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Una lunga nota dell’ex vescovo per difendere se stesso, sviare, eludere, sfuggire, mentire: parole, solo parole sulla carta, contro l’evidenza dei fatti sotto gli occhi di tutti

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Rimane irrisolto il nodo cruciale: che fine hanno fatto, 24 anni dopo, le opere sociali e dove sono i soldi?

Solo propositi sulla carta, zero fatti, zero risposte, zero rendiconti e zero trasparenza: la comunità scippata del diritto di sapere.

Staglianò non smentisce nulla e non spiega perché le opere sociali in Africa laverebbero l’eredità insanguinata e le stesse, ad Avola, nella parrocchia cui è destinato il ricco lascito, la lascerebbero sporca

Antonio Staglianò, vescovo emerito di Noto, in carica esattamente per 14 anni, dal 19 marzo 2009 al 18 marzo 2023, ha intitolato ‘La verità documentata contro le calunnie’ il suo scritto di replica – che per libera scelta, non per obbligo giuridico, ho deciso di pubblicare integralmente (qui) – al mio articolo del 27 maggio scorso leggibile qui: ‘Diocesi di Noto, l’eredità insanguinata e i soldi spariti’.

Purtroppo la ‘sua verità documentata’ è fatta di parole, vuote e finora riservate alla cerchia interna dei vertici diocesani o parrocchiali, rimaste sulla carta, mentre la realtà, che in nessun punto Staglianò smentisce, è quella raccontata nell’articolo richiamato: ovvero, passando dalle parole ai fatti, zero opere sociali in 24 anni e soldi spariti o dei quali nessuno, neanche Staglianò nella sua pomposa teoria di ‘verità documentata’, sa dire dove siano o dove siano finiti. Peraltro con la conferma piena che non esista uno straccio di inventario, di rendiconto, di piani finanziari preventivi né consuntivi. Insomma soldi amministrati dalla parrocchia-erede, sottoposta alla diocesi, come cosa propria e, in assenza di tracce contabili, transitati per conti o tasche private o comunque ignote.

Mi sarei aspettato che la risposta di Staglianò facesse luce su questo: invece niente. Solo una strenua, ostinata, ridondante, cocciuta, autoreferenziale, inverosimile difesa di se stesso, in palese ed imbarazzante contrasto con i dati di realtà contenuti nell’articolo che l’ex vescovo non mette minimamente in discussione, limitandosi ad offrire parole scritte in lettere e decreti episcopali ma, come lui stesso conferma, rimaste finora solo carte, buone a riempire gli archivi.

Staglianò, già nel titolo, parla in modo inappropriato di ‘calunnia’: un preciso reato – ben più grave della diffamazione perché non contro qualcuno, ma contro l’amministrazione della giustizia – che non si può commettere scrivendo articoli sui giornali ma, esclusivamente, tramite querele, denunce o esposti all’autorità giudiziaria, nel caso in cui l’autore incolpi qualcuno di un delitto sapendolo innocente.

Poiché risponderò punto per punto ai dieci brani della sua nota, solo per puntuale corrispondenza di termini e di argomenti, utilizzerò, se del caso, la parola calunnia nello stesso significato estensivo e figurato, per quanto, nel testo di Staglianò, palesemente distorto e inappropriato.

Ecco di seguito, punto per punto, dati e osservazioni, ad esclusivo beneficio di lettrici e lettori e del loro diritto alla verità, una verità non curiale ma viva e verificabile quale bene comune accessibile a tutti, in rigorosa corrispondenza con i fatti e non con parole protocollari rimaste sulla carta e tenute nei cassetti.

Punto 1 

Scrive Staglianò – La Commissione d’indagine del 21 Dicembre 2015: la fine del “silenzio tombale”

L’articolo sostiene reiteratamente che durante il mio episcopato non vi sia “traccia di rispetto” per le opere sociali e mai “un atto” per gestire questa vicenda. Questa è una sfacciata falsità. Molto prima che il caso diventasse oggetto di pettegolezzo mediatico, mi resi conto che l’accettazione di quella donazione era diventata “motivo di scandalo per la natura della donazione medesima”. Il 21 dicembre 2015 ho firmato un Decreto ufficiale con cui ho costituito e presieduto personalmente una Commissione d’indagine. A questa Commissione ho conferito “ogni facoltà di acquisire materiale documentale e ogni informazione utile al conseguimento della chiarezza e alla affermazione della giustizia per il bene della Chiesa e del Popolo di Dio”. Questo non è silenzio: è l’azione vigorosa di un Vescovo che scoperchia un vaso per fare luce su zone d’ombra ereditate dal passato.

 

***** Il silenzio tombale è nelle cose*****  

Per Staglianò il suo decreto, il 21 dicembre 2015 – dopo quasi sette anni di episcopato – istitutivo di una commissione d’indagine, segnerebbe la ‘fine del silenzio tombale’. E’ lui dunque a dire che tale silenzio tombale, in atto da sette anni prima del suo insediamento, si è poi protratto per altri sette sotto la sua diretta responsabilità. Ma è ancora Staglianò ad ammettere, nei punti successivi del suo ‘decalogo’, che il silenzio tombale – denunciato da In Sicilia Report dando voce ad un sentimento molto diffuso nella comunità civile ed ecclesiale –  ha segnato per intero il suo secondo settennato ed è ancora in atto. Il silenzio tombale in questione, nella mente e nella coscienza delle persone oneste a cui stia a cuore la verità delle cose, è – appunto – il silenzio ‘delle cose’, non delle carte che nel buio di cassetti chiusi e dei circuiti interni sottratti alla trasparenza e alla pienezza del dibattito pubblico diventano scartoffie.

