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Ammonta a quattro milioni di euro il lascito-Guastella alla Chiesa Madre di Avola. Che fine hanno fatto? E perché non è stato rispettato il vincolo posto dal vescovo Malandrino di destinarlo ad opere sociali in misura del cento per cento?

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Ventiquattro anni fa ad Avola la strage dei tre nipoti e il suicidio dello zio assassino. Dieci mesi prima aveva fatto testamento pubblico in favore della sua chiesa. Il vescovo pose un vincolo all’accettazione ma quell’impegno non è mai stato rispettato.

Case, ville sul mare, macchine Ferrari sono state vendute. Un altro edificio espropriato dal Comune ha fruttato un indennizzo di un milione e 350 mila euro. Ma con il ricavato e i conti correnti pieni di soldi non è stata realizzata alcuna opera sociale.

Tutti i passaggi della vicenda, le decisioni, le omissioni, i silenzi, tra la parrocchia-ereditiera e la diocesi. Tre parroci e tre vescovi gli artefici principali, in quasi un quarto di secolo, di una linea di comportamento che esige verità e trasparenza.

Ai parenti delle vittime solo briciole per il risarcimento a carico dell’eredità incamerata dalla Chiesa Madre di Avola. Tradita anche la promessa di realizzare una casa famiglia nella villa sul mare, invece venduta per ottocentomila euro.

Viaggio lungo la mappa del potere interno, tra nomine, incarichi, avvicendamenti, scambi di ruolo, sempre all’insegna di una continuità immutabile: ignorare l’impegno, giuridico e solenne, che era la sola (buona) ragione per accettare l’eredità insanguinata  

 

 

La storia che raccontiamo si svolge nella Diocesi di Noto e comincia con la scoperta – mercoledì 27 marzo 2002, quasi un quarto di secolo fa –  di tre morti ammazzati e del suicidio dell’assassino, dopo lunghe ricerche in zone impervie nelle campagne di Avola, scattate dopo una telefonata di allarme alle ore 17 di martedì 26 marzo e protrattesi il giorno dopo fino al rinvenimento del quarto cadavere.

Avremmo potuto dire che i fatti accadano ad Avola, la città delle mandorle, più che del vino: il nero d’Avola deve il suo nome non alla città ma ad un uomo, Corrado d’Avola, agronomo di Pachino che curò il felice innesto del vitigno millenario. Protesa sul mare, trenta mila abitanti e una storia antica (forse era Hybla Major nella zona abitata in precedenza dai Sicani e poi occupata dai Siculi), la città esagonale e le sue periferie rurali sono il teatro, 24 anni fa, di quell’eccidio, la ‘strage dei nipoti’, che vede tre uomini – tutti cugini tra di loro, di 35, 38 e 50 anni – ammazzati dallo zio poi suicida.

Ma questa storia si svolge soprattutto dentro la Diocesi di Noto perché, estinte ed archiviate con la morte del reo le responsabilità personali dell’omicida-suicida, essa ci racconta di un’eredità plurimilionaria lasciata dall’assassino ad una parrocchia della sua città, Avola appunto. Il fortunato ereditiere prescelto quindi è un ente ecclesiastico che opera sotto la stretta sorveglianza della diocesi e del suo vescovo. Per la cronaca sono quattro i prelati, con zucchetto e berretta color viola intenso, in campo nel periodo storico del primo quarto di questo secolo nel quale si snoda la vicenda.

Tocca perciò alla parrocchia così generosamente premiata dal pluriomicida, e soprattutto alla diocesi che la comanda, di dovere rispondere ad una domanda semplice: che fine hanno fatto i milioni di euro, almeno quattro, lasciati dal benefattore-assassino e vincolati a ‘scopi sociali’?

Dunque, la sorte di questo lascito alla parrocchia, proprio per l’autorità esercitata su di essa dai vescovi – sia nella scelta di accettazione che nel vincolo di destinazione, e quindi nell’uso dei soldi – ci obbliga a cercare nella diocesi e nei suoi organi il filo delle decisioni e degli adempimenti capaci di darci una risposta.

Una diocesi importante quella di Noto, con i suoi quasi due secoli di storia, eretta nel 1844 su richiesta del Re delle due Sicilie Ferdinando II dopo la rivolta di Siracusa del 1837, una violenta sollevazione antiborbonica scoppiata dopo una grave pandemia di colera e repressa nel sangue con centinaia di arresti, processi sommari e condanne a morte, e con l’ulteriore punizione della revoca alla città di Archimede del titolo di capoluogo di provincia trasferito a quella di Noto. L’erezione a diocesi dell’urbs netinensis diventa naturale e conseguente in quella congiuntura, in effetti con oltre sei secoli di ritardo, considerato che risale al 1212 la richiesta – a Federico II, allora solo Re di Sicilia e non ancora imperatore del Sacro Romano Impero – avanzata da un ricco feudatario donatore di un vasto feudo, ma lo Stupor Mundi fallì nell’impresa per i suoi pessimi rapporti con il Papato.

Peraltro da quasi un millennio – dall’arrivo, al seguito di Ruggero I d’Altavilla, della famiglia normanna dei Landolina, nell’anno 1091 con il capostipite Rolando discendente da un antico conte d’Alsazia, Guntram il Ricco, possibile progenitore della casa d’Asburgo dal quale proviene Landolo I – Noto è un’entità territoriale ed amministrativa di grande rilievo, tanto che ancora oggi, pur con appena 24 mila abitanti, è il Comune con il più vasto territorio in tutta la Sicilia, quarto in Italia, dopo Roma, Ravenna e Cerignola. Del resto senza della ricca famiglia dei Landolina, padroni di Noto per otto secoli, la città, nel Settecento, dopo il terremoto del 1693, non sarebbe mai diventata quel capolavoro Barocco a cielo aperto tanto apprezzato nel mondo. Non a caso è attiguo alla Cattedrale San Nicolò, cuore pulsante di tanto splendore, proprio Palazzo Landolina costruito tre secoli fa come dimora della famiglia che cento anni dopo vi ospita tre volte il Re Ferdinando II di Borbone e la Regina Maria Teresa d’Austria. E non a caso oggi l’edificio fa parte, come tanti altri frutto di lasciti e donazioni, del patrimonio della Diocesi.

Ricevere in eredità beni di grande valore è frequente per la Chiesa cattolica e per ogni singola cellula della sua galassia, come, nel nostro caso, la Chiesa Madre San Nicolò parrocchia San Sebastiano di Avola, ma in questa vicenda la tragedia del triplice omicidio e l’accettazione vincolata “all’utilizzazione dei beni a scopi sociali nella misura del 100%”, sono elementi impressi in modo indelebile sulla vicenda.

Il ricco lascito alla Chiesa Madre di Avola e, dieci mesi dopo, il piano di morte con l’eccidio dei nipoti. Luci ed ombre su un giallo la cui soluzione sarebbe stata più chiara e piena se, 12 anni prima nel 1990, fossero stati scoperti gli autori e il movente del fallito agguato allo zio in seguito divenuto omicida-suicida 

Dunque, 27 marzo 2002. Da quattro anni è in carica l’ottavo vescovo della diocesi di Noto, Giuseppe Malandrino: i primi tre, dall’erezione nel 1844, coprono appena il primo ventennio della storia, mentre due tra i più longevi – Giuseppe Vizzini, in carica 22 anni e Angelo Calabretta, 34 – collegano due epoche, e due mondi diversissimi tra loro, accompagnando la Diocesi di Noto dal Regno d’Italia ancor prima della Grande Guerra, 1913, alla Repubblica nel pieno della sua modernità e del suo sviluppo, 1970.

Tornando alla vicenda che stiamo esplorando, è necessario un passo indietro rispetto al momento dell’eccidio perché tutto ha inizio dieci mesi prima, in uno studio notarile, ad Avola in via Cavour 17.

