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Il messaggio inviato, il 13 febbraio 2015, dal magistrato antimafia De Lucia all’indagato per mafia Montante è di scioccante attualità. Il premio di ‘LIBeRI a Ragusa’ ad un articolo sulla libertà di stampa, la cattura del boss Matteo Messina Denaro da parte del medesimo De Lucia, il libro che la celebra scritto insieme al cronista di ‘la Repubblica’ Salvo Palazzolo che nel 2018 citava il Pm come ‘talpa’ di Montante per i colloqui in Dna con un suo uomo inviato per carpire notizie sull’inchiesta nissena. La lotta contro la mafia, e contro ogni crimine, ha bisogno di trasparenza, di verità, di domande senza limiti, di risposte pubbliche, quindi di piena libertà di pensiero e di parola che è bene prezioso non di chi la esercita ma della democrazia tutta di cui, come l’indipendenza dei giudici, è fondamento, perciò da mettere al riparo da ogni forma di aggressione, anche per via giudiziaria da parte o con l’avallo di certi magistrati. Tutte le persecuzioni contro giornalisti e scrittori dalla schiena dritta come Salvatore Petrotto e Vincenzo Basso fondatore ed editore di ‘Centonove’, il settimanale che in Sicilia stava sulle scatole a Montante e che perciò il ‘potere di giustizia’ riesce a far chiudere.

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Giovedì scorso, 30 novembre, ho assistito all’apertura di ‘LIBeRi a Ragusa’, nona edizione dell’annuale appuntamento di incontri con autori ed editori iblei che, promosso e istituito dall’omonima associazione, ha conquistato nel tempo uno spazio culturale significativo nella città.

Per l’occasione sono stato appositamente invitato in quanto autore di un articolo che ‘LIBeRI a Ragusa’ ha prescelto quale destinatario del Premio giornalistico dedicato alla memoria di Giovanni Spampinato e introdotto lo scorso anno, in occasione dell’ottava edizione della manifestazione, con il riconoscimento a Salvatore Spampinato, fratello del giornalista ucciso e autore del libro ‘Giovanni Spampinato, assassinato perché cercava la verità’. Dopo il momento fondativo celebrato – e non poteva farlo con un battesimo migliore – lo scorso anno con l’attribuzione del Premio giornalistico ad un’opera di grande pregio che riporta a galla molte verità nascoste sul delitto del 1972, da quest’anno quindi il Premio entra nella sua vita ordinaria.

Una buona notizia: ‘LIBeRI a Ragusa’ premia un articolo sulla libertà di stampa

Desidero ringraziare gli organizzatori per avere scelto un articolo (poco importa chi ne sia l’autore) che pone e affronta il tema della libertà di stampa. L’ho pubblicato il 9 maggio scorso su In Sicilia Report (qui) testata di cui sono direttore, così da avere – considerato lo spiegamento di fuoco contro le notizie che non piacciono al potere – me stesso come unico responsabile. Il mensile Dialogo ha ritenuto poi di ospitarlo (ringrazio il direttore responsabile Paolo Oddo) nelle proprie pagine anche a diffusione cartacea nel numero di maggio (qui)  e in tale versione, con il titolo ulteriore prescelto dal mensile, esso è stato premiato.

Se mai vi fossero dubbi su quale sia il tema affrontato dall’articolo premiato, esso comincia così: << questo è un articolo sulla libertà di stampa…>>. Segue poi la notizia di una querela presentata, con ampia trattazione e documentazione delle vicende sottostanti, come atto di intimidazione e aggressione contro la libera stampa in quanto totalmente infondata in fatto e in diritto. Successivamente poi il tribunale, in questo caso quello di Ragusa, ha disposto l’archiviazione su conforme richiesta del pubblico ministero, respingendo nel modo più giusto e naturale un atto grave ed eversivo contro il diritto di tutti alla verità sulla gestione del danaro pubblico, atto che in un successivo articolo, pubblicato il 15 giugno (qui) ho potuto qualificare anche come calunnia dopo avere potuto prendere visione della querela (rivolta, per la cronaca, alle testate ‘Dialogo’ e ‘Il Domani ibleo’ e al profilo fb ‘Ignazioindicacose’) il cui contenuto non mi era ancora noto il 9 maggio precedente.

Perciò ringrazio, oltre ogni spirito di cortesia, ‘LIBeRi a Ragusa’: per la scelta dell’articolo avente questo contenuto ben preciso.

Il caso poi ha voluto che mi trovassi a ricevere il premio in un auditorium stracolmo, nella sede dell’ex CamCom di Ragusa, all’inizio della prima giornata della rassegna, quando al tavolo di presidenza erano già pronti i protagonisti del momento successivo, parte-clou del programma: la lectio magistralis di Maurizio De Lucia, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palermo, e Salvatore Palazzolo, giornalista de la Repubblica, coautori del libro ‘La cattura’ scritto a quattro mani dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro. Di fatto una presentazione del libro, anche se nella forma di una lectio, come comunicazione-testimonianza sul perché del libro stesso e sui fatti narrati. In altre occasioni ‘La cattura’ è stato presentato, come accade solitamente per tanti altri libri, in forma di dialogo tra l’autore e uno o più giornalisti o, comunque, presentatori e suscitatori di dialogo sul tema.

Trovatomi al fianco del tavolo di presidenza nel momento di ricevere il premio ho inteso ringraziare LIBeRI a Ragusa per la scelta dell’articolo, non tanto – ripeto – perché ne sia io l’autore, quanto per il tema in sé. Un tema, magari per mera casualità, fortemente collegato all’autore più importante del libro in presentazione. E allora, con la sincerità che cerco di avere sempre, proprio rivolgendomi a De Lucia, ho voluto chiarire per sommi capi il contenuto dell’articolo premiato e la sua valenza di J’accuse contro l’abuso giudiziario delle querele-bavaglio.

Il bravo giornalista, il procuratore antimafia e io che rompo l’idillio. A De Lucia segnalo l’abuso giudiziario contro la libertà di stampa: deve saperne qualcosa

Molto in breve, per come i tempi e la circostanza dell’evento consentivano, ho detto a De Lucia che in precedenza, nel mese di settembre, ho rifiutato un invito a dialogare con lui in un evento pubblico di presentazione in quanto non avrei potuto calarmi nello spirito di promozione del libro stesso, mentre gli avrei ben volentieri posto tutte le domande necessarie sul suo operato di magistrato antimafia, perché la lotta alla mafia di cui i cittadini desiderano avere coscienza, anche per darle il massimo sostegno, non è certo quella che possa scaturire dall’arresto di un boss morente (dopo una latitanza di trent’anni che chiama in causa pesanti responsabilità – di connivenza e non di negligenza – di corpi dello Stato) ma deve coinvolgere la coerenza di ogni atto.

Ho segnalato, a ragion veduta avendo di fronte proprio De Lucia, il fenomeno dell’aggressione giudiziaria alla libertà di stampa che è presidio fondamentale di democrazia e perciò anche di lotta al crimine ma che diversi magistrati – magari gli stessi i quali, giustamente, strillano quando viene attaccata l’indipendenza della magistratura – consentono e disinvoltamente perseguono quando si fanno tutori d’interessi che della loro indipendenza sono negazione. Ho concluso invitando De Lucia ad un’intervista qualora fosse disponibile a rispondere a tutte le domande sul suo operato di magistrato e non solo a quelle funzionali al format di presentazione del suo libro. Un libro peraltro che racconta l’arresto del boss, materia su cui le indagini, a cura della procura da lui diretta, mentre si tengono le presentazioni del libro, continuano tuttora a caccia di complici e favoreggiatori come, proprio lo stesso giorno, giovedì 30 novembre, il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini ha sottolineato rilevando la carenza d’organico dell’ufficio inquirente che allo scopo necessiterebbe della sua piena dotazione organica.

Al mio invito De Lucia non ha risposto, mentre nel suo intervento ha liquidato il tema dell’abuso giudiziario contro la libertà di stampa come non sussistente in quanto – ha detto – <<c’è la tutela costituzionale della libertà di stampa e c’è quella del diritto all’onore e alla riservatezza>>. Il che, appena didascalicamente, è quanto scritto nelle norme, ma una lunga serie di fatti documenta invece che alcuni magistrati, non tutti e neanche molti ma quanti bastano purtroppo per mettere a rischio un valore fondamentale della democrazia, non tengono nel debito rispetto, o agiscono contro, il basilare riconoscimento della libertà di stampa spesso coartata con atti strumentali commessi nella finzione di difendere altri valori costituzionali, ma in effetti aventi il fine di favorire interessi diversi, propri o, più spesso, in capo a potenti cui si è legati e da cui non si è affatto indipendenti.

Avrò parlato 3-4 minuti, non di più, e non potevo certo esplicitare ogni cosa: ovvero le tante domande che a De Lucia andrebbero poste, sia sulla lotta alla mafia in generale che sulla piaga del guinzaglio cui è tenuta la stampa indipendente che solitamente è quella piccola e troppo povera di mezzi per avere la forza di esercitare la propria libertà di informare e raccontare la verità, libertà che costa tanto, anche economicamente, quando le verità che si vogliano raccontare risultino sconvenienti a potenti di vario tipo.

Probabilmente a causa di questo eccesso di sintesi, è accaduto che diversi dei presenti mi abbiano poi dovuto chiedere, con e-mail in redazione, messaggi vari e telefonate, a cosa io mi riferissi e quali fossero tutte le vicende utili a chiarire il senso delle mie parole.

Eccomi perciò con questo articolo, non prima d’avere ringraziato anche quanti, in tanti, mi hanno comunque espresso apprezzamento per l’intervento ‘libertario’ e ‘autenticamente costituzionale’ (cito solo due elementi dei tanti messaggi ricevuti) perfino non avendolo potuto comprendere del tutto senza l’adeguata conoscenza dei fatti connessi.

In breve ecco alcuni dati spero utili a colmare questa lacuna.

Comincio col dire che l’articolo premiato, mentre ricostruiva una vicenda di inquietante maneggio del danaro pubblico segnalava la gravità dell’atto di un politico, Ignazio Abbate, della Dc (il partito di Totò Cuffaro) oggi deputato all’Assemblea regionale siciliana, all’epoca sindaco di Modica e presidente del ‘GAL Terra Barocca’: la querela, sottoscritta proprio nell’esercizio di tale carica, contro organi di stampa e voci civiche ‘colpevoli’ solo di avere scritto la verità sugli atti dell’ente. In un successivo articolo del 15 giugno scorso ho potuto riferire dell’archiviazione, chiesta da un pm e decisa da un gip che in questo caso hanno operato nel rispetto del limpido dettato legislativo: era – visibile anche a distanza – diritto di cronaca, era verità pubblica su fatti di interesse generale, non c’era neanche l’ombra di qualsivoglia diffamazione essendo peraltro tutti i fatti pienamente documentati.

Lo stesso articolo premiato, proprio nell’intento di porre il tema, accennava a tante altre vicende avvenute anche negli stessi uffici giudiziari, Ragusa, e però con effetti di segno opposto.

Tante aggressioni alla verità, alla Costituzione e alla democrazia per il tramite

di uffici giudiziari: molti casi per esempio a Ragusa, ma il fenomeno è diffuso

In questi anni e almeno finora la giustizia a Ragusa è stata corrosa da un tarlo velenoso in questo delicatissimo settore in cui ad essere applicati sono gli strumenti di salvaguardia della libertà di stampa, con i connessi diritti di cronaca e di critica baluardo della democrazia. In futuro vedremo, trovandoci di fronte ad un presidente del tribunale, Francesco Paolo Pitarresi, insediatosi il 21 febbraio scorso; nonché, da settembre, ad un procuratore facente funzioni, Marco Rota, in attesa che il Consiglio superiore della magistratura nomini il nuovo titolare.

Spesso i magistrati giudicanti, a conclusione del processo spazzano via con sentenze esemplari le pretese di bavaglio e di punizione della stampa ‘disobbediente’ a manigoldi e prepotenti –  pretese esercitate da querelanti in mala fede e portate avanti da pubblici ministeri acquiescenti – ma non sempre va così e, solo per fare un esempio, basti citare il provvedimento, emesso il 22 giugno 2018 dal tribunale del riesame, presieduto nell’occasione dal presidente di sezione Vincenzo Panebianco, poi presidente facente funzioni dell’intero tribunale di Ragusa per venti mesi fino al 21 febbraio 2023. Il provvedimento del quale il presidente del collegio Panebianco è anche estensore (Giudice Elio Manenti, Got Francesca Aprile) rigetta un mio ricorso e conferma il sequestro preventivo di due servizi giornalistici trasmessi il 9 maggio e l’1 giugno 2018 da La Prima tv di cui ero direttore responsabile. Importanti le date: il 9 maggio e l’1 giugno sono trasmessi i servizi nell’ambito del Tg. Il 5 giugno in relazione ad essi viene presentata una querela per diffamazione; lo stesso giorno – sì, lo stesso giorno – il pubblico ministero ne chiede il sequestro preventivo che il giorno dopo, 6 giugno, il giudice delle indagini preliminari con apposito provvedimento dispone. Alla base di questo cappio che in meno di 24 ore due uffici giudiziari autonomi e distinti (Pm e Gip), con appositi provvedimenti stringono al collo della libera informazione, vi è solo l’interesse di un politico, Maurizio Tumino, in quei giorni candidato a sindaco di Ragusa nelle elezioni del 10 giugno 2018, del quale il Tg de La Prima Tv riferiva un procedimento giudiziario che lo vedeva indagato. Alla base della sua pretesa di sequestro, soddisfatta in men che non si dica, l’ipotesi da lui paventata che quei servizi giornalistici fossero nei suoi confronti diffamatori.

Quindi il reato contro cui si muoveva la richiesta del sequestro era quello – nella pura ipotesi formulata dal querelante, spinto dall’evidente interesse proprio di oscurare la notizia a pochi giorni dalle elezioni in cui era candidato – di diffamazione a mezzo stampa. Un reato che le leggi vigenti tassativamente escludono dal novero di quelli per cui, peraltro in via del tutto eccezionale, sia possibile disporre un sequestro preventivo della stampa: fatto abnorme e straordinario perché <<la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure>> (art. 21 della Costituzione, secondo comma) e comunque mai possibile se il pericolo eccezionale da sventare, sempre che vi siano fumus commissi delicti e periculum in mora, sia quello di impedire una presunta diffamazione. Nessuno può avere dubbi leggendo le norme di riferimento in materia: art. 321 del codice di procedura penale, art. 57 e 595 del codice penale, art. 13 della legge 47 del 1948 nota come legge sulla stampa (articolo annullato dalla Corte Costituzionale nel 2021, ma allora vigente), legge n. 62 del 2001. La disciplina è chiara, i fatti pure, ma la decisione del collegio-Panebianco, cinque anni e mezzo fa, a quattro giorni dal voto elettorale, va in direzione opposta.

