La Cassazione annulla la condanna: su Libera, e su Ciotti-Montante, solo corretta informazione. Ma il giornalista Di Natale denuncia sequenze, trame e ‘casualità’ inquietanti
In Cassazione la Procura generale aveva sostenuto la conferma della condanna del giornalista, rigettando tutti, (ben undici) i motivi di impugnazione della sentenza della Corte d’Appello di Catania ottenuta dal procuratore Fabio D’Anna e, per Libera, dalla coppia Ciotti-Rando.
A ribadire tale condanna in Cassazione Fabiola Furnari, già in servizio sotto D’Anna a Caltanissetta e già consulente, incarico di nomina politico-fiduciaria, della Commissione parlamentare antimafia di cui fa parte Vincenza Rando.
Furnari è anche la moglie del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, già ‘talpa’ dell’indagato per mafia Antonio Calogero Montante nel 2016 quando era in servizio nella Direzione nazionale antimafia.
L’anno prima il Pm antimafia De Lucia si era segnalato per il famoso Sms, d’amore di stima e d’affetto, a Montante quando divenne pubblica la notizia dell’indagine sui suoi rapporti, peraltro più che confermati, con la mafia.
Le parole di sentita e palpitante amicizia verso Montante da parte di De Lucia denotano lo stesso sentimento, verso l’impostore antimafia poi condannato, provato dal presidente di Libera Ciotti quando, nel 2016, ne tracciò pubblicamente la difesa d’ufficio: eppure da due anni era indagato per mafia.
Il processo contro Di Natale ruota tutto su un punto: è reato o è diritto di cronaca e di critica parlare dei rapporti tra Ciotti e il falso alfiere antimafia Montante?
In Cassazione, a chiedere la condanna del giornalista, c’era la magistrata moglie del magistrato ‘talpa’ di Montante, insieme a Vincenza Rando che sponsorizzò la sua nomina politica di consulente parlamentare e a Pio Luigi Ciotti le cui parole di stima verso Montante fanno il paio con quelle di De Lucia.
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello di Catania che condannava il giornalista Angelo Di Natale per diffamazione a mezzo stampa, per entrambi i capi d’imputazione del giudizio nel quale era imputato: come direttore responsabile de La Prima Tv, in relazione alla trasmissione di un’intervista rilasciata da Vincenzo Guidotto sul caso-Montante, allora di calda attualità dopo l’arresto della falsa icona antimafia, e sui silenzi del presidente di Libera Pio Luigi Ciotti; e come autore di un commento editoriale sullo stesso argomento.
In primo grado il Tribunale di Ragusa il 15 maggio 2023, dopo un lungo dibattimento e l’analisi di ogni dettaglio dei fatti, ha assolto Di Natale riconoscendo la correttezza del suo operato giornalistico, rispettoso della verità e pienamente rientrante nel diritto di critica.
Contro tale sentenza propose appello, proprio nei giorni finali di permanenza a Ragusa, l’allora procuratore Fabio D’Anna, in atto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Caltanissetta, e la stessa cosa, ai soli effetti civili, fecero Libera e il suo presidente Pio Luigi Ciotti. Il processo infatti era scaturito dalla citazione diretta a giudizio da parte del procuratore D’Anna – peraltro senza il vaglio di alcun giudice perché allora non era prevista l’udienza di comparizione predibattimentale introdotta successivamente dalla riforma-Cartabia – su querela di Ciotti, sia a titolo personale che in rappresentanza dell’associazione di promozione sociale ‘Libera: Associazioni, nomi e numeri contro le mafie’.
La Corte d’Appello di Catania adita da D’Anna, incredibilmente e con motivazioni assurde in totale contrasto con i dati di realtà, il 19 settembre 2025 ribaltò quella sentenza.
Contro il verdetto del collegio etneo, Di Natale ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione che ha annullato la sentenza che lo aveva condannato, con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Catania.
In proposito una nota di Angelo Di Natale, direttore responsabile di In Sicilia Report.
Di Natale: potrei dire ‘Giustizia è fatta’, ma sarebbe grave ignorare
l’enormità di trame, sequenze, coincidenze che …
In attesa delle motivazioni dell’annullamento della sentenza – con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Catania per decidere sul ricorso proposto, per gli effetti penali, dal procuratore D’Anna, e per quelli civili dal presidente di Libera Ciotti – e quindi in mancanza di altri elementi che solo le motivazioni sveleranno, potrei fermarmi qui e dire: ‘giustizia è fatta’. Ma ci sono cose importanti, a mio avviso inquietanti, che non si possono sottacere.
Per cogliere tutta l’assurdità della sentenza da me impugnata ed oggi annullata dalla Cassazione, rimando all’articolo che allora, a settembre scorso, ne affrontò i vari aspetti (alla fine il link).
Però ritengo necessario soffermarmi sulla posizione della Procura generale presso la Corte di Cassazione nel procedimento oggi definito con la pronuncia a me favorevole. La Procura infatti aveva chiesto la conferma della mia sentenza di condanna, mentre i giudici di legittimità hanno emesso una diversa sentenza.
Confesso di essere rimasto colpito, una settimana prima dell’udienza – fissata, e tenutasi l’8 luglio 2026 – dalla scoperta del nome del magistrato della Procura generale designato ad intervenire nel procedimento: il nome è Fabiola Furnari e ora dirò il perché della mia sorpresa.
Peraltro ho potuto per la prima volta scorgere il suo nome nello stesso momento in cui ne ho letto (è stata un’udienza ‘non partecipata’, a trattazione scritta) la requisitoria e le sue conclusioni, di rigetto totale, tra valutazioni di inammissibilità e d’asserita infondatezza, di tutti i motivi – proprio tutti, nessuno escluso – del mio ricorso avverso la sentenza della Corte d’Appello di Catania. Rigetto in molti casi motivato solo in apparenza, in un assemblaggio quasi casuale di vuote e ripetitive espressioni linguistiche, prive di senso logico, viziate da contraddizioni palesi, scollegate o in contrasto con i dati di realtà, astrattamente combinate tra di loro al solo fine – questa è l’impressione suscitata dalla lettura – di confezionare la conclusione: No ad ognuno di quei motivi, ben undici.
Eppure, a parte quelli sulla richiesta sospensione esecutiva e sull’abnormità del risarcimento in favore di Libera a cui ero stato condannato (cinquanta mila euro, oltre alla multa di quattro mila e a tutte le spese legali del doppio giudizio per circa venti mila euro) ognuno di essi, da solo – così come illustrati nel ricorso dal mio difensore, l’avvocato Giovanni Cassarino – sarebbe dovuto bastare, anche nella percezione della magistrata della Procura che, appunto, è una magistrata e non l’avvocata del querelante, a cancellare l’assurda sentenza della Corte d’Appello di Catania. Peraltro, leggendo la requisitoria di Furnari, il rigetto dei miei undici motivi di ricorso richiederebbe una solida e chiara motivazione e invece non ve n’è uno che non rimanga integro in tutta la sua sostanza logico-giuridica, anche se fantasiosamente e in apparenza superato da mero esercizio lessicale simile all’azione, inesorabile e predeterminata, contro tutti i motivi d’impugnazione, di un pallottoliere in mano ad un Azzeccagarbugli pro domo sua.
Da premettere che, a parte il procuratore generale, il procuratore aggiunto e i sei avvocati generali, in Cassazione sono ben 77 i sostituti chiamati, in un procedimento ordinario e di non particolare rilievo come questo, ad intervenire. Poiché 22 (pari a due settimi come da Relazione illustrativa dei criteri organizzativi della Procura generale per il quadriennio 2026-2029, procuratore Pietro Gaeta 2-9-25) sono assegnati al servizio civile, agli altri 55 (pari a cinque settimi) può ‘capitare’ di trovarsi in qualunque procedimento penale, quale che sia la sezione competente della Corte. Infatti mentre i consiglieri, ovvero i magistrati giudicanti, sono tutti stabilmente inseriti in una sezione, i sostituti procuratori generali no. Quindi il magistrato casualmente capitato a rappresentare la Procura generale in questo procedimento era uno dei 55 possibili.
Ed ecco Fabiola Furnari, in servizio al ‘Palazzaccio’ da solo nove mesi, da settembre 2025, dopo un anno e mezzo da ‘fuori ruolo’ quale consulente della Commissione parlamentare Antimafia guidata da Chiara Colosimo, l’esponente di FdI eletta tra mille polemiche per i suoi rapporti con l’esponente dei Nar Luigi Ciavardini, uno degli autori della strage fascista della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, e per lo zio Paolo Colosimo condannato per una maxi-truffa realizzata grazie a legami con l’affarista Gennaro Mokbel e ambienti vicini alla ‘Ndrangheta.
Ma a volere Furnari consulente a palazzo San Macuto fu il Pd, presente in commissione con quattro deputati e quattro senatori tra i quali molto attiva in proposito Vincenza Rando, la storica vice di Pio Luigi Ciotti al vertice di Libera e per suo conto avvocata che firma le querele e le sostiene nei processi, come in questo, dal primo all’ultimo atto, anche dopo il mese di settembre 2022 quando è stata eletta senatrice. Ed anche oggi, ad invocare la mia condanna, in Corte di Cassazione, al pari di Furnari, c’era sempre lei, Vincenza Rando, come già fatto nei due precedenti gradi di giudizio quale difensore di Ciotti, querelante e parte civile.
Prima di chiedere, ed ottenere, di essere collocata fuori ruolo per fare da consulente della Commissione antimafia, Fabiola Furnari, dal 2018 a gennaio 2024 è stata sostituta procuratore generale presso la Corte d’Appello di Caltanissetta. E qui, nel periodo finale, quattro mesi, ha avuto come suo ‘capo’ Fabio D’Anna il quale è il magistrato che da procuratore a Ragusa, nel 2019, sposò subito, all’istante, senza alcuna indagine né verifica dei fatti, la querela firmata da Ciotti e redatta da Rando nella quale si sostiene assurdamente la valenza diffamatoria di un normalissimo, limpidissimo, esercizio del diritto di cronaca e di critica giornalistica a proposito dei silenzi di Pio Luigi Ciotti su Antonio Calogero Montante, impostore antimafia oggi pregiudicato per corruzione ed altri reati, al tempo dei fatti indagato per mafia e però destinatario di affettuose affermazioni pubbliche da parte di Ciotti il quale in un’intervista si rivolge a lui chiamandolo ‘Antonello’, come si fa affettuosamente con un caro amico:
Per la cronaca, ecco, testualmente, le parole di Ciotti, pronunciate il 16 marzo 2016, quando Montante da due anni era indagato per mafia e da oltre un anno la notizia era di pubblica conoscenza: <<Mi auguro che Antonello possa dimostrare la verità. Il mio augurio è che ognuno di quelli che vengono indagati siano messi in grado di potere dimostrare questo. Io non sono in grado di potere entrare in una storia di questo tipo. Dico solo che oggi sono molti che invece di fare lotta alla mafia la fanno all’antimafia nel nostro paese. Allora qui c’è il dovere di sapere distinguere per non confondere. Bisogna veramente essere molto attenti….>>. Più avanti, nel supporto d’archivio fornito dalla redazione, anche la spiegazione e il commento di questa incredibile dichiarazione di Ciotti, nel corso di un’intervista, sull’amico ‘Antonello’.