Staglianò da una parte ostenta i suoi decreti, come prova delle sue opere, peraltro rimarcando l’autorità piena e indiscutibile del potere del vescovo sulla parrocchia, e poi ammette – miserevolmente dopo cotanta ostentazione – che, ancora oggi, nel 2026, di opere realizzate non c’è neanche l’ombra. Eppure fin nel titolo-copertina, l’articolo del 27 maggio era chiaro: “Diocesi di Noto, l’eredità insanguinata e i soldi spariti”. La domanda quindi era chiara e semplice: dove sono finiti i soldi o dove sono le opere sociali che con essi avrebbero dovuto essere realizzate? Staglianò nella sua lunghissima nota non riesce a dare uno straccio e neanche una parvenza di risposta, tranne che, nell’alta considerazione dei suoi scritti, non creda che i suoi decreti anziché carta – finora carta straccia – siano essi stessi opere o soldi da spendere. Staglianò ci dice cosa intimò di fare ma non cosa sia stato fatto. Infatti non è stato fatto nulla, o almeno nulla che né la Diocesi ancora oggi (il silenzio di Rumeo, successore di Staglianò è totale) né la Chiesa Madre di Avola abbiano il coraggio di affermare e documentare.

Nella sostanza dei fatti, la ‘sfacciata falsità’ è la sua, solo la sua, mentre rimane intatta la verità affermata nell’articolo.

Punto 2.

Scrive Staglianò – Le direttive della CEI: l’obbligo di allontanare il denaro (2017)

Il giornalista lamenta che i soldi non siano stati spesi ad Avola, insinuando che io abbia tradito le volontà di chi mi ha preceduto. Omette però di dire che trattenere quei soldi nel territorio avrebbe significato violare il Diritto Canonico e creare ulteriore scandalo. Non ho agito in modo arbitrario, ma in piena sinergia con i vertici della Chiesa Italiana. Il 17 febbraio 2017, l’Ufficio Nazionale per i Problemi Giuridici della CEI, nella persona del Sottosegretario Mons. Giuseppe Baturi, mi inviò una risposta formale dopo aver esaminato il caso. La lettera parlava chiaro: la tradizione canonica “ha sempre guardato con sfavore le offerte in qualche modo derivanti da situazioni di ingiustizia, di litigiosità e di peccato”, impedendo che venissero portate “sull’altare di Dio”. Considerata la “tragica cornice giudiziaria e le inquietanti pregresse vicende”, la CEI mi indicò espressamente di non usare i fondi sul territorio, ma di destinarli “in contesti ambientali e geografici distanti”, intimando al parroco pro-tempore di finanziare attività sociali “al di fuori del territorio regionale, al fine di prevenire speculazioni e scandali derivanti dalla provenienza dei beni”. Io ho obbedito fedelmente a queste indicazioni superiori.

 

***** Le opere sociali secondo Staglianò: lavano l’eredità insanguinata solo in altri continenti, invece ad Avola la lascerebbero sporca***** 

Anche su questo punto, Staglianò non rettifica alcunché e, per dare l’illusione di farlo – sicché non potendo smentire finisce, ulteriormente, per mentire – attribuisce all’articolo ciò che nell’articolo non c’è. Così come nel vincolo originario di destinazione nel 2002 da parte del vescovo Malandrino si parla solo di ‘opere sociali’ che l’erede Chiesa madre di Avola avrebbe dovuto realizzare, peraltro nella misura del 100%, a tale disposizione si attiene l’articolo ponendo la domanda ‘che fine hanno fatto le opere sociali da realizzare?’, ovvero ‘dove sono finiti i soldi?’. Altra questione – secondaria e subordinata – è quali opere sociali e dove. In proposito ciascuno risponda con onestà e coscienza come meglio creda, ma il tema è pubblico nell’ambito ecclesiale, sociale e civile dell’ente parrocchiale e della sua diocesi cui soggiace.

Voglio rassicurare Staglianò. Io non ‘insinuo che egli abbia tradito la volontà di chi lo ha preceduto’. Io affermo, e ribadisco, che egli, per 14 anni – così come predecessori e successore, nel tempo, molto più breve, a loro disposizione – abbiano tradito quella volontà: perfino il suo stesso autore, Malandrino, sia pure nella ben diversa misura di responsabilità data dal periodo di cinque anni, peraltro quello iniziale rispetto al momento zero dell’accettazione dell’eredità.

Staglianò, non divaghi, non eluda, non sfugga al nodo cruciale della vicenda, se non vuole ulteriormente mancare di rispetto, per furto di verità e di trasparenza, alla comunità ecclesiale che, nella mia percezione di cittadino e di giornalista, è anche quella civile, sociale e politica nel territorio di Avola, della sua Chiesa Madre e della diocesi di appartenenza.