Qui, il pomeriggio del 17 maggio 2001 si presenta Giuseppe Guastella, che allora ha 58 anni, il quale, in presenza di due testimoni – un muratore ed un promotore finanziario – fa testamento in forma pubblica dettando le sue volontà: nominare eredi universali di tutti i suoi beni mobili e immobili, in parti uguali, la Fondazione italiana per la ricerca sul cancro con sede a Milano in via Corridoni 7 e la Parrocchia San Sebastiano-Chiesa Madre San Nicolò con sede ad Avola in vico Buonarroti.

Per curiosità storica, la doppia denominazione si deve al fatto che nel sito dell’antica Abola, sui Monti Iblei, la Chiesa Madre, documentata in Vaticano dal 1308 con il titolo di S. Nicolò, fu distrutta dal terremoto dell’11 gennaio 1693 e subito ricostruita, fin dallo stesso anno, nel perimetro esagonale della nuova Avola segnato dai due assi viari principali il cui incontro – l’incrocio del cardo, Corso Garibaldi, con il decumano, corso Vittorio Emanuele – raffigura la Croce simbolo del cristianesimo: la vecchia e la nuova chiesa fuse idealmente nella ricostruzione.

Giuseppe Guastella è un imprenditore nel settore delle sale gioco e negli anni ha accumulato una discreta fortuna. Non è sposato ed ha un fratello e due sorelle. Ciascuno con diversi figli, suoi nipoti. E tre di costoro, tutti maschi, ognuno figlio di ciascuno dei tre suoi germani, saranno le vittime sacrificali di questa tragedia che più greca non potrebbe essere, a pochi chilometri da Siracusa che, 21 secoli fa, secondo Cicerone nelle Verrine, era “la più grande città greca e la più bella di tutte” (Cfr. In Verrem II, 4, 117: “Urbem Syracusas maximam esse Graecarum urbium, pulcherrimam omnium saepe audistis…”).

La vita di questo gestore di sale da gioco probabilmente subisce una svolta nel 1990 quando ha 47 anni.

Il 27 luglio di quell’anno è bersaglio di un agguato al quale riesce a sfuggire miracolosamente. E a salvarlo è proprio il nipote omonimo, Pino Guastella, a cui dodici anni dopo infliggerà una morte spietata e crudele, senza ragione.

Quel giorno lo zio è in casa con il congiunto che porta il suo stesso nome e collabora con le sue attività. I due stanno per uscire: il nipote, più avanti di qualche passo, apre la porta per primo e viene investito da una raffica di proiettili. Rimane ferito ma riesce a schivare i colpi successivi che il commando ha in canna per lo zio. Questi, messo in allarme dagli spari, risponde al fuoco, poi si nasconde e si mette in salvo. I sicari desistono. Se ad aprire la porta per primo fosse stato lui, obiettivo dell’agguato, probabilmente non avrebbe avuto scampo.

Il pericolo corso e lo shock subìto lo inducono a lasciare Avola per stabilirsi, pare, in una regione dell’Italia centrale. Ha paura, teme per la vita e non dice mai dove si trovi esattamente. Intanto affida i suoi affari e le sale da gioco ad uno dei nipoti, Walter Caruso, figlio di una delle due sorelle, il primo a divenire bersaglio della sua furia omicida il 26 marzo 2002, nell’agguato scoperto, in tutta la sua sequenza di morti ammazzati, solo il giorno dopo quando la mattanza si svela agli occhi di tutti, con i quattro corpi trafitti dai proiettili.

La prima telefonata di allarme riferisce di due cadaveri e giunge al 113 il pomeriggio di martedì 26 marzo. Le ricerche, ad Avola antica, portano sulle tracce del primo corpo senza vita: è quello dell’omicida-suicida, Giuseppe Guastella. Ore dopo viene rinvenuto quello del nipote Pino (figlio del fratello), dipendente dell’Azienda sanitaria, divorziato e padre di due figli. Le ricerche proseguono ma la zona è difficile da esplorare. All’alba del giorno dopo, in un sentiero quasi nascosto affiora un terzo cadavere: è quello di Roberto Caruso, 38 anni, che lavora per un’azienda di servizi della Dogana ed è figlio di una delle due sorelle. Infine, in tutt’altra zona della città, verso il mare, in località Palma, l’ultima tragica scoperta: il cadavere di Walter Caruso, 35 anni, figlio dell’altra sorella, il più giovane dei tre nipoti, l’unico dei tre rimasto ad occuparsi delle sale da gioco.

Per tanto tempo rimangono dubbi sulla strage perché c’è chi non esclude che lo zio e i tre nipoti siano stati sterminati da qualcuno rimasto nell’ombra. Sarebbe la pista dell’agguato fallito dodici anni prima, ma gli investigatori chiudono il caso: è l’eccidio dei nipoti per mano dello zio-suicida.

Tornando all’antefatto del 1990 e all’esilio forzato degli anni successivi, Giuseppe Guastella, scampato alla morte e riparatosi in una località segreta, lontano dalla Sicilia vive di rendita, è abbastanza ricco e uno solo dei nipoti, dopo il nuovo impiego dei cugini, continua a curare gli affari delle sale da gioco.

Probabilmente il rapporto di fiducia s’incrina e forse la scoperta di un tumore condiziona la psiche dell’uomo. Non sappiamo quale sia la sua consapevolezza il 17 maggio 2001 quando fa testamento ma, certo – se la verità è quella della prima ricostruzione, l’unica agli atti – il suo piano di morte deve essere già ben definito quando dieci giorni prima di quel tragico martedì pomeriggio di marzo del 2002 fa rientro ad Avola dove questa volta si ferma più a lungo del solito. Durante il soggiorno non lascia trasparire nulla di possibili intenzioni omicide e il 26 marzo lucidamente dà appuntamento, in contrada Fiumara tra Avola e Noto, al nipote Walter Caruso – quello addetto alle sale da gioco – per ucciderlo e, poco dopo, fa la stessa cosa con gli altri due, Giuseppe Guastella e Roberto Caruso, assassinati a bruciapelo forse dopo una passeggiata in località Cavagrande, nei pressi dei Laghetti di Avola, meta rinomata del turismo ambientale.  

Poi con la stessa pistola, che sul corpo delle tre vittime ha scaricato decine di proiettili, si toglie la vita sparandosi con la mano destra alla tempia sinistra. L’arma è un revolver 38 special risultato rubato a Ragusa – c’è una precisa denuncia agli atti – nel 1983, quasi vent’anni prima. Chi l’ha usata quel martedì pomeriggio, verosimilmente lo zio sterminatore dei nipoti, l’ha acquistata da qualcuno così accorto da conservarla per così tanto tempo e da tenerla sempre pronta ed efficiente per ogni piano criminale o missione di morte?

Se le indagini su quell’agguato fallito nel 1990 avessero dato un volto e un nome agli autori, forse ci sarebbero stati elementi per togliere ogni dubbio al ‘giallo’ della strage di dodici anni dopo. In ogni caso l’unica verità rimane quella formulata, con la repentina archiviazione, dagli inquirenti e con essa bisogna fare i conti.  La chiave sarebbe in un movente (fiducia tradita in affari economici, forse soldi non restituiti da uno dei congiunti, ma perché allora anche gli altri due?) da collocare in un quadro psicologico della personalità dell’assassino distorto dalla malattia e definito dagli psicologi ‘restringimento dell’orizzonte’ a sfondo paranoide in una situazione che altera profondamente la percezione delle cose.

L’accettazione dell’eredità insanguinata e l’impegno tradito da parte della Chiesa di destinarne totalmente il ricavato ad opere sociali: neanche un euro in 24 anni. E inoltre la beffa cinica ai parenti delle vittime, giovani orfani di padre, e la scelta di vendere una delle ville anziché realizzarvi una Casa famiglia

Ben presto, ancora nel pieno dello shock emotivo per la strage, salta fuori il testamento di recente formazione anche perché l’asse ereditario è cospicuo, tra ville e immobili di pregio, conti correnti pieni di soldi e una collezione d’auto d’epoca tra cui alcune Ferrari: almeno quattro milioni di euro, nella nuova moneta entrata in vigore proprio quell’anno, il 2002.