Eppure da oltre un anno era sulle prime pagine dei giornali, in Italia e nel mondo, la notizia clamorosa e tremendamente vera che Montante fosse indagato per mafia e che, comunque, al di là del reato di cui era accusato, avesse sempre mentito sui suoi rapporti con la mafia fin dal 1990 e si fosse mascherato da imprenditore antimafia per scalare le vette del potere, per costruire reti di protezione con la complicità di vertici delle forze dell’ordine, di politici, di prefetti, di giornalisti, di burocrati, di faccendieri, con la copertura di associazioni antimafia e con l’ausilio dei rapporti di favore con numerosi magistrati, al fine, da insospettabile, di delinquere più facilmente.
Singolare il curriculum di Fabiola Furnari per l’incrocio con una serie di tasselli di cui si compone il quadro affiorato fin nel giudizio in Cassazione.
Giova qui rilevare che la diffamazione a mezzo stampa non è un delitto come gli altri di comune conoscenza, per esempio il furto o la rapina, per i quali, nel processo è abbastanza semplice, e oggettivo, accertare, con le prove necessarie, se e chi abbia commesso il reato. Dopo di che, se il fatto sussiste e l’imputato lo ha commesso, tutto il resto è conseguente. Tutt’altra situazione nel delitto di diffamazione a mezzo stampa: qui il ‘fatto’ è l’articolo di stampa, un fatto quindi normalmente sussistente e commesso dall’imputato, sicché tutto il processo ruota sulla scelta del giudice di ritenerlo esercizio del diritto di cronaca e di critica o reato. Scelta necessariamente arbitraria tipica delle dittature, infatti in Italia frutto del codice fascista incredibilmente sopravvissuto perché piace al potere, in questo caso a quello politico titolare tramite il Parlamento della funzione legislativa, disporre di uno strumento – addirittura una condanna penale, quella che si riserva ai delinquenti – potente, intimidatorio e altamente coercitivo contro una libertà e un dovere fondamentali: criticare il potere e far luce su di esso, libertà e doveri presidio di democrazia.
Quando la stampa informa su una determinata vicenda, riferendo dati di fatto e, soprattutto, commentandoli criticamente, onora uno dei principi più alti e sacri della Costituzione, preziosi e indispensabili per lo stato di salute della democrazia, per la difesa del bene pubblico, per la protezione dei diritti e dell’interesse legittimo dei cittadini.
Condannare qualcuno per un articolo di stampa, perché diffamatorio – al di fuori di casi limite in cui un fatto sia totalmente e dolosamente inventato al fine di infangare qualcuno e di ingannare la comunità, ma ciò non succede mai nei riguardi di un ‘potente’ – per il giudice significa compiere un’operazione altamente arbitraria e discrezionale che consiste nel decidere, cioè nello scegliere liberamente fuori da vincoli obiettivi, tra due valori contrapposti: da una parte il diritto di tutti alla conoscenza e alla verità su fatti di interesse pubblico; dall’altra l’interesse privato di qualcuno che si opponga a tale conoscenza diffusa perché si ritiene danneggiato.
Ovvio che chi eserciti una pubblica funzione che è fonte di potere, o un ruolo di rilevanza sociale, non gradisca la divulgazione di alcuna notizia che non ne decanti le virtù o, peggio, ne riveli qualche vizio. Ma il diritto alla conoscenza, che si costruisce attraverso ogni frammento di notizia e soprattutto attraverso un’esposizione e valutazione critica nel più ampio pluralismo e nella piena circolazione delle idee secondo l’articolo 21 della Costituzione, si pone su un piano decisamente superiore. E però l’articolo del codice penale, il 595, che punisce il reato di diffamazione – relitto fascista tipico di un regime totalmente repressivo della libertà di stampa per consentire al potere di compiere in silenzio qualunque nefandezza – oggi può essere interpretato e applicato da magistrati sensibili verso chi ha potere, e non degni della nostra Costituzione, come se questa non esistesse. E ciò è possibile perché il giudizio di innocenza o colpevolezza di un giornalista imputato di diffamazione è un mero atto discrezionale d’arbitrio in cui a decidere è solo la libera preferenza del giudice verso le ragioni del potere che vuole omertà e silenzio o verso le ragioni della comunità che vuole conoscere.
Chiarito questo aspetto fondamentale in ogni vicenda di questo tipo, c’è da aggiungere che le coincidenze non finiscono qui, perché Fabiola Furnari non è solo la magistrata già descritta, in servizio a Caltanissetta nell’ufficio diretto da D’Anna del quale vanno evidenziati i tratti seguenti: D’Anna pubblico estimatore di Ciotti come ostentatamente egli stesso attesta nel processo di primo grado nei miei confronti; D’Anna sostenitore di un’accusa assurda coincidente nel medesimo processo a Ragusa con la querela redatta da Rando a tutela di Ciotti il quale pretende il silenzio pubblico sulle sue strane reticenze nei riguardi di Montante, per lui Antonello; ancora, D’Anna, requirente la mia condanna e poi appellante, ultimo atto prima di lasciare la Procura di Ragusa, contro la sentenza di assoluzione del Tribunale nei miei confronti. Per dovere di completezza bisogna qui aggiungere che D’Anna negli stessi anni, quale procuratore a Ragusa, ha sostenuto l’accusa contro cittadini e giornalisti in sistematico accoglimento di innumerevoli querele presentate da un amico e cliente di Montante, l’ex poliziotto Filippo Dispenza il quale, da amministratore straordinario del Comune di Vittoria peraltro condannato dalla Corte dei Conti per danno erariale in conseguenza di molteplici abusi e violazioni di legge da lui commessi, ha inondato la Procura di denunce contro chiunque osasse criticarlo. Ma la cosa che colpisce è che queste querele siano diventate altrettanti processi penali contro giornalisti e contro semplici cittadini, in diversi casi per iniziativa diretta del Pm D’Anna, in altri ad opera dei sostituti a lui sottoposti per funzioni d’ufficio.
Ma ecco – last but not least – un’altra singolare casualità in questo mosaico di coincidenze, relazioni, cointeressenze.
Fabiola Furnari è anche moglie di Maurizio De Lucia, il procuratore di Palermo in carica del quale qui occorre ricordare almeno due fatti che impattano tremendamente, limitatamente alla posizione della Procura generale, sul quadro del giudizio in Cassazione avente ad oggetto la legittimazione critica della stampa sui rapporti Ciotti-Montante. Le due circostanze, di incredibile e scioccante gravità, riguardano i rapporti Montante-De Lucia.
Il primo è il famoso sms che il 13 febbraio 2015 De Lucia, in servizio allora – dal 2009 al 2017 – nella Direzione nazionale antimafia, invia all’indagato per mafia Montante per esprimergli solidarietà proprio in quanto indagato. Ecco il testo del messaggio: <<con affetto, sono con te, tieni duro che passerà>>. Un messaggio, caldo e affettuoso, sentito ed empatico, amorevole e palpitante, da magistrato antimafia ad indagato per mafia: se Pirandello potesse, se la riderebbe, mentre a piangere sono i cittadini onesti costretti a vedere la ‘Giustizia’ così mal ridotta.
Il secondo, a rafforzare il primo e a dare prova di continuità dell’intensità e della stabilità degli stretti rapporti con l’imprenditore di Caltanissetta nel cuore di mafiosi e smascherato falso alfiere antimafia, è quello che chiama in causa De Lucia, per vicende del 2016 quando era ancora procuratore in servizio nella Direzione nazionale antimafia, quale ‘talpa’ dell’allora indagato per mafia Antonio Calogero Montante. In proposito un mio articolo del 5 dicembre 2023 tratta ampiamente queste due vicende e chi volesse può leggerlo tutto attraverso il link di rimando alla fine di questo testo, ma più avanti, dopo l’apposito titolo, ecco alcuni brani sui rapporti, continui e molto intensi (24 incontri sono segnati nel Diario-Montante) tra – da una parte – l’impostore antimafia, oggi un criminale italiano e allora indagato per mafia e – dall’altra – il magistrato antimafia Maurizio De Lucia. Il quale, per quanto possa rilevare ai fini della notizia in oggetto (la sentenza della Corte di Cassazione nel giudizio per diffamazione a mezzo stampa scaturito dalla querela di Ciotti e determinato, in primo grado e in appello, dall’azione del procuratore D’Anna) è il marito di Fabiola Furnari che, in Cassazione ha perpetuato – per fortuna senza successo – la linea della mia condanna sostenuta sin dal 2019 da Fabio D’Anna e, per la parte civile, da Vincenza Rando.
Tornando al procedimento appena conclusosi a Roma, ecco perché dinanzi ad un giudizio penale così delicato e arbitrario che non dovrebbe essere ammesso nel nostro ordinamento per intrinseca incompatibilità con l’impianto costituzionale (la diffamazione a mezzo stampa è un ‘delitto’ di parola e di ‘pensiero’ !) quelle singolari casualità ruotanti sull’intreccio di incarichi, funzioni, esperienze e atti compiuti da parte di cinque protagonisti della vicenda (Ciotti, D’Anna, Rando, Furnari, Montante) si impongono all’attenzione: infatti la condanna o l’assoluzione dell’imputato è frutto della scelta, libera e arbitraria, di ritenere legittimo o criminoso chiedersi perché Ciotti sia stato muto (in effetti lo è tuttora, otto anni dopo l’arresto della falsa icona antimafia) sull’amico ‘Antonello’ Montante indagato per mafia e noto impostore antimafia con cui era in rapporti. Vero è che la Cassazione ha cancellato l’assurda sentenza della Corte d’Appello di Catania fortemente voluta da D’Anna-Rando-Ciotti ed ha bocciato la requisitoria della Procura generale firmata Furnari (la moglie di De Lucia, ‘talpa’ e amico di Montante, così come dell’allora indagato per mafia Montante si è professato amico Ciotti con quella sua dichiarazione nell’intervista citata). Ma ciò nulla toglie alla necessità che le connessioni descritte, le posizioni riportate e le singolari casualità affiorate fino alla requisitoria della Procura generale siano tenute in debito conto.
In conclusione, c’è dunque un giudice, non solo a… Berlino, ma anche a Roma in piazza Cavour, ma ce ne vorrebbero molti di più, ovunque, in ogni distretto in cui è amministrata la Giustizia che dovrebbe sempre rimanere tale e non volgersi nel suo contrario, talvolta scadendo nella parodia di sé.
Personalmente credo – con l’assurda condanna della Corte d’Appello di Catania, per fortuna cancellata, e con l’incredibile sequenza di situazioni descritte fino alla requisitoria della Procura generale in Cassazione – di essere stato punito per avere disobbedito, anche nelle forme più decise e argomentate con mille dettagli, al ‘Sistema-Libera’. Un ‘sistema’ che prevede la querela (infondata, pretestuosa, intimidatoria e ritorsiva) contro chiunque osi disturbare il suo modus operandi, ma solo se questo ‘chiunque’ appartiene al mondo, debole e non garantito, della stampa minore indipendente. Prova ne è la querela di Ciotti, decisa da Rando, contro La Prima Tv e non – data la totale affinità di argomenti e di notizie – contro la Rai per la trasmissione Report.
