisana che lui ben conosce da lungo tempo e che Lorefice fa mettere a capo dell’organismo perchè assolva, in palese violazione dei dati di realtà, il frate cappuccino. Il quale tanto non conosce il vescovo di Piazza Armerina da sceglierlo, a marzo 2017 – proprio mentre lo scagiona dall’accusa canonica, un anno e mezzo prima di rendere quella dichiarazione ai Pm – quale vescovo consacrante insieme a Lorefice nella solenne ordinazione episcopale che poi non si farà mai.
Tornando alla commissione ad hoc pro-Salonia, neanche l’incredibile performance del vescovo Gisana che la presiede basta a salvare la causa tanto cara a Lorefice perché i casi di coscienza come quello dell’ex suora – dinanzi all’assurdità sfrontata di quella nomina – sono molteplici, alcuni ben più gravi, e il Papa, pur dinanzi al ‘pacco-regalo’ dell’assoluzione pronta all’uso confezionato dal tandem Lorefice-Gisana, rimane fermo sulla sua posizione: Salonia non si può insediare, deve rinunciare e, poiché la nomina porta ovviamente la sua firma come tutti i provvedimenti del monarca in una monarchia assoluta quali sono lo Stato del Vaticano, e quindi la Santa Sede e la Chiesa, egli è ben disposto a concedere a Salonia la comforte zone di un’uscita onorevole, anche al prezzo della menzogna pubblica e della calunnia nei confronti di persone limpide come l’ex suora ed altre religiose le quali dicono solo la verità e vengono oltraggiate, non solo da Salonia cui fa da spalla il Pontefice (il quale però in privato chiede perdòno alla suora a nome della Chiesa), ma anche da Gisana, dalla sua commissione e da Lorefice il quale, allora come ora, in questo libro rilancia la menzogna che, ora come allora, sulla pelle delle religiose-vittime ha il peso insopportabile della violenza, una nuova violenza.
Anche in questo libro, come già in tutte le uscite pubbliche dal 2017 al 2020 nel triennio intercorrente tra la nomina a vescovo di Salonia e la conclusione del processo penale a suo carico dinanzi al Tribunale di Roma, Lorefice riproduce tutte le bugìe già smascherate, addirittura con toni da coazione a ripetere che inquietano e preoccupano. Riprendendo la sua narrazione dove l’abbiamo lasciata, dopo avere egli sostenuto la tesi incredibile e contraria a verità che misteriose entità convergenti avessero voluto colpire Salonia per colpire il Papa (sic!), l’arcivescovo scrive: «La prova che fosse proprio questo l’obiettivo sotteso a quella inquietante manovra fu resa palese da un episodio che non esito a definire sconcertante. Il giorno dopo l’annuncio ufficiale della nomina di Salonia venne recapitato, grazie ad agganci curiali, sulla scrivania di Papa Francesco un dossier, da un’altra diocesi della Sicilia, ovviamente costruito ad arte, finalizzato a denigrare la figura del frate cappuccino…».
Come la nostra inchiesta di due anni fa documenta, non c’è alcun dossier proveniente da qualsivoglia diocesi, ma solo la lettera dell’ex suora cui tempo dopo, ne seguono altre, mentre sia la commissione-Gisana a marzo 2017, che la Procura di Roma nel procedimento avviato a marzo 2018, acquisiscono testimonianze tra le quali quella del sacerdote Nello Dell’Agli, fondatore della ‘fraternità di Nazareth’ a Ragusa (stessa città di Salonia) il quale dice la verità, sicchè, mentre l’Autorità giudiziaria italiana vaglia e riscontra le sue dichiarazioni cercando e trovando le prove, le cricche ecclesiastiche lo fanno bersaglio di una potente reazione ritorsiva come ampiamente ricostruito dagli articoli di ottobre e novembre 2023.
Sconcertanti sono invece le parole di Lorefice: «… Nel processo canonico voluto dal Papa che poi venne celebrato, emerse nitidamente che quelle accuse create ad hoc nei confronti di Salonia erano frutto di risentimento e di desiderio di vendetta. A quell’episodio ne seguì un altro, ancora più angosciante: una consacrata, che Salonia aveva avuto in terapia, istigata anche lei dagli stessi delatori, lo denunciava accusandolo di abuso; malgrado la denuncia fosse alquanto sospetta (venne infatti sporta diversi anni dopo la conclusione della terapia per la quale aveva manifestato apprezzamento, nel 2018, subito dopo la visita del Papa). La Procura di Roma aprì un’inchiesta giudiziaria. Ma al termine il frate cappuccino venne del tutto scagionato e nel dispositivo della sentenza venne perfino precisato che quel processo non avrebbe mai dovuto iniziare, motivo fondamentale del non luogo a procedere…».