La Firc, Fondazione italiana per la ricerca sul cancro, rinuncia immediatamente. Non ne sono note le motivazioni ma, con ogni probabilità, la strage operata dal ‘benefattore’ – la cui morte, che ne è diretta conseguenza, fonda il diritto all’eredità – induce la beneficiaria a rinunciare: quel fiume di sangue è una macchia indelebile.

Scelta diversa compie invece, senza scrupoli di sorta, la parrocchia ereditiera, la quale agisce sotto le direttive e la vigilanza degli organi diocesani.

In quel momento a Noto, a Palazzo Trigona, tra la Cattedrale e la Basilica, c’è Giuseppe Malandrino, prelato allora settantenne nato nella vicina Pachino e nominato vescovo nel 1980 nella Diocesi di Acireale; quindi trasferito diciotto anni dopo nei luoghi della sua formazione, dove rimane fino alle dimissioni, per limiti d’età, nel 2007, sostituito da Mariano Crociata, di Castelvetrano, neovescovo a Noto, il quale, designato segretario generale della Conferenza episcopale italiana, nell’incantevole Giardino di Pietra rimane solo un anno. Nel 2009 gli subentra un altro vescovo di nuova nomina, Antonio Staglianò, calabrese di Isola Capo Rizzuto, in carica esattamente per 14 anni, dal 19 marzo 2009 al 18 marzo 2023. Quindi, fino ai nostri giorni Salvatore Rumeo di Caltanissetta, anch’egli alla sua prima investitura.

Immediata la rinuncia all’eredità da parte della Firc, altrettanto rapida la scelta opposta, di accettazione, da parte della Chiesa Madre di Avola. Fulminea anche nell’estendere le proprie mani sull’intero lascito, appena apprende della rinuncia del co-erede.

Infatti è del 2002 l’autorizzazione episcopale ad accettare per intero l’eredità: in pochi mesi quindi la Firc rinuncia, la parrocchia prescelta dal triplice omicida accetta la sua metà e, appena apprende della scelta del co-beneficiario, decide di volere ricevere l’intero.

La documentazione degli archivi racconta di un’istanza del parroco del tempo il quale informa il vescovo della rinuncia da parte della Firc e caldeggia l’assenso diocesano perché la Chiesa Madre di Avola diventi erede unica di tutti i beni.

Malandrino, burocraticamente, accoglie l’istanza e autorizza il legale rappresentante della Parrocchia San Sebastiano – Chiesa Madre <<ad accettare, con beneficio d’inventario, l’eredità così come accresciuta per effetto della rinuncia del coerede Firc, al solo fine di utilizzare i beni a scopi sociali nella misura del 100%>>.

Insomma, è la parrocchia che preme per l’accettazione, il vescovo assente ma pone un limite, preciso e vincolante: utilizzare i beni a scopi sociali nella misura del cento per cento.

E invece, ancora oggi, 24 anni dopo, di questo utilizzo a scopi sociali non c’è traccia. Neanche per un solo euro dei quattro milioni circa di quella fortuna. Eppure quell’accettazione repentina e totale ha effetto immediato e i beni transitano tutti nella proprietà e nella disponibilità della chiesa che sta così tanto a cuore al pluriassassino devoto.

Come è potuto succedere?

Una risposta piena e chiara non c’è, essendo essa più che altro il frutto di una lunga sequenza di omissioni, infingimenti, distrazioni, diversivi, opacità, silenzi, in un percorso in cui l’unica certezza, oltre al dato oggettivo della palese violazione del vincolo posto dal vescovo Malandrino, è il diniego di trasparenza.

Bisogna dunque accontentarsi delle risposte che ciascuno liberamente possa cogliere nella ricostruzione storica degli eventi e, soprattutto, nell’operato della diocesi e della parrocchia, attraverso gli atti delle figure che nel tempo ne esercitano il potere decisionale.

Per quanto riguarda la diocesi, il vescovo Malandrino da quel momento rimane in carica cinque anni, un tempo più che sufficiente per rilevare l’inadempienza o l’omissione ma non risultano atti in questo senso. Quello di Crociata è un breve intermezzo, mentre la fase maggiormente probante è quella dei quattordici anni di Staglianò con il quale Rumeo, in carica dal 18 marzo 2023 (nominato il 22 dicembre 2022, s’insedia tre mesi dopo) pare operare in piena continuità relativamente al silenzio tombale calato sui quattro milioni di euro spariti.

Ovviamente è necessario ripercorrere la stessa linea lungo la vita, e gli atti, del soggetto che incassa l’eredità e che, fin dall’origine, ha l’obbligo di utilizzare i beni “a scopi sociali nella misura del 100%”.

Il soggetto è la parrocchia, che non è solo un luogo fisico, sociale e di culto, nonché spazio di grande partecipazione, ma è un ente giuridico dotato di diritti e doveri in capo al suo legale rappresentante, il sacerdote-parroco. A caldeggiare l’accettazione di quel lascito testamentario è infatti proprio il parroco, Giuseppe Di Rosa, in carica dal primo ottobre 1993 al 20 settembre 2016, quindi per 14 anni da quando, nel 2002, la parrocchia diventa proprietaria dei beni di Guastella. A lui, il 20 settembre 2016, succede Rosario Sultana, in carica per nove anni, fino al 31 agosto 2025 quando lascia il posto a Gianni Donzello.

Cosa fa dunque, la parrocchia, di quei beni, sotto le direttive, il controllo stretto e lo sguardo vigile della diocesi da cui dipende?

Nulla. Vende immobili e le macchine, comprese le Ferrari e le auto d’epoca, incassa i soldi e non risulta che un solo euro trovi la destinazione richiesta.

Tra i cespiti immobiliari – oltre alla casa in cui il testatore abitava fin quando ad Avola, ed altri locali adibiti alle sale da gioco – anche una villa di grande pregio, sul mare, in contrada Gallina.

Per qualche tempo la parrocchia ereditiera, per bocca del suo legale rappresentante Giuseppe Di Rosa, dice che vuole ospitarvi una casa-famiglia. L’intento accende anche le speranze dei familiari dei nipoti uccisi: infatti hanno diritto ad essere risarciti per il gravissimo danno subìto e due di loro, in giovane età, formulano la richiesta di un posto di lavoro. Le risposte sono rassicuranti, le parole e i sorrisi di solidarietà – sulle labbra di uomini di chiesa – più che suadenti: saranno i primi ad essere assunti nella Casa famiglia. Ma quell’intento dichiarato ben presto si rivela un bluff. L’idea della Casa famiglia, ammesso che mai sia stata veramente nella testa di qualcuno, svanisce: il capo della parrocchia che ha incassato l’eredità, il sacerdote Giuseppe Di Rosa, vende la villa, pare per una somma di ottocentomila euro.

Di Rosa era stato anche il prete celebrante i funerali in chiesa, ad Avola, dell’assassino suicida: una scelta singolare quella delle esequie religiose concesse dinanzi alla strage pianificata lucidamente dal defunto e al suicidio. Come vedremo più avanti, questa possibilità viene negata quattro anni dopo a Piergiorgio Welby, uomo di grandi virtù civili e morali che promosse sempre il bene e non fece mai male a nessuno.

Non sappiamo se prima di uccidere, e di morire, Giuseppe Guastella avesse informato la Chiesa Madre e il suo parroco Di Rosa delle sue volontà testamentarie. La scelta delle onoranze funebri rimane comunque un atto né naturale, né ordinario, soprattutto in quegli anni. E non sono noti i criteri, le valutazioni o i dubbi eventualmente presi in considerazione nella scelta di riguardo verso l’assassino-suicida proprio ‘benefattore’.

