Falcone, Mosca e un’indagine dimenticata – 2
Le stragi del 1992: accanto ai fatti e alle narrazioni entrate stabilmente nel discorso pubblico, esistono indagini avviate e poi rimosse, piste documentate e mai approfondite. Questa ricostruzione in tre parti ripercorre una di quelle storie rimaste “ai margini” – il lavoro avviato da Giovanni Falcone sul fronte russo, tra flussi finanziari sovietici, un volo mai preso e un’indagine che si è interrotta prima di entrare nel racconto ufficiale – per interrogare il perimetro entro cui si è scelto di raccontare la verità.
“Doveva tornare a Mosca”
Giovanni Falcone non andrà a Mosca; più precisamente, non vi farà ritorno.
Nel gennaio del 1987, quando era ancora impegnato a Palermo nel primo grado del Maxiprocesso, il magistrato aveva partecipato ad una tavola rotonda organizzata dal settimanale Literaturnaja Gazeta. Un viaggio passato quasi inosservato, ma che oggi assume un peso diverso perché solleva una domanda: cosa ha spinto Falcone, in quel momento, a guardare verso est?
Questo primo, e unico, viaggio – confermato anche in un articolo di Saverio Lodato del 15 gennaio di quell’anno – secondo quanto riportato da Francesco Bigazzi, era già stato un importante momento di confronto con i colleghi russi, che avevano avvisato Falcone dei rischi relativi all’indebolimento del Comunismo, alla dissoluzione dell’Urss e alla caduta del Muro di Berlino, e della conseguente appetibilità della situazione per la criminalità organizzata.
Sebbene questo possa definirsi un vero primo confronto tra l’Italia e la Russia, è poco probabile che in quell’occasione si sia discusso di attività che sarebbero state scoperte solo quattro anni più tardi. Inoltre, nel 1987 Giovanni Falcone non era ancora agli Affari Penali, bensì impegnato a Palermo con il primo grado del Maxiprocesso. Cosa lo ha spinto ad abbandonare la sua serrata attività quotidiana, a favore di un congresso nell’URSS? E, più allarmante, se quel confronto con i giudici russi avesse dato l’impulso ad attivare una qualche forma di approfondimento del giudice da Palermo, di cosa si sarebbe trattato?
1992
Tornando al 1992, dalla Russia arrivano una serie di atti indirizzati alla Procura Generale, che non contengono solo quanto raccolto tra i materiali del Pcus. Viene allegata un’ampia indagine avviata alla fine del 1990 relativa alla Sovinflot, ente statale sovietico per la navigazione mercantile, sospettata di pratiche corruttive realizzate tra il 1978 e il 1989. Gli accertamenti chiamano in causa una società riconducibile al Pci, la Maritalia di Ravenna, oltre alla Compagnia armatoriale del Mare d’Azov. Nell’ambito dell’inchiesta, la Procura della Federazione Russa inizia a trasmettere documentazione di grande rilievo sui rapporti tra organismi statali sovietici e alcune imprese italiane, in particolare quelle connesse alla Lega delle Cooperative, tradizionalmente in stretta relazione con il Pci. Dalle informazioni pubbliche disponibili, non è dato sapere con esattezza quando e in quante occasioni la Procura russa abbia trasmesso documenti all’Italia, né, dunque, quali siano stati visionati da Falcone prima della sua morte. Anche perché, dopo il 23 maggio 1992, una serie di circostanze paiono deviare il corso degli avvenimenti.
Dopo Capaci
La notizia che Falcone avesse intessuto rapporti con la Procura russa e il previsto viaggio nella capitale rimbalzano sui media italiani a seguito dell’articolo di La Nuova Izvestia del 26 maggio 1992: il quotidiano moscovita scrive che Falcone sarebbe dovuto tornare a Mosca tra fine maggio e primi giugno per coordinare indagini sui fondi Pcus. Due giorni dopo, in un trafiletto a pagina 4, L’Unità riporta:
“Sono “destituite di ogni fondamento” le notizie apparse sulla stampa circa presunte indagini avviate da Giovanni Falcone sulle esportazioni illegali di valuta effettuate nel passato dal partito comunista dell’Urss. Lo precisa una nota del Ministero di Grazia e Giustizia. “Giovanni Falcone, nella sua qualità di Direttore Generale degli Affari Penali del Ministero della Giustizia, si è limitato a trasmettere una rogatoria internazionale su richiesta dell’autorità giudiziaria che procede in Italia”.
Una posizione che ad oggi non è possibile verificare perché la documentazione archiviata e reperibile online sul sito del Ministero della Giustizia si ferma al 1997. Il vicedirettore di Panorama Maurizio Tortorella la descrive come un falso storico, e riporta quanto dichiarato l’8 novembre 1999 da Claudio Martelli durante un convegno, che smentisce la smentita del suo ministero:
“Di questo ho certezza. Lui [Falcone] me ne parlò e io lo incoraggiai ad andare a Mosca per prestare appunto tutta l’assistenza, la collaborazione ai nostri magistrati, e anche per trovare la possibilità di inaugurare una forma di cooperazione giudiziaria stabile”.
Singolari anche le dichiarazioni di Cossiga del 26 febbraio 2004 quando, ascoltato dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul dossier Mitrokhin, riferisce:
“Posso dire questo. Il procuratore generale della Federazione Russa Stepankov aveva richiesto la nostra collaborazione per individuare due generi di fondi: i contributi al Partito Comunista Italiano da parte del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (che però, come si sa, erano sborsati dalla Banca per il commercio con l’estero, perché loro volevano raffigurare in questo una specie di distrazione dei fondi) e la fuga di capitali del Kgb e del Pcus in Occidente in conti di partiti comunisti amici o in conti di società che avevano avuto benefici dall’Unione Sovietica. Non è che noi fossimo in grado di sapere queste cose, e i russi avevano assunto un atteggiamento, per così dire, di scontentezza. Il viaggio di Giovanni Falcone, quale Direttore Generale del Ministero, aveva un unico scopo, quello di dire: “Non adiratevi: se avremo elementi, collaboreremo con voi”.
Se così fosse, non si spiegherebbe però come mai meno di due settimane dopo la strage di Capaci, una delegazione composta da quattro magistrati e due colonnelli si sia recata in Russia per incontrare Stepankov. Un incontro raccontato dalla stampa italiana e russa come foriero di sviluppi, che sembra sottolineare tutt’altro che scontentezza.