Con InSiciliaTV l’informazione la fai tu

Diocesi di Noto e l’eredità insanguinata: interviene l’ex vescovo Staglianò

0 428

In relazione all’articolo pubblicato il 27 maggio scorso (qui) interviene Antonio Staglianò, vescovo di Noto in un periodo di 14 anni, dal 2009 al 2023, ricadente nel più vasto arco temporale, di 24 anni, in cui si snoda la vicenda oggetto dell’articolo medesimo. Il vescovo emerito chiede la pubblicazione della nota che segue quale adempimento di obbligo di rettifica, obbligo che, nel caso di un siffatto testo, non sussiste affatto ai sensi di legge e, in particolare, dell’articolo 8 della legge sulla stampa che disciplina la rettifica.

Nondimeno per libera scelta, di servizio a lettrici ed lettori – ai quali In Sicilia Report garantisce sempre un’informazione veritiera e critica, frutto del più ampio concorso di notizie, ricostruzioni, valutazioni, testimonianze, opinioni – pubblichiamo integralmente la nota, articolata in dieci punti e, a seguire, una breve puntualizzazione del direttore responsabile di In Sicilia Report Angelo Di Natale, anche quale autore dell’articolo in questione.

Ecco il testo, dal titolo “La verità documentata contro le calunnie” a firma di Antonio Staglianò

*****

Ho letto con profondo sconcerto, ma con la serenità assoluta di chi ha la coscienza

limpida di fronte a Dio e agli uomini, un recente articolo colmo di omissioni deliberatamente

fuorvianti, menzogne e fantasmagoriche ricostruzioni sulla cosiddetta “eredità Guastella”.

Durante i miei 14 anni come Vescovo della Diocesi di Noto, vengo oggi accusato dalla stampa

locale di “silenzio tombale”, di clamorose omissioni e di una tacita complicità nel trattenere

sul territorio avolese un patrimonio milionario “insanguinato”(stimato fantasiosamente in

quattro milioni di euro), eludendo la destinazione a scopi sociali voluta dal mio predecessore.

È una narrazione diffamatoria, gravemente lesiva della mia persona e della Chiesa

locale di Noto, ma soprattutto è una narrazione diametralmente opposta alla verità storica

provata dagli atti giuridici. Con questo intervento intendo smontare, una per una, le calunnie

e le ‘cretinate’ di cui vengo accusato, non con le chiacchiere, ma utilizzando unicamente

l’inoppugnabile forza dei documenti ufficiali redatti durante il mio mandato.

  1. La Commissione d’indagine del 21 Dicembre 2015: la fine del ‘silenzio tombale’;

L’articolo sostiene reiteratamente che durante il mio episcopato non vi sia traccia di

rispetto per le opere sociali e mai un atto per gestire questa vicenda. Questa è una sfacciata

falsità. Molto prima che il caso diventasse oggetto di pettegolezzo mediatico, mi resi conto

che l’accettazione di quella donazione era diventata “motivo di scandalo per la natura della

donazione medesima”. Il 21 dicembre 2015 ho firmato un Decreto ufficiale con cui ho

costituito e presieduto personalmente una Commissione d’indagine. A questa Commissione ho

conferito “ogni facoltà di acquisire materiale documentale e ogni informazione utile al

conseguimento della chiarezza e alla affermazione della giustizia per il bene della Chiesa e

del Popolo di Dio”. Questo non è silenzio: è l’azione vigorosa di un Vescovo che scoperchia

un vaso per fare luce su zone d’ombra ereditate dal passato.

  1. Le direttive della CEI: l’obbligo di allontanare il denaro (2017).

Il giornalista lamenta che i soldi non siano stati spesi ad Avola, insinuando che io

abbia tradito le volontà di chi mi ha preceduto. Omette però di dire che trattenere quei soldi

nel territorio avrebbe significato violare il Diritto Canonico e creare ulteriore scandalo. Non

ho agito in modo arbitrario, ma in piena sinergia con i vertici della Chiesa Italiana. Il 17

febbraio 2017, l’Ufficio Nazionale per i Problemi Giuridici della CEI, nella persona del

