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La generazione invisibile e l’algoritmo della rabbia

Gli ultimi fatti di Milano aprono una grande frattura del tessuto sociale delle nostre città, ponendo grandi e drammatiche riflessioni per un nebuloso futuro.

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“People try to put us down, just because we get around” (“La gente cerca di sminuirci, solo perché andiamo in giro”- che poi, popolarmente si traduce: “perché ci diamo da fare o facciamo esperienze”). Quando nel 1965 gli Who cantavano la notissima canzone, poi hit mondiale, My Generation, la protesta giovanile aveva decisamente il ritmo del rock’n’roll e si muoveva sulle frequenze delle primissime radio pirata mondiali. Pochi anni dopo, arrivò il ’68: la contestazione studentesca si fece globale e gli scontri con le forze dell’ordine in ogni paese del mondo, divennero vera e propria guerriglia in piazza. Ma in quell’epoca, le motivazioni erano radicalmente diverse, granitiche, storicamente supportate e strutturate attorno ad ideologie certe e visioni del mondo condivise ma milioni di giovani. C’era un progetto di futuro, per quanto utopico o radicale.

Successivamente, il passaggio agli anni Settanta esasperò quella tensione. Entrarono in gioco l’ideologia di massa, il mito della rivoluzione cubana guidata da Fidel Castro e le teorie filosofiche di Herbert Marcuse, che rilette in chiave radicale, finirono inevitabilmente per inneggiare alla lotta armata, entrando profondamente nella mente degli attivisti più estremi a sinistra. Fu così che l’Italia scivolò nella tragicomica e violenta stagione del terrorismo e degli “Anni di Piombo” – divisa tra il terrore rosso e nero –, dove la violenza di piazza si trasformò in una strategia geometrica e ideologizzata.

Ma gli anni Settanta non furono solo piombo. Furono anche la stagione delle grandi conquiste sociali, delle rivendicazioni sindacali e delle oceaniche lotte operaie, regolate dal contestatissimo meccanismo della scala mobile e guidate dalle grandi mobilitazioni dei partiti della sinistra in un costante braccio di ferro con i governi che, da politici, iniziavano a farsi sempre più tecnici. Fu un’epoca di duri contrasti e conquiste sociali: l’aborto, emancipazione femminile, la distruttiva riforma della scuola a metà del decennio, la crisi petrolifera con la terribile “austerity” che piombò su imprese e famiglie, costringendo tutti a belle passeggiate domenicali a causa delle targhe alternate; le crisi industriali repentine e violente e l’avvento della cassa integrazione selvaggia per tutti. Poi, l’improvvisa accelerazione della storia con la Perestroika, la caduta del Muro di Berlino e il successivo crollo dell’URSS che sancirono la fine dei blocchi contrapposti, aprendo la strada a una prima pace e calma piatta che ha traghettato il Paese fino alla fine del millennio. La crisi economica però non ci ha mai abbandonato, con debito pubblico che lievitava come una pagnotta senza limiti di spazio e tempo.

Il nuovo millennio: la globalizzazione del nulla

In questo scenario, Internet e i social media sono diventati l’emblema di un mondo iper-tecnologico ma emotivamente desertificato. Al di sopra di ogni dinamica economica, è rimasto a galla un immane disagio giovanile, sempre più caotico, liquido e intenso. Un mondo pervaso dal nullismo e fondato sull’anti-regola sociale come unico dogma. Non ci sono più i testi di Marcuse o i manifesti politici: oggi i parametri di imposizione statale e sociale si rifiutano non più attraverso slogan e lotte politico-ideologiche, ma attraverso l’uso delle droghe e alcol, unica cultura dello “sballo fisico-mentale” con la ricerca del collasso chimico ad ogni costo, inteso come auto-annullamento del singolo. È la fine di un’era basata sulla centralità e sull’identità del singolo essere umano, adesso andiamo sempre più verso l’esistenza di masse informi di esseri tutti codificati e tutti compressi e globalizzati.

A cambiare definitivamente le sorti dell’uomo è arrivata l’intelligenza artificiale (AI). In un ribaltamento antropologico senza precedenti, l’essere umano ha oggi addirittura paura della realtà transumanista da lui stesso creata, temendo che quel futuro distopico dei Terminator cinematografici di Schwarzenegger possa trasformarsi in una concreta, imminente realtà quotidiana.

