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Giovanni Falcone, quel viaggio a Mosca mai compiuto e un’indagine dimenticata: Il perimetro della verità – 3

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Le stragi del 1992: accanto ai fatti e alle narrazioni entrate stabilmente nel discorso pubblico, esistono indagini avviate e poi rimosse, piste documentate e mai approfondite. Questa ricostruzione in tre parti ripercorre una di quelle storie rimaste “ai margini” – il lavoro avviato da Giovanni Falcone sul fronte russo, tra flussi finanziari sovietici, un volo mai preso e un’indagine che si è interrotta prima di entrare nel racconto ufficiale – per interrogare il perimetro entro cui si è scelto di raccontare la verità.

Archiviato e rimosso

Il viaggio a Mosca del 1992 si è svolto con altri protagonisti. Il 3 giugno, a meno di due settimane dalla strage di Capaci, una delegazione della Procura di Roma raggiunge la capitale russa per incontrare Valentin Stepankov. Salgono su quel volo il Procuratore Capo Ugo Giudiceandrea e i suoi sostituti Francesco Nitto Palma, Franco Ionta e Luigi De Ficchy, accompagnati dal Colonnello dei Carabinieri Antonio Ragusa e dal Colonnello della Guardia di Finanza Nicolò Pollari. Un incontro raccontato dalla stampa italiana e russa come foriero di sviluppi. Tra il 5 e il 6 giugno, Corriere della Sera e la Repubblica riportano che, consultando gli archivi segreti sovietici, i magistrati italiani avrebbero ottenuto documenti su presunti finanziamenti illegali al Pci-Pds, con ipotesi di illeciti tributari e falsi in bilancio. Secondo le prime dichiarazioni raccolte, i fondi sarebbero transitati tramite società italiane e banche estere e una parte dei flussi avrebbe riguardato anche ambienti mafiosi siciliani. In quegli stessi giorni, Izvestia collega l’interesse di Falcone a un possibile intreccio tra mafia internazionale e strutture del PCUS. Il Corriere aggiunge che dagli archivi emergono pagamenti sovietici per campagne referendarie del PCI negli anni Settanta. Insomma, dalla ricostruzione di Maurizio Tortorella in merito a quanto raccontato dalla stampa del tempo, pare che ci fosse tutt’altro che scontentezza tra le file della procura russa.

I documenti sembrano molti ed estremamente rilevanti per le indagini, tanto che il procuratore Stepankov torna in Italia alla fine di giugno 1992. Tutte le testate ne raccontano i dettagli: si parla di fiumi di soldi arrivati in Italia tra il 1951 e il 1991, le sinistre sono in subbuglio e fanno a gara a chi smentisce prima. Un episodio scompiglia l’opinione pubblica: Stepankov ha con sé dei documenti che proverebbero la presenza di 19 italiani a Mosca nel 1974, inviati dal Pci per partecipare a corsi di addestramento paramilitare. La Stampa, il 18 giugno, riporta l’incontro tra Stepankov e Giudiceandrea. L’Unità, lo stesso giorno, riferisce di una seconda rogatoria a firma del Procuratore De Ficchy per ottenere la documentazione custodita negli archivi dell’ex servizio segreto dell’Unione Sovietica e di una visita del procuratore russo al Ministro Vincenzo Scotti e al capo della Polizia Vincenzo Parisi.

 Molto rumore per nulla

Una macchina, quella delle indagini tra Italia e Russia, che sembra essere stata messa in moto con l’obiettivo di farla correre. E invece, dopo il ritorno in patria di Stepankov, tutto svanisce.

L’11 luglio 1992 su L’Unità viene riportata la richiesta di archiviazione da parte dei Sostituti Procuratori Ionta e Palma. I reati risulterebbero “estinti per prescrizione e/o amnistia, perché documentati fino a gennaio/febbraio 1987”. La richiesta è accolta una settimana dopo dal Procuratore di Roma Vittorio Mele.