Ma non è solo questo. Sono stato punito anche per essermi ribellato con tutto me stesso – da imputato, da giornalista, da cittadino – a questo ‘Sistema’.
Nel processo di primo grado ho dovuto dire cose dure e sgradevoli per Libera, ma era tutta verità, nel rispetto dei dati di realtà: dalle menzogne in aula di Vincenza Rando per tentare di indurre in errore il teste Attilio Bolzoni, a quelle di Ciotti, condite da reticenze, “non ricordo”, omissioni, contraddizioni palesi in ordine alla propria linea di difesa rispetto all’asserita estraneità agli interessi di Antonio Calogero Montante. Inoltre ho rifiutato subito l’ipotesi di una lettera di scuse in cambio di una remissione di querela. Risposi che le scuse avrebbe dovuto pronunciarle, pubblicamente, Libera, all’intera comunità, per avere osato tentare di mettere il bavaglio alla ‘libera’ stampa (sembra un ossimoro ma è l’amara verità) su affari che invece lei stessa, per dovere morale verso uomini come Pio La Torre e verso tutti i cittadini, avrebbe avuto l’obbligo di spiegare.
Le mie affermazioni, in un lungo intervento dinanzi al Tribunale di Ragusa, al cospetto di una Vincenza Rando col sangue agli occhi, mi hanno fatto guadagnare il trattamento ricevuto. Ma, alla fine c’è stato un giudice … a Roma.
Da giornalista poi, dopo quella trasmissione de La Prima Tv del 2018, incredulo per cosa fosse diventata Libera, ho scritto decine di articoli contenenti notizie molto ma molto più gravi, per Libera – nonché per il suo padre-padrone Ciotti e per la fidatissima Rando – di quelle, totalmente ordinarie e ‘inn0centi’, per cui sono stato querelato.
Ma, incredibilmente, né Ciotti, né Rando, né Libera in quanto tale, mi hanno più querelato. Impossibile credere che chi si ritenesse diffamato da La Prima Tv per la trasmissione del 2018, potesse avere percezione opposta per le notizie, e le considerazioni critiche, molto più gravi e compromettenti, dei tanti miei articoli successivi.
Ciò spiega la condotta ‘pedagogica’ della coppia Ciotti-Rando: bavaglio alla stampa non asservita ma debole tanto da poterla ridurre alla resa e se, eccezionalmente, qualcuno di arrendersi non ne vuol proprio sapere, gli sia data una lezione esemplare. Certo, una sola volta, perché i processi durano tanto e non si può in ognuno di essi investire energie e risorse come in quello – appunto esemplare – conclusosi a Ragusa senza successo per Libera, ma poi, con D’Anna, Ciotti, Rando e gli altri, corretto in Corte d’Appello e posto, in Cassazione, sui binari tracciati da Fabiola Furnari: la magistrata della quale mi è sembrato utile (sono dati pubblici e di incontestabile interesse pubblico) far conoscere la biografia.
Maurizio De Lucia, magistrato della Direzione nazionale antimafia, ‘talpa’ dell’indagato per mafia Montante. Dall’articolo del 5 dicembre 2023 …
Ecco alcuni estratti dell’articolo citato. La versione integrale è leggibile alla fine.
… Maurizio De Lucia, 62 anni, entrato in magistratura a 29 anni nel 1990, l’anno dopo è sostituto nella Procura di Palermo: a capo c’è quell’amico di mafiosi e nemico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di nome Pietro Giammanco che il Csm ha preferito a Falcone, ma il giovane neo magistrato nato a Trieste, cresciuto a Santa Maria a Vico nel Casertano e formatosi nell’Università Federico II di Napoli, entra subito in sintonia con il già navigato Giuseppe Pignatone, legatissimo a Giammanco e alla sua rete di relazioni ma capace di farsi strada anche, dal ’93, con Giancarlo Caselli e, soprattutto, dal ’99 con Piero Grasso con il quale nel 2000 è promosso al rango di ‘aggiunto’…
A questo punto l’articolo di tre anni fa tratteggia la figura di Pignatone.
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Pignatone, nato a Caltanissetta, amico e sodale di Montante, diventerà poi un capo, assoluto, di procura a Reggio Calabria per poi salire ancora più in alto, a Roma. Quindi dopo la pensione, a richiedere i suoi preziosi servigi è il Papa che lo pone alla guida del Tribunale vaticano dove tuttora si trova. Non sappiamo se tra i titoli acquisiti sul campo vi sia, quando è a capo della Procura di Roma, lo stop da lui imposto al suo vice Giancarlo Capaldo nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi – dossier ultrasensibile Oltreveteve – nel 2015 quando il pm sta lavorando su un filo nuovo di intrecci e sviluppi promettenti ma Pignatone gli toglie l’inchiesta e la chiude subito egli stesso oscurando quel varco di luce nel quale con pazienza Capaldo cercava di ricomporre i fili della verità sempre negata.
Del sempreverde Pignatone è utile ricordare che cresce in carriera a Palermo fino alla salda amicizia con il più che chiacchierato procuratore Giammanco, ritenuto a contatto diretto con mafiosi di Bagheria anche per via di comuni interessi nella società Italcostruzioni, vicinissimo a Salvo Lima, e pertanto nemico giurato di Falcone e Borsellino ai quali, quando il 7 giugno 1990 il Csm – preferendolo proprio a Falcone – lo mette a capo della Procura, di fatto impedisce di continuare ad indagare sulla mafia.
Pignatone esce miracolosamente intonso dall’inciampo e dai misteri inquietanti relativi al fascicolo a lui co-assegnato proprio da Giammanco e contenente il famoso dossier mafia-appalti, forse una delle chiavi per scardinare i misteri delle stragi del ’92: tale fascicolo stava molto a cuore a Falcone e, dopo la sua morte, a Borsellino il quale però non può occuparsene per volere di Giammanco che affida a Vittorio Aliquò la direzione delle indagini di mafia nella provincia di Palermo (a Borsellino quelle di Trapani ed Agrigento). La frettolosa richiesta d’archiviazione, ad opera di Guido Lo Forte altro pm vicino a Giammanco, fa infuriare Borsellino che la scopre a cose fatte il 14 luglio 1992, cinque giorni prima di saltare in aria. Su queste circostanze Pignatone, chiamato il 26 novembre 2021 a testimoniare a Caltanissetta nel processo sul depistaggio delle indagini relative alla strage di via D’Amelio, è incerto, confuso, omette, balbetta, non ricorda, viene smentito, si contraddice spesso.
Alle 7.15 della mattina di domenica 19 luglio 1992, poche ore prima della strage, Giammanco telefona a Borsellino per dirgli che dal giorno dopo potrà trattare le inchieste di mafia su Palermo. Cosa che purtroppo non potrà avvenire e chissà all’alba di quella domenica quanti siano, e chi, a saperlo. Certo è che se Giammanco, dopo i tanti no che gli ha sbattuto in faccia, intende finalmente accontentare Borsellino (il quale chiede e vuole la delega su Palermo in nome di Falcone) e ha il piacere di dirglielo subito, di domenica, conoscendo la sua ansia di combattere la mafia a Palermo, è proprio … sfortunato!
Nelle trame ricostruite in tale dossier, forse una sorta di scatola nera delle stragi, compare la Sirap, azienda amministrata dal padre Francesco Pignatone, potente politico Dc, deputato alla Camera dal 1948 al ’58, poi per 25 anni, dal ’68 al ’93, presidente e per altri cinque, fino al 1998, amministratore unico straordinario dell’Espi, Ente di sviluppo per la promozione industriale, il super-carrozzone regionale che ha in pancia centinaia d’imprese, come appunto la Sirap coinvolta per appalti da mille miliardi di lire nelle indagini di mafia affidate da Giammanco proprio a Pignatone, peraltro accusato direttamente quando il mafioso Angelo Siino poi collaboratore di giustizia, noto alle cronache come il ‘ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra’, racconta collusioni, soffiate e coperture che lo chiamano in causa insieme a Giammanco, a Guido lo Forte e Ignazio De Francisci: indagini poi archiviate per impossibilità di riscontri. In quel contesto viene in rilievo il personale interesse del magistrato rispetto al ruolo del padre a capo dell’Espi e del fratello Roberto Pignatone, avvocato dello Stato e consulente dell’assessorato ai lavori pubblici della Regione, proprietaria dell’Espi.
Dal 2000 al 2008 Pignatone è procuratore aggiunto a Palermo e, dal 2008 al 20012, procuratore capo a Reggio Calabria, ufficio nel quale può avvalersi della collaborazione di un privato cittadino dalla biografia ingombrante e inquietante, Diego Di Simone Perricone, ex poliziotto divenuto in quegli anni capo della sicurezza di Confindustria, condannato l’8 luglio 2022 a cinque anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Caltanissetta (6 anni e 4 mesi in primo grado) come complice dell’ex icona antimafia Antonio Calogero Montante e – proprio in quegli anni come accerta il processo – figura chiave nel suo sistema criminale.
Quindi, dal 2012 al 2019, il magistrato nisseno è al vertice della procura della capitale. Da quando nei primi anni duemila Montante, nato come il padre di Pignatone a San Cataldo – centro di 22 mila abitanti nel Nisseno – comincia a scalare Confindustria, il magistrato ne è sodale e assiduo frequentatore. Montante ha un eccellente rapporto con l’Eni, la multinazionale colosso di Stato di cui Roberto Pignatone, fratello del procuratore e tributarista, è consulente e ha relazioni strettissime con il grande corruttore Piero Amara che gli affida incarichi e addirittura lo cita come teste a propria difesa in giudizio. Amara appare a lungo ben coperto in diverse procure ma a Roma contro di lui invoca la linea dura il pm Stefano Rocco Fava le cui richieste però sono bocciate da Pignatone che gli toglie il fascicolo e il sostituto si ritrova anche sotto processo. Fava ha il ‘torto’ di rilevare che il procuratore non si sia astenuto da inchieste che coinvolgono il fratello Roberto (ancora lui, a Palermo come a Roma nei decenni!) e investono i rapporti di questi con Amara, al pari del procuratore aggiunto Paolo Ielo, a capo del pool reati finanziari, in sintonia con Pignatone e, come questi, avente un fratello, Domenico, avvocato, beneficiario di incarichi da parte di Amara.
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… Nella procura palermitana nel ’90 e anni seguenti, il trentenne De Lucia si occupa di reati economici e sette anni dopo, nel ’98, viene applicato alla Direzione distrettuale antimafia dove tra l’altro tratta le dichiarazioni di Angelo Siino, il cosiddetto ‘ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra’ per le quali saranno indagati Pignatone e Giammanco, oltre a Guido Lo Forte e Ignazio De Francisci per abuso e corruzione in atti giudiziari: indagini poi archiviate per l’impossibilità – impossibilità? – di trovare riscontri; inoltre De Lucia indaga sui responsabili degli omicidi di Pio la Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, nonché su quelli dei funzionari regionali Giovanni Bonsignore e Filippo Basile. Di seguito è pm nei processi ‘Grande mandamento, ‘Gotha’, ‘Perseo’, ‘Talpe’ sempre in contatto con il suo ‘capo’, l’aggiunto Pignatone il quale a Palermo non riesce a scalare la vetta dell’ufficio ma, passando per Reggio Calabria, giungerà spedito al vertice della procura romana di piazzale Clodio con vista Oltretevere.