Tornando al lascito testamentario, da quando, autorizzata dal vescovo Malandrino (ma, con il vincolo, disatteso, che abbiamo visto) la parrocchia mette le mani sull’eredità milionaria, la sua interlocuzione, tramite i propri legali, con i parenti dei nipoti uccisi che hanno diritto ad essere risarciti a carico dell’eredità medesima, è tutta ispirata alla logica del maggior profitto e della minore considerazione per i congiunti delle vittime tra i quali figli in giovane età rimasti orfani di padre: liquidati con qualche decina di migliaia di euro appena, e traditi anche nell’aspettativa di un posto di lavoro, in conseguenza della scelta di vendere la villa sul mare anziché farne una struttura a fini sociali.

Probabilmente – al pari delle Ferrari e degli altri beni – alla vendita sarebbe destinato anche l’immobile di maggior valore, ma la Chiesa Madre, erede-proprietaria, non fa in tempo perché il Comune lo espropria per pubblica utilità in quanto ricadente nel tracciato di un’opera viaria in progettazione, l’ampliamento della circonvallazione.

Il Comune fa abbattere l’edificio, determina un’indennità ma ne consegue un contenzioso legale, in sede civile e amministrativa, nel quale i giudici accolgono le richieste della parrocchia, ricorrente in quanto erede del proprietario Guastella, e condannano l’ente pubblico a pagarle la somma di € 1.350.000,00.

In quel momento nel palazzo vescovile c’è Staglianò il quale chiede i soldi subito e in unica soluzione ma il Comune è fortemente indebitato, vicino al dissesto per un indebitamento di oltre cento milioni, e alla fine tra le due parti in guerra legale si conviene un pagamento dilazionato in dieci anni: proprio in questo periodo pare che il debito sia finalmente estinto o prossimo all’estinzione.

Per adempiere al provvedimento giurisdizionale di condanna, e destinare alla Chiesa quella somma ingente, il Comune di Avola è costretto ad aumentare l’imposizione fiscale. E così la comunità risulta doppiamente colpita, dal danno dei maggiori tributi dovuti, e dalla beffa che il gettito finisca nelle casse della parrocchia la quale disattende il vincolo di destinarne il ricavato alle opere sociali cui i cittadini-contribuenti, fedeli parrocchiani o meno che siano, avrebbero diritto.

Non vi è alcun dubbio infatti che anche questa cifra, di € 1.350.000,00, incassata in dieci anni, rientri nel lascito vincolato ad opere sociali, in quanto frutto dei diritti reali patrimoniali del de cuius transitati nell’eredità.

Ma – giova ribadirlo – non risulta alcuna opera, né utilizzazione per scopi sociali, di quei beni e del loro ricavato: che fine hanno fatto i soldi? Risposte zero.

Ovviamente ogni ente ha i suoi bilanci e i suoi conti, le sue poste attive e passive, i suoi crediti e i suoi debiti. Pretendere una documentazione da una parrocchia in cui il parroco agisca come padre-padrone, con piena immedesimazione personale nella sorte della ‘persona giuridica’ è sicuramente troppo, anche se, pur senza le rigide attestazioni formali che sarebbero necessarie, risposte chiare e convincenti, rendiconti visibili nei risultati ‘sociali’ perseguiti e conseguiti sarebbero doverosi.

Ma da una diocesi che – anche senza ricche eredità, per il solo flusso fisiologico di entrate e uscite – ha bilanci milionari e il cui organico prevede un ufficio contabile e figure come l’economo, ci si può e ci si deve attendere molto di più.

In proposito va detto che la Diocesi di Noto non pubblica i bilanci: “Così fan tutte”, tutte le diocesi, si potrebbe dire sulle note di Mozart il quale però, insieme a questo dramma giocoso immerso ne La scuola degli amanti, ha composto immortali capolavori sacri che ogni giorno risuonano nelle chiese di tutto il mondo. Il ‘mal comune’ a tante diocesi non può essere, a Noto, mezzo gaudio, perché anche la Chiesa, come ogni organismo che abbia una base di comunità a dargli voce e legittimazione, dovrebbe rendere conto pubblicamente del suo operato. E invece sul sito istituzionale si trova solo il rendiconto delle somme percepite dalla Cei, la Conferenza episcopale italiana, per l’anno 2024. Niente che somigli ad un bilancio, tanto meno ‘consolidato’, come è obbligo secondo la legge civile per ogni ente, piccolo o grande, e perfino per private associazioni che utilizzino fondi pubblici: figurarsi una diocesi!

 

La Chiesa Madre di Avola incamera tutto, vende anche una villa sul mare e la collezione di auto d’epoca tra cui le Ferrari. Ma delle opere sociali previste “nella misura del 100%” neanche l’ombra. La mappa del potere diocesano tra vescovi, parroci, vicari, economi, commissioni, uffici e organismi vari 

Nel 2009, quando a Noto arriva Staglianò, l’economato diocesano è retto da Sebastiano Caruso, figura storica nota per l’integrità e la precisione scrupolosa nell’esercizio delle mansioni. In quel momento c’è un attivo di due milioni di euro. Ma quello è anche il momento in cui il nuovo vescovo decide di voltare pagina, sostituendo Caruso con il giovanissimo sacerdote Gianni Donzello. Non sappiamo cosa possa non piacere al vescovo della condotta di un funzionario in abito talare di lunga esperienza capace di tenere i conti in ordine e in piena trasparenza di custodire un così cospicuo attivo nelle casse della Curia. Vero è che l’economo diocesano rimosso è un sacerdote anziano, allora 83nne, ma, come vedremo, con ogni probabilità non è questa la causa dell’avvicendamento.

Quando nel 2022 Staglianò lascia la diocesi, quell’attivo originario di due milioni, sotto la sua gestione e all’esito dei servizi dell’economo Donzello, è diventato un passivo di tre, con una perdita secca di cinque milioni.

Ma chi è Donzello e perché Staglianò lo sceglie, decidendo di rimuovere Caruso di cui sono acclarate le doti di onestà, rigore e competenza?

Non ci sono motivazioni agli atti, sicché si può solo osservare che il vescovo avrà avuto le sue ragioni.

E per tentare di dipanare i garbugli di questa vicenda dobbiamo ripercorrere il filo degli avvicendamenti lungo i vari livelli del  potere.

A quello più alto ci sono i vescovi. Un qualche rilievo ha certamente, ancorché secondario e subordinato, il concorso degli uffici diocesani in materia: in particolare l’ufficio per l’amministrazione e l’economato oggi diretto da Rosario Sultana (nominato il 29 giugno 2024 da Rumeo), mentre l’economo è Antonio Botterelli, fratello di un sacerdote, succeduto, con l’arrivo proprio di Rumeo, a quel Donzello, allora giovanissimo sacerdote, fortemente voluto da Staglianò per ragioni difficili da comprendere. Infine c’è il livello che riguarda l’ente parrocchiale percettore e proprietario dell’eredità: giuridicamente è il dominus ma la sua autorità è totalmente dipendente da quella vescovile, senza il cui consenso è difficile immaginare forme di autodeterminazione. E in questo ambito, dell’ente parrocchiale, nel periodo considerato, a parte lo stesso Donzello nel solo breve tratto più recente, troviamo i quasi tre lustri di Di Rosa e i quasi due dello stesso Sultana.

Infatti, tra la fase, che dura ben 14 anni dall’accettazione, in cui a capo c’è Di Rosa e quella, ancora breve e recente, di Donzello, si frappone l’incarico, duraturo, di Rosario Sultana, nove anni, dal 2016 al 2025.

Sultana è noto alle cronache anche per un processo penale che lo vede imputato di appropriazione indebita quando, dal 2002 al 2012, è parroco della Chiesa di Santa Caterina a Donnalucata, frazione di Scicli. Rinviato a giudizio dopo un’indagine sulla contabilità della parrocchia, il processo comincia a marzo 2015 quando Sultana è parroco della Chiesa del Carmine di Noto e direttore dell’ufficio comunicazione della Curia ma, dopo la prima udienza – nella quale uno dei testi d’accusa, un ufficiale della Guardia di Finanza, fornisce e spiega tutti gli elementi contabili e l’esito delle indagini esperite alla base dell’imputazione del Pm nei confronti del sacerdote, difeso da Giorgio Assenza (allora presidente dell’Ordine degli avvocati di Ragusa e deputato all’Assemblea regionale siciliana, carica ricoperta tuttora) – sulle cronache non c’è traccia del processo e delle sue conclusioni. Un silenzio che in effetti non lo premia perché Sultana all’esito del dibattimento viene assolto dal Tribunale di Ragusa con la formula “perchè il fatto non sussiste”: sentenza non impugnata e subito irrevocabile.