La scissione della piazza milanese: ideologia contro frustrazione

È in questa precisa cornice di desertificazione morale, culturale e spirituale che vanno letti gli scontri scoppiati a Milano a metà ottobre 2026. Liquidare la violenza esplosa durante la manifestazione “Italia In Piazza” come semplice teppismo, significa non capirne la portata epocale o volerne evitare di focalizzarne i contenuti. Gli analisti e i sociologi concordano su una scissione fondamentale: a Milano si sono incrociate due piazze totalmente diverse.
Da un lato c’era la mobilitazione politica tradizionale, legittima e pacifica, nata per protestare contro il carovita, l’emergenza abitativa e l’erosione del potere d’acquisto. Dall’altro lato, in totale simbiosi logistica ma con presupposti opposti, si è inserita una “contro-narrazione violenta”, formata da gruppi di giovanissimi che hanno utilizzato la cornice del corteo come un palcoscenico per il caos. Per questi ultimi non c’erano bandiere di parti, ideologie o slogan strutturati. La miccia non è stata una certezza teorica o una ideologia studiata o tramandata, ma un’immensa rabbia liquida interiore, che ha trovato nei danneggiamenti e nei saccheggi una forma espressiva immediata e nichilista.

Identikit di una marea minorenne invisibile

A colpire gli inquirenti è stata soprattutto l’età dei protagonisti: una marea di giovanissimi, moltissimi dei quali minorenni, se non addirittura preadolescenti di 11 e 12 anni. È la generazione cresciuta nel vuoto pneumatico degli anni Venti, ragazzi che spesso provengono dalle periferie geografiche ed esistenziali della città. Tra le fila dei manifestanti più accesi si registra una forte presenza di seconde e terze generazioni di origine straniera, prodotte anche da quei flussi migratori epocali, ma anche di italiani uniti dallo stesso destino: la povertà educativa, la marginalità sistematica e la percezione di un futuro sbarrato. “Veniamo in centro a far casino, solo per far capire a chi sta lassù cosa proviamo noi», spiegano gli “insorti” agli analisti che studiano i loro comportamenti in rete. In questa confessione si nasconde il nucleo del problema: la distruzione diventa l’unico linguaggio disponibile per chi si sente trasparente. Il sasso lanciato contro la vetrina del centro diventa l’urlo di chi abita in un quartiere-dormitorio privato di servizi e di ogni senso di vita reale.

TikTok e l’algoritmo della mobilitazione istantanea

Se le motivazioni affondano le radici nel nichilismo cosmico e nel disagio sociale, la logistica appartiene interamente all’era digitale. Le piazze del Novecento si costruivano in settimane di militanza, collettivi e assemblee; la rivolta di Milano è nata in poche ore grazie alla viralità e alla potenza di TikTok e ai video-appelli che viaggiano in rete.
L’algoritmo della piattaforma funziona creando bolle di interesse iper-mirate. Esattamente come fa per invogliare l’acquisto di un vestito, un paio di scarpe, un’automobile o un gioco on line. Quando un video di sfida o un appello alla mobilitazione raccoglie migliaia d’ interazioni, il sistema lo spinge in modo esponenziale sugli schermi di quegli utilizzatori, in questo caso il target di chi condivide lo stesso isolamento geografico e sociale tipico da hinterland. Centinaia e centinaia di ragazzi si sono trovati in Piazza Duomo fuori dai canali organizzativi tradizionali, uniti solo dal fatto di aver visualizzato lo stesso feed che li spingeva in quella location e direzione.
C’è poi una l’aspetto più assurdo, la dimensione puramente performativa e spettacolarizzata. Gli scontri vengono vissuti, documentati e trasmessi in diretta streaming (Live) e tremendamente condivisi. Lo smartphone diventa una vera e propria arma di diffusione ed amplificazione: si partecipa così alla rivolta per trasformarla immediatamente in un contenuto online, accumulando visualizzazioni e “hype”. La violenza in tal modo si esteticizza, diventa un trend irrinunciabile da replicare, un modo per guadagnare uno ” status sociale virtuale” nell’unica dimensione che questi ragazzi considerano reale: “i video contenuti”.