Nel 2009 De Lucia, 48nne, va a Roma come sostituto nella Procura nazionale antimafia (dove a capo ritrova Piero Grasso) con delega al collegamento e al coordinamento investigativo con le procure di Palermo e Caltanissetta e nella capitale resta fino a maggio 2017 quando spicca il volo verso una poltrona di procuratore, a Messina.
Il piacere di scrivere De Lucia lo sente da sempre e lo ostenta già nel 2009 quando lascia Palermo e con il giornalista Enrico Bellavia pubblica ‘Il cappio’ che tratta la piaga del pizzo che strangola la città. Per curiosa assonanza semantica, ‘Il cappio al collo della libera stampa’ è il titolo di un mio saggio sopra richiamato (qui) dedicato all’abuso giudiziario che colpisce un vitale basamento della democrazia. Anche lo scrittore De Lucia sceglie il termine cappio per descrivere il fenomeno soggiogante del pizzo e delle estorsioni.
Ma è sugli anni romani del magistrato – fino al 2017 – che bisogna soffermarsi perché da essi giunge uno dei fatti che segnano la sua esperienza e ancora oggi ci pongono domande inquietanti: i rapporti con Antonio Calogero Montante, il finto paladino antimafia poi condannato, il 10 maggio 2019 in primo grado, e l’8 luglio 2022 in appello, come capo di un’associazione per delinquere finalizzata a molteplici delitti e imputato in un altro processo ancora alle battute iniziali.
In nove parole un messaggio scioccante: tutta l’esegesi del messaggio di De Lucia
che “con affetto è con Montante” e lo invita a tenere duro: contro chi?
Ricordate quanto ho riferito all’inizio sul fenomeno dell’abuso giudiziario contro la libertà di stampa e ai tanti casi di tale abuso riconducibili al querelante incontinente Filippo Dispenza, amico e cliente di Montante? Senza dire che quanto a rapporti con Montante il già citato Pignatone, ‘signore della giustizia’ al di qua e al di là del Tevere, non è secondo a nessuno.
Bene, a Roma, come magistrato della Procura nazionale antimafia, De Lucia dimostra di essere amico e sodale di Montante, forse ancora più amico di quanto alcuni intrecci e scambi imbarazzanti documentino sul conto del poliziotto in pensione.
Un amico affettuoso, quanto meno, dobbiamo definirlo. ‘Amico’ non dell’imprenditore di successo artefice della svolta di legalità di Confindustria che molti (alcuni in buona fede, altri no) osannano pubblicamente. ‘Amico’ piuttosto di un indagato per mafia in quanto tale e, proprio, in quanto tale.
Sono le 21.30 del 13 febbraio 2015 quando De Lucia manda a Montante, secondo quanto annota questi nei suoi diari, il seguente messaggio: <<con affetto, sono con te, tieni duro che passerà>>. Nulla da ridire se si trattasse di un messaggio relativo a vicende private personali come potrebbe essere una malattia, il dolore per un lutto, un infortunio, una perdita economica, un problema familiare, la fine di una relazione sentimentale o cose simili. La data è precisa e i fatti inesorabili.
Quattro giorni prima, il 9 febbraio 2015, sul quotidiano la Repubblica in prima pagina è uscito il famoso articolo che svela l’inchiesta, in corso da un anno e che da giugno 2014 vede Montante indagato per concorso in associazione mafiosa, concorso i cui inizi gli inquirenti fanno risalire al 1990. Già il 22 gennaio 2015, venti giorni prima, ne scrive, a firma di Giampiero Casagni nella rubrica Top secret, il settimanale messinese Centonove fondato e diretto da Enzo Basso. Ma il 9 febbraio 2015 la notizia, in prima pagina sul maggiore quotidiano italiano a firma di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, fa il giro del mondo ed ha un impatto clamoroso: l’indagato per mafia Montante infatti ha scalato in pochi anni tutte le vette di un potere inimmaginabile grazie ad una colossale impostura: il pugno duro di Confindustria contro la mafia e le sue reti di complicità. Di questo pugno duro non era vero niente, anzi Montante per quasi dieci anni viene indagato proprio per le sue relazioni di vecchia data con il capomafia del suo paese, Paolo Arnone boss di Serradifalco, gran ‘consigliori’ del numero due della cupola Giuseppe Madonia, arrestato a settembre ’92 a Costozza, frazione di Longare nel Vicentino dopo nove anni di latitanza: condannato a diversi ergastoli per omicidi e le stragi del ’92, è in carcere in regime di 41 bis. Ed è per arrestare le indagini sul proprio conto, frutto delle dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia, che Montante ricorre al delitto sistematico svelato dall’inchiesta sul suo ‘sistema’ ed è a questo fine che egli commette una parte non secondaria dei reati per i quali il 10 maggio 2019 è condannato dal Tribunale e l’8 luglio 2022 dalla Corte d’Appello di Caltanissetta.
Tornando all’incredibile sms inviato dal magistrato antimafia all’indagato per mafia, in quel momento, a febbraio 2015, Montante è presidente di Confindustria Sicilia, membro del board di Confindustria nazionale con delega alla legalità, componente del direttivo dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati alla mafia, presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta, presidente di Unioncamere Sicilia. Ma è soprattutto da anni e ancora in quel momento il capo di una rete di potere che con qualunque mezzo, anche criminale come dimostreranno le inchieste e i processi successivi, succhia milioni di soldi pubblici; costruisce carriere (soprattutto al Viminale, nelle prefetture, negli organi di polizia, nei servizi segreti, nelle banche ad essi legate); alimenta clienti, sodali e giornalisti – molti – pronti a mettersi a disposizione; colpisce con minacce, ritorsioni, dossieraggi, gli onesti che non si prestano compresi altri giornalisti – pochi – che tengono la schiena dritta.
A cosa si riferisca De Lucia con il suo sms – da lui mai smentito – non v’è alcun dubbio: l’emersione pubblica della notizia che Montante sia indagato per mafia, pubblicata quattro giorni prima da ‘la Repubblica’ e rilanciata ogni giorno, con sviluppi, approfondimenti e retroscena da centinaia di testate in tutto il mondo, incredule anche perchè in quel momento, grazie agli uffici del ministro Angelino Alfano, Montante è fresco di nomina e pronto a scalare l’Agenzia per i beni confiscati alla mafia che ha in dote immobili, aziende e businesses per decine di miliardi.
Quindi da De Lucia nessun riferimento a fatti privati o personali. Ma parole scritte solo in seguito alla diffusione della notizia di quell’inchiesta giudiziaria che impensierisce l’amico Montante.
Ma come può un magistrato dello Stato, che svolge le funzioni di pubblico ministero nella Procura nazionale antimafia (in quel momento guidata dal napoletano Franco Roberti poi assessore della Regione Campania nella Giunta-De Luca e dal 2019 deputato europeo del Pd), scrivere quelle parole – di affetto, di sostegno, di caldo invito a non abbattersi e ad andare avanti, di fiducia nell’esito per lui positivo della vicenda – a chi è sospettato di essere un mafioso in indagini condotte da un anno dalla Procura di Caltanissetta e restare al suo posto come se nulla fosse?
De Lucia, la moglie Pm in Procura generale a Caltanissetta e la cognata
commissaria per l’emergenza Covid a Messina dove egli è procuratore
Peraltro la procura nissena è una delle due (l’altra è Palermo) con le quali De Lucia, appena arriva a Roma per prestare servizio nella Dna, Direzione nazionale antimafia, intrattiene i rapporti operativi e di collaborazione propri della delega al collegamento e al coordinamento investigativo che gli viene appositamente attribuita. In proposito accade che De Lucia mantenga per qualche tempo questa delega anche dopo che la moglie Fabiola Furnari, magistrata, si trovi in servizio nella Procura generale di Caltanissetta: scivolone grave al quale solo in seguito, non sappiamo se perchè qualcuno metta gli occhi su questa situazione imbarazzante, si pone rimedio con la remissione della delega nissena. Remissione cui si richiama il Gip di Perugia che il 26 giugno 2019 – accogliendo conforme richiesta del Pm ricevuta il 14 maggio 2019, quattro giorni dopo la sentenza di condanna di Montante in primo grado a 14 anni di reclusione – archivia le indagini nei confronti di De Lucia per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento ma che appare negata o quanto meno ignorata dallo stesso magistrato nella veste di attore negli atti allegati all’azione civile esperita dinanzi al Tribunale di Agrigento, con atto di citazione del 3 febbraio 2021 (dopo un verbale negativo di mediazione del 12 dicembre 2020) contro il giornalista, scrittore e blogger Salvatore Petrotto ‘colpevole’ secondo De Lucia di avergli procurato un danno ingiusto con la pubblicazione di notizie sulla sua attività di magistrato (vedremo più avanti qualche dettaglio in più).
Non sappiamo a cosa si debba tale discrasia che segnaliamo per puro scrupolo di verità.
Da una parte l’indagato De Lucia fa presente, a propria discolpa – nel 2018 e 2019 quando dalla Procura di Perugia è accusato di avere rivelato nel 2016 a Montante, per il tramite del complice di quest’ultimo Diego Di Simone Perricone, notizie coperte da segreto – di non essere più da anni già nel 2016 (quindi da diverso tempo prima) in possesso della delega al collegamento investigativo con la Procura di Caltanissetta. E le ragioni di tale interruzione pare risiedano in questa incompatibilità dovuta all’ufficio giudiziario ricoperto dal coniuge prima stranamente passata sotto silenzio.
Dall’altra l’attore De Lucia, promotore di azione civile di risarcimento danni contro Petrotto per una serie di articoli dedicati a suoi provvedimenti di magistrato, della Dna prima e di procuratore a Messina dopo, nega tale interruzione o quanto meno la omette o l’ignora nell’atto di illustrare il proprio curriculum in cui rivendica la delega del collegamento con la Procura di Caltanissetta nell’intero periodo di permanenza nella Dna, ovvero fino al 10 maggio 2017.
Ma questa con l’ufficio della moglie nella Procura generale di Caltanissetta dove tuttora presta servizio e dove da due mesi si è insediato in posizione di vertice Fabio D’Anna proveniente da Ragusa (colui che come abbiamo visto trasforma in processi le querele dell’amico e cliente di Montante, Dispenza), non è l’unico incrocio tra uffici e rapporti di parentela, immediati o acquisiti, in cui De Lucia s’imbatta. Quando è procuratore a Messina accade che l’ufficio da lui diretto possa o debba indagare sull’attività del commissario per l’emergenza-Covid.
E chi è, almeno in un certo periodo, dal 18 dicembre 2020 al 2 marzo 2021? La cognata Maria Marzia Furnari, sorella della moglie. Anche in questo caso pare che la situazione, imbarazzante e singolare, catturi la necessaria attenzione dopo e non prima, quando dovrebbe essere impedita e prevenuta con atti di mero buon senso secondo il principio di prudenza. Ma la colpa è del potere politico, in questo caso la giunta regionale e l’assessore che procede alla nomina, Ruggero Razza, lo stesso che proprio in quel periodo di novembre e dicembre 2020 parla, ascolta e fa i conti al telefono di morti spalmati per minimizzare i dati e che a marzo 2021 sarà investito dall’inchiesta che provoca diversi arresti nel Dipartimento regionale attività sanitarie, nell’assessorato alla salute e nell’osservatorio epidemiologico.