Sottosegretario Mons. Giuseppe Baturi, mi inviò una risposta formale dopo aver esaminato il

caso. La lettera parlava chiaro: la tradizione canonica ha sempre guardato con sfavore le

offerte in qualche modo derivanti da situazioni di ingiustizia, di litigiosità e di peccato”;

impedendo che venissero portate ‘sull’altare di Dio’. Considerata la “tragica cornice

giudiziaria e le inquietanti pregresse vicende” la CEI mi indicò espressamente di non usare i

fondi sul territorio, ma di destinarli “in contesti ambientali e geografici distanti”, intimando al

parroco pro-tempore di finanziare attività sociali “al di fuori del territorio regionale, al fine di

prevenire speculazioni e scandali derivanti dalla provenienza dei beni”. Io ho obbedito

fedelmente a queste indicazioni superiori.

  1. Il Decreto del 12 Aprile 2017: l’invio dei fondi nel mondo.

L’articolo liquida come una ‘falsa diceria’ e una voce ‘tendenziosa’ il fatto che io

avessi destinato i fondi all’Africa, affermando che “non c’è traccia documentale” di questa

decisione. Ancora una volta, si ignora un documento ufficiale e protocollato. Il 12 aprile

2017 ho emanato un Decreto Vescovile (Prot. C 147-326/17). In quel testo, dopo aver

consultato la CEI e i miei consiglieri, ho disposto in modo definitivo che quanto introitato

dalla Parrocchia negli anni a venire (una somma stimata realisticamente in 2 milioni di

euro, ben lontana dai 4 milioni menzionati dalla stampa) “dovrà essere devoluto, nella

forma del rifiuto, interamente per opere di Carità il più lontano possibile dal territorio

della nostra Diocesi di Noto e fuori dall’Italia”.

Ho esplicitato le destinazioni, in parti uguali:

 In Africa (Butembo-Beni), per progetti a favore della popolazione.

 In Messico, per i “bambini di strada”.

 In India/Vietnam, per progetti verso i più poveri, nominando un mio vicario

episcopale come esecutore.

Questa è la traccia documentale che l’articolista finge di non trovare. Nessun

insabbiamento, ma una destinazione chiara, decisa in base al Magistero e finalizzata ad

allontanare dalla comunità un denaro sporco di sangue.

  1. La campagna d’odio del Maggio 2019 e le “fake news”.

Questa mia ferma opposizione all’utilizzo locale dei fondi ha scatenato reazioni

violente. Già in un’email del 10 maggio 2019, scrivevo ai miei collaboratori per esortarli a

lottare contro la ‘fake news subdola’ (diffusa sui social per intimorirci) secondo cui “il

vescovo sta rubando i soldi alla chiesa madre di Avola”. Ero ben consapevole dell’odio

sociale montato ad arte contro di me da chi aveva interesse a trattenere quel denaro sul

territorio, ma esortavo il clero ad andare avanti “con mani pulite e occhi limpidi”.

  1. Lo scontro durissimo con la Parrocchia: il blocco dei fondi (2019).

L’attacco giornalistico si spinge a insinuare una mia connivenza con la Parrocchia di

Avola nell’incamerare questo patrimonio. La documentazione attesta, invece, uno scontro

aspro e frontale tra me e i responsabili parrocchiali dell’epoca. Dalle indagini della mia

Commissione emerse che un precedente parroco pro-tempore aveva prelevato ed estinto un

mutuo utilizzando ben 360.000 euro dal conto dell’eredità, senza chiedere alcuna

autorizzazione alla Curia. La documentazione a giustificazione di questa spesa era ridicola:

fatture fiscali e semplici ricevute di privati. Di fronte a questo abuso inaccettabile, sono

dovuto intervenire d’imperio, togliendo la responsabilità amministrativa diretta nominando un

“parroco moderatore” e intimando la netta separazione tra il conto parrocchiale e quello

dell’eredità, per “evitare l’arbitrario uso del denaro”.

