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Il giallo dei ‘Bronzi di Brucoli’ e la scioccante carica di verità dei disegni di Jano Fanciullo. Anselmo Madeddu: “sono del ’71, quando dei Bronzi non si sapeva niente e mostrano tre statue, così come l’artista le vide al Trotilon”

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Nei giorni scorsi sono stati ritrovati, all’interno di un quaderno di appunti del pittore siracusano Jano Fanciullo, due disegni che rappresentano, senza ombra di dubbio, un gruppo scultoreo composto da tre statue di guerrieri: i due posti all’estremità sono armati di scudi e lance, mentre quello posto al centro dell’immagine è disarmato.

La notizia viene da Tony Fanciullo, il figlio del pittore, che racconta anche dell’amicizia del padre con il proprietario del ristorante “Trotilon” di Brucoli e di quando, nel 1971, quest’ultimo rimase stupito dalle statue che il suo amico nascondeva all’interno della sua attività di ristorazione.
Con la scoperta dei disegni del pittore Jano Fanciullo, artista ed operatore culturale della Siracusa degli anni Cinquanta, si aggiunge un ulteriore tassello a favore dell’ipotesi siracusana dei Bronzi di Riace.

 

I suoi disegni sembrano copiati dalla rappresentazione iconografica delle statue contenuta negli scritti del professore Anselmo Madeddu, il “padre” dell’ipotesi siracusana dei Bronzi di Riace. Ma questi disegni furono realizzati più di 50 anni prima. Come si spiega questo fatto? Lo chiediamo direttamente al prof. Madeddu.