Il processo canonico è quella farsa inscenata dalla commissione-Gisana sulla quale è superfluo indugiare perché è lo stesso Salonia a smentirne radicalmente l’assunto sicché l’unica cosa che ‘emerge nitidamente’ è il contrario di quanto asserito ancora una volta dall’arcivescovo: quelle ‘accuse’ erano integralmente vere, mosse da sincerità e amore per la Chiesa, e non c’era alcun risentimento o desiderio di vendetta di alcuno a muoverle (qui l’articolo, terza puntata di InGiustizia Vaticana, che ricostruisce e documenta i fatti ammessi proprio da Salonia: altro che falsità per invidia o desiderio di vendetta contro il frate cappuccino!).
Quanto all’altro episodio ‘ancora più angosciante’ richiamato da Lorefice, è falso che il frate cappuccino «venne del tutto scagionato». Come chiarito prima e come documentalmente attestato nell’inchiesta di due anni fa, Salonia non è assolto, e neanche condannato perché quel processo viene arrestato, semplicemente perché “non s’ha da fare”. Quella decisione è un colpo di mano assurdo e privo di giustificazione nelle norme vigenti e nella giurisprudenza in quanto semplicemente il Gip decide l’improcedibilità per querela tardiva. Ma ciò non è vero se la decorrenza si fa partire, come dovrebbe essere, dal momento in cui la vittima di un reato ne abbia conoscenza. L’improcedibilità per querela tardiva non è la ‘prescrizione’ che è un mero meccanismo oggettivo che misura il tempo trascorso dal momento in cui il reato è commesso. Se al denunciante viene assegnato un termine entro il quale egli possa denunciare un reato, esso decorre sempre dal momento in cui ne abbia conoscenza. Dispone l’art. 609 septies del codice penale che <<il termine per la proposizione della querela è di dodici mesi>> (allora era di sei) ma da sempre dottrina e giurisprudenza concordano nel senso che tale termine debba necessariamente decorrere dalla conoscenza del fatto. Dispone in proposito, in generale sul diritto di querela, l’art. 124 del codice penale: <<Salvo che la legge disponga altrimenti, il diritto di querela non può essere esercitato, decorsi tre mesi dal giorno della notizia del fatto che costituisce il reato>>. Nel nostro caso la legge dispone diversamente (allora sei mesi), ma soprattutto l’interpretazione di questa clausola di salvezza è univoca: <<La clausola di salvezza con cui si apre la norma si riferisce, ad esempio, ai casi di violenza sessuale di cui agli articoli 609 bis e 609 septies, reato per cui è previsto un termine di sei mesi per l’esercizio della querela. Indipendentemente dal termine previsto, questo deve poi essere computato secondo il calendario comune, ovvero – chiarisce la norma non lasciando alcuna ombra di dubbio – decorre dal momento della conoscenza completa e precisa, nonché certa del fatto delittuoso, a nulla rilevando il mero stato soggettivo di sospetto o di dubbio, determinato da ipotetici elementi>>. Più chiaro di così sarebbe possibile? A questo punto è utile riportare alla memoria la conoscenza dei fatti oggetto dell’imputazione di violenza sessuale aggravata a carico di Salonia, ricostruiti in dettaglio in due articoli di InGiustizia Vaticana: la quinta puntata leggibile qui e la sesta puntata leggibile qui.
La sentenza della giudice appare incomprensibile perché se lei ritenesse di non potere escludere la conoscenza ex ante del reato da parte della querelante ciò, a maggior ragione, richiederebbe la necessità del processo e imporrebbe di non poterlo impedire. E comunque negli atti che la Gup si trova a valutare non figura un solo elemento che su questo punto metta in dubbio la versione della vittima ed anzi una pluralità di fonti di prova e di testimonianze, anche specifiche e molto qualificate, ne conferma la veridicità.
Come la nostra inchiesta InGiustizia Vaticana documenta, quella querela non è affatto tardiva, tant’è che la Procura apre il procedimento, fa le indagini e, trovando nel merito riscontri probatori più che sufficienti, chiede il rinvio a giudizio di Salonia per violenza sessuale aggravata in quanto <<nella veste di psicoterapeuta e nello stesso tempo di sacerdote costringeva la suora, sua paziente, a compiere e subire atti sessuali in diversi incontri tra il 2009 e il 2013>>.
Peraltro proprio quel Gip rigetta la richiesta della difesa di prosciogliere Salonia per insussistenza dei fatti, servendo però all’imputato quell’incredibile salvagente della tardività della querela che invece è stata presentata tempestivamente.