Poiché si richiama alla Cei, se << la tradizione canonica “ha sempre guardato con sfavore le offerte in qualche modo derivanti da situazioni di ingiustizia, di litigiosità e di peccato”, impedendo che venissero portate “sull’altare di Dio” >>, l’unica conseguenza logica, lineare, onesta e coerente avrebbe dovuto essere il rifiuto dell’eredità. Ma il suo predecessore fece scelta diversa, giusta o sbagliata che fosse, comunque nell’un caso o nell’altro sempre discutibile: non nelle carte riservate o interne ma alla luce del sole. Sicché se Staglianò, al suo insediamento il 19 marzo 2009 o, con sette anni di ritardo, avesse voluto farsi interprete ed esecutore di questa posizione della Cei, avrebbe potuto fare una sola cosa: prendere posizione, dichiarare pubblicamente che quell’eredità non avrebbe dovuto essere accettata e, sia pure non potendo giuridicamente revocare la decisione («semel heres, semper heres») determinarne effetti sostanziali simili nella piena consapevolezza partecipe della comunità, che invece non è mai stata consentita, e nella trasparenza di un dibattito pubblico e aperto che non c’è mai stato e che, proprio come conseguenza del suo decreto del 12 aprile 2017, avrebbe dovuto esserci.

Staglianò dichiara poi di avere obbedito fedelmente alle indicazioni superiori della Cei nel brano nel quale, incredibilmente, si afferma:  <<Considerata la “tragica cornice giudiziaria e le inquietanti pregresse vicende”, la CEI mi indicò espressamente di non usare i fondi sul territorio, ma di destinarli “in contesti ambientali e geografici distanti”, intimando al parroco pro-tempore di finanziare attività sociali “al di fuori del territorio regionale, al fine di prevenire speculazioni e scandali derivanti dalla provenienza dei beni”. Io ho obbedito fedelmente a queste indicazioni superiori>>.

Che Stagliano abbia solo obbedito alla Cei o abbia fatto altro, comunque con ferrea convinzione a giudicare dalle argomentazioni personali fornite, dopo la premessa sull’eredità insanguinata, la scelta conseguente (tenere i soldi ma fare le opere sociali il più lontano possibile) pare aberrante e sconclusionata: una ‘supercazzola’ si potrebbe dire, rimanendo nel campionario del lessico episcopale che contempla le ‘cretinate’.

Infatti non vi è persona – onesta intellettualmente, seria e credibile – che non faccia questa considerazione elementare: ma se l’eredità (soldi e proprietà) è insanguinata, in che modo le opere sociali realizzate lontano avrebbero il potere di lavarla, mentre le stesse opere ad Avola la lascerebbero sporca? Come funziona questo ‘lavaggio’ o quale meccanismo di riciclaggio, riconversione, rigenerazione, sostituzione o altra diavoleria avrebbe questo potere taumaturgico?

Punto 3.

Scrive Staglianò – Il Decreto del 12 Aprile 2017: l’invio dei fondi nel mondo

L’articolo liquida come una “falsa diceria” e una voce “tendenziosa” il fatto che io avessi destinato i fondi all’Africa, affermando che “non c’è traccia documentale” di questa decisione. Ancora una volta, si ignora un documento ufficiale e protocollato. Il 12 aprile 2017 ho emanato un Decreto Vescovile (Prot. C 147-326/17). In quel testo, dopo aver consultato la CEI e i miei consigli, ho disposto in modo definitivo che quanto introitato dalla Parrocchia negli anni a venire (una somma stimata realisticamente in 2 milioni di euro, ben lontana dai 4 milioni menzionati dalla stampa) “dovrà essere devoluto, nella forma del rifiuto, interamente per opere di Carità il più lontano possibile dal territorio della nostra Diocesi di Noto e fuori dall’Italia”. Ho esplicitato le destinazioni, in parti uguali:
  • In Africa (Butembo-Beni), per progetti a favore della popolazione.
  • In Messico, per i “bambini di strada”.
  • In India/Vietnam, per progetti verso i più poveri, nominando un mio vicario episcopale come esecutore. Questa è la traccia documentale che l’articolista finge di non trovare. Nessun insabbiamento, ma una destinazione chiara, decisa in base al Magistero e finalizzata ad allontanare dalla comunità un denaro sporco di sangue.

***** Sempre eluso il nodo centrale***** 

Anche qui Staglianò continua ad eludere un punto centrale: i fatti, le opere, la realtà, quindi la verità. Non le parole che, se anche scritte con le decisioni impartite, qualora rimangano sulla carta, sono mera finzione, illusoria e fraudolenta. Cosa significa il decreto che Staglianò emette il 12 aprile 2017, due mesi dopo la risposta della Cei, se esso non sortisce alcun effetto? Ed egli – dominus della vicenda per 14 anni, come egli stesso precisa rivendicando la piena potestà sull’amministrazione dei beni della parrocchia, ente percettore dell’eredità – cosa ha fatto nei sei anni in cui rimane in carica e che seguono all’emanazione di questo decreto, perché esso fosse attuato? Allo stesso modo cosa fa Rumeo, suo successore, vescovo di Noto da tre anni e tre mesi?

C’è poi un dato elementare di trasparenza negata.

A quanto ammonta l’eredità? Staglianò dice ‘due milioni’ ma non risulta alcun documento nel quale, con la serietà minima che si pretenderebbe da chiunque, sia stata fatta una valutazione peritale, un inventario, una ricognizione scrupolosa e credibile. Eppure non si tratta di chiunque o dell’avventore casuale d’un negozio cui si chieda lo scontrino all’uscita. Si tratta di milioni di euro e di una realtà giuridica e sociale – la cosiddetta ‘Santa Sede’ di cui la diocesi e la parrocchia-erede sono parte – soggetta a norme e procedure e che, soprattutto, dovrebbe essere di elevato imprinting etico!

