Con InSiciliaTV l’informazione la fai tu

I pupi dell’antimafia (cui pur nell’evidente finzione, tutto è concesso) e l’epica della legalità, tra Saguto e Montante – 1

0 417

Leonardo Sciascia, se avesse saputo dell’evoluzione dei “professionisti dell’antimafia” su cui aveva scritto sulle colonne del Corriere della Sera nel 1987, percependo il pericolo di una deriva carrierista col pretesto della lotta alla mafia, chissà quali termini avrebbe dedicato allo scenario attuale.

È evidente che la sua definizione, travisata dalle polemiche per il riferimento diretto a Paolo Borsellino, è una denuncia nettamente superata; l’ha dimostrato la vicenda giudiziaria di Silvana Saguto e del suo metodo di depredazione delle aziende sane quando presiedeva la sezione Misure di Prevenzione di Palermo, l’ha ribadito la parabola di Antonello Montante e della sua rete clientelare e ricattatoria intessuta nelle confortanti vesti da imprenditore della legalità. Perché in Italia dà conforto l’idea che esistano degli eroi antimafia, a patto che rispondano a uno dei due requisiti: che siano morti, e in tal caso il riconoscimento “alla memoria” va conferito con decenni di ricostruzione della realtà più accomodante per scagionare chi è rimasto in vita, o che siano consacrati come tali dalla classe dirigente, e poco importa se chi regge le redini del Paese ha familiarità con la corruzione più di quanto ne abbia con lo specchio di casa propria. Infine, un terzo requisito è fondamentale a prescindere dalla vita o dalla morte: gli eroi antimafia devono infondere certezze che sollevino la società civile dalla responsabilità di porsi domande, un compito molto più impellente di contrastare il fenomeno mafioso.

Ecco come Antonello Montante può essere l’imprenditore della legalità e contemporaneamente avere due mafiosi per testimoni delle proprie nozze, ecco come Silvana Saguto può essere la gloriosa magistrata antimafia degli anni Duemila e dirigere una macchina che infierisce in misura devastante sulla già nota difficoltà di fare impresa al Sud Italia. All’antimafia è concesso tutto, come il prode pupo siciliano Orlando, simbolo dei valori dell’incorruttibilità, del coraggio e dell’abnegazione. Non importa che per l’ossessione nei confronti di Angelica mandi all’aria ogni dovere, resterà sempre il modello di soldato perfetto nell’eterna lotta contro i biechi saraceni, che raramente rispondono a un nome che gli spettatori ricordano, e anche questo non importa. I più accorti e appassionati possono ricordare i nomi dei traditori come Gano di Maganza, immancabili in ogni narrazione cavalleresca, quelli contro cui rivolgere ogni sfogo emotivo.

Nei cicli cavallereschi antimafia persino i depistatori, antagonisti originali e fondamentali, tendono a restare dei personaggi minori, secondari, da dimenticare, e insieme ad essi va dimenticato chi ha dato loro fiducia e credibilità. D’altronde, parte della responsabilità dell’assedio di Parigi narrato nel dramma ariostesco è proprio di Orlando, che ha disertato per andare appresso a una follia, come un’idea nel cui nome è tollerata ogni azione. Ma nell’ebbrezza degli scontri e delle gesta sovrumane il pubblico se ne dimentica, non accuserebbe mai Orlando di essere corresponsabile dell’offensiva saracena, non accetterebbe mai una tesi del genere. Come nel corto pasoliniano Cosa sono le nuvole, in cui la gente assalta il teatrino delle marionette per impedire che Otello uccida Ofelia; è una rappresentazione, la trama non può cambiare, eppure il pubblico si mobilita lo stesso, ha bisogno di farlo. Allo stesso modo, un aneddoto siciliano impossibile da collocare nel tempo racconta di uno spettatore dell’opera dei pupi preoccupato per il finale della puntata di quella sera, in cui Rinaldo è rimasto prigioniero. Lo spettatore non riesce ad attendere la puntata del giorno dopo, il puparo è costretto in piena notte ad aprire la bottega per mostrargli che il suo pupo preferito sta bene. Anche in questo caso non sarà il pubblico a mutare la trama, ma l’idea di una premura reciproca è alla base del rapporto tra i pupi, che combattono, e gli spettatori, che sentono il dovere di proteggerli a costo di creare delle scorte civiche.

Per il resto, i cattivi restano i saraceni. Quelli neri.

1 – continua