Nonostante i miei provvedimenti, le resistenze locali continuarono. Il 5 luglio 2019, il

Consiglio Pastorale Parrocchiale, guidato dall’allora parroco pro-tempore e affiancato da un

avvocato, produsse un verbale con cui si cercava di giustificare la trattenuta dei soldi ad

Avola. Con argomentazioni che ho definito ‘farneticanti’, sostenevano che il denaro non fosse

‘di sangue’; né ‘di origine illecita’ e che dovesse servire per pagare i pesanti debiti contratti

dalla Parrocchia con l’erario, per ristrutturare gli immobili e per fini ‘sociali’ (che di fatto

consistevano in spese ordinarie della parrocchia). Il 18 ottobre 2019, ho risposto a quel

verbale con una lettera di fuoco, smontando ogni singola pretesa. Ho chiarito che la Chiesa

Madre non poteva usare l’eredità Guastella per saldare i propri debiti, spacciando tale

operazione per ‘scopi sociali’. Ho rimproverato aspramente l’utilizzo abusivo dei primi

360.000 euro e ho ricordato al parroco pro-tempore che espressioni come “prima il bene va

fatto nel nostro territorio” potevano andar bene (forse) in politica (era il tempo del “prima gli

italiani e poi i migranti”), ma “assolutamente non nella Chiesa” quando si tratta di fondi di

dubbia natura etica. Infine, ho tolto ogni potere alla Parrocchia, ricordando che “il parroco

pro-tempore non ha nessuna disponibilità di utilizzo del denaro delle somme che il Comune dovesse versare”.

  1. Il dovere del Vescovo a norma di Diritto Canonico (Mons. Crociata, 2013).

Per respingere le pretese di ‘sovranità’ della parrocchia, ho richiamato formalmente

gli insegnamenti del 2013 di S.E. Mons. Mariano Crociata, ricordando che il Codice di Diritto

Canonico affida al Vescovo il preciso ‘potere-dovere’ di esercitare la tutela

sull’amministrazione dei beni. Spiegai chiaramente che per il Vescovo diocesano vigilare per

impedire un uso iniquo dei fondi non è un capriccio autoritario, ma un obbligo inalienabile,

pena il peccato grave di negligenza. Non potevo permettere che la logica del “prima i soldi al

nostro territorio” degna della peggiore politica politicante, inquinasse le scelte della Chiesa.

  1. Nessun insabbiamento: l’invio degli atti alla Santa Sede.

A chi mi accusa di coperture opache, ricordo la chiusura della mia missiva dell’ottobre

  1. In essa ho comunicato apertamente alla parrocchia la mia decisione finale: «dopo aver

prodotto tutta la documentazione (compreso il vostro lungo ed esaustivo verbale) vi prometto

che manderò tutto alla Santa Sede, perché tutti possiamo obbedire nella pace». L’invio

formale dei faldoni in Vaticano e alla Nunziatura Apostolica sancisce la mia più totale e

adamantina trasparenza. Chi vuole nascondere un illecito non si appella al giudizio di Roma.

  1. L’impegno per l’etica e la battaglia contro ‘Mammona’.

Molto prima che nascesse il clamore mediatico, nel marzo del 2016 inviavo

quotidianamente al mio clero lettere circolari molto severe sul tema dei ‘soldi sporchi’,

citando esplicitamente la ‘questione di Avola’. Richiamando le parole di Papa Francesco,

ricordavo ai sacerdoti: “La Chiesa non ha bisogno di soldi sporchi… a questa gente dico: per

favore, portatevi via il vostro assegno, bruciatelo”. Scrivevo che il denaro andava rifiutato

perché “anche i soldi puliti diventano ‘sporchi” se capitalizzati per interessi di bottega invece

che per pura carità. Questo è stato il mio faro teologico ed ecclesiastico per tutti i 14 anni:

impedire che il denaro della corruzione e della violenza inquinasse le vene della Chiesa

netina. Avere ostacolato la bramosia di quel denaro ha forse dato fastidio a molti.

  1. Le calunnie contro Meter: la prova di uno ‘spirito di menzogna’.

L’inaffidabilità e la profonda malafede dell’intero impianto accusatorio trovano

ulteriore e definitiva conferma in un fatto recentissimo legato a questo stesso testo. L’autore

dell’articolo aveva inizialmente inserito un lungo e infamante passaggio contro l’Associazione

Meter ETS, accusandola falsamente di incamerare milioni di euro mantenendo bilanci segreti

e dipendenti con ‘auto di lusso’. È bastata una formale diffida legale per diffamazione a

mezzo internet (ex art. 595 c.p.), inviata a tutela della reputazione dell’ente (da sempre iscritto

al RUNTS e riconosciuto a livello istituzionale), per costringere la testata a cancellare

repentinamente quell’intero passaggio diffamatorio. Le falsità vomitate su un’associazione –

che è da trent’anni in prima linea a tutela dell’infanzia, e poi ritirate dopo la diffida,

dimostrano plasticamente tutto lo spirito di menzogna che permea ogni singola riga

dell’articolo rivelandone la natura calunniosa in ogni sua parte, specialmente per quanto

riguarda il sottoscritto.