Inoltre non c’è traccia di rendiconto sull’uso corrente di danaro e degli altri cespiti, dei loro rendimenti, della loro utilizzazione, della loro vendita. A causa di ciò, pur con la sommarietà imposta da tali incredibili negligenze (anche nei 14 anni di Staglianò vescovo, il tempo in assoluto più lungo a fronte dei cinque di Malandrino e dei tre di Rumeo) la stima più credibile e verosimile porta alla cifra indicata nell’articolo, piuttosto che a quella, dimezzata, sostenuta da Staglianò. Il quale peraltro racconta – grazie per questo contributo ai lettori di In Sicilia Report – della disinvoltura criminogena con cui in qualche caso le somme siano state gestite o distratte. Ma era sempre lui il massimo responsabile, come egli stesso afferma, ammette e conferma.

Inoltre Staglianò dice di avere indicato tre destinazioni, in parti uguali, delle famigerate opere sociali da realizzare: una di queste, l’unica in Africa, è Butembo-Beni, diocesi gemellata a Noto e luogo in cui c’è l’ospedale Pino Staglianò intitolato al fratello del presule; le altre in Messico e India-Vietnam. Ma, nel 2026, non ci dice ancora nulla, né risulta alcunché – stante anche il silenzio assoluto del vescovo in carica Rumeo – sui progetti ideati, avviati o realizzati; sui piani finanziari preventivi o, se del caso, consuntivi; sui risultati e sui benefici determinati; sulla loro corrispondenza, per quantità di risorse impiegate e per adempimento del vincolo inerente l’accettazione dell’eredità, con il lascito alla Chiesa Madre di Avola da parte del suo ‘fedele’ Giuseppe Guastella: un ‘fedele’ più che ‘degno’, nonostante il triplice omicidio di cui si ritiene autore (senza giudizio, ovviamente, per morte del presunto colpevole) visto che il suo funerale è stato celebrato regolarmente in Chiesa, officiato dallo stesso parroco, Giuseppe Di Rosa, autorizzato dal vescovo ad accettare l’eredità.

Punto 4.

Scrive Staglianò – La campagna d’odio del Maggio 2019 e le “fake news”
Questa mia ferma opposizione all’utilizzo locale dei fondi ha scatenato reazioni violente. Già in un’email del 10 maggio 2019, scrivevo ai miei collaboratori per esortarli a lottare contro la “fakenews subdola” (diffusa sui social per intimorirci) secondo cui “il vescovo sta rubando i soldi alla chiesa madre di Avola”. Ero ben consapevole dell'”odio sociale” montato ad arte contro di me da chi aveva interesse a trattenere quel denaro sul territorio, ma esortavo il clero ad andare avanti “con mani pulite e occhi limpidi”.

 

***** Chi montava ad arte l’odio sociale contro di lui? Ce l’ha con Di Rosa? ***** 

Qui Staglianò fornisce notizie e testimonianze utili ad integrare la conoscenza della complessa vicenda anche con le sue personali valutazioni, ma non dice chi << ad arte montava l’odio sociale contro di lui avendo interesse a trattenere quel danaro nel territorio>>. Allude al parroco Di Rosa, che nel 2016 aveva lasciato la Chiesa madre di Avola, o al suo successore Rosario Sultana in carica in quel momento, o ad entrambi, o a nessuno dei due e quindi ad altri?

In ogni caso nulla del punto 4 del ‘decalogo’ Staglianò mette in dubbio, rettifica, smentisce o interviene in qualsivoglia modo sul contenuto dell’articolo.

Punto 5.

Scrive Staglianò – Lo scontro durissimo con la Parrocchia: il blocco dei fondi (2019)

L’attacco giornalistico si spinge a insinuare una mia connivenza con la Parrocchia di Avola nell’incamerare questo patrimonio. La documentazione attesta, invece, uno scontro aspro e frontale tra me e i responsabili parrocchiali dell’epoca. Dalle indagini della mia Commissione emerse che un precedente parroco pro-tempore aveva prelevato ed estinto un mutuo utilizzando ben 360.000 euro dal conto dell’eredità, senza chiedere alcuna autorizzazione alla Curia. La documentazione a giustificazione di questa spesa era ridicola: fatture fiscali e semplici ricevute di privati. Di fronte a questo abuso inaccettabile, sono dovuto intervenire d’imperio, togliendo la responsabilità amministrativa diretta nominando un “parroco moderatore” e intimando la netta separazione tra il conto parrocchiale e quello dell’eredità, per “evitare l’arbitrario uso del denaro”.
Nonostante i miei provvedimenti, le resistenze locali continuarono. Il 5 luglio 2019, il Consiglio Pastorale Parrocchiale, guidato dall’allora parroco pro-tempore e affiancato da un avvocato, produsse un verbale con cui si cercava di giustificare la trattenuta dei soldi ad Avola. Con argomentazioni che ho definito “farneticanti”, sostenevano che il denaro non fosse “di sangue” né “di origine illecita” e che dovesse servire per pagare i pesanti debiti contratti dalla Parrocchia con l’erario, per ristrutturare gli immobili e per fini “sociali” (che di fatto consistevano in spese ordinarie della parrocchia). Il 18 ottobre 2019, ho risposto a quel verbale con una lettera di fuoco, smontando ogni singola pretesa. Ho chiarito che la Chiesa Madre non poteva usare l’eredità Guastella per saldare i propri debiti, spacciando tale operazione per “scopi sociali”. Ho rimproverato aspramente l’utilizzo abusivo dei primi 360.000 euro e ho ricordato al parroco pro-tempore che espressioni come “prima il bene va fatto nel nostro territorio” potevano andar bene (forse) in politica (era il tempo del “prima gli italiani e poi i migranti), ma “assolutamente non nella Chiesa” quando si tratta di fondi di dubbia natura etica. Infine, ho tolto ogni potere alla Parrocchia, ricordando che “il parroco pro-tempore non ha nessuna ‘disponibilità’ di utilizzo del denaro delle somme che il Comune dovesse versare”.