Era talmente grave il ‘reato’ dal quale, tramite quei servizi giornalistici, il querelante asseriva di essere colpito che, cinque anni e mezzo dopo, il processo deve ancora cominciare: sicchè nessuno – a parte chi conosca i fatti dall’interno – ancora oggi possa sapere se nell’aria ci fosse il fumus diffamandi o se si trattasse di limpido diritto-dovere di informazione. E però quel querelante ha potuto sventolare all’elettorato il provvedimento-vergogna di un sequestro cautelare illecito firmato da un collegio di tre giudici e più forte, nella sua funzione di bavaglio alla stampa, di una sentenza di merito della quale ancora non si profila neanche la gestazione, non essendo neanche cominciato il dibattimento la cui prima udienza è fissata il 2 febbraio 2024, sei anni dopo quella vampata pirotecnica realizzata, con primo atto lo stesso giorno del deposito della querela, dalla Procura di Ragusa, a seguire da un Gip e dal Tribunale del Riesame per bruciare le notizie – vere –  che i cittadini elettori avevano pieno e sacrosanto diritto di conoscere sul conto di uno dei candidati alle elezioni in programma quattro giorni dopo.

Dicevamo della Procura di Ragusa che spesso – purtroppo non è l’unica – recepisce acriticamente e con supina acquiescenza le pretese dei querelanti o almeno di alcuni di loro dotati di potere, particolarmente influenti, aggressivi, affetti, pur titolari di pubbliche funzioni sottoposte a totale trasparenza, da sindrome di intolleranza ad ogni forma di critica e da mania compulsiva di reazione attraverso atti di querela aventi come unico presupposto quello di una percezione soggettiva disturbata dalla propria, peraltro auto-diagnosticata e auto-dichiarata perfino in tribunale, intolleranza alle critiche: una ‘malattia’ che richiederebbe ben altre terapie che quella di un salvacondotto giudiziario in procura capace di trasformare ognuna di quelle querele in un processo, per effetto della citazione diretta a giudizio ad opera di un pm e senza il vaglio di alcun giudice fino alla sentenza di merito.

Uno dei siffatti querelanti è Filippo Dispenza, agrigentino, settantenne, poliziotto in pensione, elevato a prefetto appena due anni prima di doversi ‘mettere a riposo’, nel 2018 per raggiunti limiti d’età: un titolo concessogli il 30 aprile 2016 dal conterraneo Angelino Alfano, all’epoca ministro dell’Interno, il più longevo nella storia, ministro che la sentenza di un tribunale della Repubblica definisce <<istituzionalmente genuflesso ad Antonio Calogero Montante>> campione della mafia ‘invisibile’, imprenditore cresciuto in soldi e potere grazie ad una colossale impostura, combattere la mafia, mentre in realtà proprio nella mafia aveva radici e interessi consolidati.

Dispenza ha visto la sua carriera in polizia volare grazie alle cure degli amici Alfano e Montante. Il primo, quando è ministro della Giustizia, per tre anni e tre mesi da maggio 2008 a luglio 2011, lo gratifica di titoli, incarichi e missioni. E quando, da giugno 2013 a dicembre 2016 è a capo del Viminale, lo spinge in carriera fino al titolo di prefetto. Del secondo è sodale assiduo (26 tra pranzi, cene e appuntamenti vari, annota l’agenda segreta della falsa icona antimafia) e soprattutto cliente come dimostrano i favori – per esempio assunzioni e incarichi per i figli – che il poliziotto chiede e dal potente impostore – poi indagato per mafia e condannato per associazione per delinqere – regolarmente ottiene.

Le date e le sequenze degli eventi attestano che è proprio il rapporto diretto con Montante, senza bisogno di mediazione ministeriale (del resto mai Alfano a Montante potrebbe dire di no: è sancito in una sentenza) a fabbricare in questo sottobosco di traffici d’influenza i meriti e le referenze di Filippo Dispenza. Il quale, da pensionato, apprezza i vaantaggi del titolo di prefetto cucitogli dal duo Montante&Alfano, quale requisito per essere nominato nelle commissioni straordinarie di enti sciolti per infiltrazioni mafiose: il Comune di Vittoria, neanche due mesi dopo l’approdo alla pensione (incarico durato 39 mesi, più del doppio del massimo previsto dalla legge e di 15 mesi oltre ogni limite di proroga contemplato, anche in casi eccezionali, dalle norme); il Comune di Caivano dal 18 ottobre 2023: c’è quindi Dispenza, presumibilmente tra gli altri, il 21 novembre 2023, ad attendere il ministro Francesco Lollobrigida il quale, per non arrivare in ritardo, fa fermare il Frecciarossa a Ciampino per scendere e proseguire con la più veloce auto blu.

Da presidente della commissione straordinaria del Comune di Vittoria Dispenza, allergico alle critiche come abbiamo visto, presenta – a spese dei contribuenti – un numero imprecisato, ma altissimo, di querele contro giornalisti e, soprattutto, contro comuni cittadini ‘colpevoli’ anche solo di lamentare su fb un disservizio.

Non sprecheremmo queste righe per parlare una volta in più di tali querele (qui, qui, qui, qui, qui, qui solo alcuni degli articoli dedicati alla ben più ampia casistica del fenomeno segnalato, autentica emergenza per la democrazia in Italia come riconosciuto anche dalla Corte Edu) se non fosse per l’incredibile, solerte, fervente, acritica accoglienza che esse trovano nella Procura della Repubblica di Ragusa almeno fin quando a capo vi è stato Fabio D’Anna (in futuro vedremo): eppure parliamo di una procura della Repubblica fondata sulla Costituzione e sul suo presidio prezioso della libertà di stampa, non di una procura del Regno nella deriva fascista del ventennio.

La prassi di ‘incriminare’ i lettori: dal querelomane Dispenza amico di Montante

al procuratore che porta avanti i suoi attacchi compulsivi alla libera stampa

Qui non ho possibilità di accennare alle varie vicende, ma almeno un esempio va fatto perché chi legge (e penso a quanti con le loro domande hanno suscitato questo articolo) possa almeno cogliere il senso di una realtà altrimenti incredibile: è il caso dell’incriminazione dei lettori, sì lettori o lettrici semplici, ‘colpevoli’ solo di avere letto – o potenzialmente potuto leggere – e mostrato un giornale o un articolo o un servizio giornalistico tv. Tale infatti è il gesto di chi senza commento ‘condivida’ su fb o su altri social: avere letto (si presume) e mostrare ad altri un determinato contenuto. Il che è l’esatto equivalente di un lettore che entri in edicola, acquisti un giornale e, leggendolo, lo mostri ad altri o, semplicemente, lo riponga, sulla parte superiore del cruscotto della propria autovettura, o nella plancia visibile all’esterno attraverso i vetri del parabrezza. Mi chiedo e chiedo: costui è penalmente perseguibile nel caso in cui uno degli articoli contenuti nel giornale esposto e visibili sia, o possa essere accusato di essere, diffamatorio?

Secondo Dispenza sì. Ma – si può giustamente osservare – questo non è un problema: ognuno querela chi vuole.

E invece questo, proprio questo, è un problema perché non solo Dispenza, ma in questi anni anche la Procura di Ragusa e, soprattutto, il suo capo, fino a settembre scorso Fabio D’Anna, hanno risposto di sì. Con tanto di processo in corso da anni contro lettori, semplici lettori, non solo quelli che hanno condiviso servizi giornalistici aggiungendo un proprio commento del quale quindi se del caso rispondono, ma anche coloro che non hanno espresso una sola parola.

Sono testimone diretto di talune di queste vicende (ne scrivo nel primo del gruppo di articoli sopra richiamati nei link di rimando, qui ) in quanto imputato principale, quale giornalista autore e direttore responsabile di testata giornalistica radio-tv editrice di telegiornali e di trasmissioni contenenti i servizi oggetto di querela. Querela che però è stata rivolta – e dalla procura portava avanti – anche nei confronti di tali ‘lettori’, o ascoltatori e telespettatori in quanto si tratta di servizi televisivi. In una recente udienza il tribunale (sì, in questo caso anche il magistrato in funzione giudicante, non più quindi solo quella requirente dell’accusa) ad uno di questi lettori che non hanno aggiunto una sola parola al servizio giornalistico ha obiettatto: <<si, ma lei comunque l’ha condiviso!>>.

Fatto un respiro profondo dopo l’ascolto o la presa d’atto di tale enormità, qualche riflessione è necessaria.

La diffamazione non è reato che possa toccare chi ‘condivida’, nel senso di approvare genericamente con proprie espressioni o assentire a qualcosa senza però ripeterla o esplicitarla tanto da commettere un fatto, nuovo e proprio, suscettibile di essere qualificato diffamatorio, Ma c’è di più. Quali che fossero i pensieri in fermento e gli intenti nella mente creativa del giudice nell’atto di pronunciare quelle parole oggettivamente prive di senso e inconferenti, il gesto del ‘condividere’ sui social un post – come un qualunque contenuto testuale, verbale, grafico o figurativo – non equivale affatto ad approvare o assentire, ma semplicemente a ‘mostrare’ o ‘segnalare’. Nient’altro. Con il gesto puro e semplice del ‘condividere’ senza un proprio commento, non si diventa editori (i quali peraltro in quanto tali non possono essere chiamati penalmenete a rispondere di quanto pubblicato) nè autori, ma si rimane lettori, lettori che segnalano di avere visto o letto un articolo che ha un suo autore e, se testata giornalistica, un direttore responsabile. Se così non fosse i primi ad essere perseguiti, per ogni articolo da chiunque ritenuto diffamatorio, dovrebbero essere gli edicolanti i quali espongono in bella evidenza i giornali e fanno di tutto per diffonderli, o i pubblici esercenti che ne tengano qualche copia a disposizione dei propri avventori.

Peraltro, ciò – il far vedere, il segnalare – mai e poi mai potrebbe essere oggetto di limitazione perché tale atto colpirebbe la circolazione in quanto tale di notizie o opinioni, cosa totalmente e specificamente vietata dalla Costituzione. Se qualcuno si ritiene diffamato da un articolo quereli l’autore e, se vuole, anche il direttore responsabile o solo quest’ultimo. Ma non può certo querelare i ‘lettori’ i quali, altrimenti, si troverebbero a rispondere esattamente al pari del direttore responsabile, pur non avendo avuto e non avendo alcuna possibilità, oltre che volontà, di concorrere alla diffamazione né ovviamente di poterla evitare: compito che la legge richiede sia svolto, e l’editore pertanto conferisce, al direttore responsabile, perciò dotato di tutti i poteri necessari. Si pensi allora quanto possano essere considerati responsabili gli strilloni di una volta che urlavano a voce per strada determinate notizie contenute nel giornale: eppure mai a nessuno è saltato in mente di querelarne qualcuno, né, in sistemi democratici, ad un magistrato di perseguirlo.

E’ incredibile ma questa sequenza di comiche assurdità è qualcosa di tremendamente serio, drammatico e reale, avallata non solo dalla pretesa di un querelomane che indossa i galloni di ‘servitore dello Stato’, ma dalla supina acquiescenza prestatagli da un procuratore della Repubblica e da quell’inquietante osservazione di un tribunale nel corso di un dibattimento.

Questa è una delle situazioni, riferita a mo’ di esempio, e rientrante nel fenomeno dell’abuso giudiziario contro la libertà di stampa di cui ho messo a conoscenza il procuratore di Palermo De Lucia.

Egli di tale fenomeno era informato? Gli è capitato di agire in contesti e dinamiche dello stesso tipo? Da magistrato ha garantito la libertà di stampa o si è mosso come l’ex procuratore di Ragusa D’Anna?

Maurizio De Lucia, amicizie e carriera di un procuratore: dall’arrivo a Palermo

giovane Pm nella Procura di Giammanco e Pignatone, alla cattura di MMD

De Lucia, 62 anni, entrato in magistratura a 29 anni nel 1990, l’anno dopo è sostituto nella Procura di Palermo: a capo c’è quell’amico di mafiosi e nemico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di nome Pietro Giammanco che il Csm ha preferito a Falcone, ma il giovane neo magistrato nato a Trieste, cresciuto a Santa Maria a Vico nel Casertano e formatosi nell’Università Federico II di Napoli, entra subito in sintonia con il già navigato Giuseppe Pignatone, legatissimo a Giammanco e alla sua rete di relazioni ma capace di farsi strada anche, dal ’93, con Giancarlo Caselli e, soprattutto, dal ’99 con Piero Grasso con il quale nel 2000 è promosso al rango di ‘aggiunto’. Pignatone, nato a Caltanissetta, amico e sodale di Montante, diventerà poi un capo, assoluto, di procura a Reggio Calabria per poi salire ancora più in alto, a Roma. Quindi dopo la pensione, a richiedere i suoi preziosi servigi è il Papa che lo pone alla guida del Tribunale vaticano dove tuttora si trova. Non sappiamo se tra i titoli acquisiti sul campo vi sia, quando è a capo della Procura di Roma, lo stop da lui imposto al suo vice Giancarlo Capaldo nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi – dossier ultrasensibile Oltreveteve – nel 2015 quando il pm sta lavorando su un filo nuovo di intrecci e sviluppi promettenti ma Pignatone gli toglie l’inchiesta e la chiude subito egli stesso oscurando quel varco di luce nel quale con pazienza Capaldo cercava di ricomporre i fili della verità sempre negata.

Del sempreverde Pignatone è utile ricordare che cresce in carriera a Palermo fino alla salda amicizia con il più che chiacchierato procuratore Giammanco, ritenuto a contatto diretto con mafiosi di Bagheria anche per via di comuni interessi nella società Italcostruzioni,  vicinissimo a Salvo Lima, e pertanto nemico giurato di Falcone e Borsellino ai quali, quando il 7 giugno 1990 il Csm – preferendolo proprio a Falcone – lo mette a capo della Procura, di fatto impedisce di continuare ad indagare sulla mafia.

Pignatone esce miracolosamente intonso dall’inciampo e dai misteri inquietanti relativi al fascicolo a lui co-assegnato proprio da Giammanco e contenente il famoso dossier mafia-appalti,  forse una delle chiavi per scardinare i misteri delle stragi del ’92: tale fascicolo stava molto a cuore a Falcone e, dopo la sua morte, a Borsellino il quale però non può occuparsene per volere di Giammanco che affida a Vittorio Aliquò la direzione delle indagini di mafia nella provincia di Palermo (a Borsellino quelle di Trapani ed Agrigento). La frettolosa richiesta d’archiviazione, ad opera di Guido Lo Forte altro pm vicino a Giammanco, fa infuriare Borsellino che la scopre a cose fatte il 14 luglio 1992, cinque giorni prima di saltare in aria. Su queste circostanze Pignatone, chiamato il 26 novembre 2021 a testimoniare a Caltanissetta nel processo sul depistaggio delle indagini relative alla strage di via D’Amelio, è incerto, confuso, omette, balbetta, non ricorda, viene smentito, si contraddice spesso.

Alle 7.15 della mattina di domenica 19 luglio 1992, poche ore prima della strage, Giammanco telefona a Borsellino per dirgli che dal giorno dopo potrà trattare le inchieste di mafia su Palermo. Cosa che purtroppo non potrà avvenire e chissà all’alba di quella domenica quanti siano, e chi, a saperlo. Certo è che se Giammanco, dopo i tanti no che gli ha sbattuto in faccia, intende finalmente accontentare Borsellino (il quale chiede e vuole la delega su Palermo in nome di Falcone) e ha il piacere di dirglielo subito, di domenica, conoscendo la sua ansia di combattere la mafia a Palermo, è proprio … sfortunato!