Maria Grazia Furnari, dirigente medico, già commissaria straordinaria nel 2018 dell’Asp di Caltanissetta, il 18 dicembre 2020 viene nominata dall’assessore regionale alla salute commissaria per l’emergenza Covid a Messina, con il il compito <<di coordinare tutte le attività di emergenza, in affiancamento dell’Asp di Messina, nonché in sostituzione dei dipartimenti di prevenzione e del territorio della medesima Azienda>>.
Mesi prima, il 30 marzo 2020, il cognato De Lucia, nella sua qualità di procuratore di Messina, ha lanciato un allarme che l’agenzia di stampa Adn Kronos, ripresa da vari quotidiani, riferisce così: <<Le mafie colgono sempre i momenti di debolezza del sistema. E’ l’allarme lanciato dal procuratore capo di Messina, Maurizio de Lucia, che da molti anni si occupa di criminalità organizzata, e che teme le infiltrazioni delle cosche mafiose dopo la fine dell’emergenza coronavirus. “Tra l’altro – spiega il magistrato in una intervista all’Adnkronos – con la ripartenza avremo, da un lato, il mondo delle imprese molto debole che lamenterà la mancanza di liquidità, mentre notoriamente la mafia ha molte liquidità. E, dall’altro, i flussi di denaro pubblico – aggiunge Maurizio de Lucia – perché molto sarà sostenuto da soldi pubblici e quindi ci vorrà particolare attenzione nel gestire le spese”. Quindi, il magistrato, si augura che non vengano “caricate troppo di burocrazia le procedure di spesa” e teme il pericolo di infiltrazioni mafiose “a tutti i livelli, da quello del finanziamento a quello dell’impiego di questi soldi. Sono due settori molto a rischio. Tutto questo vale in scala maggiore nei territori più ricchi e in scala minore nei territori più poveri”>>.
La procura di Caltanissetta smaschera Montante, mentre il Pm antimafia
De Lucia parteggia per lui, sposa la sua causa, lo conforta, lo consiglia
Tornando al messaggio inviato da De Lucia a Montante il 13 febbraio 2015, il documento è lampante e non lascia margini di dubbio. Abbiamo già rilevato che è Montante ad annotarlo nei diari e gli investigatori a classificarlo unitamente a 24 incontri (quelli di Dispenza sono 27) che De Lucia ha con Montante. Ma va dato atto che quello scioccante sms non è mai smentito dal magistrato e peraltro gli elementi contenuti nei diari segreti di Montante, tutte le volte che necessitino verifiche e riscontri, finora hanno sempre trovato puntuale conferma.
A fronte di un’attività d’indagine su fatti di mafia, importante e imponente, svolta con rigore e professionalità da magistrati integerrimi (l’allora procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone, i colleghi Stefano Luciani, Vittorio Bonaccorso, Gabriele Paci e gli altri) e da investigatori di elevate capacità e di fibra forte e coraggiosa come la dirigente della squadra mobile della questura nissena Marzia Giustolisi, cosa fa il ‘collega’ De Lucia?
Tifa per l’accusato di mafia, parteggia per lui, sposa la sua causa e il suo destino, lo conforta, lo consiglia, gli offre prova immediata e tangibile di essere al suo fianco addirittura <<con affetto>>, lo invita a <<tenere duro>>: contro chi se non contro lo Stato che indaga e vuole verificare la fondatezza delle accuse e contro magistrati indipendenti che servono verità e giustizia mentre egli sembra dipendere totalmente da quell’affetto nato su chissà quali pratiche e quali rapporti? Pongo queste domande, necessarie, perchè ad esse mai è giunta da parte dell’interessato una risposta pubblica chiara, piena, logica, convincente, all’altezza delle responsabilità rivestite, delle prerogative esercitate e del ruolo ricoperto.
Proseguendo nella nostra piccola esegesi di quelle nove parole, per essere certo che l’indagato per mafia possa effettivamente ‘tenere duro’ contro inquirenti che fanno il loro dovere, De Lucia, magistrato che dovrebbe condividere lo stesso impegno dei colleghi, rassicura l’amico sotto inchiesta offrendogli una certezza, la sua: <<passerà>>. Il che, tradotto, vuol dire che ‘passera’ senza effetti per lui, quindi finirà con il nulla di fatto delle indagini in atto. Il che è doppiamente inquietante perché: o De Lucia già il 13 febbraio 2015 conosce ogni elemento delle indagini al punto da potere essere certo in verità e coscienza che non possano avere alcun seguito le accuse nei suoi confronti. O è vero quanto già da noi adombrato, ovvero che egli semplicemente si schieri e faccia il tifo per l’amico-indagato contro l’aspettativa dello Stato di accertare la verità quale che essa sia.
Delle due l’una, tertium non datur, e la prima è da scartare per un motivo semplice. Quelle indagini, da allora vanno avanti per altri otto anni. Il 13 febbraio 2015 sono in corso da un anno e proseguono fino a pochi mesi fa quando il gip, su richiesta depositata dal pm Claudia Pasciuti nel 2022, dispone l’archiviazione. Almeno così scrive il 24 novembre 2023 su La Sicilia Mario Barresi attribuendo la notizia, finora sconosciuta, in pratica uno scoop, a proprie fonti qualificate. Da rilevare di contro che ancora il 16 novembre 2023 quando la Corte d’Appello di Caltanissetta (presidente Andreina Occhipinti, estensore Giovambattista Tona, giudice Alessandra Giunta) deposita la sentenza d’appello che condanna Montante e altri imputati come Diego Di Simone Perricone, dà atto di non conoscere l’esito del procedimento aperto a giugno 2014 per concorso in associazione mafiosa: <<non è dato conoscere se le dichiarazioni dei collaboratori abbiano trovato specifici riscontri, non essendo note le determinazioni del Pm sull’originario procedimento per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa>>. E’ probabile che queste parole siano state scritte ben prima del deposito dell’atto avvenuto il 16 novembre scorso e non siano state aggiornate, considerate la data dell’udienza conclusiva del processo, l’8 luglio 2022 e la successiva, laboriosa, redazione, durata quasi un anno e mezzo, delle motivazioni.
Tornando al filo conduttore dei fatti oggetto di questo articolo, non v’è dubbio che in ogni caso le indagini su Montante per il reato di concorso in associazione mafiosa siano andate avanti per nove anni almeno, otto dei quali successivi alla data in cui De Lucia manda il famoso sms all’indagato. Un periodo molto lungo in cui vengono vagliati tutti gli elementi potenzialmente utili, anche sopravvenuti, sicché non poteva esserci in quel momento alcuna corrispondenza di giudizio – o quanto meno di personale convincimento – con la recentissima conclusione, maturata dopo quasi due lustri d’indagine attraversati nel contempo da altre due inchieste ed altrettanti processi uno dei quali ha prodotto la condanna di Montante per associazione per delinquere, corruzione, accesso abusivo ai sistemi informatici ed altri reati, sia da parte del tribunale il 10 maggio 2019 (14 anni di reclusione con rito abbreviato) che dalla Corte d’appello l’8 luglio 2022 (8 anni di reclusione).
Di questo sms angosciante si ha notizia solo quando emerge il contenuto dei files conservati dal leader di Confindustria nel personal computer e in decine di pen drives che gli sono sequestrati a gennaio 2016. E’ il diario-Montante, contenente la maniacale annotazione, giorno per giorno e ora per ora, di incontri, colazioni, pranzi, cene, telefonate, messaggi, corrispondenze, soldi dati, richieste ricevute e favori elargiti, annotazione di fatti. Per un lungo periodo questo archivio imponente e prezioso rimane a conoscenza solo degli inquirenti ma quando, il 14 maggio 2018, scatta l’arresto gli atti affiorano alla conoscenza delle parti e, presto, della stampa.
Quando De Lucia, Pm antimafia, incontra tre volte l’uomo di Montante
(poi condannato come suo complice) a caccia di notizie sull’inchiesta nissena
Il 2016, oltre che l’anno del sequestro di questi materiali, è anche quello in cui De Lucia si trova nel mirino del bisogno di rassicurazione del suo caro amico sotto inchiesta e il suo comportamento, accogliente e affettuoso verso di lui nonostante egli sia un magistrato antimafia, lo porterà ad assumere egli stesso la posizione di indagato in un fascicolo aperto dalla Procura di Perugia. Ciò accade per via degli incontri che De Lucia, pm della Procura nazionale antimafia, concede nel suo ufficio, nel palazzo della Dna di Roma, a Diego Di Simone Perricone, ex poliziotto passato nel 2009 alla sicurezza di Confindustria e in particolare di Montante che gli garantisce un ben più lauto stipendio. De Lucia lo conosce in quanto era un ispettore in servizio alla squadra mobile quando lui stava a Palermo: è un ex poliziotto, ormai privato cittadino che fa un altro mestiere anche se Pignatone anni prima quando, dal 2008 al 2012, è a capo della Procura di Reggio Calabria lo nomina, ormai ex poliziotto, proprio consulente.
Non sappiamo se è solo in virtù della vecchia conoscenza che De Lucia lo incontra, o anche perché – o soltanto perché – è l’uomo di Montante, amico nel cuore del magistrato come ben sappiamo, e ne cura i suoi affari, soprattutto quelli scabrosi di quel periodo in cui l’ex icona antimafia sa di essere sotto accusa per mafia e cerca con ogni mezzo, anche e soprattutto illecito, di bloccare queste indagini, di neutralizzarle, con interferenze ed espedienti di ogni tipo, dalla corruzione alla minaccia, pur di fare scomparire le accuse e ottenere rapidamente un nulla di fatto per riprendere come e più di prima la travolgente scalata del potere e la gestione a mani libere dei suoi lucrosi businesses.
Questo non accadrà perché quel gruppo di magistrati e di investigatori di Caltanissetta guidati dal procuratore Amedeo Bertone è composto da veri servitori dello Stato capaci di superare ogni ostacolo e di resistere ad ogni forma di intimidazione, minacce e dossieraggio e ciò consentirà loro di monitorare tutte le azioni criminali del sistema-Montante e imporrà loro di chiederne ed ottenere, il 14 maggio 2018, l’arresto, nonché i due processi e le condanne già maturate. Con profonda delusione – c’è da presumere – del procuratore antimafia De Lucia il quale il 13 febbraio 2015 si esprimeva con le parole che abbiamo analizzato.
Occorre però rilevare che De Lucia, a colloquio con Diego di Simone Perricone, si riferisce al procedimento avviato nel 2014 per concorso in associazione mafiosa, quello archiviato di recente e non certo alla lunga catena di delitti che, certamente a sua insaputa, l’amico Montante nel frattempo commette, stando almeno a quanto scaturito dal primo giudizio giunto ora alle soglie del vaglio della Corte di Cassazione.