In ogni caso, tralasciando il merito del procedimento e le probabilità di condanna di Salonia sulla base delle prove, più che solide e concordanti, acquisite in fase di indagini preliminari anche attraverso un incidente probatorio, nelle parole di Lorefice è palese la menzogna della sua tesi assolutoria: non “venne scagionato del tutto” e non fu scagionato neanche un po’; invece “venne sottratto al processo” con un’escamotage, un artificio, un pretesto che impedisce il giudizio, quando c’erano tutti gli elementi perché fosse dovere della Giustizia svolgerlo e giungere ad una conclusione sulla base delle prove acquisite e delle eventuali altre che, in un possibile rito ordinario (non sappiamo se Salonia avrebbe patteggiato la pena o scelto un rito abbreviato), si sarebbero formate durante il dibattimento.
Tante nomine, mai contestate, prima di Salonia, compresa quella dello stesso Lorefice: anonimo e curiale, mai ‘prete di strada’, plana direttamente sulla cattedrale di Palermo grazie a Paolo De Nicolò e a quel Papa che si fida ciecamente ‘degli amici’, anche a costo di incappare in infortuni disastrosi
Adesso – rimandando per ogni singola vicenda o tema specifico, con il corredo del necessario riscontro documentale, alla rilettura degli articoli di InGiustizia Vaticana – qualche breve notazione.
Abbiamo visto come Lorefice, sette mesi dopo la morte di papa Francesco, decida, con otto anni e mezzo di ritardo, di far sapere che lui con la nomina di Salonia non c’entra nulla, essendosi limitato a prendere atto del suggerimento del Pontefice. Passaggio che nel libro l’arcivescovo ricostruisce così: «… Conoscevo bene, e da tempo, Salonia perché è di Ragusa, la mia provincia di provenienza. Un religioso molto stimato, non soltanto per le sue doti intellettuali ma anche per il suo spessore spirituale. Per ciò in quella circostanza mi limitai soltanto, e telegraficamente, a rispondere così al Santo Padre: “Certo, quello di Salonia – affermai – potrebbe essere un buon nome”…».
Di Lorefice conosciamo le altre menzogne, rilanciate nel libro, mentre su questo punto, dinanzi al dubbio enorme e sacrosanto, solo lui e la sua coscienza sanno come siano andate le cose. In proposito, non potendo andare oltre, abbiamo inteso segnalare la singolarità del ritardo, di oltre otto anni e mezzo, di questa rivelazione… ‘a Papa morto’, e il suo evidente movente.
Dinanzi al repertorio, offerto dal volume ‘Nel segno della speranza’, di menzogne documentali, furbizie sfrontate, e azzardi inverificabili, conviene ricordare che quando Lorefice, da sconosciuto parroco di provincia, il 27 ottobre 2015 viene creato all’improvviso ‘arcivescovo metropolita di Palermo’ – decisione papale il cui effetto mediatico è amplificato dalla balla che egli sia un prete di strada (solo uffici e palazzi, mai strade, nel suo sacerdozio) e dall’abbinamento trascinante con la nomina di Matteo Zuppi a capo dell’arcidiocesi di Bologna – non si leva una sola voce di dubbio o di dissenso, ed anzi il plauso a papa Francesco è corale. Eppure da due anni e mezzo Bergoglio è a capo della Chiesa e, fin dal primo momento, dà prova quotidiana del suo piglio accentratore, del suo decisionismo e del fatto che scelga sempre di testa sua, fidandosi esclusivamente dei suoi amici e di coloro che, a torto o a ragione, godano della sua fiducia. E’ questo, fin dall’elezione il 13 marzo 2013 cui il 19 marzo segue l’insediamento, il suo modus operandi che spesso lo porta a clamorosi infortuni: quello di Salonia non è certo il primo, e tutto sommato è poca cosa considerata la marginalità dell’ufficio (semplice vescovo ausiliare) anche se molto importante per le questioni etiche, di cosciennza e di giustizia che pone, per lo scuotimento e la reazione salutari che suscita nella parte migliore della Chiesa (le religiose vittime, i testimoni di verità), reazione che sarebbe salvifica se invece un sistema di potere marcio, come abbiamo visto con la commissione-Gisana e con la macchina ritorsiva che si abbatte sul sacerdote Nello Dell’Agli e sulla ‘fraternità di Nazareth’, non la neutralizzasse e reprimesse con il falso, l’inganno e l’abuso.