Nelle trame ricostruite in tale dossier, forse una sorta di scatola nera delle stragi, compare la Sirap, azienda amministrata dal padre Francesco Pignatone, potente politico Dc, deputato alla Camera dal 1948 al ’58, poi per 25 anni, dal ’68 al ’93, presidente e per altri cinque, fino al 1998, amministratore unico straordinario dell’Espi, Ente di sviluppo per la promozione industriale, il super-carrozzone regionale che ha in pancia centinaia d’imprese, come appunto la Sirap coinvolta per appalti da mille miliardi di lire nelle indagini di mafia affidate da Giammanco proprio a Pignatone, peraltro accusato direttamente quando il mafioso Angelo Siino poi collaboratore di giustizia, noto alle cronache come il ‘ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra’, racconta collusioni, soffiate e coperture che lo chiamano in causa insieme a Giammanco, a Guido lo Forte e Ignazio De Francisci: indagini poi archiviate per impossibilità di riscontri. In quel contesto viene in rilievo il personale interesse del magistrato rispetto al ruolo del padre a capo dell’Espi e del fratello Roberto Pignatone, avvocato dello Stato e consulente dell’assessorato ai lavori pubblici della Regione, proprietaria dell’Espi.

Dal 2000 al 2008 Pignatone è procuratore aggiunto a Palermo e, dal 2008 al 20012, procuratore capo a Reggio Calabria, ufficio nel quale può avvalersi della collaborazione di un privato cittadino dalla biografia ingombrante e inquietante, Diego Di Simone Perricone, ex poliziotto divenuto in quegli anni capo della sicurezza di Confindustria, condannato l’8 luglio 2022 a cinque anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Caltanissetta (6 anni e 4 mesi in primo grado) come complice dell’ex icona antimafia Antonio Calogero Montante e – proprio in quegli anni come accerta il processo – figura chiave nel suo sistema criminale.

Quindi, dal 2012 al 2019, il magistrato nisseno è al vertice della procura della capitale. Da quando nei primi anni duemila Montante, nato come il padre di Pignatone a San Cataldo – centro di 22 mila abitanti nel Nisseno – comincia a scalare Confindustria, il magistrato ne è sodale e assiduo frequentatore. Montante ha un eccellente rapporto con l’Eni, la multinazionale colosso di Stato di cui Roberto Pignatone, fratello del procuratore e tributarista, è consulente e ha relazioni strettissime con il grande corruttore Piero Amara che gli affida incarichi e addirittura lo cita come teste a propria difesa in giudizio. Amara appare a lungo ben coperto in diverse procure ma a Roma contro di lui invoca la linea dura il pm Stefano Rocco Fava le cui richieste però sono bocciate da Pignatone che gli toglie il fascicolo e il sostituto si ritrova anche sotto processo. Fava ha il ‘torto’ di rilevare che il procuratore non si sia astenuto da inchieste che coinvolgono il fratello Roberto (ancora lui, a Palermo come a Roma nei decenni!) e investono i rapporti di questi con Amara, al pari del procuratore aggiunto Paolo Ielo, a capo del pool reati finanziari, in sintonia con Pignatone e, come questi, avente un fratello, Domenico, avvocato, beneficiario di incarichi da parte di Amara.

Tornando al tema di questo articolo e ai trascorsi nella procura palermitana nel ’90 e anni seguenti, il trentenne De Lucia si occupa di reati economici e sette anni dopo, nel ’98, viene applicato alla Direzione distrettuale antimafia dove tra l’altro tratta le dichiarazioni di Angelo Siino, il cosiddetto ‘ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra’ per le quali saranno indagati Pignatone e Giammanco, oltre a Guido Lo Forte e Ignazio De Francisci per abuso e corruzione in atti giudiziari: indagini poi archiviate per l’impossibilità – impossibilità? – di trovare riscontri; inoltre De Lucia indaga sui responsabili degli omicidi di Pio la Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, nonché su quelli dei funzionari regionali Giovanni Bonsignore e Filippo Basile. Di seguito è pm nei processi ‘Grande mandamento, ‘Gotha’, ‘Perseo’, ‘Talpe’ sempre in contatto con il suo ‘capo’, l’aggiunto Pignatone il quale a Palermo non riesce a scalare la vetta dell’ufficio ma, passando per Reggio Calabria, giungerà spedito al vertice della procura romana di piazzale Clodio con vista Oltretevere.

Nel 2009 De Lucia, 48nne, va a Roma come sostituto nella Procura nazionale antimafia (dove a capo ritrova Piero Grasso) con delega al collegamento e al coordinamento investigativo con le procure di Palermo e Caltanissetta e nella capitale resta fino a maggio 2017 quando spicca il volo verso una poltrona di procuratore, a Messina.

Il piacere di scrivere De Lucia lo sente da sempre e lo ostenta già nel 2009 quando lascia Palermo e con il giornalista Enrico Bellavia pubblica ‘Il cappio’ che tratta la piaga del pizzo che strangola la città. Per curiosa assonanza semantica, ‘Il cappio al collo della libera stampa’ è il titolo di un mio saggio sopra richiamato (qui) dedicato all’abuso giudiziario che colpisce un vitale basamento della democrazia. Anche lo scrittore De Lucia sceglie il termine cappio per descrivere il fenomeno soggiogante del pizzo e delle estorsioni.

Ma è sugli anni romani del magistrato – fino al 2017 – che bisogna soffermarsi perché da essi giunge uno dei fatti che segnano la sua esperienza e ancora oggi ci pongono domande inquietanti: i rapporti con Antonio Calogero Montante, il finto paladino antimafia poi condannato, il 10 maggio 2019 in primo grado, e l’8 luglio 2022 in appello, come capo di un’associazione per delinquere finalizzata a molteplici delitti e imputato in un altro processo ancora alle battute iniziali.

In nove parole un messaggio scioccante: tutta l’esegesi del De Lucia

che “con affetto è con Montante” e lo invita a tenere duro: contro chi?

Ricordate quanto ho riferito all’inizio sul fenomeno dell’abuso giudiziario contro la libertà di stampa e ai tanti casi di tale abuso riconducibili al querelante incontinente Filippo Dispenza, amico e cliente di Montante? Senza dire che quanto a rapporti con Montante il già citato Pignatone, ‘signore della giustizia’ al di qua e al di là del Tevere, non è secondo a nessuno.

Bene a Roma, come magistrato della Procura nazionale antimafia, De Lucia dimostra di essere amico e sodale di Montante, forse ancora più amico di quanto alcuni intrecci e scambi imbarazzanti documentino sul conto del poliziotto in pensione.

Un amico affettuoso, quanto meno, dobbiamo definirlo. ‘Amico’ non dell’imprenditore di successo artefice della svolta di legalità di Confindustria che molti (alcuni in buona fede, altri no) osannano pubblicamente. ‘Amico’ piuttosto di un indagato per mafia in quanto tale e, proprio, in quanto tale.

Sono le 21.30 del 13 febbraio 2015 quando De Lucia manda a Montante, secondo quanto annota questi nei suoi diari, il seguente messaggio: <<con affetto, sono con te, tieni duro che passerà>>. Nulla da ridire se si trattasse di un messaggio relativo a vicende private personali come potrebbe essere una malattia, il dolore per un lutto, un infortunio, una perdita economica, un problema familiare, la fine di una relazione sentimentale o cose simili. La data è precisa e i fatti inesorabili.

Quattro giorni prima, il 9 febbraio 2015, sul quotidiano la Repubblica in prima pagina è uscito il famoso articolo che svela l’inchiesta, in corso da un anno e che da giugno 2014 vede Montante indagato per concorso in associazione mafiosa, concorso i cui inizi gli inquirenti fanno risalire al 1990. Già il 22 gennaio 2015, venti giorni prima, ne scrive, a firma di Giampiero Casagni nella rubrica Top secret, il settimanale messinese Centonove fondato e diretto da Enzo Basso. Ma il 9 febbraio 2015 la notizia, in prima pagina sul maggiore quotidiano italiano a firma di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, fa il giro del mondo ed ha un impatto clamoroso: l’indagato per mafia Montante infatti ha scalato in pochi anni tutte le vette di un potere inimmaginabile grazie ad una colossale impostura: il pugno duro di Confindustria contro la mafia e le sue reti di complicità.

Non era vero niente, anzi Montante per quasi dieci anni viene indagato proprio per le sue relazioni di vecchia data con il capomafia del suo paese, Paolo Arnone boss di Serradifalco, gran ‘consigliori’ del numero due della cupola Giuseppe Madonia, arrestato a settembre ’92 a Costozza, frazione di Longare nel Vicentino dopo nove anni di latitanza: condannato a diversi ergastoli per omicidi e le stragi del ’92, è in carcere in regime di 41 bis. Ed è per arrestare le indagini sul proprio conto, frutto delle dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia, che Montante ricorre al delitto sistematico svelato dall’inchiesta sul suo ‘sistema’ ed è a questo fine che egli commette una parte non secondaria dei reati per i quali il 10 maggio 2019 è condannato dal Tribunale e l’8 luglio 2022 dalla Corte d’Appello di Caltanissetta.

Tornando all’incredibile sms inviato dal magistrato antimafia all’indagato per mafia, in quel momento, a febbraio 2015, Montante è presidente di Confindustria Sicilia, membro del board di Confindustria nazionale con delega alla legalità, componente del direttivo dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati alla mafia, presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta, presidente di Unioncamere Sicilia.  Ma è soprattutto da anni e ancora in quel momento il capo di una rete di potere che con qualunque mezzo, anche criminale come dimostreranno le inchieste e i processi successivi, succhia milioni di soldi pubblici; costruisce carriere (soprattutto al Viminale, nelle prefetture, negli organi di polizia, nei servizi segreti, nelle banche ad essi legate); alimenta clienti, sodali e giornalisti – molti – pronti a mettersi a disposizione; colpisce con minacce, ritorsioni, dossieraggi, gli onesti che non si prestano compresi altri giornalisti – pochi – che tengono la schiena dritta.

A cosa si riferisca De Lucia con il suo sms – da lui mai smentito – non v’è alcun dubbio: l’emersione pubblica della notizia che Montante sia indagato per mafia, pubblicata quattro giorni prima da ‘la Repubblica’ e rilanciata ogni giorno, con sviluppi, approfondimenti e retroscena da centinaia di testate in tutto il mondo, incredule anche perchè in quel momento, grazie agli uffici del ministro Angelino Alfano, Montante è fresco di nomina e pronto a scalare l’Agenzia per i beni confiscati alla mafia che ha in dote immobili, aziende e businesses per decine di miliardi.

Quindi da De Lucia nessun riferimento a fatti privati o personali. Ma parole scritte solo in seguito alla diffusione della notizia di quell’inchiesta giudiziaria che impensierisce l’amico Montante.

Ma come può un magistrato dello Stato, che svolge le funzioni di pubblico ministero nella Procura nazionale antimafia (in quel momento guidata dal napoletano Franco Roberti poi assessore della Regione Campania nella Giunta-De Luca e dal 2019 deputato europeo del Pd), scrivere quelle parole – di affetto, di sostegno, di caldo invito a non abbattersi e ad andare avanti, di fiducia nell’esito per lui positivo della vicenda – a chi è sospettato di essere un mafioso in indagini condotte da un anno dalla Procura di Caltanissetta e restare al suo posto come se nulla fosse?

De Lucia, la moglie Pm in Procura generale a Caltanissetta e la cognata

commissaria per l’emergenza Covid a Messina dove egli è procuratore

Peraltro la procura nissena è una delle due (l’altra è Palermo) con le quali De Lucia, appena arriva a Roma per prestare servizio nella Dna, Direzione nazionale antimafia, intrattiene i rapporti operativi e di collaborazione propri della delega al collegamento e al coordinamento investigativo che gli viene appositamente attribuita. In proposito accade che De Lucia mantenga per qualche tempo questa delega anche dopo che la moglie Fabiola Furnari, magistrata, si trovi in servizio nella Procura generale di Caltanissetta: scivolone grave al quale solo in seguito, non sappiamo se perchè qualcuno metta gli occhi su questa situazione imbarazzante, si pone rimedio con la remissione della delega nissena.  Remissione cui si richiama il Gip di Perugia che il 26 giugno 2019 – accogliendo conforme richiesta del Pm ricevuta il 14 maggio 2019, quattro giorni dopo la sentenza di condanna di Montante in primo grado a 14 anni di reclusione –  archivia le indagini nei confronti di De Lucia per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento ma che appare negata o quanto meno ignorata dallo stesso magistrato nella veste di attore negli atti allegati all’azione civile esperita dinanzi al Tribunale di Agrigento, con atto di citazione del 3 febbraio 2021 (dopo un verbale negativo di mediazione del 12 dicembre 2020) contro il giornalista, scrittore e blogger Salvatore Petrotto ‘colpevole’ secondo De Lucia di avergli procurato un danno ingiusto con la pubblicazione di notizie sulla sua attività di magistrato (vedremo più avanti qualche dettaglio in più).

Non sappiamo a cosa si debba tale discrasia che segnaliamo per puro scrupolo di verità.

Da una parte l’indagato De Lucia fa presente, a propria discolpa – nel 2018 e 2019 quando dalla Procura di Perugia è accusato di avere rivelato nel 2016 a Montante, per il tramite del complice di quest’ultimo Diego Di Simone Perricone, notizie coperte da segreto  – di non essere più da anni già nel 2016 (quindi da diverso tempo prima) in possesso della delega al collegamento investigativo con la Procura di Caltanissetta. E le ragioni di tale interruzione pare risiedano in questa incompatibilità dovuta all’ufficio giudiziario ricoperto dal coniuge prima stranamente passata sotto silenzio.

Dall’altra l’attore De Lucia, promotore di azione civile di risarcimento danni contro Petrotto per una serie di articoli dedicati a suoi provvedimenti di magistrato, della Dna prima e di procuratore a Messina dopo, nega tale interruzione o quanto meno la omette o l’ignora nell’atto di illustrare il proprio curriculum in cui rivendica la delega del collegamento con la Procura di Caltanissetta nell’intero periodo di permanenza nella Dna, ovvero fino al 10 maggio 2017.

Ma questa con l’ufficio della moglie nella Procura generale di Caltanissetta dove tuttora presta servizio e dove da due mesi si è insediato in posizione di vertice Fabio D’Anna proveniente da Ragusa (colui che come abbiamo visto trasforma in processi le querele dell’amico e cliente di Montante, Dispenza), non è l’unico incrocio tra uffici e rapporti di parentela, immediati o acquisiti, in cui De Lucia s’imbatta. Quando è procuratore a Messina accade che l’ufficio da lui diretto possa o debba indagare sull’attività del commissario per l’emergenza-Covid.

E chi è, almeno in un certo periodo, dal 18 dicembre 2020 al 2 marzo 2021? La cognata Maria Marzia Furnari, sorella della moglie. Anche in questo caso pare che la situazione, imbarazzante e singolare, catturi la necessaria attenzione dopo e non prima, quando dovrebbe essere impedita e prevenuta con atti di mero buon senso secondo il principio di prudenza. Ma la colpa è del potere politico, in questo caso la giunta regionale e l’assessore che procede alla nomina, Ruggero Razza, lo stesso che proprio in quel periodo di novembre e dicembre 2020 parla, ascolta e fa i conti al telefono di morti spalmati per minimizzare i dati e che a marzo 2021 sarà investito dall’inchiesta che provoca diversi arresti nel Dipartimento regionale attività sanitarie, nell’assessorato alla salute e nell’osservatorio epidemiologico.