De Lucia si riporta a quel procedimento e non a quelli che sarebbero nati dopo per i fatti nuovi contestati a Montante e per quelli passati che emergono grazie alle intercettazioni compiute in vari periodi a partire dal 2014. La profonda delusione da noi ipotizzata è una mera sensazione scaturente da quel sms così denso di sentimento da parte di De Lucia per l’amico Montante, ma il piano dei fatti è totalmente distinto. In quei tre colloqui del 2016 – il 10 marzo, il 29 aprile e l’8 settembre – nel proprio ufficio nella Direzione nazionale antimafia De Lucia parla con un ex poliziotto che ben conosce e che, si può presumere, gli chieda notizie sul procedimento che, effettivamente (scopriamo sette anni dopo) finisce in un nulla di fatto. Tutt’altra cosa, pur nell’enormità della disinvoltura di un magistrato antimafia, sono le azioni delittuose compiute da Montante, da Di Simone e da altri complici per attentare al corso della giustizia.
Nel 2016 quindi De Lucia riceve Diego Di Simone Perricone, figura centrale nel sistema criminale di Montante, con lui condannato sia in primo grado – a sei anni e quattro mesi con rito abbreviato, per vari reati tra cui associazione per delinquere, accesso abusivo a banche dati istituzionali, rivelazione di segreti d’ufficio, corruzione – che in appello, a cinque anni. Non sappiamo cosa De Lucia gli dica ma è ben chiaro perché l’ex poliziotto lo vada a trovare: vuole carpire notizie e soprattutto chiedere rassicurazioni sugli sviluppi e sull’esito del procedimento: notizie e rassicurazioni che ottiene. Questo almeno è quello che egli comunica a Montante che sistematicamente chiama appena uscito dall’ufficio di De Lucia per ragguagliarlo.
Il 9 maggio 2018, cinque giorni prima che Montante sia arrestato, la Procura di Caltanissetta manda a quella di Perugia, competente sui reati commessi da magistrati in servizio a Roma (la legge istitutiva della Dna in effetti radica nella capitale tale competenza) la registrazione di tre conversazioni intercorse tra Di Simone, appena uscito dalla stanza di De Lucia, e Montante, datore di lavoro del primo e affettuoso amico nel cuore del secondo.
Singolare che quando Di Simone viene chiamato dai magistrati di Caltanissetta a rispondere di tali notizie eventualmente ricevute da De Lucia, l’ex poliziotto neghi categoricamente di averlo incontrato: evidentemente vuole proteggerlo valutando come illecita (deve essere questa percezione soggettiva a indurlo a mentire così palesemente) la condotta del magistrato o la propria o entrambe. Ma sarà proprio De Lucia, a sua volta interrogato come indagato, a dovere ammettere la verità anche perché quelle visite risultano registrate, con data e orario, nella lista degli accessi negli uffici della Dna con destinazione nel suo ufficio e quindi non si può sfuggire.
Il giornalista Salvo Palazzolo definisce ‘talpa’ di Montante nella Dna di Roma
quel magistrato senza nome poi identificato e indagato: è il Pm antimafia De Lucia
In proposito risulta interessante il servizio del giornalista Salvo Palazzolo (qui), pubblicato il 30 maggio 2018 dal quotidiano la Repubblica e diffuso anche su ‘Repubblica Tv’ su queste intercettazioni e sulle ‘talpe’ di Montante: una si nasconde negli uffici della Dna in via Giulia a Roma, l’altra nel palazzo di giustizia di Caltanissetta, <<il nostro uomo a L’Avana>> lo definisce Di Simone cercando di vendere cara o comunque fare apprezzare la propria merce all’uomo per cui lavora.
Il servizio si compone di una parte audiovisiva e di un testo scritto, a firma di Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta, nel quale si legge: <<Diego Di Simone, il capo della sicurezza di Confindustria, lo chiamava “il suo uomo all’Avana, quello che osserva tutto”. O anche, “l’uomo mio che è giù”. Spunta un’altra talpa eccellente nella rete di Antonello Montante, l’ex paladino dell’antimafia oggi in carcere con l’accusa di aver creato due associazioni per delinquere, per carpire notizie riservate sulle indagini e per razziare fondi pubblici. Una talpa che – scrivono Palazzolo e Ruta – probabilmente operava all’interno del palazzo di giustizia di Caltanissetta. Ecco gli audio delle intercettazioni della squadra mobile nissena che hanno svelato la rete di complicità. Caccia a un’altra talpa, un magistrato della Direzione nazionale antimafia>>.
Nelle parole scritte che corredano l’audio delle intercettazioni sono due le notizie, quante le ‘talpe’ di Montante: una a Caltanissetta e una a Roma nella Dna. E di quest’ultima i due giornalisti svelano qualche indizio: è un magistrato della Direzione nazionale antimafia. Ma in quel momento, è il 30 maggio 2018 e De Lucia è da un anno procuratore a Messina, nessuno ancora sa chi sia la ‘talpa’ di cui scrive Palazzolo, o almeno nessuno ancora ne fa il nome pubblicamente.
Nel commento audiovideo che intermezza le intercettazioni Palazzolo è più preciso: <<La mattina del 29 aprile 2016 – racconta – Diego Di Simone capo della sicurezza di Confindustria entra alla Direzione nazionale antimafia in via Giulia a Roma per acquisire notizie sull’indagine per mafia che i Pm di Caltanissetta stanno conducendo su Antonello Montante>>. Quindi Palazzolo aggiunge: <<appena uscito Di Simone chiama Montante: una talpa ancora senza nome ha raccontato che l’inchiesta si mette bene per Montante anche se ci vorrà del tempo per l’archiviazione>>.
Segue l’audio di alcuni brani del dialogo di Di Simone con Montante. Il primo, stoppato subito dal secondo quando esordisce con un commento che pare possa suonare troppo esplicito ad orecchie indiscrete, va al punto così: <<per quanto riguarda la posizione, lui ha toccato con mano che tutto quello che c’era da fare è stato fatto e che purtroppo le cose si sono messe in maniera tale che …>>. Montante vuole sapere di più e Di Simone lo asseconda riportando le parole riferite dalla ‘talpa’ della Dna di cui loro due conoscono bene il nome e che per prudenza al telefono Di Simone non pronuncia mai: <<lui mi ha detto dove gli hanno detto che dovrebbe andarsi a collocare…>>.
Di Simone si riferisce alla posizione di Montante nell’inchiesta che lo vede indagato e questi quindi, in evidente apprensione, chiede: <<positiva?>> la posizione in cui dovrebbe andarsi a collocare (n.d.r.)? La risposta di Simone: <<quella sua me l’ha data per certa, però non mi ha detto giugno…>>. Impaziente Montante chiede ancora: <<ma perchè no?>>. E Di Simone, ancora pronto ad utilizzare in qualche modo quanto appreso dalla ‘talpa’, spiega: <<è un problema di tempistica, tempistica proprio tecnica>>.
La ‘talpa’ (usiamo il termine come citazione dei documenti riportati, in primo luogo il sevizio di Salvo Palazzolo, e nell’accezione che in essi ricorre) avrà presto un volto e un nome: De Lucia appunto. Per singolare mistero di un certo intreccio che alimenta una sorta di eterogenesi dei fini e fors’anche di certi interessi che muovono l’agire umano, il magistrato antimafia Maurizio De Lucia e lo scrupoloso cronista Salvo Palazzolo oggi, cinque anni dopo, sono co-autori del libro scritto insieme e che insieme presentano in decine di incontri, raccontando la leggendaria cattura della primula rossa Matteo Messina Denaro, cattura ipermediatica che a De Lucia capita in sorte di potere annotare nei propri meriti di servizio: egli s’insedia infatti a capo della Procura di Palermo il 15 ottobre 2022 e tre mesi dopo, il 16 gennaio 2023, il boss latitante da trent’anni, protetto a casa sua, viene arrestato. E’ un boss morente la cui cattura non aggiunge una sola parola di verità sui suoi delitti, sulla mafia e sull’ampia zona grigia di collusione con colletti bianchi e settori dello Stato.
Cosa rivela la presunta ‘talpa’ De Lucia a Di Simone, inviato di Montante e suo complice poi condannato? Ecco i dati certi risultanti dal procedimento e le valutazioni del Pm e del Gip di Perugia che concordano sull’archiviazione
Abbiamo visto come il 30 maggio 2018 il giornalista de la Repubblica Salvo Palazzolo parli di una talpa nella Dna ma non sa ancora il nome del magistrato. Il procedimento ne svela l’identità e pone l’indagato dinanzi alle sue responsabilità in relazione a quei tre colloqui con quel privato cittadino che è Diego Di Simone Perricone il cui ruolo in quel momento è quello di essere fedelissimo collaboratore di un indagato per mafia, Montante, del quale a sua volta il magistrato è amico affettuoso e premuroso. Abbiamo letto e ascoltato prima, anche nella sintesi che ne fa Palazzolo, alcuni frammenti delle telefonate in cui Di Simone riferisce a Montante le risposte ottenute da De Lucia sullo stato delle indagini che lo riguardano e chiunque, cittadino comune che creda nella giustizia, può farsi un’idea, a prescindere dalle decisioni degli inquirenti e dei giudici sulla rilevanza penale dei comportamenti di De Lucia.
Sappiamo per certo che egli incontra tre volte Di Simone, con tutto il significato che tale disponibilità possa assumere nelle valutazioni di ciascuno.
Sappiamo che i due si parlano. Sappiamo che Di Simone gli chiede notizie sulle indagini riguardanti Montante (notizie coperte da segreto), non sappiamo cosa De Lucia gli risponda ma sappiamo cosa Di Simone riferisca a Montante e come a questi riassuma e traduca il senso delle informazioni ottenute.
A fronte di tutto giò, esperite le indagini, il Pm chiede l’archiviazione e il Gip Lidia Brutti il 26 giugno 2016 la dispone poichè <<gli elementi acquisiti non assumono sufficiente concretezza ed univocità e pertanto non sono idonei a supportare l’ipotesi investigativa che non si presta a compiuti sviluppi non emergendo dagli atti ulteriori prospettive di indagine utilmente esplorabili>>. E’ qui il cuore della motivazione la quale, come risulta evidente, è una mera valutazione, discrezionale e opinabile al pari di ogn’altra di segno diverso. Quando il provvedimento del Gip scende nel merito dei fatti si avverte come mantenga debita e prudente distanza dagli stessi, forse al fine di meglio sorreggere la conclusione comunque prescelta.
Riassumendo, la giudice delle indagini preliminari sostiene in altrettanti passaggi del provvedimento i concetti che seguono:
1. Montante era già a conoscenza di non poche informazioni sul procedimento.
Nostra osservazione: perché allora, mera obiezione logica, manda Di Simone da De Lucia e perché questi lo riceve e addirittura gli parla, rispondendo alle sue domande sia pure nella versione mediata dall’interlocutore, l’unica che, grazie alle intercettazioni, conosciamo con certezza?
2. Nel periodo dei tre incontri Di Simone-De Lucia, marzo-settembre 2016, si profilava un concreto interesse di Montante a conoscere se e in quale misura le attività di interferenza con le indagini stessero producendo i risultati attesi.
Nostro chiarimento-osservazione: qui la giudice dà conto delle attività criminose di Montante e dei suoi complici tra i quali Di Simone deducendone l’interesse a conoscere l’esito di tali attività. Il che, piuttosto che indurla ad abbandonare l’indagine, dovrebbe logicamente sorreggere il tentativo opposto di verifica e di approfondimento.
3. Le indagini della Procura di Caltanissetta che il 14 maggio 2018 sfociano nell’esecuzione della custodia cautelare nei confronti di Montante offrono una chiave di lettura.