Attualmente Sultana è membro della Commissione per l’amministrazione dei beni e del patrimonio diocesano, nonché, come accennato, direttore dell’ufficio amministrativo ed anche vice rettore del Seminario vescovile.

L’ex parroco di Donnalucata per quasi un decennio quindi è a capo della Chiesa madre di Avola che ha in cassa l’eredità-Guastella, dopo i 14 anni di Di Rosa, sacerdote carismatico, 86 anni a novembre ma sempre attivo come vedremo più avanti.

A capo della parrocchia che detiene la cosiddetta ‘eredità insanguinata’, dal primo settembre 2025 c’è Gianni Donzello che abbiamo già incontrato perché, giovane sacerdote di fresca ordinazione, nel 2009 viene nominato economo dal neo vescovo Staglianò che gli affida così i conti della diocesi che in quel momento, sotto le cure del sacerdote Sebastiano Caruso, sono perfettamente in ordine e oltremodo floridi con due milioni d’attivo.

Il 29 settembre 2018 Donzello diventa anche parroco della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Ispica, ed oggi, oltre a guidare la Chiesa madre di Avola dal primo settembre ’25, presiede l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero ed è il vicario foraneo ad Avola.

Certo, non è a Donzello, in quanto parroco da nove mesi, che si possa chiedere conto, prioritariamente, dei soldi dell’eredità perché certamente più rilevanti sono le responsabilità delle due gestioni precedenti, i 14 anni di Di Rosa e i nove di Sultana, sempre tenendo ben presente che un parroco soggiace all’autorità del vescovo, sicché niente è possibile senza il suo consenso, soprattutto se su questioni così importanti e straordinarie. E qui le figure di riferimento sono soprattutto Malandrino per i primi cinque anni e, dopo la breve parentesi di Crociata, Staglianò nei successivi 14, mentre Rumeo, in oltre tre anni, certamente ha avuto tutto il tempo di comprendere quanto successo e, volendo, di porvi rimedio.

Ma il silenzio tombale continua e i soli atti del vescovo attuale sono: lo spostamento di Donzello da economo diocesano, che porta in dote la perdita di cinque milioni accumulata sotto il vescovo Staglianò, a parroco della Chiesa madre che ha in pancia i soldi dell’eredità-Guastella; nonché la nomina di Sultana, parroco ereditiere per nove anni, a capo dell’ufficio amministrativo per il quale passano soldi, conti, controlli e scelte di gestione. Insomma sembra che, al di là di nomi e di ruoli, scadenze e competenze, rimozioni e avvicendamenti, l’intero affaire ‘eredità insanguinata’ sia ben chiuso a chiave, blindato, in uno scrigno impenetrabile in cui, ora come allora, 24 anni dopo, le sole certezze sono l’inerzia, l’omissione, l’opacità omertosa che volge nel suo contrario l’impegno solenne del primo vescovo di destinare quel ‘ben di Dio’, addirittura “nella misura del 100%”, ad opere sociali. La totale violazione è palese e nessuno può metterla in dubbio: cosa diversa è trovare il colpevole, ma da chi predica il Vangelo (“la verità vi farà liberi”, Cfr Vangelo secondo Giovanni, capitolo 8, versetto 32) ci si attenderebbe ben altra prova che il silenzio, anche dinanzi alle domande poste da noi, ai fini di questo articolo, ai vertici della Diocesi e della Chiesa Madre.

Insomma, da parte del vescovo in carica da oltre tre anni una scelta di piena continuità, rispetto al silenzio, all’opacità degli atti e alla sostanziale violazione di quel vincolo originario, posto dal vescovo Malandrino, nell’utilizzo dei beni “a scopi sociali nella misura del 100%”. A Malandrino va riconosciuto il merito di avere messo per iscritto, nero su bianco, nel decreto di autorizzazione al parroco Di Rosa, il vincolo di accettare l’eredità “al solo fine di utilizzare i beni a scopi sociali nella misura del 100%”: da quel momento rimase in carica per cinque anni, un tempo sufficiente per rilevare la palese inadempienza. Ma a lui, deceduto il 3 agosto scorso all’età di 94 anni, oggi non possiamo più porre domande. E gli altri, cui non mancano vigore ed energie, non pare vogliano rispondere.

La sensazione che si ricava dalla lettura dei documenti è che a volere fortemente quell’eredità sia, subito alla notizia del testamento dell’omicida-suicida, il sacerdote Di Rosa, in quel momento a capo della parrocchia già da nove anni, da prima dell’arrivo a palazzo Trigona di Malandrino, nonché amico di questi che lo ha in ottima considerazione. Insomma il vescovo si fida del sacerdote, lo autorizza pur a fronte di tutte le remore possibili dinanzi all’eredità insanguinata, rassicurato dal vincolo posto sulla destinazione. Vincolo che mai, neanche per un attimo nei 24 anni trascorsi, risulta tenuto in conto da parroci, vescovi, amministratori e commissioni varie succedutesi nell’intero apparato diocesano.

Il sacerdote Giuseppe Di Rosa: forte personalità, attivista politico instancabile, dalla Rete di Leoluca Orlando a I Forconi: il suo ruolo di primo piano nella gestione dell’eredità, a capo, per 14 anni dal 2002, della parrocchia ereditiera

Giuseppe Di Rosa è un prete fuori dal comune. Ordinato sacerdote nel 1965, guida diverse comunità parrocchiali suscitando la forte percezione diffusa di grande attivismo politico e sociale. Forte dell’inclinazione che lo porta a studiare nell’Istituto cattolico di Parigi, con qualche corso alla Sorbona, fin dagli anni Settanta associa all’impegno pastorale uno sguardo politico sulla realtà, prendendo sovente posizione e talvolta schierandosi con la partecipazione, fisica e personale, a campagne e mobilitazioni di gruppi e movimenti soprattutto di nuova formazione.

Appena ordinato sacerdote, nel ’65 a 24 anni, è vicario parrocchiale nella Chiesa Santa Maria Maggiore di Ispica; cinque anni dopo è parroco del Cuore Immacolato di Maria a Rosolini; conseguita due anni dopo la Licenza in Teologia all’Università Pontificia Lateranense a Roma, nel ’78 è vicario parrocchiale a Notre Dame a Saint Mondé di Parigi; poi mansionario del Capitolo Cattedrale di Noto e sempre qui parroco a San Giovanni Battista. Nel 1984 migra a Pozzallo per guidare per quasi dieci anni la Chiesa Madre Madonna del Rosario e nel ’91 fonda e presiede la Scuola di formazione politica Giorgio La Pira. Quindi il primo ottobre 1993 diventa arciprete della parrocchia San Sebastiano Chiesa Madre di Avola dove otto anni dopo, con quel testamento di maggio 2001, comincia la nostra storia.

Nel decennio pozzallese si mette in evidenza per la matrice politica del suo impegno: in quel tempo, anni Ottanta e primi anni Novanta, lo si può vedere, a pranzo o a cena, magari in un ristorante sul mare, un giorno con il segretario del Pci e un altro con quello della Dc. E poi prendere parte attiva a campagne, mobilitazioni, proteste. Naturale ed ostentato come quello di un abituale attivista politico in nome dell’Antimafia il suo schierarsi con Leoluca Orlando al tempo della Primavera di Palermo e in seguito de La Rete.

Un po’ meno naturale, forse, anni dopo, la sua presenza, attiva e militante, esibita e scenografica, nella prima linea schierata, perfino nella piazza sulla quale si affaccia la sua Chiesa Madre ad Avola, del Movimento dei Forconi che impazza nel 2012 tra manifestazioni non sempre tranquille, blocchi stradali e derive di matrice fascio-leghista, anche al Nord dove il movimento si espande prima della sua crisi. Impossibile elencare tutte le stagioni, e le etichette, dell’impegno politico di questo sacerdote sempre in movimento anche dopo avere compiuto 85 anni.