Dunque, è una frottola che chi ponga il problema-Salonia lo faccia per attaccare papa Francesco, tanto più che, come abbiamo visto, i fatti riguardanti il frate cappuccino (segnalati dal basso di una Chiesa autentica, da persone sincere che portano le prove), sono tutti veri ed è invece la Chiesa del potere e dell’intrigo – di Gisana, di Lorefice, di tanti altri come documenta InGiustizia Vaticana, e, purtroppo, di Bergoglio – a mentire per assecondare gruppi di potere interno che hanno la fortuna di godere della fiducia del Papa e dettano legge a tutela dei propri interessi, spesso illeciti e inconfessabili.
Se dunque nessuno ha mai attaccato Francesco per nomine ben più importanti, compresa quella di Lorefice e tante altre in quattro anni, perchè i nemici del Papa dovrebbero accanirsi su Salonia?
E dire che di nomine disastrose Bergoglio ne compie a raffica.
Prima di un breve cenno ad alcuno di questi casi, ricordare come il 27 ottobre 2015 spunti il nome di Lorefice quale nuovo arcivescovo di Palermo può essere utile. Rimandando a InGiustizia Vaticana per sapere chi sia questo sacerdote e cosa abbia fatto fino a quel momento della sua biografia pienamente incrociata con quelle di Gisana e di Salonia tra Ragusa, Modica e Noto, ecco qui un passo dell’articolo.
Certo è che Lorefice possa contare su sponsor di peso. Intrattiene un ottimo rapporto con Pio Luigi Ciotti, l’influente presidente di Libera molto attivo anche, e soprattutto, fuori dalla Chiesa, nello scenario politico, sociale e di gestione dei beni confiscati alla mafia in cui l’associazione da lui fondata persegue i suoi obiettivi a capo di una vasta e fitta rete di interessi che legano imprese, affari, comitati, movimenti, enti pubblici e privati.
Ma soprattutto è molto vicino a Paolo De Nicolò, romagnolo di Cattolica, vescovo che oggi ha 86 anni, rettore per oltre trenta della Prefettura della Casa pontificia. Fratello di altri due vescovi – Pier Giacomo, oggi novantaquattrenne, e Mariano deceduto nel 2020 a 88 anni – Paolo De Nicolò è molto vicino e presente nei luoghi reali del potere politico e burocratico Oltretevere, ben prima di diventare vescovo nel 2008 a 71 anni e anche dopo la quiescenza per limiti d’età nel 2012. In Vaticano da tempo è insistente la voce di una lobby cui egli riesca a dare corpo e voce, ricavandone concrete gratifiche in termini di nomine e incarichi, soprattutto per i preti che egli abbia la ventura di conoscere e magari di apprezzare personalmente.
Per la cronaca Paolo De Nicolò, già a quel tempo vescovo emerito per limiti d’età, il 5 dicembre 2015 è co-consacrante nell’ordinazione di Corrado Lorefice officiata nella cattedrale di Palermo dal celebrante principale, l’uscente cardinale Paolo Romeo e da due figure vicine al neo vescovo: quello di Noto Antonio Staglianò che nel 2010 lo nomina arciprete in San Pietro a Modica e, appunto, De Nicolò il quale, emerito dal 2012, di fatto è sempre attivo e influente ai piani alti in Vaticano e da sempre dispensa i frutti del suo potere in giro per l’Italia alimentando disponibilità, carriere e ambizioni di uno stuolo di chierici. Sempre per la cronaca troviamo De Nicolò nella veste di consacrante anche nell’ordinazione episcopale di Gisana, il 5 aprile 2014, nella quale celebrante principale è Staglianò.
Questo frammento degli articoli di due anni fa ovviamente va collocato nel contesto complessivo dell’inchiesta e soprattutto delle sue conclusioni (l’ultimo articolo, del 25 novembre 2023, leggibile qui) in relazione ad una potente lobby operante in Vaticano, alimentata dal comune orientamento sessuale degli appartenenti e avente la sua forza nella capacità di soddisfare gli interessi propri di tale appartenenza, anche attraverso traffici d’influenza e scambi capaci di realizzarsi fuori dalla cerchia degli aderenti identificati dal requisito soggettivo comune che ne è la base costitutiva.
Bergoglio, campione di nomine tragicomiche ben prima di Salonia. E’ mosso dalle migliori intenzioni ma è impulsivo, concede fiducia per istinto alla sua cerchia ristretta e spesso i prescelti combinano disastri, come il frate cappuccino Carballo (la sua prima nomina), da lui fatto vescovo e posto a capo di …
E ora il cenno annunciato alle nomine dell’innovatore Bergoglio – accentratore impulsivo e decisionista impetuoso – e a quelle, non poche, che lo costringono a improvvise ritirate, spericolati dietro-front, rovinosi infortuni. Proprio all’affaire-Salonia che diventa pubblico a marzo 2017, in un articolo pubblicato su Ilfattoquotidiano.it il 28 giugno 2017 il vaticanista Francesco Antonio Grana – lo stesso che, direttore del FarodiRoma, il 19 marzo ha il merito di scriverne per primo – associa altri casi d’attualità in quegli stessi giorni nell’ambito di una lunga sequenza che in pratica accompagna le nomine di Bergoglio fin dal suo insediamento.