Maria Grazia Furnari, dirigente medico, già commissaria straordinaria nel 2018 dell’Asp di Caltanissetta, il 18 dicembre 2020 viene nominata dall’assessore regionale alla salute commissaria per l’emergenza Covid a Messina, con il il compito <<di coordinare tutte le attività di emergenza, in affiancamento dell’Asp di Messina, nonché in sostituzione dei dipartimenti di prevenzione e del territorio della medesima Azienda>>.

Mesi prima, il 30 marzo 2020, il cognato De Lucia, nella sua qualità di procuratore di Messina, ha lanciato un allarme che l’agenzia di stampa Adn Kronos, ripresa da vari quotidiani, riferisce così: <<Le mafie colgono sempre i momenti di debolezza del sistema. E’ l’allarme lanciato dal procuratore capo di Messina, Maurizio de Lucia, che da molti anni si occupa di criminalità organizzata, e che teme le infiltrazioni delle cosche mafiose dopo la fine dell’emergenza coronavirus. “Tra l’altro – spiega il magistrato in una intervista all’Adnkronos – con la ripartenza avremo, da un lato, il mondo delle imprese molto debole che lamenterà la mancanza di liquidità, mentre notoriamente la mafia ha molte liquidità. E, dall’altro, i flussi di denaro pubblico – aggiunge Maurizio de Lucia – perché molto sarà sostenuto da soldi pubblici e quindi ci vorrà particolare attenzione nel gestire le spese”. Quindi, il magistrato, si augura che non vengano “caricate troppo di burocrazia le procedure di spesa” e teme il pericolo di infiltrazioni mafiose “a tutti i livelli, da quello del finanziamento a quello dell’impiego di questi soldi. Sono due settori molto a rischio. Tutto questo vale in scala maggiore nei territori più ricchi e in scala minore nei territori più poveri”>>.

La procura di Caltanissetta smaschera Montante, mentre il Pm antimafia

De Lucia parteggia per lui, sposa la sua causa, lo conforta, lo consiglia

Tornando al messaggio inviato da De Lucia a Montante il 13 febbraio 2015, il documento è lampante e non lascia margini di dubbio. Abbiamo già rilevato che è Montante ad annotarlo nei diari e gli investigatori a classificarlo unitamente a 24 incontri (quelli di Dispenza sono 27) che De Lucia ha con Montante. Ma va dato atto che quello scioccante sms non è mai smentito dal magistrato e peraltro gli elementi contenuti nei diari segreti di Montante, tutte le volte che necessitino verifiche e riscontri, finora hanno sempre trovato puntuale conferma.

A fronte di un’attività d’indagine su fatti di mafia, importante e imponente, svolta con rigore e professionalità da magistrati integerrimi (l’allora procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone, i colleghi Stefano Luciani, Vittorio Bonaccorso, Gabriele Paci e gli altri) e da investigatori di elevate capacità e di fibra forte e coraggiosa come la dirigente della squadra mobile della questura nissena Marzia Giustolisi, cosa fa il ‘collega’ De Lucia?

Tifa per l’accusato di mafia, parteggia per lui, sposa la sua causa e il suo destino, lo conforta, lo consiglia, gli offre prova immediata e tangibile di essere al suo fianco addirittura <<con affetto>>, lo invita a <<tenere duro>>: contro chi se non contro lo Stato che indaga e vuole verificare la fondatezza delle accuse e contro magistrati indipendenti che servono verità e giustizia mentre egli sembra dipendere totalmente da quell’affetto nato su chissà quali pratiche e quali rapporti? Pongo queste domande, necessarie, perchè ad esse mai è giunta da parte dell’interessato una risposta pubblica chiara, piena, logica, convincente, all’altezza delle responsabilità rivestite, delle prerogative esercitate e del ruolo ricoperto.

Proseguendo nella nostra piccola esegesi di quelle nove parole, per essere certo che l’indagato per mafia possa effettivamente ‘tenere duro’ contro inquirenti che fanno il loro dovere, De Lucia, magistrato che dovrebbe condividere lo stesso impegno dei colleghi, rassicura l’amico sotto inchiesta offrendogli una certezza, la sua: <<passerà>>. Il che, tradotto, vuol dire che ‘passera’ senza effetti per lui, quindi finirà con il nulla di fatto delle indagini in atto. Il che è doppiamente inquietante perché: o De Lucia già il 13 febbraio 2015 conosce ogni elemento delle indagini al punto da potere essere certo in verità e coscienza che non possano avere alcun seguito le accuse nei suoi confronti. O è vero quanto già da noi adombrato, ovvero che egli semplicemente si schieri e faccia il tifo per l’amico-indagato contro l’aspettativa dello Stato di accertare la verità quale che essa sia.

Delle due l’una, tertium non datur, e la prima è da scartare per un motivo semplice. Quelle indagini, da allora vanno avanti per altri otto anni. Il 13 febbraio 2015 sono in corso da un anno e proseguono fino a pochi mesi fa quando il gip, su richiesta depositata dal pm Claudia Pasciuti nel 2022, dispone l’archiviazione. Almeno così scrive il 24 novembre 2023 su La Sicilia Mario Barresi attribuendo la notizia, finora sconosciuta, in pratica uno scoop, a proprie fonti qualificate. Da rilevare di contro che ancora il 16 novembre 2023 quando la Corte d’Appello di Caltanissetta (presidente Andreina Occhipinti, estensore Giovambattista Tona, giudice Alessandra Giunta) deposita la sentenza d’appello che condanna Montante e altri imputati come Diego Di Simone Perricone, dà atto di non conoscere l’esito del procedimento aperto a giugno 2014 per concorso in associazizone mafiosa: <<non è dato conoscere se le dichiarazioni dei collaboratori abbiano trovato specifici riscontri, non essendo note le determinazioni del Pm sull’originario procedimento per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa>>. E’ probabile che queste parole siano state scritte ben prima del deposito dell’atto avvenuto il 16 novembre scorso e non siano state aggiornate, considerate la data dell’udienza conclusiva del processo, l’8 luglio 2022 e la successiva, laboriosa, redazione, durata quasi un anno e mezzo, delle motivazioni.

Tornando al filo conduttore dei fatti oggetto di questo articolo, non v’è dubbio che in ogni caso le indagini su Montante per il reato di concorso in associazione mafiosa siano andate avanti per nove anni almeno, otto dei quali successivi alla data in cui De Lucia manda l’sms all’indagato. Un periodo molto lungo in cui vengono vagliati tutti gli elementi potenzialmente utili, anche sopravvenuti, sicchè non poteva esserci in quel momento alcuna corrispondenza di giudizio – o quanto meno di personale convincimento – con la recentissima conclusione, maturata dopo quasi due lustri d’indagine attraversati nel contempo da altre due inchieste ed altrettanti processi uno dei quali ha prodotto la condanna di Montante per associazione per delinquere, corruzione, accesso abusivo ai sistemi informatici ed altri reati, sia da parte del tribunale il 10 maggio 2019 (14 anni di reclusione con rito abbreviato) che dalla Corte d’appello l’8 luglio 2022 (8 anni di reclusione).

Di questo sms angosciante si ha notizia solo quando emerge il contenuto dei files conservati dal leader di Confindstria nel personal computer  e in decine di pen drives che gli sono sequestrati a gennaio 2016. E’ il diario-Montante, contenente la maniacale annotazione, giorno per giorno e ora per ora, di incontri, colazioni, pranzi, cene, telefonate, messaggi, corrispondenze, soldi dati, richieste ricevute e favori elargiti, annotazione di fatti. Per un lungo periodo questo archivio imponente e prezioso rimane a conoscenza solo degli inquirenti ma quando, il 14 maggio 2018, scatta l’arresto gli atti affiorano alla conoscenza delle parti e, presto, della stampa.

Quando De Lucia, Pm antimafia, incontra tre volte l’uomo di Montante (poi condannato come suo complice) a caccia di notizie sull’inchiesta nissena

Il 2016, oltre che l’anno del sequestro di questi materiali, è anche quello in cui De Lucia si trova nel mirino del bisogno di rassicurazione del suo caro amico sotto inchiesta e il suo comportamento, accogliente e affettuoso verso di lui nonostante egli sia un magistrato antimafia, lo porterà ad assumere egli stesso la posizione di indagato in un fascicolo aperto dalla Procura di Perugia. Ciò accade per via degli incontri che De Lucia, pm della Procura nazionale antimafia, concede nel suo ufficio, nel palazzo della Dna di Roma, a Diego Di Simone Perricone, ex poliziotto passato nel 2009 alla sicurezza di Confindustria e in particolare di Montante che gli garantisce un ben più lauto stipendio. De Lucia lo conosce in quanto era un ispettore in servizio alla squadra mobile quando lui stava a Palermo: è un ex poliziotto, ormai privato cittadino che fa un altro mestiere anche se Pignatone anni prima quando, dal 2008 al 2012, è a capo della Procura di Reggio Calabria lo nomina, ormai ex poliziotto, proprio consulente.

Non sappiamo se è solo in virtù della vecchia conoscenza che De Lucia lo incontra, o anche perché – o soltanto perchè – è l’uomo di Montante, amico nel cuore del magistrato come ben sappiamo, e ne cura i suoi affari, soprattutto quelli scabrosi di quel periodo in cui l’ex icona antimafia sa di essere sotto accusa per mafia e cerca con ogni mezzo, anche e soprattutto illecito, di bloccare queste indagini, di neutralizzarle, con interferenze ed espedienti di ogni tipo, dalla corruzione alla minaccia, pur di fare scomparire le accuse e ottenere rapidamente un nulla di fatto per riprendere come e più di prima la travolgente scalata del potere e la gestione a mani libere dei suoi lucrosi businesses.

Questo non accadrà perché quel gruppo di magistrati e di investigatori di Caltanissetta guidati dal procuratore Amedeo Bertone è composto da veri servitori dello Stato capaci di superare ogni ostacolo e di resistere ad ogni forma di intimidazione, minacce e dossieraggio e ciò consentirà loro di monitorare tutte le azioni criminali del sistema-Montante e imporrà loro di chiederne ed ottenere, il 14 maggio 2018, l’arresto, nonché i due processi e le condanne già maturate. Con profonda delusione – c’è da presumere – del procuratore antimafia De Lucia il quale il 13 febbraio 2015 si esprimeva con le parole che abbiamo analizzato.

Occorre però rilevare che De Lucia, a colloquio con Diego di Simone Perricone, si riferisce al procedimento avviato nel 2014 per concorso in associazione mafiosa, quello archiviato di recente e non certo alla lunga catena di delitti che, certamente a sua insaputa, l’amico Montante nel frattempo commette, stando almeno a quanto scaturito dal primo giudizio giunto ora alle soglie del vaglio della Corte di Cassazione.

De Lucia si riporta a quel procedimento e non a quelli che sarebbero nati dopo per i fatti nuovi contestati a Montante e per quelli passati che emergono grazie alle intercettazioni compiute in vari periodi a partire dal 2014. La profonda delusione da noi ipotizzata è una mera sensazione scaturente da quel sms così denso di sentimento da parte di De Lucia per l’amico Montante, ma il piano dei fatti è totalmente distinto. In quei tre colloqui del 2016 – il 10 marzo, il 29 aprile e l’8 settembre – nel proprio ufficio nella Direzione nazionale antimafia De Lucia parla con un ex poliziotto che ben conosce e che, si può presumere, gli chieda notizie sul procedimento che, effettivamente (scopriamo sette anni dopo) finisce in un nulla di fatto. Tutt’altra cosa, pur nell’enormità della disinvoltura di un magistrato antimafia, sono le azioni delittuose compiute da Montante, da Di Simone e da altri complici per attentare al corso della giustizia.

Nel 2016 quindi De Lucia riceve Diego Di Simone Perricone, figura centrale nel sistema criminale di Montante, con lui condannato sia in primo grado – a sei anni e quattro mesi con rito abbreviato, per vari reati tra cui associazione per delinquere, accesso abusivo a banche dati istituzionali, rivelazione di segreti d’ufficio, corruzione – che in appello, a cinque anni. Non sappiamo cosa De Lucia gli dica ma è ben chiaro perché l’ex poliziotto lo vada a trovare: vuole carpire notizie e soprattutto chiedere rassicurazioni sugli sviluppi e sull’esito del procedimento: notizie e rassicurazioni che ottiene. Questo almeno è quello che egli comunica a Montante che sistematicamente chiama appena uscito dall’ufficio di De Lucia per ragguagliarlo.

Il 9 maggio 2018, cinque giorni prima che Montante sia arrestato, la Procura di Caltanissetta manda a quella di Perugia, competente sui reati commessi da magistrati in servizio a Roma (la legge istitutiva della Dna in effetti radica nella capitale tale competenza) la registrazione di tre conversazioni intercorse tra Di Simone, appena uscito dalla stanza di De Lucia, e Montante, datore di lavoro del primo e affettuoso amico nel cuore del secondo.

Singolare che quando Di Simone viene chiamato dai magistrati di Caltanissetta a rispondere di tali notizie eventualmente ricevute da De Lucia, l’ex poliziotto neghi categoricamente di averlo incontrato: evidentemente vuole proteggerlo valutando come illecita (deve essere questa percezione soggettiva a indurlo a mentire così palesemente) la condotta del magistrato o la propria o entrambe. Ma sarà proprio De Lucia, a sua volta interrogato come indagato, a dovere ammettere la verità anche perché quelle visite risultano registrate, con data e orario, nella lista degli accessi negli uffici della Dna con destinazione nel suo ufficio e quindi non si può sfuggire.

Il giornalista Salvo Palazzolo definisce ‘talpa’ di Montante nella Dna di Roma

quel magistrato senza nome poi identificato e indagato: è il Pm antimafia De Lucia

In proposito risulta interessante il servizio del giornalista Salvo Palazzolo (qui), pubblicato il 30 maggio 2018 dal quotidiano la Repubblica e diffuso anche su ‘Repubblica Tv’ su queste intercettazioni e sulle ‘talpe’ di Montante: una si nasconde negli uffici della Dna in via Giulia a Roma, l’altra nel palazzo di giustizia di Caltanissetta, <<il nostro uomo a L’Avana>> lo definisce Di Simone cercando di vendere cara o comunque fare apprezzare la propria merce all’uomo per cui lavora.

Il servizio si compone di una parte audiovisiva e di un testo scritto, a firma di Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta, nel quale si legge: <<Diego Di Simone, il capo della sicurezza di Confindustria, lo chiamava “il suo uomo all’Avana, quello che osserva tutto”. O anche, “l’uomo mio che è giù”. Spunta un’altra talpa eccellente nella rete di Antonello Montante, l’ex paladino dell’antimafia oggi in carcere con l’accusa di aver creato due associazioni per delinquere, per carpire notizie riservate sulle indagini e per razziare fondi pubblici. Una talpa che – scrivono Palazzolo e Ruta – probabilmente operava all’interno del palazzo di giustizia di Caltanissetta. Ecco gli audio delle intercettazioni della squadra mobile nissena che hanno svelato la rete di complicità. Caccia a un’altra talpa, un magistrato della Direzione nazionale antimafia>>.