E’ sua la paternità di una nuova recente scommessa politica, il Laboratorio politico nazionale ‘Progetto Sicilia Sviluppo’ . E’ lui a lanciarla l’8 agosto 2025 in un albergo di Caltanissetta nella veste di ideatore dell’iniziativa e moderatore dell’incontro che riunisce partite iva, organizzazioni datoriali e delle cooperative, associazioni di agricoltori e di pescatori. Alla fine un manifesto, ‘né di destra né di sinistra’, tra velleità autonomistiche e rivendicazione di miliardi sottratti allo Statuto siciliano, e un lungo elenco di firme in calce: la prima è la sua, leader in pectore.

Un impegno sicuramente non comune per un sacerdote, esercitato alla luce del sole, mostrato in pubblico e indossato come una medaglia, anche in relazione all’esperienza de I Forconi. Nel curriculum vitae et studiorum pubblicato dal sito della Chiesa Madre di Avola si legge: <<… Il suo ministero ha avuto orizzonti a 360°, con notevoli impegni fuori dal tempio, promuovendo impegni sociali, portando avanti la Pastorale del Lavoro sia nella zona industriale che agricola, con sondaggi a livello nazionale; è stato guida spirituale del Movimento dei Forconi. E’ stato contemporaneamente Direttore della Scuola diocesana di formazione Sociopolitica; con lungimiranza ha creato in collegamento con Parigi la Scuola di Mediazione al C.U.M.O di Noto… >>.

Ed anche nella vita interna degli affari della chiesa e di certe attività come l’assistenza ai disabili, Di Rosa si palesa ingegnoso e intraprendente, come quando promuove la costituzione di cooperative per la gestione di tale assistenza prima erogata dall’Amministrazione provinciale, in questo modo ridotta a mero soggetto finanziatore di tali cooperative guidate e controllate con mano ferma dal sacerdote, dominus di tali affari.

Chi lo conosce bene ricorda anche, in un periodo, le sue apprensioni per un’indagine giudiziaria riguardante il fratello ed avente ad oggetto il possesso di armi, rinvenute pare in un luogo che lo preoccupò particolarmente. E sa anche della sua villa sul mare, in cui abita, nello scenario di Calabernardo, il borgo marinaro netino di lunga storia, visitato, nel primo dei suoi viaggi a Noto, dal Re Ferdinando II di Borbone e dalla Regina Maria Teresa d’Austria nel 1838 come ricorda una lapide nella piazza Stella Maris.

Anche quello di abitare in una casa privata (e che casa!) è un’anomalia: ma qui il prete forse gode della fortuna di avere avuto per amico il costruttore di Avola Luigi Cassarisi, ormai defunto. Nelle diocesi c’è normalmente una ‘casa del clero’, a Noto ubicata nei pressi del presidio ospedaliero Trigona. Del resto l’agenzia Sir, Servizio informazione religiosa, tempo fa, il 4 giugno 2016, quando Di Rosa era ancora parroco della Chiesa Madre di Avola, mise in rilievo proprio l’appello di Rosario Sultana, in seguito suo successore e in quel momento parroco della Chiesa Madonna del Carmine di Noto nonché direttore della Pastorale diocesana giovanile: <<Noi abitiamo nella casa canonica, ma penso a tantissime parrocchie in cui il parroco abita in un’altra struttura. Tutti i parroci dovrebbero fare la scelta di abitare la casa canonica>>. Non sappiamo se Sultana in quel momento si rivolga a qualcuno in particolare. Caso vuole però che tre mesi dopo sia nominato a capo della parrocchia e prenda il posto proprio di Di Rosa il quale, secondo il sito ufficiale della Diocesi, ancora oggi, dieci anni dopo, risulta residente nella Chiesa Madre di Avola (l’indirizzo riportato è vico Buonarroti), ma in realtà abita da molti anni nella sua villa sul mare a Calabernardo, in territorio di Noto.

La personalità, originale ed eccentrica, di questo prete meritava un cenno particolare ma il problema del tradimento e della violazione del vincolo posto dal vescovo Malandrino riguarda anche il successore Sultana e inoltre chiama in causa i vescovi, su tutti Staglianò e Rumeo, oltre allo stesso Malandrino limitatamente ai primi cinque anni di questa storia.

Di Sultana abbiamo detto. Quando succede a Di Rosa è sotto processo, per l’appropriazione indebita che gli viene contestata nella gestione della parrocchia di Donnalucata dinanzi al Tribunale di Ragusa che lo assolve. E comunque, anche a guardare sommariamente il suo curriculum, non appare certo la figura che Staglianò scelga per porre fine alle inadempienze della Chiesa Madre di Avola rispetto alla destinazione della ricca eredità. Infatti, accade il contrario. Silenzio di tomba, come prima. E così anche adesso, nei nove mesi di guida della parrocchia, dal primo settembre scorso, da parte di Gianni Donzello, che abbiamo visto – allora giovane sacerdote fresco di ordinazione – nominato da Staglianò economo diocesano al posto di una figura esemplare – per onestà, competenza e risultati – come Sebastiano Caruso, oggi quasi centenario, festeggiato l’anno scorso per i settant’anni di sacerdozio.

Per quanto riguarda i presuli in servizio a Noto dal 2002 ad oggi, di Malandrino abbiamo detto: nominato da Giovanni Paolo II vescovo di Acireale e consacrato a Modica nel Duomo di San Giorgio il 26 gennaio 1980 dal cardinale Salvatore Pappalardo, dal 1998 al 2007 è a capo della Diocesi netina e assume anche la carica di vice presidente della Caritas. Come già ricordato, il 3 agosto scorso la morte, all’età di 94 anni.

L’episcopato di Crociata è troppo breve per venire in rilievo nella vicenda che ci occupa, mentre il periodo più lungo, e più probante, è quello di Staglianò, il vescovo-cantante.

Dei 24 anni complessivi al tempo dell’affaire-Guastella, per 14 a capo della Diocesi c’è Staglianò, il vescovo che canta l’omelia, suona la chitarra, scrive testi per Sanremo e ne propone uno a Fedez prima del matrimonio-evento, a Noto. Mai una parola, né un atto per le opere sociali dell’eredità insanguinata 

Antonio  Staglianò nasce a Isola Capo Rizzuto, comune di 19 mila abitanti della Calabria ionica, disteso ampiamente sul mare e confinante con Cutro, noto per la tragica ribalta della strage dei migranti la notte tra il 25 e 26 febbraio di tre anni fa: 94 morti di cui 35 bambini e oltre 150 dispersi.

Isola non è un’isola ma, Asylon, ovvero Asilo, città-asilo in cui nessuno può essere perseguitato. Fondata nel 900 d.C sotto l’imperatore romano d’oriente Leone VI per accogliere migliaia di perseguitati politici che giungono soprattutto da Oriente, perciò viene eretta in Diocesi vescovile che cresce notevolmente sul finire dell’XI secolo per la scoperta dell’icona della Madonna Greca e per il suo più famoso vescovo, San Luca il Grammatico, ma una discreta fama storica tocca anche ad Annibale Caracciolo nel XVI sec.

Isola una diocesi piccola ma importante, vissuta, con privilegio del rito greco nelle liturgie, oltre nove secoli, fino al 1818 quando viene accorpata a quella di Crotone.

Ed infatti a Crotone e nella sua diocesi si forma il sacerdote Staglianò il quale, nominato vescovo di Noto ad inizio del 2009, sceglie il nuovo palazzetto dello sport di Crotone, il PalaMilone (intitolato al lottatore greco del VI secolo a.C, fervente seguace e amico di Pitagora, forse anche suo genero) come luogo della sua consacrazione a vescovo.