L’importazione del modello banlieue

Per anni l’Italia si è cullata nell’illusione di essere immune dai riot urbani che periodicamente infiammano le periferie parigine o i quartieri svantaggiati di Londra. Gli scontri di Milano dimostrano che quella distanza, di colpo, si è azzerata. Per la prima volta, si è assistito a dinamiche di guerriglia urbana totalmente slegate dai vecchi schemi ideologici novecenteschi.

L’effetto emulazione, alimentato dai video delle rivolte estere che circolano costantemente sui social, ha fornito a questi ragazzi un “kit estetico e operativo” già pronto: stessi look, stessi linguaggi, stesse modalità di ingaggio istantaneo con le forze dell’ordine. Si tocca l’assurdo realmente con la pubblicazione via social del “vademecum on line del perfetto ribelle spacca tutto”, con tanto di descrizione del “kit d’attacco” da predisporre ed utilizzare per lo scontro con le forze dell’ordine.

Oltre l’ordine pubblico: la diagnosi strutturale e i rimedi governativi

I fatti avvenuti a Milano sono di una gravità eccezionale e impongono al Governo l’adozione di rimedi immediati, non più procrastinabili. Sul piano della gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale, l’utilizzo immediato della forza – con l’ipotesi di un invio mirato dei reparti della Brigata Paracadutisti “Folgore” nel controllo del territorio metropolitano – appare come una misura d’urgenza necessaria per attutire l’impatto di nuove ondate e riparare le città da eventuali colpi futuri. Tuttavia, l’intervento securitario rappresenta solo lo scudo d’emergenza: per disinnescare la minaccia, è indispensabile studiare gli avvenimenti, analizzarli e posizionarli nel giusto alveo sociologico e strutturale.
Dietro il teppismo becero, le devastazioni e una violenza intesa al saccheggio che ricorda le scorrerie degli unni, si nascono problematiche sociali immense e radicate. Il vero laboratorio della rivolta è l’hinterland milanese, insieme alla povertà strutturale di diversi sobborghi delle grandi città metropolitane. In queste realtà marginalizzate, la scuola intesa come presidio educativo reale e la cultura di base, sembrano ormai chimere inarrivabili, lasciando un vuoto istituzionale davvero drammatico. È in questa terra di nessuno che la malavita locale trova con estrema facilità i suoi nuovi soldati. Nei quartieri-dormitorio, l’idea del ricco maledetto da odiare e colpire rimane alla base della quotidianità, alimentata dal risentimento di chi si percepisce condannato: la convinzione che il povero, nato in contesti svantaggiati, abbia solo il dovere di subire e il diritto di non lamentarsi. Questo mix di esclusione economica, isolamento culturale e frustrazione generazionale agisce come un vero e proprio esplosivo alla nitroglicerina. Quando la pressione sociale supera il livello di guardia, la miscela esplode inevitabilmente, lasciando spazio solo alle cattiverie nascoste e ad istinti interiori brutali, repressi da anni ed improvvisamente liberati dalla spinta dei social media.

Un Paese che ha la voglia e il diritto di sentirsi evoluto, ha il dovere imprescindibile di analizzare seriamente tali problematiche sociali, sviscerandone il vero nucleo e definendone con precisione i dettagli ed i contorni. Uno Stato che vuole definirsi “Stato di diritto” non può e non deve nascondersi dietro le ingiustizie e le diversità sociali, a prescindere dal colore politico di cui è intrisa la coalizione che governa. Esiste un sacrosanto dovere costituzionale: garantire l’uguaglianza ad ogni cittadino e difenderne la sopravvivenza, assicurando i parametri minimi di moralità, civile convivenza, lavoro e dignità sociale. I membri del Parlamento, eletti democraticamente, hanno il mandato etico e legislativo di promuovere e promulgare leggi e iniziative atte proprio a garantire questi principi cardine, difendendo l’integrità delle famiglie e la dignità dei singoli cittadini.