Nelle parole scritte che corredano l’audio delle intercettazioni sono due le notizie, quante le ‘talpe’ di Montante: una a Caltanissetta e una a Roma nella Dna. E di quest’ultima i due giornalisti svelano qualche indizio: è un magistrato della Direzione nazionale antimafia. Ma in quel momento, è il 30 maggio 2018 e De Lucia è da un anno procuratore a Messina, nessuno ancora sa chi sia la ‘talpa’ di cui scrive Palazzolo, o almeno nessuno ancora ne fa il nome pubblicamente.

Nel commento audiovideo che intermezza le intercettazioni Palazzolo è più preciso: <<La mattina del 29 aprile 2016 – racconta – Diego Di Simone capo della sicurezza di Confindustria entra alla Direzione nazionale antimafia in via Giulia a Roma per acquisire notizie sull’indagine per mafia che i pm di Caltanissetta stanno conducendo su Antonello Montante>>. Quindi Palazzolo aggiunge: <<appena uscito Di Simone chiama Montante: una talpa ancora senza nome ha raccontato che l’inchiesta si mette bene per Montante anche se ci vorrà del tempo per l’archiviazione>>.

Segue l’audio di alcuni brani del dialogo di Di Simone con Montante. Il primo, stoppato subito dal secondo quando esordisce con un commento che pare possa suonare troppo esplicito ad orecchie indiscrete, va al punto così: <<per quanto riguarda la posizione, lui ha toccato con mano che tutto quello che c’era da fare è stato fatto e che purtroppo le cose si sono messe in maniera tale che …>>. Montante vuole sapere di più e Di Simone lo asseconda riportando le parole riferite dalla ‘talpa’ della Dna di cui loro due conoscono bene il nome e che per prudenza al telefono Di Simone non pronuncia mai: <<lui mi ha detto dove gli hanno detto che dovrebbe andarsi a collocare…>>.

Di Simone si riferisce alla posizione di Montante nell’inchiesta che lo vede indagato e questi quindi, in evidente apprensione, chiede: <<positiva?>> la posizione in cui dovrebbe andarsi a collocare (n.d.r.)? La risposta di Simone: <<quella sua me l’ha data per certa, però non mi ha detto giugno…>>. Impaziente Montante chiede ancora: <<ma perchè no?>>. E Di Simone, ancora pronto ad utilizzare in qualche modo quanto appreso dalla ‘talpa’, spiega: <<è un problema di tempistica, tempistica proprio tecnica>>.

La ‘talpa’ (usiamo il termine come citazione dei documenti riportati, in primo luogo il sevizio di Salvo Palazzolo, e nell’accezione che in essi ricorre) avrà presto un volto e un nome: De Lucia appunto. Per singolare mistero di un certo intreccio che alimenta una sorta di eterogenesi dei fini e fors’anche di certi interessi che muovono l’agire umano, il magistrato antimafia Maurizio De Lucia e lo scrupoloso cronista Salvo Palazzolo oggi, cinque anni dopo, sono co-autori del libro scritto insieme e che insieme presentano in decine di incontri, raccontando la leggendaria cattura della primula rossa Matteo Messina Denaro, cattura ipermediatica che a De Lucia capita in sorte di potere annotare nei propri meriti di servizio: egli s’insedia infatti a capo della Procura di Palermo il 15 ottobre 2022 e tre mesi dopo, il 16 gennaio 2023, il boss latitante da trent’anni, protetto a casa sua, viene arrestato. E’ un boss morente la cui cattura non aggiunge una sola parola di verità sui suoi delitti, sulla mafia e sull’ampia zona grigia di collusione con colletti bianchi e settori dello Stato.

La ‘cattura’ del boss morente e i trent’anni di copertura alla sua latitanza. Un magistrato, il procuratore di Trapani Marcello Viola, stava facendo arrestare

Matteo Messina Denaro quando era un capo all’apice, ma gli fu impedito

L’arresto di Matteo Messina Denaro è ovviamente importante ma tutto lascia credere che il boss si si faccia prendere quando egli lo decide, magari per semplificare le modalità dei propri funerali rispetto a quella leggendaria e ingegnosa messinscena delle esequie del padre, il boss Francesco Messina Denaro, latitante da ottobre 1990 – quando grazie ad una soffiata ricevuta sfugge ad un mandato di cattura spiccato da Paolo Borsellino – e fino all’ultimo respiro, il 30 novembre ’98 quando, stroncato a 78 anni da infarto, riappare miracolosamente, dentro la bara planata in un baleno a Castelvetrano, abbigliato con il vestito da cerimonia e pronto per l’ultimo saluto, incurante delle seccature di uno Stato che dice di dargli la caccia ma appare goffamente fuori dalla sua traiettoria. Come accade per altri venticinque anni al figlio-erede Matteo (che nel ’98 è già latitante da cinque), con la sola variante delle diverse modalità di ‘riapparizione’ in punto di morte, o quasi.

In proposito è utile ricordare come molte volte la cattura di Matteo Messina Denaro, quando è ancora nel suo fulgore operativo alla testa di una rete di affari attiva e plurimiliardaria, sfumi in circostanze strane, avvolte nel mistero. Tra le tante singolarità basti richiamare alla memoria l’improvvido arresto di un mafioso agrigentino a lui molto vicino, Leo Sutera, ad opera della procura di Palermo. L’uomo è da tempo monitorato dagli investigatori diretti dal procuratore di Trapani Marcello Viola i quali lo seguono perché egli li sta portando in casa del boss superlatitante dove ha un appuntamento di lavoro con lui. Proprio quando gli agenti guidati da Viola sono ad un passo, da Palermo viene deciso, fuori del territorio di competenza, l’arresto di Sutera che salva così la ‘primula rossa’.

In quel momento a capo della procura palermitana c’è Francesco Messineo, in precedenza, dal 2002 al 2006, procuratore a Caltanissetta dove di fatto incuba il sistema Montante alimentandolo e facendolo crescere con i buoni rapporti intrattenuti e un’ampia disponibilità di adesione e acquiescenza alle azioni e agli interessi del finto campione di legalità.

Marcello Viola, il magistrato che voleva arrestare Matteo Messina Denaro, invece dal 7 aprile 2022 è procuratore a Milano, in precedenza dal 2016 procuratore generale a Firenze dopo avere fallito il traguardo sia a Palermo che Roma, battuto dai Pignatone-boys, in ultimo Francesco Lo Voi – dal 2014 procuratore a Palermo e dal 2022 a Roma – il quale in queste gare, appunto a Palermo come a Roma, dimostra di avere una marcia in più: il sostegno del ‘capo dei capi’ di molte procure,  imbattibile su tutte le sponde del fiume che, tra i palazzi di ogni potere, sorveglia la capitale.

Viola è un magistrato senza macchia, da tutti ritenuto integro ed estraneo a quei traffici di nomine e carriere su cui ci illumina l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara il quale, intercettato, dà prova indelebile di come vengano fabbricate le nomine decise dal Csm. Palamara è il grande tessitore riverito e ossequiato fino a quando non cade in disgrazia per essersi permesso di decidere cosa diversa da ciò che Pignatone esige.

Dal verminaio documentato dal trojan inoculato nello smartphone di Palamara indagato, emerge uno spaccato di compromissione, scambi, traffici e ricatti dal quale sono pochi, tra coloro che per ventura vi entrano, a salvarsi: tra questi proprio Viola. Per la cronaca il trojan è quello divenuto famoso per una singolare proprietà: o perchè difettoso o perchè intelligente, come durante la cena dell’hotel Champagne il 9 maggio 2019, smette di funzionare quando con Palamara c’è Pignatone, all’epoca procuratore a Roma ma deciso a designare, come in una successione dinastica, il suo successore quando al compimento del settantesimo compleanno dovrà lasciare: e i tempi sono maturi perchè proprio il giorno prima, l’8 maggio 2019, Pignatone ha raggiunto l’età.

Il magistrato più titolato e qualificato appare proprio Viola, a detta di tutti tranne Pignatone e la sua squadra di fedelissimi. Palamara punta su Viola decidendo così questa volta di dissentire dal grande vecchio in toga esperto di magheggi e maneggi, e paga questa scelta a caro prezzo: non solo la sua brillante carriera, ma perfino il suo lavoro e il suo stipendio di magistrato finiscono lì.

Infatti l’inchiesta che lo incrimina e lo inchioda sembra farina del sacco di Pignatone o della sua rete nella quale per posizione formale un ruolo centrale ha De Lucia. E’ Pignatone a farlo nominare procuratore a Messina nel 2017, in quel caso in piena sintonia con Palamara che lo sostiene. E nella città dello stretto arrivano i miasmi, i veleni e i fascicoli del ‘Sistema-Siracusa’, un colossale giro di corruzione giudiziaria imbastito dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore e che coinvolge anche magistrati: quindi competenza a Messina. E’ da qui che, inevitabilmente sotto la direzione di De Lucia in quanto procuratore, vengono riempite migliaia di pagine di verbali con il racconto-confessione di tutte le imprese dei due avvocati aretusei e la denuncia dei complici. Il pm di Siracusa Giancarlo Longo, arrestato e poi espulso dalla magistratura, collabora per meritarsi un patteggiamento per lui accettabile (cinque anni di reclusione) e, quando Palamara diventa nemico di Pignatone nella designazione del suo successore a Roma, Longo lo accusa di avergli chiesto quaranta mila euro per farlo diventare procuratore a Gela: circostanza poi rivelatasi priva di fondamento ma intanto pezza d’appoggio preziosa per far partire il trojan intelligente alla volta del telefono di Palamara e il conflitto è risolto. Viola, il migliore candidato alla procura di Roma, viene fatto fuori perchè è sostenuto – da molti ma anche – da Palamara e così Pignatone vince anche questa partita, una partita doppia e in due tempi in cui è sempre lui a dettare legge.

Ci sono magistrati e magistrati in Sicilia, come politici, giornalisti, dirigenti di polizia, imprenditori così diversi tra di loro. Si può nascere e vivere in Sicilia, magari a pochi passi l’uno dall’altro ed essere Marcello Viola, siciliano anche lui, o Giuseppe Pignatone; Paolo Borsellino o Pietro Giammanco; Pio La Torre o Vito Ciancimino; Piersanti Mattarella o Salvo Lima; Libero Grassi o Antonio Calogero Montante.

Pignatone esce su tutte le ruote, a Roma come a Palermo, e l’impostore antimafia festeggia. In Vaticano non solo la ‘giustizia’ è al sicuro, ma anche l’informazione

con Vincenzo Morgante: fuori dalla Rai dopo lo scandalo dei diari segreti di Montante, ma più che degno per dirigere le reti e le testate della Chiesa

Tornando alla ‘partita romana’ del 2020, Pignatone, troppo vecchio al di qua del Tevere con i suoi 70 anni compiuti l’8 maggio 2019, ha già piantato le tende sull’altra sponda e da cinque mesi, dal 3 ottobre 2019 è a capo del Tribunale del Vaticano quando il 4 marzo 2020 fa nominare proprio successore a capo della procura ‘secolare’ di Roma il suo fido Michele Prestipino Giarritta, siciliano, sotto la sua ala protettrice fin dagli anni ’90 nella Procura di Palermo, poi con lui procuratore aggiunto a Reggio Calabria e di seguito anche a Roma.

Il ‘cavallo’ di Pignatone vince nonostante non abbia i titoli come sancito dal Tar del Lazio e, definitivamente, dal Consiglio di Stato che due anni dopo, a gennaio 2022, lo fa retrocedere alla posizione originaia di ‘aggiunto’. Ma quando la partita si riapre è sempre Pignatone a vincere ancora, con un altro suo destriero di più lunga corsa, Francesco Lo Voi, procuratore a Palermo dal 2014 al 2022 e, consumati per intero gli otto anni dell’arco temporale massimo di tale carica direttiva, pronto a volare a Roma e ad insediarsi il 17 gennaio 2022 per mantenere saldo il sistema-Pignatone: nella capitale come a Palermo dove, liberatosi il posto, a luglio 2022 per il Csm c’è un solo concorrente in gara, Maurizio De Lucia.

Come a dire Pignatone forever! Con piena soddisfazizone di Antonello Montante il quale – dopo due anni di detenzione e tre, tuttora, di soggiorno obbligato ad Asti, con il rischio di tornare in carcere se e quando la Cassazione dovesse confermare la condanna a otto anni e con lo spettro dell’altro processo ancora in fase iniziale – si ritrova amici carissimi in diverse procure che contano come Palermo, Roma e tante altre. In Sicilia sono senza capi quelle di Catania, Messina e Ragusa da dove il già citato D’Anna ha traslocato nella procura generale di Caltanissetta, posizione sensibile rispetto soprattutto ai processi d’appello in quel distretto.

Amici carissimi per Montante anche in postazioni chiave del Vaticano: sul fronte giudiziario con Pignatone e su quello dell’informazione con Vincenzo Morgante, suo cliente devoto fin dai tempi della Rai in cui era proprio Montante a spingerlo in carriera e in potere ottenendone in cambio totale asservimento della funzione ai suoi interessi. Morgante, costretto – quando si scoprono i diari segreti di Montante che lo marchiano – a lasciare la Rai dove anche grazie all’impostore di Serradifalco dirigeva la Tgr, infatti da settembre 2018 è a capo di Tv2000 e di InBlu, la Tv e la Radio dei vescovi italiani, emittenti delle quali dirige sia le reti che le testate giornalistiche.

Quella che si gioca continuamente nel Csm è la partita dell’eterno scontro tra ciò che sarebbe giusto e ciò che conviene a certe cricche di potenti a loro agio a Palazzo dei Marescialli: molto spesso a vincere sono tali ‘convenienze’ ma ciò non esclude che ai migliori, purchè non vi siano prepotenti di traverso, siano concessi posti importanti anche se meno ambìti: ed è ciò che accade a Viola il quale da Trapani non approda a Palermo (dove il sistema di zone grigie e commistioni lo vede come una minaccia) ma può conquistare Firenze; poi ancora bocciato a Roma dove il sistema-Pignatone non ammette deroghe ma promosso a Milano per il beneficio degli onesti di questo importante distretto giudiziario i quali hanno la fortuna di avvalersi, a differenza di altre comunità, di un magistrato integerrimo, capace e, soprattutto, per bene, che già quindici anni fa avrebbe consegnato alla giustizia Matteo Messina Denaro se qualcosa non glielo avesse impedito.

La Procura di Perugia, strategica nella rete di Pignatone, e il risiko delle inchieste

con cui si gioca la partita delle nomine: a perdere sono i magistrati ‘per bene’

Abbiamo detto di certe situazioni d’inopportunità o possibile incompatibilità di De Lucia per via dei legami familiari con figure operanti negli affari oggetto delle competenze del proprio ufficio o suscettibili d’incrociarle. Ma in materia un maestro è il … maestro di De Lucia, ovvero Pignatone il quale, peraltro, è di Caltanissetta e ben prima del più giovane De Lucia è amico e sodale fidatissimo di Montante. Il fratello, Roberto Pignatone è un avvocato, docente e tributarista legato anche, come abbiamo visto, a certi affari di Amara il quale gli attribuisce per conto dell’Eni laute consulenze e, quando è indagato, lo cita come teste a propria difesa in giudizio. Nonostante questi legami, quando il nome di Roberto Pignatone compare nelle carte dei fascicoli d’indagine della Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone questi non si astiene e quando qualche magistrato lo fa rilevare ne riceve adeguata razione d’ira e ritorsione: succede al pm Stefano Fava cui viene tolta l’inchiesta e che si ritrova anche indagato a Perugia, foro competente sui reati dei magistrati di Roma, nel quale in quegli anni, da gennaio 2015 a giugno 2019, è a capo un amico fidatissimo di Pignatone, Luigi De Ficchy la cui fedeltà al più potente e anziano collega mai risulta in atti messa in discussione.