A presiedere la cerimonia, dinanzi a spalti gremiti, il cardinale Camillo Ruini, fino a due anni prima potentissimo capo della Cei e vicario del Papa a Roma, noto per decenni di rude interferenza sulla politica italiana, con campagne a gamba tesa, come il boicottaggio del quorum nei referendum del 2005 sulla fecondazione assistita, o gli strali contro le unioni civili e il disegno di legge Dico del 2007. “Nel 2008 ho fatto cadere il governo-Prodi”, si vanta, intervistato dal giornalista Frédéric Martel, aggiungendo, in seguito: “Prodi era mio amico, è vero. Ma non sulle unioni civili! Abbiamo fermato questo progetto. Ho fatto cadere il suo governo! Ho fatto cadere Prodi! Le unioni civili: questo era il mio campo di battaglia”. Memorabili anche certe brusche prese di posizione come il diniego dei funerali in chiesa a Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare, ‘colpevole’ nel 2006 di invocare pietà contro l’accanimento terapeutico che clinicamente lo teneva in vita. Ruini, che oggi ha 95 anni, più di recente, il 3 novembre 2019, in un’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, invitava la Chiesa a dialogare con Matteo Salvini, difensore della cristianità (!).

Oggi Staglianò ha quasi 67 anni e da quattro presiede la Pontificia accademia di teologia, nominato da papa Francesco dopo un episcopato di 14 anni a Noto, in pratica finora il suo unico incarico a capo di una diocesi. Incarico che non passa inosservato perché al presule calabrese non dispiace attirare le luci della ribalta con la sua Pop theology, le omelie cantate sui testi di suoi autori o interpreti preferiti come Marco Mengoni, Noemi, Francesco Gabbani o Nek (concittadino del cardinal Ruini), le esibizioni con la chitarra, le interviste televisive come aspirante autore per il Festival di Sanremo, il rapporto con Fedez di cui un suo collaboratore annuncia il matrimonio nella cattedrale di Noto, mentre in effetti (errore o cambio di programma?) si terrà con rito civile, dopo polemiche e precisazioni. Succede ad aprile 2018 quando il vescovo con la chitarra è ospite del programma Tv La Vita in Diretta e il suo braccio destro per la comunicazione, soprattutto in chiave Pop theology, Antonio Cospito che cura il sito sull’attività dei due ‘artisti’ e musica i testi del prelato con la mitria, annuncia che questi ha composto una canzone, If i sing a song, che spera di consegnare personalmente al rapper il 31 agosto successivo durante il suo matrimonio con Chiara Ferragni nella cattedrale di Noto. E invece l’evento si svolgerà, in vari momenti, fra il 31 agosto e il primo settembre, e in diverse location, da palazzo Nicolaci alla Dimora delle Balze, ma non certo nella Cattedrale, religioso o civile che il rito fosse.

Comunicatore, pubblicista, vescovo giovanile e innovatore, Staglianò appare sempre a suo agio, sia quando indossi la talare color paonazzo, impugni il pastorale e porti cinta al collo la preziosa croce pettorale, sia quando suoni la chitarra o vesta alla moda con capi griffati che è solito esibire, precisando, all’occorrenza – cioè molto spesso –  come per scusarsi: “è un regalo”. Sia come sia, il suo marchio preferito è Vitale Barberis Canonico, industria biellese con quasi quattro secoli di storia, nella quale Canonico è solo cognome di famiglia e non specialità merceologica capace di facilitare il rito delle scuse dopo ogni complimento per tanto lusso così poco vescovile.

Legatissimo alla sua terra, tanto da mandare da Noto ad Isola Capo Rizzuto operai e maestranze che apprezzi per la resa della loro opera così da volerne beneficiare nei luoghi degli affetti e delle radici; intelligente, colto, risoluto, Staglianò, da vescovo, spesso dà l’impressione, a chi lo frequenti o l’incontri regolarmente, di essere a tratti un viveur; in ogni caso, nelle relazioni e nei sentimenti, ‘uomo di mondo’, non solo o non necessariamente nell’accezione della dicotomia manzoniana o del contrasto stridente tra mentalità mondana e autentica morale cristiana, ma nel senso della fisiologia esistenziale degli individui, prima e a prescindere da ogni abito che indossino.

Uomo di mondo, ma anche uomo di riti che sembrano giungere da un altro mondo e da altre ere storiche il prelato calabrese nei suoi anni a Noto, come quando, a ottobre del 2019, lo raggiunge in Cattedrale una «rappresentanza degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia» per la concelebrazione del suo 35° anniversario dell’ordinazione sacerdotale. Il sito degli ‘Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia’ definisce Staglianò «Vescovo di Noto, Priore per la Sicilia delle Milizie Cavalleresche Sabaude, Grande Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro», esalta l’evento «nella Basilica Cattedrale di San Nicolò in Noto, dichiarata “monumento nazionale” da S.M. il Re Vittorio Emanuele III» e, decantando i titoli dei presenti, cita, tra i concelebranti, «il Rev.di Cav. Uff. Mons. Angelo Giurdanella»: è il vicario generale della diocesi che tre anni dopo, il 29 luglio 2022, sarà nominato vescovo di Mazara del Vallo.

Tornando alla vicenda che ci interessa, nei quattordici anni di episcopato di Staglianò (nei primi sette con Di Rosa legale rappresentante dell’ente ricco ereditiere, negli altri sette con Sultana) non c’è alcuna traccia di rispetto di quel vincolo originario posto, come condizione per l’accettazione, dal vescovo Malandrino e, analogamente, non c’è tratta di richiamo a quell’impegno, né di qualsivoglia iniziativa o corrispondenza capace di rivelare che qualcuno non avesse dimenticato e serbasse almeno il teorico intento di farsene carico.

Anzi, abbiamo visto come in quei quattordici anni le casse diocesane passino da un attivo di due milioni ad un passivo di tre e come questo – casualmente o causalmente – sia il risultato della scelta operata da Staglianò al suo arrivo di rimuovere l’economo diocesano corretto e virtuoso e di sostituirlo con un giovane sacerdote alle prime armi e senza alcuna esperienza in materia. Certo, Caruso era ultraottantenne (il prossimo Natale festeggerà il centesimo compleanno) e prima o poi un avvicendamento sarebbe stato necessario ma i tempi e i modi di quella scelta, immediata e sbrigativa, a qualcuno sono sembrati atto di spoils system per imposizione personale più che per esigenze del servizio e, quali che ne fossero gli intenti, i risultati sono qui a stroncarlo: non solo e non tanto per il bilancio e le referenze del rimosso, quanto per la scelta del promosso.

L’affaire-eredità e la morale del potere nella Chiesa, pervasivo e sempre uguale a se stesso, tra lobbies (qualcuna basata sull’orientamento sessuale dei membri del clero), copertura degli abusi sui minori, omissioni e silenzi. E al vescovo attuale un appello: dopo 24 anni di violazioni, la Verità, per favore

Oggi a capo della Diocesi di Noto c’è Salvatore Rumeo, sessant’anni appena compiuti, nominato vescovo da papa Bergoglio, quand’era parroco nella sua città, Caltanissetta, il 22 dicembre 2022, consacrato e pertanto insediato il 18 marzo 2023.

In oltre tre anni di episcopato non si registra un solo atto, e neanche una parola, sull’eredità insanguinata e, soprattutto, su dove siano o che fine abbiano fatto le opere sociali alle quali, necessariamente, essa avrebbe dovuto essere destinata.

E’ giusto osservare che Rumeo da chi lo conosce venga descritto come persona affabile, disponibile, socievole e colloquiale oltre la mitria e il pastorale del suo status, tanto da liberare spesso senza filtri né fronzoli quella sana voglia di parlata genuina, scandita con inflessione dialettale, con cui talvolta abbatte le distanze con chi gli sia vicino, che si chiami “Francé! Sabbatò! Ignà! Luì! o con qualunque altro nome.