Il 28 luglio, sempre L’Unità, riporta la conferma dell’archiviazione per insussistenza di reato. La GIP Maria Cristina Siotto sottolinea l’esistenza di finanziamenti cospicui fino al 1979, non imputabile perché la legge che li vieta viene introdotta nel 1981. Tali scambi sono documentati dalle richieste del segretario Pci Luigi Longo, ma anche dalle firme sulle ricevute di Anelito Barontini – in carica come dirigente del Pci dal ’66 al ‘71 – Guido Cappelloni – dal ‘72 al ‘76 – e Franco Antelli – ‘76 all’82. Tra l’81 e l’87, secondo Siotto, esistono “indizi di un discontinuo ed episodico” intervento a favore di gruppi “in palese contrasto con l’indirizzo seguito dal suo gruppo dirigente”. Ecco perché “appare imporsi l’archiviazione per insussistenza del reato di finanziamento occulto e illecito”.

Fuori dal perimetro

Si chiude così, in poco più di due mesi, ogni possibile sviluppo dell’inchiesta. E con esso, il lavoro di cooperazione messo in moto da Giovanni Falcone. Insieme a quel faldone, si spegne qualsiasi possibilità di approfondire quanto iniziato dal giudice palermitano. Si delimita il perimetro entro cui restare per evitare di acquisire elementi utili a definire o confutare una correlazione tra le ultime attività di Falcone e la sua morte.

Dal 1992 ad oggi si contano sulle dita di una mano le volte in cui si è tentato di parlarne. Nel 1999 e poi nel 2015 a seguito dell’uscita del libro “L’Oro da Mosca” di Valerio Riva e Francesco Bigazzi, e di “Il viaggio di Falcone a Mosca”. Nel 2017, quando Mario Mori dichiara che avrebbe chiamato come teste al “processo Trattativa” Vladimir Putin – a riferire del lavoro congiunto di Stepankov e Falcone – se la Procura avesse depositato l’intercettazione in carcere di Giuseppe Graviano. “Uno dei misteri irrisolti di quel periodo” aveva dichiarato l’avvocato di Mori Basilio Milio “e se la procura vuole depositare le intercettazioni di Graviano, allora perché non cercare di capire se la morte di Falcone potesse aver avuto altre cause, o concause?” E, timidamente nel 2022, quando Panorama ha ricalcato quanto – poco – raccolto nei trent’anni che separavano da Capaci.

Questa storia non ha mai meritato l’occhio di bue. Forse nemmeno il palcoscenico. Una serie di eventi che si portano dietro il peso di essere forse l’ultima impresa di Giovanni Falcone, di cui si è fatta cronaca e nient’altro.

In questo chiaroscuro, ci sono elementi che restano da tempo nell’ombra. Siamo spettatori di un’esibizione ultratrentennale che vede impegnati politici, magistrati, politici-ex magistrati, avvocati, giornalisti e giornalisti-santoni. Non c’è mai stato spazio per questi discorsi. Chi si fa stendardo di valori come verità e giustizia, almeno nel nostro Bel Paese, ha raramente disdegnato la trappola di definirne i contorni. E d’altronde, bisogna pur capirli. I tempi televisivi stringenti vanno ben impiegati, bisogna essere sintetici e concisi. E i convegni necessitano spesso di una trattazione parziale. Solo per non perdere il punto, sia chiaro. Ci sarebbe la possibilità di dibattere, ma sono tempi bui dovunque per quello.

È però necessario constatare che spesso è in quel che resta fuori dalle sintesi, che va oltre la trattazione parziale, che affiorano elementi documentati e convergenti che non sono mai diventati oggetto di un confronto pubblico reale. Elementi che riguardano le ultime attività di Giovanni Falcone e che, inspiegabilmente, sono rimasti al di fuori del perimetro della verità.

3 – fine 

Qui la prima parte,

qui la seconda parte