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Giovanni Falcone, quel viaggio a Mosca mai compiuto e un’indagine dimenticata: una pista fuori dal perimetro – 1

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Le stragi del 1992: accanto ai fatti e alle narrazioni entrate stabilmente nel discorso pubblico, esistono indagini avviate e poi rimosse, piste documentate e mai approfondite. Questa ricostruzione in tre parti ripercorre una di quelle storie rimaste “ai margini” – il lavoro avviato da Giovanni Falcone sul fronte russo, tra flussi finanziari sovietici, un volo mai preso e un’indagine che si è interrotta prima di entrare nel racconto ufficiale – per interrogare il perimetro entro cui si è scelto di raccontare la verità.

L’origine di una pista rimasta fuori dal perimetro

Le stragi del ’92, croce e delizia del discorso pubblico italiano. Tra indagini, intercettazioni, collaborazioni e pentimenti, il racconto in nome della verità non si è mai fermato. A guardare oggi, il faro su quegli anni sembra non essersi mai spento. Eppure la verità non è arrivata, e le risposte contrastanti dei diversi blocchi incrinano l’idea di una luce capace di illuminare tutto; più che un faro, un occhio di bue che colpisce un dettaglio e lascia il resto della scena al buio. In questo chiaroscuro, siamo spettatori di un’esibizione ultratrentennale. Una lezione perpetua su “come stanno i fatti”, che vede salire in cattedra politici, magistrati, politici-ex magistrati, avvocati, giornalisti e giornalisti-santoni.  Oggi la mise en scène è al suo secondo atto.

La conseguenza naturale? A forza di concentrare il cono di luce sempre sugli stessi dettagli, qualcosa resta fuori campo. Lo sono state per anni indagini come quella relativa ai dossier mafia-appalti; lo sono – ancora – elementi di fondamentale importanza nella ricostruzione, come le ultime indagini condotte da Giovanni Falcone, che si spingono oltre i confini nazionali. Il giudice – da marzo 1991 a Roma per dirigere gli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia – si occupava tra le altre mansioni di gestire le rogatorie internazionali.  È in questa veste che intraprese una collaborazione con Valentin Stepankov, Procuratore Generale della Russia post-sovietica che, seguendo le indagini sul putsch di agosto 1991, si era imbattuto nei fiumi di finanziamenti provenienti dal Pcus – dunque prelevati dalle casse pubbliche dell’URSS – e diretti ai partiti comunisti di Francia, Stati Uniti, Finlandia, Portogallo, Svizzera e, per circa il 55% del totale, d’Italia. Quasi mille miliardi di lire transitate nelle casse del Pci tra il 1951 e il 1987, e poi fino al 1991 al suo successore, il Pds, e alle afferenti cooperative rosse. Un fertile campo di proliferazione degli interessi di mafia internazionale e organizzazioni terroristiche clandestine. Venne organizzato un viaggio in Russia tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 1992, ma l’autostrada saltò prima di quel volo.

Il Procuratore capo di Russia

Valentin Stepankov, nel pieno del tramonto della gloriosa URSS, avvia una serie di attività investigative internazionali. Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 richiede il congelamento dei conti svizzeri dell’ormai ex partito comunista sovietico. Richiesta che viene declinata, come si legge su L’Unità del 30 gennaio 1992, perché “la documentazione portata da Stepankov [in Svizzera] non è sufficiente per adottare tale provvedimento”.

Lo stesso Procuratore, intervistato da Francesco Bigazzi nel libro “Il Viaggio di Falcone a Mosca”, dichiara di aver inviato “una serie di appelli scritti rivolti alle procure delle diverse nazioni e ai rispettivi organi inquirenti di una lista di Paesi […]. Considerata l’assenza di accordi internazionali tra la Russia e gli altri Stati, i documenti venivano trasmessi di persona […].”

Per l’Italia è l’Ufficio Generale Affari Penali ad occuparsene, che vede alla sua direzione Giovanni Falcone. Quest’ultimo avrebbe ricevuto direttamente dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga l’incarico di seguire, per la parte italiana, le indagini avviate nella Russia post-sovietica sul cosiddetto “oro di Mosca”. Da qui l’intesa con Stepankov, in Italia per la prima volta agli inizi del 1992. A confermarlo è lo stesso Cossiga, che a Bruno Vespa racconta: “Falcone voleva recarsi a Mosca, invece fu Stepankov che venne una prima volta in Italia. Andammo a prendere il caffè in piazza Navona”.

L’incontro, dichiara Stepankov, è proficuo. L’Italia si attiva per rispondere al quesito russo: scoprire come e dove sarebbero stati riciclati i soldi dell’Urss, pista che avrebbe potuto rivelare accordi tra mafia italiana e singoli esponenti del Pci. In cambio, rivela il Procuratore capo, la Russia avrebbe messo a disposizione i documenti per indagare su possibili canali di finanziamento alle Brigate Rosse e alla cosiddetta “Gladio Rossa”. Stepankov racconta a Bigazzi: “Ero già tornato in patria quando, su suggerimento dell’ambasciata russa, spedii a Falcone un invito scritto. Venne immediatamente accettato, e da quel momento la Procura russa, con la mediazione dell’ambasciata, iniziò a prepararsi alla visita”.
L’intesa era ormai avviata. Falcone stava per recarsi a Mosca per seguire una pista che portava fuori dai confini italiani. Quella pista non verrà mai percorsa fino in fondo, perché la storia si interromperà prima. E ciò che sarebbe emerso – ancora oggi – resta in ombra, ai margini.

1 – continua