 

***** Staglianò conferma: niente opere  sociali e zero trasparenza sui soldi*****  

Ringrazio Staglianò, su questo punto in modo particolare, per il contributo di notizie e di testimonianza sulla vicenda: contributo che attesta, se mai ce ne fosse bisogno, la necessità di un articolo come quello pubblicato da In Sicilia Report per fare luce su un affaire che non può rimanere inchiodato agli intendimenti dichiarati e non realizzati, ovvero le famigerate opere sociali: ad Avola secondo il testatore; in Congo, Messico e India-Vietnam in parti uguali secondo l’interpretazione, 15 anni dopo (!), imposta dal vescovo Stagliano alla Chiesa Madre-erede. Il ringraziamento si estende ad ogni passaggio di questo punto, compresa ovviamente la contesa sulle somme, lo scontro di Staglianò con la parrocchia, la denuncia di abusi nell’uso del danaro  e, soprattutto, l’assoluta mancanza di correttezza contabile e di trasparenza sulla gestione. In proposito, secondo quanto si apprende dallo stesso, se Staglianò ha fatto bene a bloccare l’uso del danaro dell’eredità nel pagamento di debiti o comunque in spese ordinarie e correnti della parrocchia (le quali, come tali, non sono certo opere sociali secondo l’indicazione di Malandrino), male ha fatto, non sappiamo se per volontà o incapacità, a non ottenere alcuna certificazione scrupolosa delle somme e dei piani di destinazione, nonché alcun risultato che egli possa mostrare (tant’è che non lo fa neanche oggi, 24 anni dopo l’accettazione dell’eredità) quale realizzazione dei progetti da lui indicati – con 15 anni di ritardo e dopo 8 di suo episcopato – nei tre continenti, o di altri progetti che rispondessero alle opere sociali prescritte dal vescovo Malandrino come vincolo ineludibile per l’accettazione dell’eredità.

Calandosi nel suo stesso racconto Staglianò può agevolmente prendere atto che nell’articolo al quale egli reagisce non c’è alcun “attacco giornalistico”, né, tanto meno, si “insinua una sua connivenza con la parrocchia di Avola nell’incamerare questo patrimonio”. Ci sono solo fatti veri che egli conferma pienamente, aggiungendo solo la notizia di suoi atti (commissione, lettere, decreto) che in nulla cambiano la realtà delle cose poiché né la commissione da lui istituita e presieduta né il decreto richiamato hanno determinato la realizzazione delle opere sociali, ma solo il loro annuncio. E da allora? Nove anni dopo il suo decreto e sette anni dopo la mail ai suoi collaboratori e la lettera al parroco, cosa è successo? Cosa ha impedito o impedisce la coerenza dei fatti? Non si tratta necessariamente di connivenza ma, pur nel contrasto tra le due parti in lotta (“scontro durissimo” di Staglianò con la parrocchia), contrasto concernente unicamente il dove delle opere sociali, si tratta di piena coincidenza di risultato sul punto cruciale: zero opere sociali, ad Avola o dall’altra parte del mondo. Eppure, come sottolinea lo stesso Staglianò, in questo scontro non c’è partita: il potere è tutto e solo nelle mani del vescovo, cioè le sue per ben 14 dei 24 anni complessivi.

Punto 6.

Scrive Staglianò – Il dovere del Vescovo a norma di Diritto Canonico (Mons. Crociata, 2013)

Per respingere le pretese di “sovranità” della parrocchia, ho richiamato formalmente gli insegnamenti del 2013 di S.E. Mons. Mariano Crociata, ricordando che il Codice di Diritto Canonico affida al Vescovo il preciso “potere-dovere di esercitare la tutela sull’amministrazione dei beni”. Spiegai chiaramente che per il Vescovo diocesano vigilare per impedire un uso iniquo dei fondi non è un capriccio autoritario, ma un obbligo inalienabile, pena il peccato grave di negligenza. Non potevo permettere che la logica del “prima i soldi al nostro territorio”, degna della peggiore politica politicante, inquinasse le scelte della Chiesa.

 

***** Staglianò fa sapere che spettava al vescovo la tutela sui beni: appunto!*****  

Bene, giusto, ha ragione Staglianò. Ma allora, perché, perfino facendo tesoro degli insegnamenti dell’allora segretario generale della Cei, suo predecessore per solo un anno quale vescovo di Noto, non è riuscito in così tanto tempo a fare almeno ciò che – giusto o sbagliato che fosse – ha sostenuto di voler fare: ovvero le opere sociali in Africa, Asia e America?