<<Inizialmente quando lessi questa testimonianza – racconta – contattai Tony Fanciullo, anche lui come il padre è un artista, ma lo avevo fatto con disinvoltura, con leggerezza. Non perché non ci credessi, per carità, ma nel senso che ormai ci sono diverse testimonianze, una ventina di testimoni, che ci parlano della presenza di quelle statue: c’è chi le ha viste, chi ne ha parlato con Bertoni, chi lo ha avuto confidato dagli alunni delle scuole, dai figli di pescatori di Brucoli. Ci sono tantissime testimonianze e questa mi sembrava una che si andava ad aggiungere alle venti esistenti. Poi, quando Tony Fanciullo mi fece vedere quel bozzetto, devo dire che ho avuto i brividi per due motivi sostanzialmente: il primo è perché questa immagine in realtà nella tradizione iconografica della rappresentazione dei bronzi entra in scena dai miei libri, come giustamente ha scritto lei, dal Renuto che venne pubblicato nel 2015, poi a seguire tutte le altre pubblicazioni e dal libro, l’ultimo, “Il mistero dei guerrieri di Riace” e adesso ce ne sarà un altro, faccio una breve anticipazione, a giugno esce un nuovo libro. Ritornando al tema, dico questa rappresentazione dal 2015 in poi, neanche si sapeva, sì c’erano delle relazioni sul terzo bronzo, ma sono delle cose che nascono in tempi più recenti. Si inizia a parlare di terzo bronzo quando il professore Bragò nel 2018 pubblica il suo libro ”Faccia di bronzo”, ma stiamo parlando di decenni e decenni dopo, quindi nessuno in quell’epoca sapeva che si trattasse di tre bronzi. Fatta eccezione per le cronache locali calabresi che, nel 1972 riportarono qualcosa, c’era un semplice sospetto che i bronzi fossero tre, ma poi è tutto finito lì. Quindi è molto strana questa rappresentazione di Jano Fanciullo, poi per altro fatta esattamente nello stesso modo della ricostruzione che abbiamo fatto, con i due guerrieri a destra e a sinistra, con una funzione quasi di scorta, di sentinella nel riguardo del re comandante e al centro quest’ultimo. Quindi già questa raffigurazione iconografica che è tardiva, nasce dopo mentre lui la disegna nel ’71. Immagino che solo uno che abbia visto le statue in quell’epoca poteva farlo. Aggiungo che negli anni 70 di fatto i bronzi di Riace è come se non fossero esistiti agli occhi del mondo, perché quando furono scoperti nel 72, ho fatto tutta una ricerca e ho visto che non se ne occupò nessuno, uscirono due trafiletti: uno sulla Gazzetta del Sud cronaca di Messina e cronaca di Reggio Calabria e l’altro sul Corriere di Calabria, ma due trafiletti appena. Oggi, una notizia del genere avrebbe ottenuto addirittura l’apertura di un telegiornale nazionale, ma con la sensibilità di quell’epoca, parliamo degli inizi degli anni 70, vennero fuori appena due trafiletti. Quindi fu una notizia molto limitata, nessuno di noi se ne accorse, perché non uscì fuori da Reggio Calabria. Quando il mondo si accorge dei bronzi? Quando dopo un lungo restauro durato per tutti gli anni 70, per la maggior parte dei quali trascorsi a Firenze nel laboratorio di restauro di Firenze, questi bronzi finalmente restaurati per la prima volta vengono esposti in una iniziativa di livello mondiale che viene fatta a Firenze per sei mesi nel 1981, da gennaio fino a giugno. Poi dopo vengono portati per 12 giorni ed esposti al Quirinale, per volontà del Presidente Pertini ed infine vengono riportati a Reggio Calabria. E’ lì che c’è l’impatto mediatico, c’è il mondo intero che si accorge di queste due bellissime statue, negli anni ’70 nemmeno ne parlava. Quindi che questa persona nel 1971, in un bozzetto disegna queste tre statue – sappiamo che lui aveva raccontato di averle viste – e le disegna in quella maniera è qualcosa di molto sorprendente. Ma c’è un particolare che mi ha veramente colpito ed è quello che veramente mi ha fatto venire i brividi. Nella raffigurazione lui ha rappresentato i due guerrieri a destra e a sinistra con lancia e scudo, mentre il guerriero al centro è privo di lancia e di scudo, a parte la testa allungata che è un altro particolare interessante. Questo particolare della mancanza della lancia e dello scudo è di estremo interesse. Perché? Perché oggi, ma soltanto oggi, in tempi più recenti, facendo ricerche di archeometria, ci si è resi conto attraverso dei grumi di piombo che ci sono nel palmo della mano, sia a destra che a sinistra, che in quell’epoca quando il bronzo B dovette essere recuperato dal mare per la prima volta, quindi supponiamo a Brucoli per intenderci, si dovette presentare senza lancia e senza elmo, la lancia si dovette spezzare. Il motivo è molto semplice: le lance degli altri due guerrieri sono allineate lungo il fianco, quindi in una caduta durante il naufragio, l’affondamento e quindi nella loro deposizione sul fondale marino, la lancia era solidale, parallela al corpo e quindi adagiandosi o sul dorso o sul petto, è chiaro che la lancia non subiva nessuna pressione. Cosa ben diversa nel bronzo B, dove la lancia proprio per la posizione che aveva assunto, l’atteggiamento di chi la sta deponendo, era obliqua e non parallela all’asse del corpo, quindi metà fuoriusciva dalla spalla dietro e metà invece era proiettata in avanti, nell’atteggiamento di chi sta proiettando il braccio e la mano in avanti per deporla. E’ chiaro che in questa posizione la lancia, una volta che il corpo si adagia in qualsiasi posizione o supino o prono, diventava la parte che faceva ostacolo e quindi si è spezzata. Ma a questo ci siamo arrivati oggi, con le deduzioni legate ai particolari del restauro. Stesso discorso per lo scudo, perché si è visto durante il restauro che la staffa dello scudo, del porpax, che sarebbe il bracciale dello scudo, è flessa verso l’interno e quindi si è capito che quando dovette affondare, si verificò una sorta di movimento basculante che dovette staccare lo scudo. Quindi quando fu recuperato questa staffa era l’unica delle tre che era senza lancia e senza scudo, ma questo lo sappiamo oggi, è impossibile da pensare prima, perché o l’hai vista una scena del genere o non ci puoi mai arrivare. E’ difficile poter immaginare una cosa del genere, quindi questo dettaglio ancora di più della raffigurazione a tre mi ha veramente colpito. E’ evidente che quest’artista, Iano Fanciullo, non l’ha soltanto raccontato, proprio lo ha visto e questo è il dato più interessante>>.