Ed è una fedeltà che pesa considerato il prestigio del magistrato, pm nelle inchieste sul caso Aldo Moro, sulla banda della Magliana, sul delitto di Roberto Ruffilli, e poi dalla Dna sulle stragi di Roma, Firenze e Milano del ’93. De Ficchy arriva a Perugia da procuratore a Tivoli, per lui poltrona di ripiego perchè battuto nella sua corsa a procuratore aggiunto a Roma. In quel caso, siamo nel 2013, a sbarrargli il passo è Prestipino, fedelissimo di Pignatone e perciò vincente, nonostante abbia meno titoli ma su questi fanno premio le esigenze del magistrato di Caltanissetta che non fallisce una mossa. Due anni dopo De Ficchy, il quale vorrebbe sempre il posto di aggiunto a Roma ma capisce che non c’è partita per lui contro Pignatone, ne acquisisce il sostegno nella corsa alla poltrona di Perugia e così l’affare va in porto. Con soddisfazione certamente del nominato ma, soprattutto, del ‘nominante’ e suo potente sponsor il quale ha bisogno di un amico a Perugia, laddove vengono giudicati i reati commessi da magistrati di Roma.

E così la città etrusca in cui, oltre cinque secoli fa nel primo Rinascimento, prende forma la divina Bellezza d’arte che Raffaello, a bottega dal Perugino, dona al mondo, talvolta è luogo di terrene brutture e di raffinato patibolo per quanti Pignatone consideri nemici; talaltra è àncora di salvezza e di gioiosa consolazione per gli amici.

Nel caso dei tanti rivoli dell’inchiesta sul cosiddetto ‘sistema-Siracusa’  le tossine che potrebbero fare respirare una brutta aria a Pignatone, per via dei rapporti del fratello con il grande corruttore Amara e della sua mancata astensione, pare che a Perugia non arrivino mai o vengano subito bonificate, mentre funziona alla perfezione l’espediente trovato per mettere ko Palamara e vincere la partita romana.

Colpito Palamara, è un gioco da ragazzi affondare Marcello Viola il quale ha titoli e meriti al di sopra di tutti ma un neo: il famoso trojan intelligente ci racconta che è il candidato sostenuto da Palamara, e il resto non conta: neanche le prove eccellenti date fin da quando comincia nel 1981 con Rocco Chinnici e poi via via, sempre a Palermo, come Gip e Pm antimafia, quindi procuratore a Trapani dove a molti in certi palazzi del potere fa correre il rischio di arrestare Matteo Messina Denaro quando l’evento non è in agenda di lorsignori, sensibili alla misura, ed anche ai tempi più opportuni, di certi successi dello Stato

Per la cronaca, tornando a Maurizio De Lucia, egli iscritto nel 2018 dalla Procura di Perugia nel registro degli indagati per rivelazione di segreti d’ufficio e favoreggiamento, vede l’anno dopo archiviate le indagini. L’accusa non è immediata perchè dopo avere ricevuto, nel 2018, l’intercettazione relativa al primo dei tre incontri di De Lucia nel suo ufficio della Dna a Roma con Diego Di Simone Perricone il 10 marzo 2016, il procuratore di Perugia De Ficchy non procede all’iscrizione, mentre lo fa dopo la ricezione delle altre due intercettazioni, designando sè stesso: omaggio a Pignatone, casualità di routine o atto di riguardo all’importanza del dossier?

Cosa rivela la presunta ‘talpa’ De Lucia a Di Simone, inviato di Montante e suo complice poi condannato? Ecco i dati certi risultanti dal procedimento e le valutazioni del Pm e del Gip di Perugia che concordano sull’archiviazione

Abbiamo visto come il 30 maggio 2018 il giornalista de la Repubblica Salvo Palazzolo parli di una talpa nella Dna ma non sa ancora il nome del magistrato. Il procedimento ne svela l’identità e pone l’indagato dinanzi alle sue responsabilità in relazione a quei tre colloqui con quel privato cittadino che è Diego Di Simone Perricone il cui ruolo in quel momento è quello di essere fedelissimo collaboratore di un indagato per mafia, Montante, del quale a sua volta il magistrato è amico affettuoso e premuroso. Abbiamo letto e ascoltato prima, anche nella sintesi che ne fa Palazzolo, alcuni frammenti delle telefonate in cui Di Simone riferisce a Montante le risposte ottenute da De Lucia sullo stato delle indagini che lo riguardano e chiunque, cittadino comune che creda nella giustizia, può farsi un’idea, a prescindere dalle decisioni degli inquirenti e dei giudici sulla rilevanza penale dei comportamenti di De Lucia.

Sappiamo per certo che egli incontra tre volte Di Simone, con tutto il significato che tale disponibilità possa assumere nelle valutazioni di ciascuno.

Sappiamo che i due si parlano. Sappiamo che Di Simone gli chiede notizie sulle indagini riguardanti Montante (notizie coperte da segreto), non sappiamo cosa De Lucia gli risponda ma sappiamo cosa Di Simone riferisca a Montante e come a questi riassuma e traduca il senso delle informazioni ottenute.

A fronte di tutto giò, esperite le indagini, il Pm chiede l’archiviazione e il Gip Lidia Brutti il 26 giugno 2016 la dispone poichè <<gli elementi acquisiti non assumono sufficiente concretezza ed univocità e pertanto non sono idonei a supportare l’ipotesi investigativa che non si presta a compiuti sviluppi non emergendo dagli atti ulteriori prospettive di indagine utilmente esplorabili>>.  E’ qui il cuore della motivazione la quale, come risulta evidente, è una mera valutazione, discrezionale e opinabile al pari di ogn’altra di segno diverso. Quando il provvedimento del Gip scende nel merito dei fatti si avverte come mantenga debita e prudente distanza dagli stessi, forse al fine di meglio sorreggere la conclusione comunque prescelta.

Riassumendo, la giudice delle indagini preliminari sostiene in altrettanti passaggi del provvedimento i concetti che seguono:

1. Montante era già a conoscenza di non poche informazioni sul procedimento.

Nostra osservazione: perchè allora, mera obiezione logica, manda Di Simone da De Lucia e perchè questi lo riceve e addirittura gli parla, rispondendo alle sue domande sia pure nella versione mediata dall’interlocutore, l’unica che, grazie alle intercettazioni, conosciamo con certezza?

2. Nel periodo dei tre incontri Di Simone-De Lucia, marzo-settembre 2016, si profilava un concreto interesse di Montante a conoscere se e in quale misura le attività di interferenza con le indagini stessero producendo i risultati attesi.

Nostro chiarimento-osservazione: qui la giudice dà conto delle attività criminose di Montante e dei suoi complici tra i quali Di Simone deducendone l’interesse a conoscere l’esito di tali attività. Il che, piuttosto che indurla ad abbandonare l’indagine, dovrebbe logicamente sorreggere il tentativo opposto di verifica e di approfondimento.

3. Le indagini della Procura di Caltanissetta che il 14 maggio 2018 sfociano nell’esecuzione della custodia cautelare nei confronti di Montante offrono una chiave di lettura.

Nostra notazione: l’affermazione però finisce qui e si perde nel filo delle conclusioni che spingono il gip a propendere per l’archiviazione.

4. Si pongono una serie di elementi che non consentono da un lato di ipotizzare fondatamente che De Lucia conosca lo stato del procedimento e dall’altro di comprendere compiutamente la natura e l’estensione delle informazioni in ipotesi rivelate.

Nostra considerazione: è una di due finestre dalle quali ci si può affacciare. Si sceglie in funzione di ciò che si voglia vedere.

5. Da anni già nel 2016 De Lucia non era più titolare della delega sul collegamento investigativo con la Procura di Caltanissetta, fatta eccezione per le inchieste sulle stragi del ’92, nè risultano elementi da cui si possa desumere che possa avere appreso da altre fonti le notizie sul procedimento.

Nostro pro memoria: in proposito già rilevata attestazione di segno contrastante nelle dichiarazioni depositate sul conto di De Lucia dalla sua difesa nell’azione civile contro Salvatore Petrotto,

6. Mancano riscontri all’ipotesi che De Lucia possa non essersi limitato ad un generico auspicio sulla positiva conclusione del procedimento, così come da lui dichiarato nell’interrogatorio del 25 gennaio 2019 e in quello successivo alla notifica dell’avviso di garanzia.

Possibile osservazione: se mancano andrebbero cercati, atteso il contrasto tra il racconto, intercettato, di Di Simone a Montante e le dichiarazioni rese dall’indagato De Lucia.

7. Non può escludersi che Di Simone parlando con Montante avesse amplificato il contenuto delle affermazioni di De Lucia presentando come sicure rassicurazioni, fondate su una presunta conoscenza del procedimento, esternazioni che costituivano invece soltanto generiche opinioni personali.

Considerazione logica di chi crede nella giustizia: non può escludersi, certo. Ma si potrebbe (dovrebbe?) verificare.

In questi sette punti una sequenza di valutazioni del giudice costruite in modo tale da suscitare, probabilmente, l’invidia di tanti indagati ai quali non è facile che capiti in sorte una tale favorevole chiave di lettura degli elementi d’indagine, nel momento in cui lo Stato sia chiamato a decidere se esercitare o meno l’azione penale.

C’è da sperare che il giudice che sceglie la strada dell’archiviazione non creda che De Lucia non abbia rivelato alcuna notizia coperta da segreto sol perchè non ne sia a conoscenza, mentre rimangono inspiegabili e non spiegati alcuni passaggi delle risposte riferite da Di Simone a Montante: <<lui mi ha detto …. l’ha data per certa però non m’ha detto giugno perchè c’è un problema di tempistica … poi seconda cosa mi ha detto … comunque è indirizzata dove sappiamo, assolutamente è indirizzata lì… però eh, anche se la stanno facendo vastasa perchè mi ha detto… proprio mi ha detto anche che siamo fuori dalle regole … purtroppo gli devi dire che … deve avere un po’ di pazienza … e poi l’altra cosa che mi ha detto… lui la vicenda non la conosce… gli ho detto ma come … la sanno tutti e lui no … attenzione, quello che leggono tutti è una cosa, quello che c’è scritto è un’altra cosa, quindi siccome lui si basa su quello che c’è scritto … questa quindi è una cosa abbastanza positiva secondo me, me l’ha data per positiva …>>.

Mai una volta che Di Simone, intercettato, quindi quando si presume riferisca la verità al suo ‘datore di lavoro’, dica a Montante che a una certa sua domanda De Lucia non abbia risposto perchè ciò sarebbe una violazione delle norme. Mai una volta che rappresenti come insufficienti o parziali le risposte di De Lucia alle proprie domande. Invece una lunga e coerente serie di locuzioni di valenza assertiva: ‘mi ha detto’, ‘l’ha data per certa’, ‘gli devi dire’ (tu, Di Simone, a Montante, n.d.r.), ‘me l’ha data per positiva’. C’è un passo che il gip valorizza nel senso che Di Lucia non abbia le informazioni che in ipotesi avrebbe potuto rivelare, ma non è così in quanto in quel passaggio le parole testuali, di Simone a Montante, sono: <<lui (De Lucia, n.d.r.) la vicenda non la conosce>>. Di Simone dice ‘la vicenda’, non il ‘procedimento’, tant’è che poi aggiunge: <<siccome lui si basa su quello che c’è scritto…>>.

Una ragione in più per dovere concludere che è una soggettiva valutazione del giudice a determinare l’archiviazione. Diversamente tutti i punti di stridente contrasto tra le frasi pronunciate da Di Simone quando, intercettato, riferisce a Montante le risposte avute da De Lucia e le dichiarazioni dell’indagato (<<ho espresso solo un generico auspicio di conclusione positiva della vicenda>>) avrebbero dovuto essere comparati, analizzati, risolti lungo la via della verità logica dei fatti piuttosto che nell’arresto ai nastri di partenza di ogni tentativo di ricerca di tale verità, quale che essa sia. Di Simone avrebbe dovuto spiegare quelle frasi: del resto non aveva dichiarato il falso pur di difendere De Lucia dai rischi di un’imputazione?

Montante, finto paladino antimafia ma anche socio in affari con Paola Patti,

nel cuore del business plurimiliardario di Matteo Messina Denaro

Quando De Lucia nel 2017 diventa procuratore di Messina non si conoscono pubblicamente nè il suo famoso sms a Montante del 2015, nè tanto meno, i suoi incontri con Di Simone mandato da Montante a carpire notizie sul suo procedimento nel 2016, atti compiuti quando è pm della Procura nazionale antimafia.

Tutt’altra situazione si ha nel 2022 quando De Lucia punta alla Procura di Palermo. Da quattro anni, dal 2018, l’uno e gli altri – l’sms e gli incontri – sono ben noti e certo i secondi, in una sfera quanto meno etica e di attenzione verso la migliore e più rassicurante idoneità alle funzioni, non sono cancellati dall’ordinanza di archiviazione che abbiamo passato in rassegna.

Eppure il testo del sms – mai smentito – è virale, così come l’audio delle intercettazioni che abbiamo potuto riascoltare nel servizio giornalistico di RepTv curato – capriccio di certi corsi storici – da Salvo Palazzolo, oggi amico e compagno di viaggi dell’eroe della celebre cattura il quale a quel tempo, proprio nella citazione di Palazzolo del 30 maggio 2018, era – nascosta nel palazzo sacro della lotta alla mafia, la Dna – la ‘talpa’ di Montante, personaggio di cui, oltre alla ben nota impostura di finto paladino antimafia con corposo corollario di reati e associazioni criminali, vedremo il filo intessuto e coltivato direttamente nel recinto degli affari plurimiliardari del sanguinario boss superlatitante per trent’anni che De Lucia, in quel momento ‘talpa’ e comunque amico di Montante, anni dopo ha in sorte di catturare.

E’ incredibile come fatti così gravi e – perfino nei loro dubbi inquietanti – così chiari, a prescindere dal nulla di fatto che ne sia conseguito in sede penale, ed anche nella coscienza di chi senta di collocarli con serenità e onestà intellettuale al di sotto della soglia della rilevanza penale, possano essere ignorati e perfino ribaltati in un surreale opposto di virtù dal Csm che è organo di garanzia dell’indipendenza della magistratura: indipendenza da cosa? Dalla verità di fatti così gravi, che tali rimangono anche se un giudice abbia deciso che non fosse conveniente tentare di accertare, o possibile riuscire, eventuali responsabilità penali? Dall’evidenza di macigni che dovrebbero seppellire ambizioni e carriere e invece le fortificano e le appagano?

Il Consiglio superiore della magistratura, presieduto dal capo dello Stato è espressione, fatta eccezione per i tre membri di diritto sui 33 totali, per due terzi della volontà elettorale dei togati e per un terzo di quella del Parlamento in seduta comune con voto a maggioranza qualificata di tre quinti. Come può il Csm ridursi a queste pratiche e traccheggi, prima, durante e dopo lo scandalo delle nomine formato-Palamara, responsabile al pari di centinaia o migliaia di suoi colleghi i quali si nutrivano dei suoi traffici e dopo di lui continuano a farlo con altri trafficanti mentre lui è stato punito solo perchè ha osato puntare per la Procura di Roma su un magistrato integerrimo e ben titolato ma non arruolato, nè arruolabile nella squadra di Pignatone?