Punto 7 

Scrive Staglianò – Nessun insabbiamento: l’invio degli atti alla Santa Sede

A chi mi accusa di coperture opache, ricordo la chiusura della mia missiva dell’ottobre 2019. In essa ho comunicato apertamente alla parrocchia la mia decisione finale: «dopo aver prodotto tutta la documentazione (compreso il vostro lungo ed esaustivo verbale) vi prometto che manderò tutto alla Santa Sede, perché tutti possiamo obbedire nella pace». L’invio formale dei faldoni in Vaticano e alla Nunziatura Apostolica sancisce la mia più totale e adamantina trasparenza. Chi vuole nascondere un illecito non si appella al giudizio di Roma.

 

***** Lettere, commissioni e decreti: parole sulla carta ma fatti zero*****  

Ma nell’articolo – che ruota interamente intorno alle domande ‘Che fine hanno fatto le opere sociali?’ e ‘Dove sono i soldi? –  non si parla mai di insabbiamento, ma di mancata realizzazione delle opere e di totale opacità sulle tasche, sui cassetti o sui conti in cui il danaro si trovi o sugli atti attraverso i quali sia stato speso. Questo è un dato storico, ancora oggi attuale, che Staglianò non smentisce e sul quale, perfino oggi, tre anni e tre mesi dopo la sua partenza da Noto, la Diocesi nulla dice.

Per il resto, come al solito lungo le stazioni del suo decalogo, Staglianò si copre e si agghinda di lettere e decreti, ma non riesce a spostare di un millimetro il macigno costituito dai tre dati di realtà elementari che occupano la vicenda ed il contenuto dell’articolo: 1) In 24 anni, di cui 14 sotto la sua potestà, zero opere sociali; 2) Dove sono i soldi? 3) Comunità depredata della conoscenza pubblica dei vari passaggi della vicenda e pertanto esclusa dalla possibilità di esprimere la propria voce.

Nessuno ha accusato Staglianò di nascondere un illecito: si rilegga l’articolo dopo la replica del vescovo emerito di Noto il quale nulla, sul piano dei fatti, smentisce. In ogni caso, per apprezzare il valore dell’«invio formale dei faldoni in Vaticano» da parte di Staglianò, consiglio a chiunque abbia veramente a cuore onestà, verità, giustizia – anche al di là delle leggi e delle burocrazie degli Stati –  di documentarsi su certi orrori della Santa Sede anche – come le cronache documentano – nell’esercizio della giurisdizione e nella gestione degli affari di governo. Io, quale contributo diretto, mi limito a segnalare la vicenda oggetto di una mia inchiesta giornalistica, InGiustizia Vaticana, peraltro richiamata nelle conclusioni del mio articolo del 27 maggio scorso.

Per il resto, la «più totale e adamantina trasparenza» di cui si fregia Staglianò richiede ben altro, magari partendo dal dovere, elementare e primario, di spiegare pubblicamente perché in 24 anni le opere sociali – ad Avola o altrove – non siano state realizzate, dove siano i soldi se ci sono ancora, o come siano stati spesi e perché la comunità locale non abbia avuto alcuna voce in capitolo né sia mai stata messa nella condizione di poterla esprimere, anche nella pluralità di posizioni attraverso il confronto e la discussione pubblica.

Punto 8.

Scrive Staglianò – L’impegno per l’etica e la battaglia contro “Mammona”

Molto prima che nascesse il clamore mediatico, nel marzo del 2016 inviavo quotidianamente al mio clero lettere circolari molto severe sul tema dei “soldi sporchi”, citando esplicitamente la “questione di Avola”. Richiamando le parole di Papa Francesco, ricordavo ai sacerdoti: “La Chiesa non ha bisogno di soldi sporchi… a questa gente dico: per favore, portatevi via il vostro assegno, bruciatelo!”. Scrivevo che il denaro andava rifiutato perché “anche i ‘soldi puliti’ diventano ‘sporchi'” se capitalizzati per interessi di bottega invece che per pura carità. Questo è stato il mio faro teologico ed ecclesiastico per tutti i 14 anni: impedire che il denaro della corruzione e della violenza inquinasse le vene della Chiesa netina. Aver ostacolato la bramosia di quel denaro ha forse dato fastidio a molti.

 

***** Tutte le parole di Staglianò per difendere se stesso. Ma i fatti dicono il contrario*****  

Nel 2016 la ‘questione di Avola’ era in atto da 14 anni, sette dei quali sotto l’episcopato-Staglianò. Gli atti da lui citati, i provvedimenti presi e le lettere spedite  attengono unicamente al blocco delle opere sociali ad Avola – dove comunque in 14 anni, compresi i sette di Staglianò, non erano state realizzate – e alla nuova scelta di destinarle altrove. Mai però (tra una comparsata in Tv, un’esibizione con la chitarra, un’autocandidatura per il festival di Sanremo o una rivelazione su Babbo Natale) una comunicazione pubblica destinata all’intera comunità, a conferma di tutto quanto contenuto nell’articolo di In Sicilia Report. 

Quindi, ancora una volta, nessuna risposta alle domande cruciali e nessun elemento idoneo a mettere in dubbio l’intera narrazione contenuta nell’articolo, sia sul piano dei fatti che, conseguentemente, delle considerazioni critiche che ne scaturiscono.

Punto 9.