L’articolo ha per titolo “Vaticano, tra dimissioni, soldi e molestie” e tratta di non poche grane che negli stessi giorni in cui si parla del caso-Salonia capitano a papa Francesco, come riassume la nostra inchiesta InGiustizia Vaticana.
«Tre grane in particolare: la prima è quella delle dimissioni forzate del revisore generale dei conti vaticani Libero Milone; la seconda è quella “dell’arcivescovo col vizietto” che molesta sessualmente turisti di passaggio e militari in servizio davanti a uno dei più affollati ingressi in Vaticano, Porta Sant’Anna; la terza è la bufera mediatica che investe il neo cardinale Jean Zerbo arcivescovo di Bamako nel Mali, del quale, appena nominato, si scopre che sono nelle sue mani i codici d’accesso ai conti correnti segreti che nascondono 12 milioni di euro tenuti in una banca privata, la Hsbc Private Bank di Ginevra (perché non lo Ior se si tratta di fondi per le attività della Chiesa?) svelati da un’inchiesta di Le Monde che travolge il neo porporato proprio alla vigilia del concistoro d’esordio in cui il protocollo gli assegna il compito d’intervenire anche a nome delle altre nuove ‘berrette rosse’. Per la cronaca, segue pasticcio tragicomico e figuraccia internazionale con l’annuncio vaticano di assenza per malattia del prelato costretto ad un ricovero a Parigi, ma il cardinale in quelle ore viene visto passeggiare tranquillamente a Roma nelle vie dello shopping e qualche giornalista lo scrive. In effetti Zerbo in concistoro c’è ma in deroga al protocollo fa scena muta: insomma cardinale sì, ma in silenzio e – se l’imbroglio riuscisse – in incognito».
Ma una nomina in particolare, tra le svariate centinaia in cui Bergoglio si produce nei suoi primi quattro anni di pontificato, ancora prima di quella, piccola e secondaria, di Salonia, va ricordata. E’ quella di José Rodriguez Carballo, in pratica la prima nomina firmata da papa Francesco il quale, a marzo 2013, lo pone a capo della congregazione per gli istituti di vita consacrata, ponendo fine ad una vacatio in atto da tempo. Il predecessore di Francesco, Benedetto XVI, era orientato su un domenicano, ma il nuovo Papa “venuto dalla fine del mondo>” sceglie diversamente: <<Ad avere un peso determinante sulla prima nomina curiale di Bergoglio – scrive in quei giorni, il 12 aprile 2013, Il Foglio, in un articolo di Matteo Matzuzzi – è l’amicizia tra il Papa e Carballo: i due si conoscono da anni, al punto che il ministro generale francescano è uno dei due padri generali religiosi – l’altro il preposito gesuita Adolfo Nicolas – a concelebrare con il Pontefice la messa di inizio del ministero papale, lo scorso 19 marzo, festa di San Giuseppe… Chi lo conosce bene, fin dai tempi in cui Jorge Mario Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires, assicura che lui si fida del suo istinto più che dei rapporti e dossier che gli uffici della curia gli mettono sul tavolo. Francesco, da buon gesuita, ascolta i suoi interlocutori e prende appunti. Poi riflette, da solo. E in completa autonomia fa le sue scelte. E’ quanto accaduto anche per la nomina del nuovo arcivescovo di Buenos Aires, il suo successore…>>.
Carballo ne aveva già combinate, e ne combinerà, di tutti i colori ma solo dieci anni dopo, con un ritardo ed una tolleranza difficili da spiegare, Bergoglio, il 14 settembre 2023, lo rimuove.