  1. Conclusione: «impegnarci per la trasparenza nella comunicazione e per l’onesta ricerca dei

fatti»

L’intera narrazione dell’articolo infamante viene perciò demolita. Non c’è stata

complicità, nessuna inerzia e nessun complice silenzio, ma una vigorosa lotta istituzionale,

canonica e pastorale per pulire e allontanare dalla comunità un patrimonio ferito dal peccato.

Quello che emerge da questo attacco mediatico è, prima di tutto, un profondo

problema di onestà intellettuale e di onestà morale. Come ci ricorda Papa Leone XIV nella

sua Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, gli strumenti di comunicazione sono oggi troppo

spesso usati per «costruire narrazioni distorte e offuscare i confini tra verità e falsità,

mescolando fatti e opinioni». Il Santo Padre ci ammonisce severamente sul fatto che «solo la

ricerca condivisa della veridicità dei fatti, percepita come bene comune, può fornire un

fondamento solido per una giusta comunicazione». Mentire spudoratamente, ignorando le

prove documentali, è un atto che avvelena la società; al contrario, tutti siamo chiamati a

«impegnarci per la trasparenza nella comunicazione e per l’onesta ricerca dei fatti».

E dunque, avendo io agito nella totale trasparenza, avendo fatto tutto ciò che era in

mio potere, emanato decreti vincolanti, ordinato l’allontanamento definitivo delle somme

verso le periferie del mondo, anche io mi aspetto che quel Decreto venga “obbedito” come si

deve nella “tradizione ecclesiale”. La mia decisione di destinare le somme “insanguinate”

dell’eredità Guastella nei cinque continenti è stata presa in perfetta linea con lo spirito che ha

animato il mio predecessore Mons. Malandrino nell’accogliere soldi “sporchi” che altri (cfr.

Veronesi) avevano rifiutato e cioè, che potessero servire ai poveri e alla gente bisognosa. Ma

non nella Diocesi di Noto, non in Italia, ma nella parte più povera del mondo. E questo è

molto “cristiano”.

*****

Ringrazio Staglianò per l’attenzione prestata all’articolo e per il suo contributo di informazione, di opinione e di testimonianza diretta sui propri atti compiuti in relazione alla vicenda.

Essi confermano l’importanza dell’articolo di In Sicilia Report del 27 maggio, in tutta la sua stesura e in ogni circostanza descritta o ricostruita che in nulla viene messa in dubbio o lambita se non nel punto degli atti compiuti da Staglianò e dallo stesso rivelati con la nota da noi pubblicata. Il nostro articolo viene, così, validamente integrato in ciò che attiene ai documenti citati dai quali risulta la tesi – e su di essa l’impegno esercitato con l’autorità di vescovo – portata avanti da Staglianò contro la destinazione dell’eredità ad opere sociali nel territorio e a favore della loro realizzazione in zone lontane del mondo.

Prima ancora di pubblicare l’articolo, proprio al fine di potermi avvalere di risposte alle tante domande – che migliaia di cittadini e di fedeli della diocesi si pongono –  la redazione ha interpellato sia l’ente parrocchiale di Avola, percettore per intero dell’eredità, che la Diocesi di Noto da cui esso dipende. Nessuna risposta: ben venga quindi l’intervento di Staglianò che lascia aperti tutti i temi e non rimuove i dubbi, le ombre, le domande di fondo poste dalla vicenda narrata nell’articolo in questione (illuminanti le sue rivelazioni sulla gestione di parte delle somme ad opera del sacerdote Giuseppe Di Rosa, ampiamente citato nell’articolo in questione).