– Si parla della possibilità che esistano ancora dei negativi di alcune foto che ritraggono i Bronzi a Brucoli. Ritrovarli consentirebbe di ottenere la prova provata del loro ritrovamento a Brucoli?
<<I negativi delle fotografie sicuramente esistono, perché le testimonianze della circolazione di queste fotografie a casa Bertoni sono tante, quindi non è soltanto il figlio Mimmo che lo raccontò. Lui fu uno dei primi a parlare, ma dopo di lui diversi altri testimoni, alcuni si conoscono con Mimmo, altri no, hanno raccontato di queste fotografie. Per esempio c’è un testimone, un signore di 85 anni, del quale nelle interviste sono state riporte solo le iniziali,
che ha raccontato come negli anni 70 frequentava il locale Trotilon di Bertoni a Brucoli con la moglie e lì c’era esposta la fotografia di un grande bronzo ancora pieno di concrezioni che oggi, col senno di poi, dice perfettamente somigliante al bronzo A di Riace, o comunque a un bronzo che ci somigliasse in maniera straordinaria. Era esposta, lui racconta, quando si entrava al vecchio Trotilon nella parete di sinistra, che era la parete tappezzata di pannelli di legno appositamente per poter attaccare con delle puntine le fotografie, come era di routine presso i ristoratori che attaccavano sulle pareti le fotografie
di ospiti illustri. Al centro giganteggiava questa grande fotografia con questo bronzo, che in quell’epoca era anonimo, nel senso come ho detto prima, che negli anni 70 il mondo non sapeva dell’esistenza dei bronzi di Riace. Appena li pescarono a Riace furono poi subito portati a restaurare, soltanto dopo dieci anni, quando uscirono nel 1981 restaurati e si fece l’esposizione mondiale a Firenze, il mondo si accorse dei bronzi. Lui racconta che per tutti gli anni 70 c’era questa fotografia e Bertoni nemmeno si curava di dare spiegazioni di questa grande foto messa lì. Poi, quando i bronzi di Riace divennero famosi nel mondo ed il
mondo si accorse di loro dal punto di vista mediatico, quindi parliamo dell’esposizione dal 1981 in poi, lui in quell’occasione quando li vide in televisione negli anni 80 si rese subito conto che quella statua che lui vedeva lì era uno dei bronzi di Riace e molto stranamente, si fa per dire, la fotografia dal 1981 scomparve completamente dal Trotilon. A parte quella fotografia ci sono altre testimonianze di altri soggetti che hanno raccontato questa storia della fotografia, proprio l’ultimo è stato Jano Fanciullo. Il figlio dà dei particolari ben precisi, il papà sempre gli diceva che volevano fare vedere le fotografie di
quelle statue a Elsa Cimatti, che era una collezionista importante di Milano. Quindi le testimonianze sul fatto che esistono delle fotografie che circolavano, ovviamente riservatamente, a casa Bertoni non c’è dubbio. E’ chiaro che tutto dipende dalla capacità del figlio, dei figli, di andarla a trovare, perché la casa di Bertoni padre è abbandonata, c’è un’enorme libreria, ci sono depositi, quindi anche secondo me facendo una ricerca o affidando anche la ricerca a una ditta specializzata, secondo me le fotografie usciranno e sarebbe una prova straordinaria>>.
Ma le testimonianze sull’ipotesi siracusana dei Bronzi non solo non sembrano esaurirsi ma, addirittura, continuano a fioccare senza tregua. E’ il caso del prof. Umberto Garro, che ha insegnato in passato in una scuola di Brucoli, che racconta a Laura Valvo, giornalista del quotidiano “La Sicilia”, che «molti bambini erano figli di pescatori, e furono loro i primi a parlarmi di queste statue trovate nel mare di Brucoli. Qualcuno mi raccontò pure che furono
portate prima al Castello e poi al Trotilon, nascoste sotto le reti. Incuriosito una sera andai a cenare da Pippo Bertoni (il proprietario del Trotilon n.d.r.). E così quando restammo soli, Pippo mi confermò tutto e mi confidò che due di quelle statue erano i Bronzi».
– A che punto sono le esplorazioni subacquee condotte nel tratto di mare di Brucoli dove potrebbero essere stati ritrovati?
<<Per quanto riguarda le ricerche sui fondali, il Direttore Generale dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana aveva già annunciato, nei mesi scorsi, che è stata finanziata una campagna di scavi, però si sta aspettando il bel tempo ed a metà aprile inizieranno le immersioni, in modo tale che il tempo si stabilizzi. Occorrono almeno 20 giorni di bel tempo per poter fare questa indagine. Chi deve fare questa indagine? Fra gli altri c’è il sub Fabio Portella, Ispettore Onorario della Sovrintendenza del Mare che di Siracusa conosce molto bene i fondali. Conosciamo perfettamente le coordinate, che ci hanno rivelato i testimoni, quindi tutta quell’area che ruota attorno alle loro indicazioni, non ultimo il pescatore che ha rivelato che ci sarebbe un relitto dove lui diversi anni fa, ormai lui ha 92 anni, prese tantissime anfore. Tutti questi punti sono stati segnati e quindi a metà aprile quando partirà l’esplorazione della nave oceanografica dovremmo avere qualche sorpresa, anche se quei fondali sono infami come spesso ho detto, perché sono ricchissimi di fango, di detriti che vengono dal fiume Simeto. Da un lato sono stati anche alla salvezza delle statue, perché hanno formato una sorta di cappotto protettivo nei loro confronti e le hanno conservate in maniera eccezionale, perfetta, fino ai nostri tempi ma dall’altro lato rappresentano una grande difficoltà, perché bisogna andare con delle
attrezzature specializzate per poter fare queste indagini dato che ad occhio nudo, credo che non si veda nulla>>.