Nostra notazione: l’affermazione però finisce qui e si perde nel filo delle conclusioni che spingono il gip a propendere per l’archiviazione.
4. Si pongono una serie di elementi che non consentono da un lato di ipotizzare fondatamente che De Lucia conosca lo stato del procedimento e dall’altro di comprendere compiutamente la natura e l’estensione delle informazioni in ipotesi rivelate.
Nostra considerazione: è una di due finestre dalle quali ci si può affacciare. Si sceglie in funzione di ciò che si voglia vedere.
5. Da anni già nel 2016 De Lucia non era più titolare della delega sul collegamento investigativo con la Procura di Caltanissetta, fatta eccezione per le inchieste sulle stragi del ’92, nè risultano elementi da cui si possa desumere che possa avere appreso da altre fonti le notizie sul procedimento.
Nostro pro memoria: in proposito già rilevata attestazione di segno contrastante nelle dichiarazioni depositate sul conto di De Lucia dalla sua difesa nell’azione civile contro Salvatore Petrotto,
6. Mancano riscontri all’ipotesi che De Lucia possa non essersi limitato ad un generico auspicio sulla positiva conclusione del procedimento, così come da lui dichiarato nell’interrogatorio del 25 gennaio 2019 e in quello successivo alla notifica dell’avviso di garanzia.
Possibile osservazione: se mancano andrebbero cercati, atteso il contrasto tra il racconto, intercettato, di Di Simone a Montante e le dichiarazioni rese dall’indagato De Lucia.
7. Non può escludersi che Di Simone parlando con Montante avesse amplificato il contenuto delle affermazioni di De Lucia presentando come sicure rassicurazioni, fondate su una presunta conoscenza del procedimento, esternazioni che costituivano invece soltanto generiche opinioni personali.
Considerazione logica di chi crede nella giustizia: non può escludersi, certo. Ma si potrebbe (dovrebbe?) verificare.
In questi sette punti una sequenza di valutazioni del giudice costruite in modo tale da suscitare, probabilmente, l’invidia di tanti indagati ai quali non è facile che capiti in sorte una tale favorevole chiave di lettura degli elementi d’indagine, nel momento in cui lo Stato sia chiamato a decidere se esercitare o meno l’azione penale.
C’è da sperare che il giudice che sceglie la strada dell’archiviazione non creda che De Lucia non abbia rivelato alcuna notizia coperta da segreto sol perché non ne sia a conoscenza, mentre rimangono inspiegabili e non spiegati alcuni passaggi delle risposte riferite da Di Simone a Montante: <<lui mi ha detto …. l’ha data per certa però non m’ha detto giugno perché c’è un problema di tempistica … poi seconda cosa mi ha detto … comunque è indirizzata dove sappiamo, assolutamente è indirizzata lì… però eh, anche se la stanno facendo vastasa perché mi ha detto… proprio mi ha detto anche che siamo fuori dalle regole … purtroppo gli devi dire che … deve avere un po’ di pazienza … e poi l’altra cosa che mi ha detto… lui la vicenda non la conosce… gli ho detto ma come … la sanno tutti e lui no … attenzione, quello che leggono tutti è una cosa, quello che c’è scritto è un’altra cosa, quindi siccome lui si basa su quello che c’è scritto … questa quindi è una cosa abbastanza positiva secondo me, me l’ha data per positiva …>>.
Mai una volta che Di Simone, intercettato, quindi quando si presume riferisca la verità al suo ‘datore di lavoro’, dica a Montante che a una certa sua domanda De Lucia non abbia risposto perché ciò sarebbe una violazione delle norme. Mai una volta che rappresenti come insufficienti o parziali le risposte di De Lucia alle proprie domande. Invece una lunga e coerente serie di locuzioni di valenza assertiva: ‘mi ha detto’, ‘l’ha data per certa’, ‘gli devi dire’ (tu, Di Simone, a Montante, n.d.r.), ‘me l’ha data per positiva’. C’è un passo che il gip valorizza nel senso che Di Lucia non abbia le informazioni che in ipotesi avrebbe potuto rivelare, ma non è così in quanto in quel passaggio le parole testuali, di Simone a Montante, sono: <<lui (De Lucia, n.d.r.) la vicenda non la conosce>>. Di Simone dice ‘la vicenda’, non il ‘procedimento’, tant’è che poi aggiunge: <<siccome lui si basa su quello che c’è scritto…>>.
Una ragione in più per dovere concludere che è una soggettiva valutazione del giudice a determinare l’archiviazione. Diversamente tutti i punti di stridente contrasto tra le frasi pronunciate da Di Simone quando, intercettato, riferisce a Montante le risposte avute da De Lucia e le dichiarazioni dell’indagato (<<ho espresso solo un generico auspicio di conclusione positiva della vicenda>>) avrebbero dovuto essere comparati, analizzati, risolti lungo la via della verità logica dei fatti piuttosto che nell’arresto ai nastri di partenza di ogni tentativo di ricerca di tale verità, quale che essa sia. Di Simone avrebbe dovuto spiegare quelle frasi: del resto non aveva dichiarato il falso pur di difendere De Lucia dai rischi di un’imputazione?
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L’articolo del 5 dicembre 2023 contiene ampie parti, non riportate in questo testo, relative ai rapporti tra magistrati e la libertà di stampa, nonché all’operato di De Lucia, alla sua azione legale contro lo scrittore Salvatore Petrotto e alla vicenda incredibile dell’arresto del giornalista Enzo Basso detenuto per sei mesi e della chiusura per via giudiziaria del settimanale Centonove da lui fondato ‘colpevole’ di avere pubblicato per primo la notizia dell’indagine per mafia nei confronti di Montante.
Per la cronaca ad aprile 2026 la Corte di Cassazione, proprio la quinta sezione, la stessa che ha deciso il procedimento oggetto di questo articolo, ha annullato senza rinvio entrambe le condanne incredibilmente comminate a Basso sia nel primo che nel secondo grado di giudizio.
Dall’articolo del 22 settembre 2025: l’incredibile condanna della Corte d’Appello di Catania
nei confronti di Di Natale che era stato assolto dal Tribunale con sentenza impugnata dal procuratore D’Anna
Il nuovo giudizio, dinanzi alla Corte d’Appello di Catania, si è risolto di fatto in una sola udienza nella quale è stato ripetuto l’esame del querelante, Ciotti, dopo di ché si è passati subito alle conclusioni. In effetti Ciotti ha solo ripetuto una parte delle cose dette quattro anni prima al Tribunale senza modificare, né aggiungere nulla, rilevo che è rimasta integra la verità cristallizzata nel primo grado di giudizio. Pertanto trovo impossibile immaginare una forma di corrispondenza – giuridica, fattuale e logica – tra la verità giudiziale lungamente accertata e la nuova sentenza velocemente emessa: una sentenza a mio avviso decisa prima, senza alcun riguardo alla rigorosa, ampia e dettagliata istruttoria dibattimentale condotta in primo grado dal Tribunale di Ragusa e prescindendo da tutti gli atti che ne sorreggevano – coerentemente, ineccepibilmente e motivatamente – la sentenza. Attenderò ovviamente le motivazioni della Corte d’Appello, il cui deposito è previsto entro novanta giorni, per ogni valutazione finalizzata all’assunzione delle iniziative necessarie a tutela del diritto di tutti alla verità, alla libertà di stampa e alla democrazia.
A mio avviso questa sentenza, come molte altre purtroppo, si basa sulla ratio originaria della norma del Codice penale, l’art. 595, che punisce il reato di diffamazione a mezzo stampa. Una norma scritta nel 1930, dal legislatore fascista nel momento di piena e brutale affermazione della dittatura che cancellò ogni libertà e la democrazia in tutte le sue forme: in proposito qui un mio articolo del 14 marzo 2023 sulla matrice fascista del cappio al collo cui ancora oggi è tenuta la libertà di stampa, contro la Costituzione vigente.
Come ho più volte rilevato trattando casi riguardanti scrittori e giornalisti invisi al Potere – perché la verità e la libertà di critica disturbano il Potere in quanto informano e fanno riflettere i cittadini – quell’articolo del Codice penale è transitato nel nuovo ordinamento costituzionale dove, poiché ancora oggi dopo 78 anni sopravvive, necessariamente va applicato in piena aderenza non solo ai principi dell’art. 21 della Costituzione e dell’intera Carta ma anche a quelli, più recenti ma anche più avanzati e gerarchicamente superiori, della normativa e della giurisprudenza di fonte europea.
In un caso come questo – ma anche in tanti altri – una condanna per diffamazione a mezzo stampa può apparire plausibile solo, per assurdo, in applicazione della norma originaria di matrice fascista così come vigente nella realtà della dittatura crollata, dopo il Ventennio, 82 anni fa. Dall’avvento della Costituzione, e a maggior ragione nell’ordinamento attuale, essa appare illogica, inconcepibile, appunto assurda, in stridente contrasto con la legge vigente.
Per fare un esempio, nel nostro ordinamento costituzionale può correttamente ritenersi diffamazione quella di Alessandro Sallusti contro lo scrittore Antonio Scurati definito in prima pagina ‘Uomo di M…’: peraltro in questo caso la condanna non è penale ma puramente civile, comunque giusta perché quello di Sallusti è solo un insulto offensivo, unicamente e intenzionalmente diffamatorio, e non certo l’espressione di una critica.
Tornando alla condanna che mi riguarda e alla matrice fascista della norma giuridica cui essa si ispira, certo è più frequente che un problema di questo tipo si ponga quando l’intolleranza per la verità pubblica frutto del prezioso operato della libera stampa e della libera circolazione delle idee provenga da certi ‘fascistelli’ o ‘fascistoni’ di gran potere, oggi al Governo in quanto facenti parte del partito che lo comanda: riconoscibili, talvolta in cariche istituzionali, tra quanti più o meno esplicitamente si ispirino alle gesta della dittatura criminale fascista e alla, ancora più criminale e tragica, esperienza italiana del governo-fantoccio della Repubblica di Salò agli ordini di Hitler. Di esempi ne abbiamo a centinaia: appena ieri il vice segretario nazionale del secondo partito del Governo-Meloni, la Lega, Roberto Vannacci, ha proposto di inserire nelle scuole l’insegnamento celebrativo degli ‘eroi della X Mas’: sic!
Ma il problema che colgo in questa sentenza, come in altre che mi riguardano non come imputato ma come cittadino e delle quali mi sono occupato per renderle di pubblica conoscenza, è esattamente lo stesso. In questo caso il ‘fascismo’ quale marchio di fabbrica di simili aggressioni giudiziarie contro la libertà di stampa è da intendere nel senso magistralmente essenzializzato e focalizzato da Pier Paolo Pasolini: non nel recinto storico, di spazio e di tempo, di una precisa esperienza politica e istituzionale come l’abbiamo conosciuta; ma, anche al di là delle sue reviviscenze nei decenni successivi, nell’orizzonte più ampio che riguarda una certa concezione del Potere e del suo agire, anche fuori da etichette di destra e sinistra.