È ovvio che, in un patto sociale bilaterale, anche questi ultimi, hanno il dovere di difendere la Patria e di contribuire economicamente e moralmente al mantenimento dello Stato e dei suoi organismi. Questo contributo, tuttavia, deve avvenire nelle giuste proporzioni e non attraverso la vessazione di una pressione fiscale che ha ormai raggiunto limiti indegni e insopportabili per il tessuto produttivo e familiare. Di contro, chi si intesta il ruolo di rappresentare una comunità ad ogni livello politico nelle varie sedi istituzionali, deve impegnarsi ed ingegnarsi, compiendo appieno il proprio dovere, nel trovare soluzioni concrete per risolvere le conflittualità sociali che oggi stanno drammaticamente emergendo

Per farlo, l’azione politica deve ripartire dalle fondamenta dell’ordinamento civile: il ruolo della programmazione pedagogica e dell’educazione. Diventa un imperativo categorico ripensare il tessuto scolastico interessato ad ogni livello, fin dalle scuole elementari. È lì, tra i banchi della scuola primaria, che si strutturano i codici civici, la capacità di decodificare la realtà e gli anticorpi contro l’alienazione digitale. Se le elementari e i successivi cicli scolastici non tornano a essere centri attivi di inclusione e di emancipazione culturale, capaci di colmare i divari di partenza, i quartieri periferici rimarranno fabbriche di marginalità e polveriere senza controllo.

Quando lo Stato abdica a questa funzione primaria, l’allarme inizia a viaggiare via social e, di base, il segnale di rivolta evoca il messaggio “Masaniellu è crisciuto, Masaniellu è turnato”, come cantava il grande Pino Daniele. Quell’evocazione non è solo immensa cultura musicale e/o folklore digitale, ma il sintomo profondo di una fiammata populista e nichilista che rischia di agganciarsi al disagio reale delle periferie abbandonate. La riflessione deve farsi immediata e universale per tutti e subito. Non c’è più tempo per scendere da questa giostra, né spazio per rimandare la difesa stessa dell’esistenza sociale ed economica del Paese.

Conclusioni: cosa c’è dietro l’angolo

Dietro l’angolo di questa modernità iper-connessa non si nasconde semplicemente il rischio di nuovi disordini di piazza, ma una mutazione antropologica irreversibile. Se le istituzioni continueranno ad ignorare i segnali di fumo che si levano dai feed di TikTok e dai sobborghi dell’hinterland metropolitane, il futuro prossimo ci riserverà una radicalizzazione ancora più fluida, imprevedibile e ingovernabile. Il rischio reale è la cronicizzazione di una società a due velocità: da una parte, una cittadinanza inclusa, protetta e integrata nei processi tecnologici avanzati del progresso e dell’intelligenza artificiale; dall’altra, una massa di giovani espulsi dalle dinamiche produttive, privati di una scuola elementare e media in grado di emanciparli e che utilizzano internet ed AI, per evitare d’esser confinati in ghetti digitali e fisici, da dove l’unica grammatica visibile, spendibile ed utilizzabile per uscirne fuori, rimane la violenta lotta sociale con l’appropriazione indebita di ogni cosa possibile (non economicamente acquistabile) e distruzione fisica di ogni cosa aliena al proprio e confinato “mondo dei poveri”.
L’orizzonte che si profila non è più quello delle vecchie rivendicazioni ideologiche del Novecento, ma quello di un feudalesimo tecnologico, dove le tensioni sociali esplodono non per costruire un mondo nuovo, ma per fare terra bruciata del presente. Se la politica non ritroverà il coraggio della pianificazione a lungo termine, se lo Stato non inizierà a saper leggere il tormento sociale e soprattutto “a saper ascoltare” il lamento del disagio; se lo Stato insomma, tornerà a farsi sentire prima con i libri e i maestri e solo dopo, nei casi estremi, con lo scudo dell’ordine pubblico, le piazze metropolitane diventeranno costantemente i teatri stabili di una guerriglia permanente, dove prima o poi accadranno drammi veri e propri. Dietro l’angolo non c’è una tregua, ma una scelta drammatica: o la ricostruzione del patto sociale a partire dai banchi di scuola fin dalla più tenera età, o il definitivo declino dell’identità umana sacrificata sull’altare del nullismo e della rabbia algoritmica e sistematica. La giostra continua a girare, ma i posti a disposizione rimasti per salvare il futuro stanno drammaticamente per finire. È ora di iniziare a salvare il salvabile e bisogna farlo “ieri” e non domani.