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I pupi dell’antimafia, “Io stavo facendo ammazzare tutti attraverso i Buscemi”. Chiamale, se vuoi, narrazioni. 3 –

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Il vero punto di forza della narrazione antimafia è mantenersi sempre un passo indietro, a volte due. Quando si usava il termine come sinonimo di spavalderia, veniva ucciso il banchiere Emanuele Notarbartolo su mandato del deputato Raffaele Palizzolo, per cui depose a favore un uomo della nota famiglia Florio. Quando il prefetto Cesare Mori riuscì a ottenere degli elementi sui rapporti coi ministeri di Roma, tesi che sosteneva dagli insospettabili tempi della Prima Guerra Mondiale, lo Stato fascista lo destituì e focalizzò l’attenzione sui successi contro le prepotenze nei campi per dichiarare la mafia debellata. Oggi l’attenzione è focalizzata sui rapporti con la politica e sul potere del narcotraffico, esattamente come denunciava Pippo Fava oltre quarant’anni fa. Per questo non c’è da stupirsi se, nelle prime serate televisive dell’ultima settimana, è stata avanzata una narrazione sull’arresto di Matteo Messina Denaro – da distinguere con massima attenzione e rispetto del meticoloso lavoro d’informazione del giornalista Giacomo Di Girolamo col suo libro L’invisibile, da cui è liberamente tratta la fiction e che di certo non può rispondere delle ispirazioni altrui – che scarica le colpe della mancata cattura su imprecisate pressioni politiche e su una talpa all’interno dell’Arma dei Carabinieri. La stessa narrazione che nel 2003 era ancora solo cronaca, con lo scandalo ribattezzato dai giornali Talpe alla DDA, che pose le basi per il processo a Totò Cuffaro e culminò con la condanna di due sottufficiali, rispettivamente dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, nonostante all’antimafia di Palermo operassero ventisei magistrati e in quel periodo erano quotidiane le tensioni tra loro proprio sul livello di riservatezza delle indagini e sulla gestione del pentito Antonino Giuffrè. Tuttavia, se persiste questa narrazione che scarica ogni colpa sulle forze dell’ordine e mai sulla magistratura, è sintomo di una fatica narrativa, proprio come ipotizzato nel precedente articolo e che può sintetizzarsi in una semplice domanda: se il puparo esaurisse il suo repertorio, il prode Orlando decapiterebbe mai il perfido Agramante? Senza il nemico non ci sarebbero più lotte epiche, né paladini, né pubblico pagante e devoto, pronto ad acquistare un oggetto di ceramica decorato con le gesta tanto sognate e, di conseguenza, non ci sarebbero più decoratori. Un’intera filiera si regge su questa lotta, per questo nessuno vuole che finisca, e i saraceni sono pienamente consapevoli di quanto siano necessari a questo sistema che per sopravvivere non può prevedere una loro reale sconfitta. E una guerra senza esito ha bisogno di manifestarsi costantemente sul piano culturale per pubblicizzare ogni scontro sul campo di battaglia, sia esso la piana di Roncisvalle o un’aula di tribunale.

Ecco perché le produzioni letterarie e audiovisive sono state impegnate sin dal 1998 nella costruzione di una base culturale solidissima che potesse supportare la tesi della Trattativa Stato-mafia, in un contesto di equilibri talmente distanti da quelli odierni che è stato possibile persino intavolare una trattativa culturale tra l’antimafia sociale e la Mediaset, come testimoniano i prodotti della casa cinematografica Taodue di Pietro Valsecchi – lo stesso produttore del nuovo lavoro sulla cattura di Matteo Messina Denaro – dalla miniserie sul Capitano Ultimo alla discussa fiction Il capo dei capi, tratta dall’omonima fatica letteraria su Totò Riina a firma di Giuseppe D’Avanzo e Attilio Bolzoni, con sceneggiatura di Claudio Fava, Stefano Bises e Domenico Starnone. All’epoca la tesi della matrice neofascista non era annoverata nella narrazione ufficiale sulle stragi del 1992 e Totò Riina veniva dipinto dalla serie come un raffinato stratega, un vero e proprio capo dei capi, un’ideale mente indiscussa del famoso papello e della trattativa con lo Stato. Adesso che il capitolo sulla Trattativa Stato-mafia è concluso, però, è opportuno che Totò Riina passi per un semplice braccio operativo o addirittura una facciata, e la proverbiale memoria corta di questo Paese è pronta a ricevere i nuovi diktat e a cestinare i precedenti. Sono necessarie nuove emozionanti avventure che tendano a una maggiore globalizzazione e guardino ai tempi moderni. A fronte di una destra che torna in auge a livello internazionale e sembra non disdegnare l’autoritarismo, quale nemico migliore del neofascismo? Così l’antimafia può finalmente definirsi erede diretta della resistenza partigiana e coronare il sogno di molti attivisti, allargare i consensi e, perché no, coprire con la cieca fede per un ideale le responsabilità di alcuni professionisti che ancora oggi sfilano in occasione degli anniversari in veste di eroi del passato e del presente; appunto, di eterni paladini, ormai talmente esaltati per fede e non più per merito che il pubblico non è disposto neanche a concedersi le più innocenti perplessità nei loro confronti, neanche di fronte ai dati di fatto. Non importa che Orlando abbia mandato all’aria ogni dovere per la sua ossessione nei confronti di Angelica, perché Orlando è l’eroe. E l’eroe non si discute.