Peraltro quando a De Lucia – designato all’unanimità a luglio 2022 con voto in commissione e a settembre dal plenum del Csm – viene steso un tappeto rosso per raggiungere e sedersi sulla poltrona di procuratore a Palermo nella quale poi s’insedia il 15 ottobre successivo, da quattro anni sono ben note molte imprese, anche criminali, del suo amico Montante come quella che lo vede fin dal 2001 socio in affari con Paola Patti, figlia ed erede di Carmelo Patti, morto a 81 anni nel 2016, ex muratore, elettricista e venditore ambulante partito da Castelvetrano per fare affari e fortuna in Lomellina, nel Pavese, e divenuto patron di quella Valtur che i boss mafiosi Ciccio Messina Denaro prima e il figlio Matteo dopo consideravano cosa propria.

A novembre del 2018 gli atti di un decreto di sequestro e confisca da un miliardo e mezzo di euro – 230  immobili tra i quali numerosi villaggi turistici in varie località, compreso il Ragusano, e 25 partecipazioni societarie – ormai nella disponibilità dei tre figli Maria Concetta, Paola e Gianni, ci raccontano di un incontro al Jolly Hotel di Largo Augusto a Milano a settembre 2001 tra Montante e Paola Patti, soci di Ap Consulting, e di una valigetta piena di soldi, centinaia di migliaia di euro in banconote di grosso taglio, che il primo deve consegnare alla seconda. Sono affari che, così come emerso dagli atti del processo sfociato nella sentenza d’appello, Montante intrattiene con la rete di Matteo Messina Denaro.

Questa maxi-confisca fa seguito ad un sequestro addirittura da cinque miliardi di euro nel 2012, quando Carmelo Patti è ancora in vita, incagliatosi però nelle pieghe di ricorsi e successivi pronunciamenti giudiziari. Quando essa ha massima risonanza mediatica è novembre 2018 e da qualche settimana si ha conoscenza pubblica dei diari di Montante, della sua rete di amici e clienti e, tra le tante altre cose, del sms di De Lucia del 2015 e dei suoi tre incontri con Diego di Simone Perricone del 2016.

In relazione a questi elementi la domanda è d’obbligo: come è possibile che un magistrato antimafia possa schierarsi così nettamente, come ci raccontano le nove parole dell’sms, dalla parte di un personaggio che scambia, imprende, intraprende, traffica con la mafia di quel livello e al tempo stesso uscire indenne e maturare titoli, nel passaggio nel 2022 dalla Procura di Messina a quella di Palermo, per incarichi più importanti e di maggiore responsabilità nella lotta alla criminalità mafiosa o comune? Ovviamente nel 2015 e nel 2016 di Montante tutti sanno per certo ‘solo’ che sia  indagato con l’accusa di avere concorso fin dal 1990 a ‘Cosa nostra’, mentre la valigia per Paola Patti e le sue incursioni negli affari dei prestanome di Matteo Messina Denaro diventano di pubblica conoscenza solo nel 2018. Ma tutto ciò – è questo il dato più sconfortante – sui trentatre membri, laici e togati, del Csm o su quanti tra di loro, a luglio 2022 in commissione e a settembre nel plenum, scelgono De Lucia per guidare la Procura di Palermo non ha alcun valore o, se ce l’ha, esso è positivo ed anche un titolo di merito utile alla designazione.

Il procuratore De Lucia trascina in giudizio Salvatore Petrotto, ‘colpevole’

di scrivere la verità e di fare le domande che una democrazia non può impedire

Un ultimo cenno infine al fenomeno degli abusi giudiziari contro la libera stampa, considerata l’attualità scaturente dal premio attribuito ad un articolo giornalistico che fin dalle parole iniziali pone questo tema e che mi sono trovato a illustrare proprio di fronte a De Lucia, pochi minuti prima che egli, dovendo parlare del suo libro, spiegasse cos’è la mafia e come la si combatte.

Ho inteso con piena consapevolezza sottoporre l’argomento a De Lucia intanto perchè, nel caso delle aggressioni giudiziarie alla libera stampa giunte attraverso la Procura di Ragusa in gran parte si tratta di azioni prodotte da un amico di Montante: titolo che a De Lucia spetta in misura non di certo inferiore in quanto con quel sms non può essere definito secondo a nessuno degli amici dell’impostore di talento cresciuto in potere grazie alla sua falsa antimafia.

Ma poi conviene, brevemente, dar conto anche di alcuni suoi atti compiuti da procuratore di Messina nei confronti della stampa, in questo caso quella che a differenza sua non è amica di Montante ma pubblica notizie, esercitando il diritto dovere di cronaca e di critica a beneficio dei cittadini al quale tali diritti sono destinati.

Qualche notazione, in breve, in relazione a due fatti per chiudere: il primo è l’azione civile contro Salvatore Petrotto cui si è già accennato; il secondo l’aggressione giudiziaria della Procura di Messina, anche sotto la guida di De Lucia, contro il settimanale messinese Centonove, organo d’informazione indipendente che con esemplare onestà pubblica notizie vere e di prezioso interesse generale anche sul conto degli affari segreti di Montante; e contro il suo fondatore, editore e giornalista Enzo Basso.

Salvatore Petrotto è scrittore (autore de ‘Il Sistema Montante, 2019 Bonfirraro Editore), giornalista, blogger, docente di storia e filosofia nel liceo della sua città, Racalmuto, di cui è stato sindaco per tre mandati fino a quando i ‘signori’ delle discariche nell’Agrigentino e il sistema-Montante che li difende hanno fatto sciogliere gli organi comunali per infiltrazioni mafiose: non perchè le infiltrazioni vi fossero sul serio ma al contrario perchè Petrotto e la sua amministrazione si opponevano fermamente agli interessi di quei ‘signori’ e quindi andavano tolti di mezzo, con lunga sequenza successiva di persecuzione giudiziaria ancora in atto. In questo caso però vogliamo brevemente soffermarci su una sola vicenda e valutarla nel suo merito e nella sua autonomia funzionale: l’azione civile per risarcimento danni promossa da De Lucia, all’epoca procuratore a Messina, contro Petrotto chiamato in causa per il danno che gli avrebbe provocato con la pubblicazione di sei articoli avvenuta tra il 27 luglio e il 16 settembre 2020 sul sito Italy Flash di cui è direttore editoriale Giuseppe Deni.

La citazione, dopo un verbale negativo di mediazione il 12 dicembre 2020, è presentata al tribunale di Agrigento il 3 febbraio 2021, quando De Lucia da quattro anni è procuratore a Messina.  La pubblicazione degli articoli considerati ingiustamente dannosi per il suo onore e la sua reputazione di magistrato, avviene in tre giornate di luglio 2020, dal 22 al 24, e in due di settembre 2020, il 7 e il 9.

Caso-Antoci: lo strano attentato all’uomo di Crocetta, la rete-Montante,

la ‘sentenza’ lampo del senatore Lumia, la morte in ospedale di due poliziotti

in salute, le archiviazioni a verità-zero e la reputazione di De Lucia

Le doglianze di De Lucia rispetto agli articoli sono varie, tutte relative a valutazioni critiche o da lui ritenute non veritiere in merito al suo operato di magistrato. La gran parte riconduce alla duplice richiesta d’archiviazione della Procura da lui diretta delle indagini sui responsabili del fallito attentato contro Giuseppe Antoci, allora presidente dell’ente Parco dei Nebrodi, avvenuto la notte tra il 17 e 18 maggio 2016. Richiesta formulata una prima volta il 3 maggio 2018 (disposta dal Gip il 25-7-2018) e una seconda volta, dopo una ripresa investigativa conseguente alla pubblicazione della relazione della Commissione antimafia dell’Assemblea regionale siciliana presiedua da Claudio Fava, il 21-1-2020, accolta anche in questo caso dal Gip, l’1-7-2020.

Quando Petrotto vi dedica vari articoli il caso è di massima attualità anche perchè già poche ore dopo il fallito attentato c’è una ‘sentenza’: è stata la mafia dei Nebrodi. La pronuncia l’allora senatore del Megafono (il partito fondato per lanciare Rosario Crocetta ai vertici della Regione Sicilia) Beppe Lumia, parlamentare ininterrottamente dal 1994 al 2018 (in serie eletto con Pds, Ds, Pd, Il Megafono), sponsor politico di Antoci e a lui molto vicino, nonchè ideologo e grande sostenitore dell’ascesa di Montante nell’empireo antimafia e, con esso, nelle stanze di un potere smisurato.

In quel momento, 18 maggio 2016, procuratore di Messina è Guido Lo Forte, fino al 10 maggio 2017, quando gli subentra De Lucia. Le indagini che ne seguono, con non pochi limiti e anomalie che qui non abbiamo il tempo di ricostruire, sono indirizzate unicamente nella pista ‘sentenziata’ da Lumia e non riescono a trovare un solo elemento di conferma o d’assonanza. In proposito per avere un’idea delle anomalie e per cogliere l’importanza della vicenda, con tutti i dubbi che pone e le domande che la stampa ha il diritto ed il dovere di formulare, illuminante l’ottimo reportage, pubblicato su la Repubblica del 10 settembre 2020 dal giornalista e scrittore Attilio Bolzoni (qui il contenuto testuale integrale, per esigenze tecniche privo di elementi grafici, e qui l’inizio dell’articolo nella sua impostazione originale). Per la cronaca Bolzoni è vittima, come Petrotto – e come Enzo Basso, Graziella Lombardo, Giampiero Casagni, Marco Benanti ed altri giornalisti dalla schiena dritta – di Antonio Calogero Montante, l’amico che tanto sta a cuore al procuratore De Lucia.

Per tornare al ‘rompicapo’ Antoci, i mafiosi che potrebbero avere avuto interesse a colpire l’artefice del protocollo della legalità sull’uso dei pascoli, tutti intercettati, non ne sanno niente, cadono dalle nuvole ed anzi sono irritati al pensiero di chi possa avere organizzato un attentato di quel tipo senza di loro. Il bilancio delle indagini è che non un solo elemento suffraga il teorema-Lumia e, al contrario, tante anomalie, stranezze, contraddizioni e inconguenze ne colpiscono la sostenibilità. Ma le indagini dell’autorità giudiziaria non si discostano di un millimetro dal percorso dell’assist lanciato da Lumia (come già detto mentore, incubatore e pedina centrale del livello politico del cosiddetto ‘sistema-Montante) mentre un lavoro di ricerca e di verifica ben più scrupoloso, serio, completo, scevro da preconcetti, pur se compiuto senza gli strumenti dell’indagine giudizaria, si rivela la relazione della Commissione antimafia dell’Ars guidata da Claudio Fava. Ma la Procura di Messina, sia con Lo Forte che con De Lucia, rimane incollata alla direttiva-Lumia e non può quindi che produrre lo zero assoluto di risultati. Un attentato di quel tipo e con quelle dinamiche di guerra, almeno nella tesi di Lumia e di chi lo segue a ruota (compresi coloro cui Lumia tira le orecchie costringendoli, come fa con un sindaco, a smentire versioni diverse) alla prova dei fatti si rivela surreale, si scioglie, scompare come un fantasma opera di fantasmi.

Per la cronaca, sorprendono e inquietano le espressioni e i toni usati dal Gip che, su conforme richiesta del Pm della Dda Fabrizio Monaco, dispone la seconda e definitiva archiviazione: secondo il giudice delle indagini preliminari le conclusioni della relazione approvata dalla Commissione guidata da Claudio Fava sono ‘elucubrazioni’. La realtà è che questa relazione è frutto di un lavoro serio, scrupoloso, in cui commissari e testimoni si muovono verso la verità liberi dall’ipoteca-Lumia e i primi pervengono a tre ipotesi tra le quali, per forza logica delle cose, l’attentato compiuto dalla mafia dei pascoli per sequestrare o uccidere Antoci è la meno probabile. La Gip invece sancisce come verità assoluta quella-lampo balenata a Lumia ma non riesce a trovare un solo elemento di riscontro e di responsabilità, tant’è che opta per l’archiviazione. Di Lumia va detto che settimane prima di quel 18 maggio 2016 egli va in giro dicendo di temere che qualcuno possa attentare alla vita di Antoci: importante in proposito la testimonianza personale che Attilio Bolzoni riporta nella sua inchiesta giornalistica sopra richiamata.

Per maggiori dettagli di cronaca, il Gip che usa parole inappropriate (oltre che molto discutibili nel merito) contro la relazione della Commissione-Fava, è Simona Finocchiaro nell’ordinanza emessa il 21 luglio 2020 dopo la seconda fase d’indagini avviata proprio in seguito alle conclusioni della Commissione antimafia dell’Ars. Le quali a suo avviso sono <<pure elucubrazioni mentali non corroborate da alcun dato probatorio>>, mentre in particolare <<l’ipotesi che l’attentato mafioso sia la meno plausibile appare preconcetta e comunque non supportata da alcun dato probatorio>>. E’ vero invece il contrario ed ha ragione la Commissione-Fava a fornire le tre ipotesi su cui bisognerebbe indagare, ma l’autorità giudiziaria di Messina seppellisce per sempre la verità, o almeno quella giudiziaria sulla quale ha la prima e l’ultima parola.

Prima di riprendere il filo principale dei fatti, una considerazione doverosa. Abbiamo rilevato in precedenza i rapporti di parentela di De Lucia all’incrocio con certi uffici giudiziari. A maggior ragione, per puro scrupolo di cronaca, il dato si pone per Simona Finocchiato, figlia di due magistrati entrambi in servizio nel Messinese: la madre Emma Sturniolo e il padre Bruno Finocchiaro allora attivo in quanto in quiescenza dal 2019. Una domanda sorge spontanea: come è stato possibile che i tre potessero operare, almeno in un certo periodo, contemporaneamente, nello stesso distretto giudiziario?

Alla famiglia di magistrati Finocchiaro si deve anche un altro caso segnalato dalla cronache il 22 novembre 2008: una delle tante parentopoli nell’Università di Messina lungo i fili intrecciati di concorsi sospetti, nomine e incarichi, fili che ad un certo punto conducono tra gli altri anche a legami di sangue o d’affinità con questo cognome così pesante e ramificato. Ad indagare non può certo essere la Procura di Messina e allora il fascicolo viene trasmesso per competenza a quella di Reggio Calabria. Dove, casualità di certe dinamiche temporali, da pochi mesi c’è Pignatone, alla sua prima nomina da procuratre capo. Poi, come abbiamo visto, diventerà il ‘capo dei capi delle procure’.

Tornando al caso-Antoci, la questione è molto grave anche perchè quasi due anni dopo i misteri irrisolti di quella notte del 18 maggio 2016, in ventiquattr’ore, l’1 e 2 marzo 2018, muoiono all’improvviso, per collasso cardio-circolatorio e per probabile leucemia fulminante, due poliziotti, Tiziano Granata di 40 anni e Rino Todaro di 46, fino a quel momento in ottima salute, i quali hanno in comune una cosa: prestano servizio entrambi nel commissariato di Sant’Agata di Militello, i cui uomini sono direttamente coinvolti come vittime nel fallito agguato e tra i presenti quella notte vi è anche uno dei due che ora, ventidue mesi dopo, all’improvviso muore davvero. Granata, assistente capo, all’1.55 del 18 maggio 2016, lungo i tornanti dei Nebrodi guida la macchina in cui c’è anche il vicequestore Daniele Manganaro, comandante del commissariato e artefice del salvataggio di Antoci che preleva dall’auto blindata bloccata dai massi e fatta segno di colpi d’arma da fuoco, lo carica sulla propria autovettura e lo mette in salvo.