Carballo è un frate cappuccino che con Salonia ha in comune l’appartenenza alla famiglia dei frati francescani minori sia pure in un diverso ordine. E’ amico di Bergoglio il quale a marzo 2013 lo nomina vescovo (come quattro anni dopo farà con Salonia) e gli consegna le chiavi di un pezzo importante del governo vaticano, gli istituti di vita consacrata, chiavi che per dieci anni il galiziano utilizza con spregiudicatezza e senza scrupoli: è lui ad azionare la potente macchina ritorsiva contro il sacerdote Nello Dell’Agli ‘colpevole’ di dire – sia alla commissione-Gisana (che comunque candidamente se ne frega) sia ai pubblici ministeri di Roma, che invece procedono – la verità sul conto di Salonia, il cappuccino la cui causa sta a cuore al ‘fratello’ Carballo. E se mai fosse vero che a suggerire a Lorefice nel 2016 il nome di Salonia quale ausiliare a Palermo sia Bergoglio (il che nulla toglierebbe alla gravità del ritardo nella rivelazione dell’arcivescovo), non ci sarebbe dubbio che la proposta parta da Carballo. Del resto, due anni fa, ripercorrendo i fatti, InGiustizia Vaticana osservava: «… è emerso come big sponsor nel 2017 della nomina episcopale di Salonia sia l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice ma ciò non esclude che una figura come quella del potente frate galiziano possa perorarne la causa, prima e dopo l’infausta elezione vescovile rimasta incompiuta. Certo è che Salonia per lungo tempo sia docente incaricato nella pontificia università Antonianum di cui Carballo, durante l’intero periodo di carica al vertice dell’ordine religioso, è Gran cancelliere… Le impronte di Carballo appaiono, in qualche caso anche documentate, nella lunga serie di abusi, soprusi, violazioni, stranezze inspiegabili passate in rassegna. Qui bisogna avere presenti, pur distinti, l’ambito giudiziario e quello amministrativo… In entrambi le incursioni del vescovo spagnolo sono evidenti perché è lui che fin dall’inizio prende in mano il dossier d’accusa contro la fraternità di Nazareth di Ragusa quando questa, all’improvviso, diventa una realtà pericolosa, da colpire e da cancellare, con punizione esemplare del suo responsabile. Il che, come i fatti dimostrano, è solo una macchinazione calunniosa e ritorsiva: proprio ciò di cui, falsamente, i suoi promotori, al contrario, incolpano vittime innocenti. Come Nello Dell’Agli, teologo, psicoterapeuta e sacerdote dimesso dallo stato clericale in quanto punito con la pena massima prevista dal codice di diritto canonico, a conclusione del processo imbastito da un tribunale ad hoc e sfociato in una sentenza che l’intervento di Carballo sull’amico Papa rende inappellabile. Nell’ambito della stessa partita di potere e della prova muscolare condotta da Carballo, con i suoi uomini fidati e l’azione congiunta dei sostenitori di Salonia, la fraternità di Nazareth di Ragusa fondata da Dell’Agli viene soppressa…»
Dicevamo che il potente galiziano che Bergoglio a marzo 2013 nomina vescovo si era già segnalato per fatti gravi e inquietanti tra i quali una bancarotta da 50 milioni di euro dell’ordine francescano dei frati minori. Un capitolo della quarta puntata di InGiustizia Vaticana (l’articolo è leggibile qui) ha per titolo “Carballo: dalla bancarotta da 50 milioni dell’ordine francescano dei frati minori ai soprusi tragicomici e al familismo amorale nel governo degli istituti religiosi”.
A dicembre 2014 il settimanale Panorama dà notizia di un’inchiesta della magistratura penale svizzera, in atto da tempo su un traffico illecito di armi e droga, che svela investimenti per decine di milioni di euro da parte dell’ordine religioso dei frati minori in società finite nel mirino della procura elvetica. La gestione sotto accusa è quella di Carballo a cui nel frattempo, il 22 maggio 2013, succede l’incolpevole Michael Anthony Perry, missionario-antropologo di Indianapolis il quale organizza anche delle collette nelle varie province degli Stati uniti per salvare la situazione e denuncia la vicenda alle autorità civili: come insegna la storica triste piaga degli abusi sessuali, quelle vaticane servono solo per insabbiare.
L’ordine francescano è in pratica alla bancarotta per spericolati investimenti milionari aventi il sapore della truffa come quello a Roma per l’acquisizione e la ristrutturazione de Il Cantico, hotel con vista sulla cupola di San Pietro.
Un anno dopo viene trovato impiccato, nella sua villa a Lurago d’Eba nel Comasco, Leonida Rossi, il broker indagato dalle procure di Milano e di Lugano nell’inchiesta che nel frattempo accerta un ammanco nelle casse dei frati minori di cinquanta milioni di euro. Il giorno prima gli inquirenti perquisiscono le sue residenze in Italia e in Svizzera a caccia di documenti e supporti informatici recanti tracce utili a ricostruire la sparizione di 49 milioni e 500 mila euro denunciata dall’ordine religioso. Scrive la Repubblica il 26 novembre 2015: <<Oltre al broker, poi, sono stati perquisiti anche tre ex economi dell’ordine: si tratta di Giancarlo Lati, Renato Beretta e Clemente Moriggi, i quali, accusati di appropriazione indebita, non avrebbero tratto beneficio personale dalla vicenda, ma avrebbero impiegato i fondi della cassa dell’Ordine secondo modalità non autorizzate>>.