Il 29 settembre 2025, nel programma di Rai3 Lo stato delle cose, sono state trasmesse le ricostruzioni audio delle intercettazioni telefoniche tra gli ex magistrati Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli. Oggi il primo è un senatore pentastellato e componente della Commissione Parlamentare Antimafia, il secondo è indagato dalla Procura di Caltanissetta per favoreggiamento a Cosa Nostra, per aver archiviato nel 1992 un procedimento che interessava gli affari della famiglia Buscemi con Lorenzo Panzavolta, manager della Calcestruzzi s.p.a. nonché riferimento delle coop rosse romagnole. In trasmissione viene sollevata l’inopportunità di quelle telefonate, dato che i due discutono proprio dell’audizione che Natoli dovrà sostenere in Commissione Parlamentare Antimafia, a maggior ragione che le indagini successive sui Buscemi rivelerebbero dei rapporti commerciali dell’epoca con l’altro magistrato attualmente indagato a Caltanissetta, Giuseppe Pignatone. Tutto questo è solo una piccola parte del filone mafia-appalti, tanto odiato dai sostenitori della pista nera, ma l’attenzione della trasmissione e dei media nei giorni successivi si concentra su tutt’altro: le parole poco garbate che Gioacchino Natoli ha pronunciato nei confronti della moglie di Paolo Borsellino, riprodotte da un’intercettazione ambientale. Barbara divulgazione scrive Natoli, che però si scusa con la famiglia Borsellino, motivando le sue esternazioni come frutto di poca lucidità, complice lo stress per le indagini che lo riguardano. Chissà se è stata la stessa scarsa lucidità a fargli pronunciare, durante la conversazione telefonica con Scarpinato del 18 gennaio 2024, una frase riprodotta nel programma di Rai3 ma passata completamente in sordina: Minchia, io stavo facendo ammazzare tutti attraverso i Buscemi.

Non una parola è stata scritta o detta al riguardo, non un commento o una banale perplessità, come se all’improvviso tutti i telespettatori fossero diventati sordi per quei pochi secondi. Eppure l’ha detta, l’ha detta un ex magistrato indagato per aver archiviato un procedimento sulla famiglia Buscemi, in un filone d’inchiesta incentrato sulle eventuali responsabilità dei magistrati sulle stragi. Una frase ironica? Sicuramente, com’è ironico pensare alla Chanson de Roland, in cui Orlando trova la morte nella battaglia di Roncisvalle per il tradimento di Gano di Maganza, suo patrigno nonché paladino, connivente coi saraceni. L’eroe muore, il traditore viene condannato, ma tutti gli altri paladini continuano la lotta senza che volga al termine. Ed è altrettanto ironico immaginare che se un paladino si azzardasse a insinuare un increscioso accordo tra i suoi colleghi e i saraceni, con ogni probabilità i primi a fargli terra bruciata sarebbero Carlo Magno, Ferraù, Astolfo, Rinaldo e il puparo. Con ogni probabilità, l’incosciente paladino si ritroverebbe solo, forse con una sella imbottita di tritolo.

È un’ironia macabra, la stessa che rivela quanto sia distante ancora oggi il momento in cui sarà possibile decretare una volta per tutte se Leonardo Sciascia avesse previsto anche questa evoluzione. Sarà il tempo a valutare chi è partecipe ai pupi dell’antimafia e con quale ruolo, chi semplicemente riprese cantando la strada verso casa come nel suo romanzo Una storia semplice. La semplicità è benaccetta, nell’accezione più superficiale che si possa intendere, e non c’è spazio per riflessioni che rischiano di annullare l’idolatria o di compromettere l’isterico reclamo di questa fede, quest’assolutismo che scaccia il dubbio e sa consacrarsi come verità assoluta al pari di un coro da stadio o del fragoroso applauso di una platea talmente certa che prima o poi vedrà la decapitazione di Agramante che l’immaginazione ha già appagato la sua sete di giustizia e distorto ogni senso di verità. Come uno spettacolo, sarebbe imperdonabile alzarsi dal pubblico per urlare che non è reale.

Perché l’antimafia non si discute. Orlando non si discute, nonostante la sua gloria derivi proprio dalla sua discutibilità.

3 – fine 

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