Scrive Staglianò – Le calunnie contro Meter: la prova di uno “spirito di menzogna”

L’inaffidabilità e la profonda malafede dell’intero impianto accusatorio trovano ulteriore e definitiva conferma in un fatto recentissimo legato a questo stesso testo. L’autore dell’articolo aveva inizialmente inserito un lungo e infamante passaggio contro l’Associazione Meter ETS, accusandola falsamente di incamerare milioni di euro mantenendo bilanci segreti e dipendenti con “auto di lusso”. È bastata una formale diffida legale per diffamazione a mezzo internet (ex art. 595 c.p.), inviata a tutela della reputazione dell’ente (da sempre iscritto al RUNTS e riconosciuto a livello istituzionale), per costringere la testata a cancellare repentinamente quell’intero passaggio diffamatorio. Le falsità vomitate su un’associazione da trent’anni in prima linea a tutela dell’infanzia, e poi ritirate dopo la diffida, dimostrano plasticamente tutto lo “spirito di menzogna” che permea ogni singola riga dell’articolo, rivelandone la natura calunniosa in ogni sua parte, specialmente per quanto riguarda il sottoscritto.

***** Le menzogne e le ‘calunnie’ di Staglianò ***** 

Su questo punto le ‘calunnie’ sono di Staglianò al quale, pertanto, rimandano – e lo chiamano in causa – lo «spirito di menzogna» nonché «l’inaffidabilità e la profonda malafede dell’intero impianto» della sua risposta all’articolo. Falsamente Staglianò afferma che la breve parte, del mio articolo, riguardante l’associazione Meter di Avola sia stata cancellata in seguito ad una formale diffida legale. Il brano, l’intero brano riguardante la Meter, è sempre rimasto perfettamente leggibile, anzi con maggiore evidenza di prima, poiché trasferito – dalla collocazione originaria nella quale era un mero cenno secondario, parentetico ed incidentale – in un apposito articolo pubblicato il 29 maggio e reso molto più evidente dall’avere un titolo appositamente dedicato, con la foto del legale rappresentante della Meter, con lo stesso testo precedente arricchito da quello inviato dall’associazione interessata (che non lo smentisce in nulla) e dalla risposta della redazione che ribadisce la totale veridicità dei fatti riferiti (qui l’articolo sulla Meter del 29 maggio).

Anche nella parte riguardante la Meter, l’articolo oggetto della replica di Staglianò contiene solo fatti veri integrati, ovviamente, dalle relative notazioni critiche dell’autore, il sottoscritto, utili a dare senso alle cose. A “vomitare falsità” (per una volta, solo qui, prendo in prestito da lui le sue espressioni e il suo linguaggio) è Staglianò del quale non si comprende come, da persona colta e attenta quale sembra, sia potuto incorrere in tale infortunio. Come già rilevato nell’articolo sulla Meter, probabilmente si è avvalso di pessime fonti, e magari di una sola, non degna di fede. O, semplicemente, ha voluto ‘vomitare’ quella falsità, ben sapendo  che fosse tale.

In ogni caso, Staglianò sa bene che alla lettera del suo legale ho risposto no alla richiesta di rimozione dell’articolo; ho risposto no alla richiesta di rimozione della sua foto, disponibile però a cambiarla se ne preferisce una senza chitarra e con pastorale d’ordinanza, mitria o zucchetto paonazzo; ho risposto no alla pubblicazione del suo testo quale ‘rettifica’ ai sensi di legge (semplicemente perché tale non è), pubblicandolo invece per libera scelta, esclusivamente per libera scelta, peraltro integralmente a beneficio dei lettori e del loro diritto a sapere cosa avesse da rispondere l’ex vescovo sui tanti temi e sulle tante domande contenute nell’articolo.

Al suo legale, come al legale della Meter, ho risposto fermamente di avere esercitato più che correttamente il diritto di cronaca e di critica, pronto pertanto al confronto in ogni sede, anche giudiziaria. Lo devo alla comunità interessata la quale è titolare del diritto, di cronaca e di critica, costituzionalmente protetto nella doppia sfera di chi informa e di chi viene informato, di chi scrive e di chi legge, di chi parla e di chi ascolta.

Purtroppo nell’articolo originario, il riferimento alla Meter – appena trecento parole in un testo di oltre dieci mila – proprio perché secondario e incidentale rispetto all’affaire-eredità insanguinata, era privo di ogni elemento nella titolazione e pertanto invisibile a chi non avesse letto con attenzione l’intero articolo. L’intervento della Meter ha solo reso opportuno che il tema venisse approfondito (e ciò, come annunciato, avverrà in futuro) e che, intanto, lo stesso testo di prima – identico – fosse meglio leggibile in un apposito articolo, avente un titolo specifico.

Punto 10.

Scrive Staglianò – Conclusione: «impegnarci per la trasparenza nella comunicazione e per l’onesta ricerca dei fatti»