Il vescovo in carica, inoltre, è l’ultimo, non solo in ordine di tempo, dei possibili responsabili. Ma la sensazione che si ricava dal suo operato corrente è di pilatesca continuità con i 21 anni precedenti e ciò anche senza dare alcun rilievo alla nomina, quale parroco della Chiesa Madre che ha in cassa l’eredità milionaria, di quel Gianni Donzello prescelto da Staglianò al suo arrivo quale economo diocesano e via via cresciuto in carriera.

Tra le innovazioni visibili del vescovo attuale c’è la riesumazione del Capitolo dei Canonici della Cattedrale, il collegio di sacerdoti (canonici) istituito presso la Basilica Cattedrale di San Nicolò del quale, da mezzo secolo, dopo il Concilio Vaticano II, si erano perse le tracce o, quanto meno, ne era stato appannato e marginalizzato il ruolo organico, che era quello di organizzare e curare le solenni liturgie nella cattedrale e di svolgere funzioni di organo consultivo per il vescovo.  Un anno fa, il 19 febbraio 2025, Rumeo, all’elenco dormiente del passato aggiunge i nomi di quattro sacerdoti che rivela pubblicamente con una certa enfasi: Fortunato Di Noto, Rosario Sultana, Stefano Modica, Maurizio Novello. Nomi che in gran parte abbiamo incrociato nelle vicende oggetto di questo articolo e che in questo caso il capo della diocesi gratifica di un ulteriore riconoscimento, produttivo non solo di status e di percepito coinvolgimento nella rete del potere curiale ma anche di segni cui qualcuno pare sia molto sensibile, come la mozzetta nero-bardata, la mantellina corta (rossa per il papa e i cardinali, viola-paonazzo per i vescovi, nera per i sacerdoti) indossata dal clero sopra l’abito corale: di essa pare che qualche nuovo membro del Capitolo non riesca a fare a meno, dovunque possano esservi occhi a guardare; e forse anche dove non possano.

Tornando al dossier-eredità, la totale continuità di ogni atto, diocesano e parrocchiale, attesta una violazione granitica, reiterata per un quarto di secolo, di quell’impegno solenne – non morale, non solo morale, ma soprattutto giuridico – che avrebbe dovuto essere la virtù capitale della scelta, forse discutibile, di accettare l’eredità insanguinata: scelta che proprio in forza di quell’impegno vincolante acquistava una luce compatibile con i valori cristiani. E invece niente.

Non si tratta di dimenticanze, di ritardi o di piccole negligenze. C’è del metodo in questa volontà omissiva, ostinata e pervicace, che ininterrottamente per 24 anni si impone in maniera continua, sistematica, coerente.

Come già rilevato, mai una parola pubblica, e neanche un cenno in qualche lettera o documento a dare seguito, fosse anche solo per tentare di giustificare l’inadempienza, a quell’impegno che pure, almeno nella sfera dell’ordinamento interno della Chiesa – visto che esso è posto di pugno dal vescovo – ha la forza giuridica di una condizione risolutiva: la sua violazione ne rappresenta (dopo tanto tempo è evento irreversibile) la causa inficiante quell’accettazione, il vizio che ne travolge ogni efficacia e la condanna ex tunc alla nullità.

Per dovere di cronaca, nella nostra attenzione ad ogni cosa, anche secondaria, che possa aiutarci a capire, segnaliamo che tempo fa, durante l’episcopato di Staglianò, si diffuse la voce che l’eredità insanguinata sarebbe stata spesa in Africa. Premesso che ciò sarebbe in totale contrasto con l’autorizzazione vescovile alla Chiesa Madre di Avola, erede per volontà testamentaria da parte di un cittadino e di un fedele membro di quella città e di quella comunità ecclesiale, in quella voce c’è la carica tendenziosa e ambigua di fatti e vicende che nulla hanno a che fare con l’affaire-eredità Guastella.

Per motivi umanamente comprensibili, appena insediato, Staglianò si spende nelle attività per il gemellaggio, in atto dal 1988, della Diocesi di Noto con quella di Butembo Beni, in Congo, paese in cui dal 2014 c’è l’ospedale ‘Pino Staglianò’ intitolato al fratello del prelato, un carabiniere morto prematuramente per un malore l’8 ottobre 2009, all’età di 47 anni. L’Onlus omonima realizza la struttura che, insieme ad altre opere, assume un suo rilievo nell’ambito del gemellaggio tra le due diocesi di ben più antica data e totalmente estraneo ad ogni elemento, per tutte le attività che vede realizzarsi e per le iniziative assunte, dell’eredità-Guastella.

Non c’è traccia documentale di questa sua destinazione in opere per l’Africa – o, specificamente, per la Diocesi gemellata – in alcuna parola, scritto o atto né del vescovo Staglianò, né di altri a nome della Curia netina o della parrocchia ereditiera. Ma siccome la voce in un certo periodo diventa insistente, è giusto darne conto anche per avvertire della sua totale inidoneità ad approntare cause di giustificazione, totalmente insussistenti, alla ferita – ancora sanguinante come le quattro vittime della mattanza – del tradimento di quella volontà episcopale messa nero su bianco da Malandrino.

Dunque la violazione è totale ed ogni spiegazione, motivazione o scusante totalmente assenti: anche in forma di risposte alle nostre domande poste preventivamente alla Diocesi e alla Chiesa Madre di Avola, risposte che finora non sono giunte.

Il silenzio, talvolta omertoso, è il collante che unisce interessi e dinamiche, scambi e protezioni. I nostri lettori – che abbiano prestato attenzione a InGiustizia Vaticana, l’inchiesta giornalistica in sette puntate pubblicata tra ottobre e novembre 2023 (qui gli articoli in serie: prima puntata, seconda, terza, quarta, intervento del Papa, quinta, sesta, settima) e al successivo articolo, il 29 dicembre 2025, sul decennale a Palermo di Corrado Lorefice (Le menzogne dell’Arcivescovo, leggibile qui) – possono cogliere per intero il significato. In quel caso uno dei temi di fondo era il peso, nel governo interno della Santa Sede, di lobbies cementate dalla comunanza di tendenze di orientamento sessuale di membri del clero, e alimentate dallo scambio e dal mutuo soccorso corruttivo in dispregio della trasparenza delle decisioni, con tante deprecabili conseguenze come la copertura degli abusi sessuali. Fenomeno cui neanche la Diocesi di Noto è estranea come precise vicende, si spera solo del passato, che hanno avuto come vittime minori particolarmente fragili, dimostrano.

Spesso è questa – l’irretimento condizionante nelle decisioni da prendere – la ratio di certe nomine, altrimenti senza spiegazione per totale controindicazione nel nesso logico tra scelte compiute e risultati conseguenti.

Lungo i nomi, i ruoli e le posizioni occupate in un tourbillon votato e vocato alla conservazione immobile si collocano, se non tutte, molte delle nomine che abbiamo incrociato ripercorrendo il filo della matassa che abbiamo cercato di liberare dai grovigli. E ciò vale per i vertici della Diocesi e per la parrocchia protagonista del caso in questione, dei suoi parroci nel tempo e dei posti ricoperti in un susseguirsi quasi mai casuale: che sia l’economato diocesano o una Chiesa Madre o il Rettorato del Seminario vescovile cui oggi è a capo il sacerdote Antonio Stefano Modica con Rosario Sultana suo vice, e che ha tra i predecessori Luigi Vizzini, per volere di Staglianò subentrato a Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo dal 2015, quando negli anni precedenti – tutti incidenti nella nostra storia – era vicario episcopale per il clero e prima ancora vice rettore ed economo del Seminario vescovile. E tra le varie investiture ripercorse anche quella dell’attuale arciprete Gianni Donzello che, dopo tanti giri istruttivi, ci porta nel … luogo dell’eredità, la Chiesa Madre di Avola. L’eredità insanguinata e mai ripulita, con quelle opere sociali ch’erano la sola ratio della scelta di accettazione, altrimenti scellerata.

Ma forse, tra uomini di chiesa si diceva, e si scriveva, una cosa e nello stesso momento se ne nutriva in serbo un’altra.

Ventiquattro anni dopo, la Verità, per favore!