L’affaire si snoda lungo un periodo di otto anni e attraversa quasi per intero la gestione di Carballo. Emerge che il broker goda di piena fiducia e riceva tutte quelle somme dall’ordine religioso, in violazione delle procedure previste, per investirle in libertà, al di fuori delle finalità dell’ente, senza rendiconto e con la promessa di elevati rendimenti: a chi sarebbero andati tali ricchi rendimenti, in mancanza di documenti attestanti l’uscita dei soldi dalle casse dei frati, frutto di lasciti, donazioni e beneficenza? L’inchiesta accerta che i tre economi compiono gli illeciti senza trarne beneficio personale. A vantaggio di chi allora? E, soprattutto, dove finiscono i soldi dopo l’improvvisa e strana morte violenta del broker sotto accusa il quale gode della fiducia di Carballo – comunque dominus assoluto della gestione dell’ordine – visto che, secondo voci correnti in ambienti religiosi ed ecclesiastici, è lui ad accreditarlo personalmente presso gli economi delle province?
Da rilevare che per dieci anni, gli ultimi otto dei quali oggetto dell’inchiesta, Carballo è il segretario del dicastero (allora congregazione) per gli istituti di vita consacrata del quale, dal 2011 e tuttora, è prefetto João Braz de Aviz, cardinale brasiliano: alla carica deve necessariamente essere destinato un porporato. Dominus assoluto della gestione, dal 2003 al 2013 però, come abbiamo visto, è sempre Carballo, rimosso solo di recente, dopo l’ennesimo scandalo, con provvedimento annunciato il 14 settembre e reso esecutivo dal primo novembre 2023. Papa Francesco gli fa succedere per la prima volta una donna, Simona Brambilla, religiosa dell’istituto femminile suore missionarie della consolata.
Tornando al 2013, fase di passaggio tra le due cariche, quando lascia la guida dell’ordine religioso Carballo da un mese e mezzo è a capo in Vaticano del governo dell’intero settore, gli istituti di vita consacrata, dove rimane fino a pochi giorni fa.
Ed è singolare che da segretario del dicastero, allora congregazione, detti le <<nuove linee orientative per l’amministrazione dei beni degli ordini religiosi, contro il fenomeno delle finanze allegre>> di cui proprio sotto la gestione della prima e più importante famiglia francescana, i frati minori, risulta scritta una delle pagine più gravi e inquietanti. Non solo, nel nuovo ruolo Carballo dispone anche commissariamenti a destra e a manca suscitando vibranti reazioni perché in molti casi ne viene lamentata l’assoluta mancanza di presupposti e, al contrario, l’intento di colpire e distruggere realtà religiose non affini al suo modus operandi e passibili solo dell’accusa di autentica applicazione degli insegnamenti del santo d’Assisi.
L’arcivescovo, il vescovo e il quasi vescovo, primattori dello stupro della verità, in abiti talari e nell’esercizio di ostentazione di una fede che dovrebbe essere, anche, fede nella verità: <<… et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos (…e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi)>>.
Infine Gisana. Abbiamo già detto chi sia e come ancora oggi l’arcivescovo Lorefice non provi imbarazzo, nè sconcerto a farsi scudo della sua ‘autorità morale’ per difendere l’indifendibile: quella decisione-farsa della commissione-Gisana utile a dare a Salonia il via libera verso l’episcopato. Ci siamo anche imbattuti negli intrecci e negli incroci dati, nello stesso momento, dal Gisana-giudice a marzo 2017 e dal Gisana consacrante, insieme a Lorefice, del neo-vescovo Salonia in attesa di insediarsi, cosa possibile entro il 10 maggio 2017, data ultima secondo i termini dell’ordinazione episcopale dopo la nomina.
Per la cronaca Lorefice, nominato il 27 ottobre 2015, viene ordinato il 5 dicembre dal predecessore Paolo Romeo e da due consacranti, Antonio Staglianò e Paolo De Nicolò, figura preminente della lobby interna la quale grazie ai rapporti fiduciari di alcuni propri adepti con Bergoglio s’impossessa di importanti leve del potere. E’ a De Nicolò che deve la sua fulminante ascesa il parroco di Modica che ha la fortuna di incontrarlo sulla sua strada e che, da arcivescovo, sceglie il motto Exemplum dedi vobis, cioè “Vi ho dato un esempio” (sic!).