Essa rimane una vicenda sottratta totalmente alla pubblica conoscenza e alla coscienza collettiva della comunità a cui – come le tante testimonianze da noi raccolte, alle quali si aggiunge ora quella del vescovo del tempo, attestano – non risulta sia stato consentito di sapere cosa sia accaduto nei 24 anni trascorsi dal momento in cui la parrocchia di Avola accetta l’eredità che il vescovo del tempo dispone sia destinata al 100% alla realizzazione di opere sociali: non dice altro, non localizza e, soprattutto, non delocalizza. Eppure la comunità avrebbe avuto tutto il diritto di essere resa edotta su quelle vicende anche al fine di esprimere un’opinione ed eventualmente concorrere in trasparenza alla dialettica (pubblica, sociale, ecclesiale) su decisioni aventi ad oggetto il nodo cruciale dei fatti, ovvero le opere cui destinare il lascito.

In particolare, se da un certo momento in poi, alcuni anni dopo l’insediamento di Staglianò, successore del successore del vescovo che dispone l’accettazione vincolata, la Diocesi prende le decisioni che Staglianò afferma, ciò avrebbe dovuto essere motivo di amplissima conoscenza pubblica, con tutte le motivazioni del caso affinché la comunità potesse essere resa partecipe.

Ancora oggi è doveroso e urgente chiedersi: che fine hanno fatto quei soldi? Due milioni secondo Staglianò, ma la cifra è superiore: cosa impedisce alla diocesi,  della quale per 14 anni lo stesso è stato vescovo, di rendere pubblici, allora come ora, dati, numeri, importi, piani finanziari – preventivi e se del caso consuntivi – dei progetti pensati e non si sa ancora se realizzati visto che nella lunghissima nota di Staglianò questo punto rimane non chiarito?

Per il resto prendo atto delle opinioni di Staglianò e delle espressioni – esse sì, diffamatorie e dal tono calunnioso – di cui la sua nota in vari punti è infarcita.

L’articolo di In Sicilia Report del 27 maggio non contiene alcuna fake news, né falsità, tanto meno notizie diffamatorie o calunniose e neanche – sia detto con linguaggio episcopale – ‘cretinate’. Staglianò pensi e dica ciò che vuole, dal sua punto di vista e nella sua posizione di vescovo di Noto in quei 14 anni. Il nostro punto di vista, rispetto ai fatti documentati, è un altro ed è necessariamente diverso perché riflette il bisogno di verità, verità pubblica accessibile a tutti, di rendiconto, di spiegazione, di trasparenza.

Infine Staglianò prenda atto, come è pubblicamente riscontrabile, che In Sicilia Report non ha rimosso la parte dell’articolo del 27 maggio nella quale è citata l’associazione Meter per le fantasiose motivazioni (‘cretinate’, nel suo linguaggio) da egli falsamente asserite: esse sì, diffamatorie secondo la legge penale vigente nello Stato italiano.

Gli basterà leggere l’articolo (qui) pubblicato il 29 maggio 2026 e contenente la rettifica – essa sì, rettifica a termini di legge –  richiesta dalla Meter con la riproposizione del testo prima contenuto nel servizio del 27 maggio e poi separato solo perché riguarda un tema secondario, marginale e parentetico rispetto alla vicenda dell’eredità. Un tema che merita di essere approfondito e che sarà trattato più ampiamente in un futuro servizio apposito, sulla base di quanto già pubblicato che la rettifica della Meter non smentisce in alcun punto. Infatti i bilanci di Meter non sono pubblicati sul suo sito e questa è la notizia correttamente pubblicata da In Sicilia Report.

Non so perché, su questo punto, Staglianò sia incorso in una così rovinosa caduta, e in una menzogna aggravata dai termini – diffamatori e calunniosi – utilizzati. Gli farò inviare la comunicazione inoltrata al legale di Meter la quale, inequivocabilmente, attesta la falsità del suo assunto. Poiché preliminarmente escludo la sua malafede, probabilmente ha utilizzato pessime fonti, anzi, forse una sola: purtroppo non degna di fede. Eppure gli sarebbe bastato leggere l’articolo sopra richiamato, pubblicato il 29 maggio scorso nella stessa sezione in cui ha letto, presumo con attenzione, quello oggetto della sua nota.

a.d.n.