In questa vicenda una cosa è chiara. La stampa, in questo caso una tv da me diretta, trascinata in tribunale, aveva detto la verità (sui rapporti, le relazioni, gli affari tra Libera e Antonio Calogero Montante suo grande sostenitore) e in modo più che legittimo aveva svolto ed ospitato considerazioni critiche sui silenzi di Ciotti dopo l’incriminazione, e poi l’arresto, di Montante, allora, dal 2014, indagato per concorso in associazione mafiosa e nel 2018 arrestato per associazione per delinquere e vari altri reati.
Silenzi di Ciotti e di Libera interrotti solo dalla risposta resa nel 2016 ad una giornalista di MeridioNews e che – la si può riascoltare ancora oggi – suona più come una dichiarazione d’amore verso l’allora indagato per concorso, dal 1990, nell’associazione mafiosa Cosa Nostra che come un pensiero – civile, sociale e culturale – coerente con la natura di Libera. Alla domanda “qual’è la posizione di Libera dopo le accuse mosse ad Antonello Montante?” Ciotti risponde testualmente: <<Mi auguro che Antonello possa dimostrare la verità. Vorrei che ognuno di quelli che vengono indagati siano messi nella possibilità di farlo. Per il resto, non sono in grado di entrare in una storia di questo tipo. Dico solo che oggi sono molti che invece di fare lotta alla mafia, la fanno all’antimafia. Bisogna saper distinguere e stare molto attenti. Anche nei riguardi di Libera ci sono delle semplificazioni e capita che arrivi del fango>>. Parole, queste pronunciate da Ciotti, che sembrano associare Libera a Montante quali vittime della “lotta che molti fanno all’antimafia anziché alla mafia”, ma Montante, già allora, non era l’antimafia ma un impostore smascherato, indagato da due anni per mafia e impegnatissimo, intercettato, a dispiegare tutto il suo potere criminale per sviare le indagini, corrompere, depistare, minacciare e intimidire i veri servitori dello Stato e i giornalisti dalla schiena dritta (qui l’intervista rilasciata da Ciotti a Meridionews il 16 marzo 2016 quando da oltre un anno era pubblica l’inchiesta che vedeva indagato Montante per concorso in associazione mafiosa).
Quanto al ‘fascismo’ nel senso pasoliniano da me evocato, per la cronaca va detto che il ‘caro’ Antonello (caro a Ciotti, evidentemente, se pubblicamente lo chiama, pur da due anni indagato per mafia, con l’affettuoso nomignolo) da ragazzo, appena dodicenne, prese la tessera del Msi che conserva orgogliosamente negli archivi ostentandone la firma di Giorgio Almirante. Alla data 31.12.1975 del suo diario segreto si legge: <<tessera MSI Destra Nazionale n°289041 cod.18/76 Antonello Montante, valida per tutto l’anno 1976 a firma del segretario nazionale Giorgio Almirante. Rinnovo tessera, sempre con lo stesso n° e cod., validità anno 1981. Nuova tessera n° 176491 con nuova data d’iscrizione 1981 MSI Sez. Serradifalco valida per tutto l’anno 1983. Nuova tessera n° 155666 MSI Sez. Serradifalco valida tutto il 1984>>.
Sappiamo quindi che Montante, nato il 5 giugno 1963, di certo fino a tutto il 1984 quando aveva 21 anni ed era già adulto e da quattro anni padre di famiglia (del dopo non abbiamo notizie) fu un fervente ‘missino’. Erano anni, questi del decennio ’75-‘84, in cui qualunque tesserato o militante di quel partito si definiva ancora orgogliosamente fascista. Per la cronaca, grazie allo scoop de I Siciliani Giovani nel numero di aprile del 2014, abbiamo scoperto che Montante, sposatosi il 23 dicembre 1980 all’età di diciassette anni, quando il suo mestiere era ‘meccanico di biciclette’, ebbe come testimoni di nozze (qui l’articolo con il certificato di matrimonio) Paolo e Vincenzo Arnone, mafioso di alto spessore criminale, appartenente al clan Madonia le cui figure di spicco sono Antonino, condannato a sette ergastoli per varie stragi tra cui quelle che uccisero Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà solo per citarne alcune; nonché Giuseppe Madonia, uno dei più sanguinari boss di Cosa Nostra sfuggito nel 1983 ad un mandato di cattura del giudice Falcone grazie ad una soffiata. La famiglia Madonia era l’ala della mafia in contatto e spesso alleata con i Servizi segreti deviati coinvolti nell’eversione nera. Non è dato sapere se l’amicizia e l’intensa frequentazione con il mafioso Vincenzo Arnone affiliato al clan Madonia abbiano trasmesso al giovane Montante la passione per le relazioni con uomini e strutture dei Servizi segreti, così come documentate nel processo che, molti anni dopo, nel 2019 lo ha condannato: una sentenza confermata definitivamente sia pure con riduzioni di pena. Dal 30 ottobre 2024, data del verdetto della Corte di Cassazione, Montante, Antonello per gli amici, è un criminale italiano in quanto pregiudicato, cioè condannato, per corruzione e altri reati, con sentenza passata in giudicato e infatti tornato in carcere per scontare la pena. Poi, dopo pochi giorni, miracolosamente uscito.
Ma il criminale Montante che abbiamo conosciuto di recente e che qui viene in rilievo, non c’entra con le documentate radici ‘fasciste’ rispetto alle quali in maturità ha operato una rilevante mutazione. C’entra invece con l’impostura antimafia creata molti anni dopo, nel 2007, da vice presidente di Confindustria Sicilia, con le armi del ricatto e dell’intimidazione alimentate dalla collusione con vertici delle forze dell’ordine e di alte istituzioni dello Stato (il più che longevo ministro Angelino Alfano era ‘a sua disposizione’ nei Governi a guida Pd), c’entra con i rapporti di favore e gli scambi d’interesse con non pochi magistrati e, per quanto riguarda il posizionamento politico, con qualcosa di molto distante dal Msi il cui erede naturale e diretto è oggi FdI.
Mentore del sistema-Montante, inteso come rete anche al di là delle dinamiche illecite successivamente scoperte, era il senatore Pd Beppe Lumia. Suo capolavoro d’affari e di potere, anche nelle tante ipotesi di reato oggetto di un secondo processo fermo ai blocchi di partenza, è il governo-Crocetta, cioè la Giunta regionale capeggiata da un ‘comunista e omosessuale’ affinché fosse più difficile, almeno nell’immediato, vedere cosa ci fosse dietro.
In effetti difficile non lo era affatto, tant’è che io, da cittadino, non dovetti compiere nessuno sforzo per vederlo subito e impegnarmi non solo da giornalista: a ottobre 2012, mentre il Pd era imbucato nel ‘Sistema-Montante’, io da indipendente ero candidato nelle elezioni regionali in Sicilia con ‘Libera Sicilia’ – sì, Libera Sicilia, si chiamava così – il movimento di Claudio Fava, mentre tanti elettori del Pd, magari molti in buona fede, sostenevano quella geniale invenzione, ma anche grottesca fanfaluca, nata da una frode politica ed elettorale concepita e progettata per continuare a spingere, senza darlo a vedere, un carrozzone pieno di impresentabili e riciclati tra i quali moltissimi cuffariani di inflessibile osservanza. Chi meglio del rivoluzionario Crocetta, comunista e omosessuale, avrebbe potuto realizzare, fingendo di cambiare tutto, il capolavoro gattopardesco di mantenere al Governo dopo le Giunte Cuffaro e Lombardo quel carrozzone di vecchi arnesi? Certo, appare incredibile come molti non abbiano colto un dato-spia: perché a proporre Crocetta fu l’Udc e non il Pd che era il suo partito e che quasi distratto e all’apparenza incapace d’intendere e di volere, perplesso e disorientato, rimase muto per un paio di settimane prima di dire sì? Chi e con che cosa lo convinse?
Tornando alla sentenza che oggi mi condanna, essa è stata fortemente voluta da Pio Luigi Ciotti, con i servigi tecnico-professionali della sua vice, Vincenza Rando, responsabile degli affari legali di Libera. L’avvocata niscemese, dopo avere tentato nel 2000 di diventare sindaca nel comune nisseno (riuscendo invece solo a condurre la sinistra ad una sconfitta ignominiosa e numericamente clamorosa) entrata in Libera ed emigrata in Emilia, da settembre 2022 è senatrice del Pd, eletta nel collegio di Modena, schierata nell’uninominale in coppia, per la Camera, con Aboubakar Soumahoro (Avs).
La sentenza è stata fortemente voluta anche dall’allora procuratore presso il Tribunale di Ragusa D’Anna, firmatario dell’atto d’appello – senza del quale non ci sarebbe stata, dopo l’assoluzione, prosecuzione del processo penale – dopo essere stato il pubblico ministero procedente e come tale autore della citazione del primo giudizio nonché Pm fisicamente presente in udienza in Tribunale in occasione dell’esame di Ciotti all’inizio del processo.
Quello di oggi è un successo giudiziario di Ciotti, di Rando, di Libera che è un’associazione di grande partecipazione e di grande valore sociale ma anche una realtà a comando monocratico inseparabile dalla persona fisica del suo presidente, come dimostrano molte vicende tra le quali l’espulsione con un sms di Franco la Torre, il figlio di Pio La Torre senza del quale Libera non potrebbe esistere: Franco La Torre ‘colpevole’ di parlare in Assemblea, di dialogare, discutere, confrontarsi per rendere Libera credibile, vera, più viva, forte e trasparente. Perciò cacciato.
E’ anche un successo giudiziario dell’accusa, perdente in primo grado contro una giudice onoraria capace di scrivere una sentenza immersa nella Costituzione, e tornata alla carica di fronte ai togati della Corte d’Appello.
Con questa sentenza non v’è alcun dubbio che a vincere sia lo strumento concepito dal dittatore fascista per impedire l’informazione e la critica nonostante da 83 anni quel dittatore non ci sia più e da 78 e mezzo viga la nostra Costituzione peraltro arricchita e rinvigorita, su questo tema del nesso inscindibile tra libertà di stampa e democrazia, da decenni di preziosi avanzamenti, normativi e giurisprudenziali, di fonte europea.
Per quanto mi riguarda è solo una notizia, di oggi. Che non può scalfire né turbare l’impegno, ogni giorno e ogni minuto, per l’affermazione di principi di civiltà che valgono sempre.
Dall’archivio
Qui l’articolo del 5 dicembre 2023

Qui l’articolo sulla sentenza di assoluzione del Tribunale di Ragusa

Qui l’articolo sulla sentenza di condanna della Corte d’Appello di Catania

Di seguito alcuni degli articoli sul processo, su Libera, sui suoi atti di intolleranza, di rifiuto e di intimidazione verso la Libertà di Stampa.



1 – 06.02.22
2 – 11.02.22
Pio Luigi Ciotti, Antonio Calogero Montante e … la verità
3 – 24.02.22
4 – 08.03.22
Ciotti e le 26 telefonate di Montante, un silenzio scabroso e pieno d’ombre
5 – 26.03.22
Libera, don Ciotti e i favori di Montante nei diari segreti in cui schedava i potenti
6 – 25.04.22
7 – 29.04.22
8 – 03.05.22
Il teorema di Libera … Chi dà notizie ‘non autorizzate’ è mafioso
9 – 15.05.22
10 – 06.06.22
11 – 20.09.22
12 – 08.10.22
Celebrare la legalità facendo scempio di legalità …
13 – 17.11.22
14 – 22.01.23
15 – 04.03.23