E troviamo sempre De Nicolò a concelebrare il 5 aprile 2014 l’ordinazione del neo vescovo Gisana, nominato il 27 febbraio 2014 da papa Francesco. Ancora oggi rimane incomprensibile come Bergoglio lo difenda ostinatamente fino alla morte anche quando, palesemente e sotto gli occhi di tutti, il vescovo di piazza Armerina è un ‘giudice’ fasullo (con la commissione pro-Salonia voluta da Lorefice), un protettore di pedofili nonchè persecutore dei minori che ne sono vittime, un testimone mendace anche dinanzi ai magistrati della Repubblica che infatti lo incriminano.
Il processo, iniziato il 29 ottobre scorso dinanzi al Tribunale di Enna, deve ancora entrare nel vivo: alla sbarra il vescovo Gisana e il suo vicario giudiziale, il sacerdore Vincenzo Murgano, imputati di falsa testimonianza nel procedimento sfociato nella condanna dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo per violenza sessuale su minori. Gisana è accusato di avere mentito in aula su un incontro avuto con Rugolo e su un’offerta di 25 mila euro alla famiglia di Antonio Messina, vittima di violenze sessuali, per indurla al silenzio. Il vescovo è inoltre accusato di aver consegnato al sacerdote una copia della denuncia ecclesiastica presentata dai genitori della vittima, poi ritrovata nel computer di Rugolo.
Diversi i minori vittime del prete, ormai ex solo grazie alla giustizia penale italiana, non certo alla Chiesa per la quale potrebbe continuare ad operare impunemente; molteplici i casi, oltre a quello di Rugolo, di vicende di violenze sessuali commesse da sacerdoti in danno di minori e insabbiate per diversi anni da parte del vescovo Gisana sia prima che dopo il Motu proprio ‘Vos estis lux mundi’ di Bergoglio il quale a luglio 2019 toglie ogni alibi a questa criminosa prassi interna della Chiesa di protezione degli stupratori in abito talare e di complicità con loro.
Infatti InGiustizia Vaticana, segnalando già oltre due anni fa – ancor prima che il vescovo fosse incriminato per falsa testimonianza – le menzogne di Gisana in Tribunale nel processo a Rugolo, scriveva: «… il lungo dibattimento smaschera una linea diocesana di difesa dei pedofili, di sostanziale allineamento ai loro interessi di impunità e di pretesa di conservazione del loro modus operandi all’interno della chiesa. Per esempio emerge che Gisana sa delle violenze su una bambina di undici anni a Gela ad opera di un anziano prete, Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019. E lo sa anche Murgano che si dice invece ignaro, nonostante il suo ruolo di responsabile del servizio di tutela dei minori, di altri casi noti al vescovo… Peraltro è Gisana a settembre 2018 a nominare Iannì, che oggi ha 82 anni, vice parroco della Chiesa di Santa Lucia di Gela, in un quartiere con grave disagio sociale, e a riabilitarlo dopo che il predecessore Michele Pennisi, vescovo a Piazza Armerina da aprile 2002 ad aprile 2013, lo ha allontanato a causa dei suoi precedenti specifici. Inoltre Gisana a maggio 2017, un anno prima di mandarlo a Gela, lo nomina vice cancelliere vescovile…». E ancora: «…Il caso, che troviamo citato nella relazione della corte d’appello di Caltanissetta pronunciata nella cerimonia d’apertura dell’anno giudiziario 2021, è clamoroso. Un prete, Iannì appunto, all’epoca ultrasettantenne, adesca una bambina di undici anni e l’attira in una trappola in canonica, quando non c’è nessuno, approfittando dello stato di grave indigenza della famiglia, nonché di vulnerabilità, di fragilità psicologica, di bisogno e di disperata richiesta d’aiuto della ragazzina la quale ripone fiducia in quell’anziano prete che ha l’età del proprio bisnonno…».
In conclusione, tutte le vicende riemerse in questo articolo quali tasselli del contesto in cui si colloca il libro di Lorefice ci raccontano dello stupro continuo della verità, il che fa amaramente sorridere se si considera che esso è compiuto in nome e per conto, comunque nell’esercizio esibito e ostentato, di una fede, la fede in Gesù il quale, nei vangeli di Giovanni, dice: <<… et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos (…e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi)>>.
L’inchiesta InGiustizia Vaticana in sette puntate è stata pubblicata il 14 ottobre 2023 (qui), 21 ottobre 2023 (qui), 28 ottobre 2023 (qui), 4 novembre 2023 (qui), 11 novembre 2023 (qui), 18 novembre 2023 (qui) e 25 novembre 2023 (qui).
Qui è leggibile invece un articolo, del 6 novembre 2023, successivo alla quarta puntata e relativo alle dichiarazioni del Papa, lo stesso giorno, sul vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana.