In relazione all’articolo pubblicato il 27 maggio scorso (qui) interviene Antonio Staglianò, vescovo di Noto in un periodo di 14 anni, dal 2009 al 2023, ricadente nel più vasto arco temporale, di 24 anni, in cui si snoda la vicenda oggetto dell’articolo medesimo. Il vescovo emerito chiede la pubblicazione della nota che segue quale adempimento di obbligo di rettifica, obbligo che, nel caso di un siffatto testo, non sussiste affatto ai sensi di legge e, in particolare, dell’articolo 8 della legge sulla stampa che disciplina la rettifica.
Nondimeno per libera scelta, di servizio a lettrici ed lettori – ai quali In Sicilia Report garantisce sempre un’informazione veritiera e critica, frutto del più ampio concorso di notizie, ricostruzioni, valutazioni, testimonianze, opinioni – pubblichiamo integralmente la nota, articolata in dieci punti e, a seguire, una breve puntualizzazione del direttore responsabile di In Sicilia Report Angelo Di Natale, anche quale autore dell’articolo in questione.
Ecco il testo, dal titolo “La verità documentata contro le calunnie” a firma di Antonio Staglianò
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Ho letto con profondo sconcerto, ma con la serenità assoluta di chi ha la coscienza
limpida di fronte a Dio e agli uomini, un recente articolo colmo di omissioni deliberatamente
fuorvianti, menzogne e fantasmagoriche ricostruzioni sulla cosiddetta “eredità Guastella”.
Durante i miei 14 anni come Vescovo della Diocesi di Noto, vengo oggi accusato dalla stampa
locale di “silenzio tombale”, di clamorose omissioni e di una tacita complicità nel trattenere
sul territorio avolese un patrimonio milionario “insanguinato”(stimato fantasiosamente in
quattro milioni di euro), eludendo la destinazione a scopi sociali voluta dal mio predecessore.
È una narrazione diffamatoria, gravemente lesiva della mia persona e della Chiesa
locale di Noto, ma soprattutto è una narrazione diametralmente opposta alla verità storica
provata dagli atti giuridici. Con questo intervento intendo smontare, una per una, le calunnie
e le ‘cretinate’ di cui vengo accusato, non con le chiacchiere, ma utilizzando unicamente
l’inoppugnabile forza dei documenti ufficiali redatti durante il mio mandato.
- La Commissione d’indagine del 21 Dicembre 2015: la fine del ‘silenzio tombale’;
L’articolo sostiene reiteratamente che durante il mio episcopato non vi sia traccia di
rispetto per le opere sociali e mai un atto per gestire questa vicenda. Questa è una sfacciata
falsità. Molto prima che il caso diventasse oggetto di pettegolezzo mediatico, mi resi conto
che l’accettazione di quella donazione era diventata “motivo di scandalo per la natura della
donazione medesima”. Il 21 dicembre 2015 ho firmato un Decreto ufficiale con cui ho
costituito e presieduto personalmente una Commissione d’indagine. A questa Commissione ho
conferito “ogni facoltà di acquisire materiale documentale e ogni informazione utile al
conseguimento della chiarezza e alla affermazione della giustizia per il bene della Chiesa e
del Popolo di Dio”. Questo non è silenzio: è l’azione vigorosa di un Vescovo che scoperchia
un vaso per fare luce su zone d’ombra ereditate dal passato.
- Le direttive della CEI: l’obbligo di allontanare il denaro (2017).
Il giornalista lamenta che i soldi non siano stati spesi ad Avola, insinuando che io
abbia tradito le volontà di chi mi ha preceduto. Omette però di dire che trattenere quei soldi
nel territorio avrebbe significato violare il Diritto Canonico e creare ulteriore scandalo. Non
ho agito in modo arbitrario, ma in piena sinergia con i vertici della Chiesa Italiana. Il 17
febbraio 2017, l’Ufficio Nazionale per i Problemi Giuridici della CEI, nella persona del
Sottosegretario Mons. Giuseppe Baturi, mi inviò una risposta formale dopo aver esaminato il
caso. La lettera parlava chiaro: la tradizione canonica ha sempre guardato con sfavore le
offerte in qualche modo derivanti da situazioni di ingiustizia, di litigiosità e di peccato”;
impedendo che venissero portate ‘sull’altare di Dio’. Considerata la “tragica cornice
giudiziaria e le inquietanti pregresse vicende” la CEI mi indicò espressamente di non usare i
fondi sul territorio, ma di destinarli “in contesti ambientali e geografici distanti”, intimando al
parroco pro-tempore di finanziare attività sociali “al di fuori del territorio regionale, al fine di
prevenire speculazioni e scandali derivanti dalla provenienza dei beni”. Io ho obbedito
fedelmente a queste indicazioni superiori.
- Il Decreto del 12 Aprile 2017: l’invio dei fondi nel mondo.
L’articolo liquida come una ‘falsa diceria’ e una voce ‘tendenziosa’ il fatto che io
avessi destinato i fondi all’Africa, affermando che “non c’è traccia documentale” di questa
decisione. Ancora una volta, si ignora un documento ufficiale e protocollato. Il 12 aprile
2017 ho emanato un Decreto Vescovile (Prot. C 147-326/17). In quel testo, dopo aver
consultato la CEI e i miei consiglieri, ho disposto in modo definitivo che quanto introitato
dalla Parrocchia negli anni a venire (una somma stimata realisticamente in 2 milioni di
euro, ben lontana dai 4 milioni menzionati dalla stampa) “dovrà essere devoluto, nella
forma del rifiuto, interamente per opere di Carità il più lontano possibile dal territorio
della nostra Diocesi di Noto e fuori dall’Italia”.
Ho esplicitato le destinazioni, in parti uguali:
In Africa (Butembo-Beni), per progetti a favore della popolazione.
In Messico, per i “bambini di strada”.
In India/Vietnam, per progetti verso i più poveri, nominando un mio vicario
episcopale come esecutore.
Questa è la traccia documentale che l’articolista finge di non trovare. Nessun
insabbiamento, ma una destinazione chiara, decisa in base al Magistero e finalizzata ad
allontanare dalla comunità un denaro sporco di sangue.
- La campagna d’odio del Maggio 2019 e le “fake news”.
Questa mia ferma opposizione all’utilizzo locale dei fondi ha scatenato reazioni
violente. Già in un’email del 10 maggio 2019, scrivevo ai miei collaboratori per esortarli a
lottare contro la ‘fake news subdola’ (diffusa sui social per intimorirci) secondo cui “il
vescovo sta rubando i soldi alla chiesa madre di Avola”. Ero ben consapevole dell’odio
sociale montato ad arte contro di me da chi aveva interesse a trattenere quel denaro sul
territorio, ma esortavo il clero ad andare avanti “con mani pulite e occhi limpidi”.
- Lo scontro durissimo con la Parrocchia: il blocco dei fondi (2019).
L’attacco giornalistico si spinge a insinuare una mia connivenza con la Parrocchia di
Avola nell’incamerare questo patrimonio. La documentazione attesta, invece, uno scontro
aspro e frontale tra me e i responsabili parrocchiali dell’epoca. Dalle indagini della mia
Commissione emerse che un precedente parroco pro-tempore aveva prelevato ed estinto un
mutuo utilizzando ben 360.000 euro dal conto dell’eredità, senza chiedere alcuna
autorizzazione alla Curia. La documentazione a giustificazione di questa spesa era ridicola:
fatture fiscali e semplici ricevute di privati. Di fronte a questo abuso inaccettabile, sono
dovuto intervenire d’imperio, togliendo la responsabilità amministrativa diretta nominando un
“parroco moderatore” e intimando la netta separazione tra il conto parrocchiale e quello
dell’eredità, per “evitare l’arbitrario uso del denaro”.
Nonostante i miei provvedimenti, le resistenze locali continuarono. Il 5 luglio 2019, il
Consiglio Pastorale Parrocchiale, guidato dall’allora parroco pro-tempore e affiancato da un
avvocato, produsse un verbale con cui si cercava di giustificare la trattenuta dei soldi ad
Avola. Con argomentazioni che ho definito ‘farneticanti’, sostenevano che il denaro non fosse
‘di sangue’; né ‘di origine illecita’ e che dovesse servire per pagare i pesanti debiti contratti
dalla Parrocchia con l’erario, per ristrutturare gli immobili e per fini ‘sociali’ (che di fatto
consistevano in spese ordinarie della parrocchia). Il 18 ottobre 2019, ho risposto a quel
verbale con una lettera di fuoco, smontando ogni singola pretesa. Ho chiarito che la Chiesa
Madre non poteva usare l’eredità Guastella per saldare i propri debiti, spacciando tale
operazione per ‘scopi sociali’. Ho rimproverato aspramente l’utilizzo abusivo dei primi
360.000 euro e ho ricordato al parroco pro-tempore che espressioni come “prima il bene va
fatto nel nostro territorio” potevano andar bene (forse) in politica (era il tempo del “prima gli
italiani e poi i migranti”), ma “assolutamente non nella Chiesa” quando si tratta di fondi di
dubbia natura etica. Infine, ho tolto ogni potere alla Parrocchia, ricordando che “il parroco
pro-tempore non ha nessuna disponibilità di utilizzo del denaro delle somme che il Comune dovesse versare”.
- Il dovere del Vescovo a norma di Diritto Canonico (Mons. Crociata, 2013).
Per respingere le pretese di ‘sovranità’ della parrocchia, ho richiamato formalmente
gli insegnamenti del 2013 di S.E. Mons. Mariano Crociata, ricordando che il Codice di Diritto
Canonico affida al Vescovo il preciso ‘potere-dovere’ di esercitare la tutela
sull’amministrazione dei beni. Spiegai chiaramente che per il Vescovo diocesano vigilare per
impedire un uso iniquo dei fondi non è un capriccio autoritario, ma un obbligo inalienabile,
pena il peccato grave di negligenza. Non potevo permettere che la logica del “prima i soldi al
nostro territorio” degna della peggiore politica politicante, inquinasse le scelte della Chiesa.
- Nessun insabbiamento: l’invio degli atti alla Santa Sede.
A chi mi accusa di coperture opache, ricordo la chiusura della mia missiva dell’ottobre
- In essa ho comunicato apertamente alla parrocchia la mia decisione finale: «dopo aver
prodotto tutta la documentazione (compreso il vostro lungo ed esaustivo verbale) vi prometto
che manderò tutto alla Santa Sede, perché tutti possiamo obbedire nella pace». L’invio
formale dei faldoni in Vaticano e alla Nunziatura Apostolica sancisce la mia più totale e
adamantina trasparenza. Chi vuole nascondere un illecito non si appella al giudizio di Roma.
- L’impegno per l’etica e la battaglia contro ‘Mammona’.
Molto prima che nascesse il clamore mediatico, nel marzo del 2016 inviavo
quotidianamente al mio clero lettere circolari molto severe sul tema dei ‘soldi sporchi’,
citando esplicitamente la ‘questione di Avola’. Richiamando le parole di Papa Francesco,
ricordavo ai sacerdoti: “La Chiesa non ha bisogno di soldi sporchi… a questa gente dico: per
favore, portatevi via il vostro assegno, bruciatelo”. Scrivevo che il denaro andava rifiutato
perché “anche i soldi puliti diventano ‘sporchi” se capitalizzati per interessi di bottega invece
che per pura carità. Questo è stato il mio faro teologico ed ecclesiastico per tutti i 14 anni:
impedire che il denaro della corruzione e della violenza inquinasse le vene della Chiesa
netina. Avere ostacolato la bramosia di quel denaro ha forse dato fastidio a molti.
- Le calunnie contro Meter: la prova di uno ‘spirito di menzogna’.
L’inaffidabilità e la profonda malafede dell’intero impianto accusatorio trovano
ulteriore e definitiva conferma in un fatto recentissimo legato a questo stesso testo. L’autore
dell’articolo aveva inizialmente inserito un lungo e infamante passaggio contro l’Associazione
Meter ETS, accusandola falsamente di incamerare milioni di euro mantenendo bilanci segreti
e dipendenti con ‘auto di lusso’. È bastata una formale diffida legale per diffamazione a
mezzo internet (ex art. 595 c.p.), inviata a tutela della reputazione dell’ente (da sempre iscritto
al RUNTS e riconosciuto a livello istituzionale), per costringere la testata a cancellare
repentinamente quell’intero passaggio diffamatorio. Le falsità vomitate su un’associazione –
che è da trent’anni in prima linea a tutela dell’infanzia, e poi ritirate dopo la diffida,
dimostrano plasticamente tutto lo spirito di menzogna che permea ogni singola riga
dell’articolo rivelandone la natura calunniosa in ogni sua parte, specialmente per quanto
riguarda il sottoscritto.
- Conclusione: «impegnarci per la trasparenza nella comunicazione e per l’onesta ricerca dei
fatti»
L’intera narrazione dell’articolo infamante viene perciò demolita. Non c’è stata
complicità, nessuna inerzia e nessun complice silenzio, ma una vigorosa lotta istituzionale,
canonica e pastorale per pulire e allontanare dalla comunità un patrimonio ferito dal peccato.
Quello che emerge da questo attacco mediatico è, prima di tutto, un profondo
problema di onestà intellettuale e di onestà morale. Come ci ricorda Papa Leone XIV nella
sua Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, gli strumenti di comunicazione sono oggi troppo
spesso usati per «costruire narrazioni distorte e offuscare i confini tra verità e falsità,
mescolando fatti e opinioni». Il Santo Padre ci ammonisce severamente sul fatto che «solo la
ricerca condivisa della veridicità dei fatti, percepita come bene comune, può fornire un
fondamento solido per una giusta comunicazione». Mentire spudoratamente, ignorando le
prove documentali, è un atto che avvelena la società; al contrario, tutti siamo chiamati a
«impegnarci per la trasparenza nella comunicazione e per l’onesta ricerca dei fatti».
E dunque, avendo io agito nella totale trasparenza, avendo fatto tutto ciò che era in
mio potere, emanato decreti vincolanti, ordinato l’allontanamento definitivo delle somme
verso le periferie del mondo, anche io mi aspetto che quel Decreto venga “obbedito” come si
deve nella “tradizione ecclesiale”. La mia decisione di destinare le somme “insanguinate”
dell’eredità Guastella nei cinque continenti è stata presa in perfetta linea con lo spirito che ha
animato il mio predecessore Mons. Malandrino nell’accogliere soldi “sporchi” che altri (cfr.
Veronesi) avevano rifiutato e cioè, che potessero servire ai poveri e alla gente bisognosa. Ma
non nella Diocesi di Noto, non in Italia, ma nella parte più povera del mondo. E questo è
molto “cristiano”.
*****
Ringrazio Staglianò per l’attenzione prestata all’articolo e per il suo contributo di informazione, di opinione e di testimonianza diretta sui propri atti compiuti in relazione alla vicenda.
Essi confermano l’importanza dell’articolo di In Sicilia Report del 27 maggio, in tutta la sua stesura e in ogni circostanza descritta o ricostruita che in nulla viene messa in dubbio o lambita se non nel punto degli atti compiuti da Staglianò e dallo stesso rivelati con la nota da noi pubblicata. Il nostro articolo viene, così, validamente integrato in ciò che attiene ai documenti citati dai quali risulta la tesi – e su di essa l’impegno esercitato con l’autorità di vescovo – portata avanti da Staglianò contro la destinazione dell’eredità ad opere sociali nel territorio e a favore della loro realizzazione in zone lontane del mondo.
Prima ancora di pubblicare l’articolo, proprio al fine di potermi avvalere di risposte alle tante domande – che migliaia di cittadini e di fedeli della diocesi si pongono – la redazione ha interpellato sia l’ente parrocchiale di Avola, percettore per intero dell’eredità, che la Diocesi di Noto da cui esso dipende. Nessuna risposta: ben venga quindi l’intervento di Staglianò che lascia aperti tutti i temi e non rimuove i dubbi, le ombre, le domande di fondo poste dalla vicenda narrata nell’articolo in questione (illuminanti le sue rivelazioni sulla gestione di parte delle somme ad opera del sacerdote Giuseppe Di Rosa, ampiamente citato nell’articolo in questione).
Essa rimane una vicenda sottratta totalmente alla pubblica conoscenza e alla coscienza collettiva della comunità a cui – come le tante testimonianze da noi raccolte, alle quali si aggiunge ora quella del vescovo del tempo, attestano – non risulta sia stato consentito di sapere cosa sia accaduto nei 24 anni trascorsi dal momento in cui la parrocchia di Avola accetta l’eredità che il vescovo del tempo dispone sia destinata al 100% alla realizzazione di opere sociali: non dice altro, non localizza e, soprattutto, non delocalizza. Eppure la comunità avrebbe avuto tutto il diritto di essere resa edotta su quelle vicende anche al fine di esprimere un’opinione ed eventualmente concorrere in trasparenza alla dialettica (pubblica, sociale, ecclesiale) su decisioni aventi ad oggetto il nodo cruciale dei fatti, ovvero le opere cui destinare il lascito.
In particolare, se da un certo momento in poi, alcuni anni dopo l’insediamento di Staglianò, successore del successore del vescovo che dispone l’accettazione vincolata, la Diocesi prende le decisioni che Staglianò afferma, ciò avrebbe dovuto essere motivo di amplissima conoscenza pubblica, con tutte le motivazioni del caso affinché la comunità potesse essere resa partecipe.
Ancora oggi è doveroso e urgente chiedersi: che fine hanno fatto quei soldi? Due milioni secondo Staglianò, ma la cifra è superiore: cosa impedisce alla diocesi, della quale per 14 anni lo stesso è stato vescovo, di rendere pubblici, allora come ora, dati, numeri, importi, piani finanziari – preventivi e se del caso consuntivi – dei progetti pensati e non si sa ancora se realizzati visto che nella lunghissima nota di Staglianò questo punto rimane non chiarito?
Per il resto prendo atto delle opinioni di Staglianò e delle espressioni – esse sì, diffamatorie e dal tono calunnioso – di cui la sua nota in vari punti è infarcita.
L’articolo di In Sicilia Report del 27 maggio non contiene alcuna fake news, né falsità, tanto meno notizie diffamatorie o calunniose e neanche – sia detto con linguaggio episcopale – ‘cretinate’. Staglianò pensi e dica ciò che vuole, dal sua punto di vista e nella sua posizione di vescovo di Noto in quei 14 anni. Il nostro punto di vista, rispetto ai fatti documentati, è un altro ed è necessariamente diverso perché riflette il bisogno di verità, verità pubblica accessibile a tutti, di rendiconto, di spiegazione, di trasparenza.
Infine Staglianò prenda atto, come è pubblicamente riscontrabile, che In Sicilia Report non ha rimosso la parte dell’articolo del 27 maggio nella quale è citata l’associazione Meter per le fantasiose motivazioni (‘cretinate’, nel suo linguaggio) da egli falsamente asserite: esse sì, diffamatorie secondo la legge penale vigente nello Stato italiano.
Gli basterà leggere l’articolo (qui) pubblicato il 29 maggio 2026 e contenente la rettifica – essa sì, rettifica a termini di legge – richiesta dalla Meter con la riproposizione del testo prima contenuto nel servizio del 27 maggio e poi separato solo perché riguarda un tema secondario, marginale e parentetico rispetto alla vicenda dell’eredità. Un tema che merita di essere approfondito e che sarà trattato più ampiamente in un futuro servizio apposito, sulla base di quanto già pubblicato che la rettifica della Meter non smentisce in alcun punto. Infatti i bilanci di Meter non sono pubblicati sul suo sito e questa è la notizia correttamente pubblicata da In Sicilia Report.
Non so perché, su questo punto, Staglianò sia incorso in una così rovinosa caduta, e in una menzogna aggravata dai termini – diffamatori e calunniosi – utilizzati. Gli farò inviare la comunicazione inoltrata al legale di Meter la quale, inequivocabilmente, attesta la falsità del suo assunto. Poiché preliminarmente escludo la sua malafede, probabilmente ha utilizzato pessime fonti, anzi, forse una sola: purtroppo non degna di fede. Eppure gli sarebbe bastato leggere l’articolo sopra richiamato, pubblicato il 29 maggio scorso nella stessa sezione in cui ha letto, presumo con attenzione, quello oggetto della sua nota.
a.d.n.