L’intera narrazione dell’articolo infamante viene perciò demolita. Non c’è stata complicità, nessuna inerzia e nessun complice silenzio, ma una vigorosa lotta istituzionale, canonica e pastorale per pulire e allontanare dalla comunità un patrimonio ferito dal peccato.
Quello che emerge da questo attacco mediatico è, prima di tutto, un profondo problema di onestà intellettuale e di onestà morale. Come ci ricorda Papa Leone XIV nella sua Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, gli strumenti di comunicazione sono oggi troppo spesso usati per «costruire narrazioni distorte e offuscare i confini tra verità e falsità, mescolando fatti e opinioni». Il Santo Padre ci ammonisce severamente sul fatto che «solo la ricerca condivisa della veridicità dei fatti, percepita come bene comune, può fornire un fondamento solido per una giusta comunicazione». Mentire spudoratamente, ignorando le prove documentali, è un atto che avvelena la società; al contrario, tutti siamo chiamati a «impegnarci per la trasparenza nella comunicazione e per l’onesta ricerca dei fatti».
E dunque, avendo io agito nella totale trasparenza, avendo fatto tutto ciò che era in mio potere, emanato decreti vincolanti, ordinato l’allontanamento definitivo delle somme verso le periferie del mondo, anche io mi aspetto che quel Decreto venga “obbedito” come si deve nella “tradizione ecclesiale”. La mia decisione di destinare le somme “insanguinate” dell’eredità Guastella nei cinque continenti è stata presa in perfetta linea” con lo spirito che ha animato il mio predecessore Mons. Malandrino nell’accogliere soldi “sporchi” che altri (cfr. Veronesi) avevano rifiutato e cioè, che potessero servire ai poveri e alla gente bisognosa. Ma non nella Diocesi di Noto, non in Italia, ma nella parte più povera del mondo. E questo è molto “cristiano”.

 

***** L’autoassoluzione di Staglianò e la sua excusatio non petita ***** 

Non sta a me, né ne ho alcuna voglia, togliere a Staglianò l’autocompiacimento per le sue parole nelle quali si rifugia, convinto di trovarvi la ‘demolizione dell’articolo’: un articolo che non ‘infama’, ma informa e che rimane intatto nei fatti incontestati che esso riferisce, pur con la libera valutazione critica dell’autore cui ciascuno può aggiungere o sostituire la propria.

Per il resto, quella dell’esclusione di complicità da parte di Staglianò, almeno nella commissione di fatti direttamente determinanti lo scandalo – zero opere sociali, dove sono i soldi? – è un’affermazione autoreferenziale e autoassolutoria ma è, al tempo stesso, un’excusatio non petita offerta dal vescovo emerito ad un’accusa dallo stesso liberamente ipotizzata. Ma il punto centrale rimangono l’inerzia (ancora: dove le opere? Dove i soldi?) e il silenzio. L’inerzia non è esclusa da lettere e decreti; lo sarebbe dalla realizzazione delle opere.  Il silenzio non è escluso dai medesimi atti, riservati; lo sarebbe, rectius lo sarebbe stata, da una comunicazione pubblica onesta e trasparente, e magari tempestiva.

E’ qui l’incontestata e incontestabile verità raccontata nell’articolo che tanto disturba Staglianò e che egli in nessun punto smentisce: credo perché non lo possa fare, pur volendolo, preso totalmente dalla foga e dall’ansia di difendere se stesso, oltre ogni ragionevole senso di rispetto del sacrosanto diritto della comunità, ecclesiale e politica, di sapere, di avere spiegazioni, di valutare, di esprimersi su una vicenda che la riguarda così direttamente e pesantemente.

Rimane la lotta per la ‘delocalizzazione’ delle opere sociali che egli ci ha raccontato e che fin dall’inizio avrebbe dovuto essere momento di conoscenza e di condivisione pubblica, magari, verosimilmente, con voci ‘pro’ e ‘contro’ e le motivazioni rispettive. E’ in questo furto di conoscenza e di partecipazione il ‘profondo problema di onestà intellettuale e di onestà morale’ che Staglianò scorge nella vicenda, sbagliando semplicemente bersaglio in quanto dovrebbe guardare unicamente a sé stesso: l’articolo che tanto lo indigna ha il merito di cominciare a sanare, certo molto tardi, nel 2026, questa ferita.

Personalmente e laicamente condivido le parole di papa Prevost sulla comunicazione. Credo che Staglianò non le abbia capite o, se le ha capite, le abbia scagliate o rivolte in direzione sbagliata: rilegga la sua nota e vedrà, passo dopo passo, che è in essa che l’Enciclica Magnifica Humanitas dispiega il suo effetto di insegnamento tradito.

In conclusione Staglianò, dinanzi alle tante domande e ai dubbi incresciosi dell’intera comunità locale – dei quali l’articolo si fa interprete – dopo non avere smentito nulla ed averci fatto l’inventario di decreti, lettere e commissioni tutti finora senza risultati, se ne esce con l’augurio che <<quel Decreto venga “obbedito” come si deve nella “tradizione ecclesiale”>>. Poteva esserci conferma migliore e più precisa della verità contenuta nell’articolo? Staglianò ammette di avere, in risposta, solo chiacchere e carte da mostrare; mentre non sa dire perché in 14 anni di suo episcopato – peraltro cominciati quando i tempi erano già più che maturi, sette anni dopo l’accettazione dell’eredità, perché venissero pretesi fatti e non parole – non sia riuscito a fare nulla: nulla di nulla.

Infine Staglianò attribuisce alla propria posizione pieno allineamento con lo spirito del suo predecessore Malandrino. Non so se, oggettivamente, ciò risponda al vero, non potendo più chiedere all’interessato, deceduto lo scorso anno. Ma, anche in questo caso, anziché autoassolversi e autopromuoversi ex post, Staglianò avrebbe potuto e dovuto fare una cosa semplice: intervenire subito, già nel 2009, prendere posizione, anche pubblica, in trasparenza e nel rispetto della comunità di sapere e di potersi esprimere. E  così, anche Malandrino, allora vescovo emerito come oggi lo è Staglianò, avrebbe potuto dire la sua.