Todaro invece, soprintendente capo, comanda la sezione di polizia giudizaria. Entrambi – Granata e Todaro – fanno parte del gruppo, allestito da Manganaro, che indaga sulle agromafie: cioè proprio il mondo criminale da cui sarebbe partito l’agguato. I due poliziotti pertanto negli ambienti in cui si muovono a loro agio dovrebbero facilmente potere acquisire risultati investigativi probanti che invece, incredibilmente, come attesta la doppia archiviazione, mancano del tutto. Sono noti per la passione per il lavoro, la forza fisica grazie anche ai trascorsi sportivi, l’amore per l’ambiente (la loro è la squadra investigativa ‘dei vegetariani’) e c’è da chiedersi: in ventidue mesi di nulla di fatto nelle indagini condotte unicamente lungo la via tracciata da Lumia, qual’è la loro opinione, la loro percezione di un attentato così grave, così certo nel movente e nel bersaglio, ma così impalpabile nella sua esecuzione materiale quasi non fosse mai avvenuto o nessuno lo avesse commesso? Possono quei due poliziotti stare fermi, non fare domande e accettare quel sequestro di verità?

Da quelle due tragiche date in sequenza, 1 e 2 marzo 2020, non possono più dircelo.

La dinamica delle due morti è inquietante. La mattina dell’1 marzo muore Granata, agente della scorta di Antoci. Lo stesso giorno viene ricoverato d’urgenza Todaro, dopo sei giorni di malattia, gli stessi che segnano il misterioso malessere e la fine di Granata. Todaro muore il giorno dopo, il 2 marzo, per leucemia fulminante – queste le diagnosi – o grave infiammazione.

Nei suoi articoli Petrotto non fa altro che raccontare fatti veri, segnalare tanti dubbi, tutti sacrosanti, con il naturale portato di critiche, civilissime e più che legittime, su quelle archiviazioni che chiudono indagini condotte in una sola direzione, evidentemente sbagliata, e mai rivolte altrove. Per De Lucia è lesa maiestà con danno di reputazione e d’immagine. A mio avviso invece è sano giornalismo, che si muove nel rispetto di tutti gli elementi costitutivi del diritto di cronaca e di critica, è contributo prezioso alla verità, alla sicurezza, alla pace sociale, alla giustizia, alla democrazia.

Vittima di persecuzione giudiziaria da parte dei signori delle discariche in affari

con Montante, ora nel mirino di De Lucia che gli chiede 50 mila euro: ma Petrotto,

ex sindaco di Racalmuto, è sempre stato limpido difensore degli interessi

generali e negli articoli contestati esercita il diritto di cronaca e di critica

Dello stesso segno le considerazioni che potremmo aggiungere sulle altre doglianze di De Lucia, relativamente ad articoli di Petrotto riguardanti i suoi rapporti con Montante, il famoso sms del 2015, i tre incontri con Diego Di Simone Perricone del 2016. Tutti fatti veri, correttamente riferiti da Petrotto e conditi con considerazioni e critiche pienamente rientranti nella protezione costituzionale dell’articolo 21 della Costituzione. Del resto uno dei punti di forza su cui fa leva la pretesa risarcitoria di De Lucia è l’archiviazione, da parte del Gip di Perugia, del procedimento per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento il quale quale per un anno lo ha visto indagato. Abbiamo passato in rassegna i fatti accertati e le argomentazioni del giudice. C’è qualcuno che possa pensare, in una società democratica, che la valutazione di un Gip di chiudere l’indagine per la supposta difficoltà di ricercare prove a conferma dell’ipotesi d’accusa debba imporre il silenzio a tutti, cancellare la realtà dei fatti e, con essi, oscurare la coscienza del dovere morale e civile che cittadini e giornalisti possano avvertire di trarne le indicazioni e le valutazioni più opportune?

Ecco perchè l’abuso giudiziario contro la libera stampa e la libera manifestazione del pensiero, l’una e l’altra fondamento di democrazia, è un’emergenza da non sottovalutare che da tempo segnalo e che il 30 novembre scorso ho voluto porre all’attenzione anche di De Lucia.

Gli ho dato atto peraltro della legittima battaglia che la magistratura conduce giustamente a tutela della propria indipendenza quando essa è minacciata da altri poteri (legislativo ed esecutivo) e però ho ammonito lui, come altri magistrati che ne hanno fortemente bisogno, a non piegare tale indipendenza, una volta che ciascun appartenente all’ordine giudiziario ne disponga in relazione alla funzione, ad interessi di qualsivoglia natura estranei alla ratio e al solo titolo, in essa contenuto, legittimante l’enorme potere riconosciuto ai magistrati: rendere giustizia, affermare i diritti, riparare i torti, impedire e punire le angherie dei potenti sui ‘senza potere’, dei prepotenti sui cittadini onesti, nel rispetto dello Stato di diritto.

Ho aggiunto che l’indipendenza della magistratura e la garanzia di libertà di stampa sono i due tratti più forti e distintivi della connotazione democratica di uno Stato. Vanno protette entrambe e la prima, la magistratura, proprio perchè dotata di poteri specifici enormemente sovraordinati e concentrati nelle mani di quella piccola minoranza (neanche dieci mila i suoi membri in Italia) che ne è investita, non può – abusando di tali poteri – prevaricare la seconda, la stampa, che, al contrario, è diffusa e sparsa nell’intera comunità di cittadini e individui: tutti infatti possono manifestare il proprio pensiero e, oggi anche, comunicarlo ad una moltitudine molto ampia. Anche a volerli vedere come categoria professionale in senso stretto (ma questa visione non è conducente) i giornalisti non dispongono di alcun potere specifico se non del proprio scritto e della propria parola e, come gli scrittori e gli intellettuali in genere, sono molti di più dei magistrati i quali peraltro non sono esclusi neanche dalla funzione tipica dell’informazione e della circolazizone delle idee che è aperta e non chiusa e arriva, come rilevato, a compredere tutti gli individui.

Una considerazione conclusiva sull’azione giudiziaria portata avanti in sede civile, quindi al solo fine di un risarcimento economico, da un magistrato importante e potente come De Lucia, all’epoca a capo della Procura di Messina e da oltre un anno di quella di Palermo, una delle più importanti d’Italia e certamente la prima nella lotta alla mafia e alla criminalità in Sicilia.

Tale magistrato chiede un risarcimento di cinquanta mila euro ad un cittadino, Salvatore Petrotto, il quale a mani nude, con la forza morale della sua limpida difesa del bene pubblico, ha il solo ‘torto’ di battersi per la verità, la giustizia, la lotta al malaffare, come dimostra da quarant’anni attraverso l’impegno politico e la guida di istituzioni importanti come il Comune che i natali dati a Leonardo Sciascia hanno reso famoso. Per la sua integrità e per la tenacia del suo impegno Petrotto è vittima di persecuzione giudiziaria, e di pressione economica sul proprio modesto stipendio di insegnante, da parte di Montante e di pedine centrali del suo sistema come l’imprenditore Giuseppe Catanzaro e il suo gruppo di interessi intorno a discariche che in vent’anni hanno devastato il territorio, attentato alla salute degli abitanti e sottratto miliardi di euro ai contribuenti. Da tempo Salvatore Petrotto paga per essersi, da sindaco di Racalmuto, opposto a tale sistema.

Ovvio che De Lucia non debba farsi carico di tutto ciò anche se un diritto, o dovere (faccia lui) d’attenzione verso la realtà descritta non gli è precluso. Più semplicemente si pone però un problema di squilibrio, suscettibile di sfociare – anche con effetti praeterintenzionali – nella prevaricazione se ad esercitare questa pretesa di essere risarcito con cinquanta mila euro sia un magistrato così importante e a prendere la decisione finale debba essere un altro magistrato, quindi un membro della stessa ristretta e potente cerchia di tale ordine indipendenete e sovrano.

De Lucia, in tutta onestà, può dirsi certo che il giudice civile di Agrigento che dovrà accogliere o respingere la sua richiesta di risarcimento sia – oggettivamente, soggettivamente ed effettivamente – insensibile alla diversa natura e al diverso profilo delle parti? Ovvero il super procuratore De Lucia e il docente, il giornalista, l’attivista superperseguitato Petrotto?

Noi certo non possiamo escludere al cento per cento che da qualche parte possa esistere un giudice dotato di tale fredda e virtuosa insensibilità, ma non possiamo escludere neanche il contrario: eventualità che la casistica della realtà presenta anzi come molto probabile, sicchè temiamo fortemente che il rischio sia più che fondato nella logica delle cose, persino al di là della coscienza e dell’onestà intellettuale di giudici chiamati a decidere l’esito di una partita che mai e poi mai dovrebbe essere giocata perchè a perdere, comunque, anche se la richiesta di De Lucia dovesse essere respinta, sono la democrazia e il delicato equilibrio di valori costituzionali così improvvidamente stressati dall’iniziativa del magistrato il quale è spesso in tv e da mesi racconta in giro per l’Italia la bellezza della lotta alla mafia mostrando le medaglie al petto per la cattura di Matteo Messina Denaro.

L’incredibile vicenda di Centonove, il settimanale che sta sulle scatole al potere

e per primo svela l’inchiesta nissena su Montante. Il quale lo condanna a morte

Infine l’incredibile vicenda che ha colpito Centonove ed Enzo Basso.

Per ovvie ragioni qui possiamo solo limitarci a qualche cenno di un caso da manuale della ‘bancarotta della giustizia’. E infatti consigliamo caldamente a chiunque non lo abbia ancora fatto di leggere ‘Bancarotta’, instant book pubblicato nel 2021 da Enzo Basso author publishing (l’indipendenza e il ‘basso’ contro l’alto sono sempre portatori di verità e democrazia).

Centonove, settimanale fondato a Messina da Enzo Basso, nel quarto di secolo dell’intera sua esistenza è stato un’oasi di informazzione libera al servizio dei cittadini ed un atto d’amore d’un gruppo di giornalisti coraggiosi agli onesti della città e della Sicilia tutta.

Ricordate l’episodio della notizia, pubblicata da Centonove, a firma di Giampiero Casagni, il 22 gennaio 2015, la prima in assoluto a rivelare l’esistenza di un’inchiesta per mafia nei confronti del celebrato paladino dell’antimafia Antonio Calogero Montante, un impostore capace di disporre di ministri, di potenti in ogni settore e di giornalisti a lui asserviti; di creare prefetti, presidenti di Regione, alti dirigenti delle forze di polizia, dei servizi segreti, di apparti dello Stato; di influenzare magistrati che a lui si rivolgono per chiedere e ottenere favori?

Centonove, il suo fondatore editore e giornalista simbolo Enzo Basso, la direttrice responsabile Graziella Lombardo e il giornalista Giampiero Casagni, pagheranno a caro prezzo questo servizio alla verità e l’intera loro storia di indipendenza dal potere e di informazione sgradita al potere.

Un prezzo enorme. Dopo la pubblicazione di quella notizia scatta un’aggressione giudiziaria da parte di magistrati di Messina: non c’è ancora De Lucia che arriverà solo a maggio 2017 a capo della Procura, ma la vicenda prosegue anche dopo tale data e giungerà al ‘delitto’ giudiziario, con atti che per ovvie ragioni non sono solo frutto degli uffici inquirenti, contro una voce di verità e di libertà. Basso viene arrestato il 30 ottobre 2017 per ordine del Gip Tiziana Leanza e posto in detenzione domiciliare fino al 24 aprile 2018, per 176 giorni, in pratica il tempo massimo di sei mesi possibile per legge: possibile se ve ne fossero i presupposti. E invece Basso non poteva e non doveva affatto, neanche per un giorno, essere sottoposto a misure cautelari, come certifica un altro Gip che sei mesi dopo revoca il provvedimento.

E’ impressionante la catena di errori, forzature, anomalie, abusi, violazioni, compresa la falsificazione di una firma a lui attribuita nel verbale dell’interrogatorio di garanzia, compiuti per arrestare Enzo Basso e per chiudere Centonove: obiettivi entrambi centrati a ottobre 2017, con piena soddisfazione di Montante come si deve presumere anche sulla base delle sue strategie, di ritorsione e di malandrineria criminale svelate dalla successiva inchiesta di Caltanissetta.

Di seguito le parole che si leggono nella controcopertina di Bancarotta: <<Nell’ottobre del 2017 chiude, dopo venticinque anni di ininterrotte pubblicazioni, il settimanale Centonove: giudici del tribunale dispongono l’arresto dell’editore Enzo Basso e il sequestro preventivo della società che edita la testata di Messina. Un grave vulnus alla democrazia: non è mai successo in Italia che lo Stato, calpestando apertamente l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà d’espressione e il diritto dei cittadini a essere informati e la stessa legge che regola la stampa, entri a gamba tesa in un giornale decretandone la fine. Un trauma per i lettori che restano attoniti, anche di fronte al pesante silenzio fatto calare su tutta la vicenda. Dopo sei mesi passati ai domiciliari, prima di essere processato dopo tre lunghi anni di attesa, Enzo Basso rompe il silenzio e svela in questo libro i retroscena e la rete di complicità, dal caso-Messina al caso-Montante, stesa per arrivare al suo arresto: è la Bancarotta della Giustizia>>.

Pubblico ministero impegnato nell’accusa contro Enzo Basso è Antonio Carchietti una cui fitta schiera di congiunti e affini da tempo perseguita Centonove perchè insofferente alle notizie vere e scomode che scrive. Eppure egli non si astiene. Ecco un brano tratto da ‘Bancarotta’.

<<…Ma nel palazzo della vecchia sede di Centonove, in via San Camillo 8, di fronte il Comune, abita il Pm titolare dell’indagine che ha chiesto il mio arresto. Il Pm Antonio Carchietti è sposato con una magistrata, Eliana Zumbo, figlia dell’ex procuratore di Messina Antonio Zumbo, trasferito in Cassazione e poi pensionato dopo l’esplosione del caso Messina sollevato in seguito alle inchieste di Centonove. I parenti, affini diretti e acquisiti di Carchietti, hanno presentato nel corso degli anni
una ventina di querele contro Centonove. Un magistrato, Maria Pellegrino, cui era stata affidata la denuncia Consultant contro Centonove, correttamente si è astenuta: aveva una querela in corso con un giornalista di Centonove; Carchietti, i cui parenti hanno presentato una pioggia di querele, fa finta di nulla. In casi di manifesta incompatibilità, la legge impone alle toghe il dovere di astensione. Non a Messina. Qui, a causa dei gorghi, vige lo statuto speciale… parenti dello Stretto. La prima richiesta di sequestro della testata Centonove, più di vent’anni fa, porta la firma dell’avvocato Candido Bonaventura, a nome della Sitel dei fratelli Dino e Aldo Cuzzocrea, la società al centro del Caso Messina. Il verminaio ora si fa redde rationem>>.

Forse i più giovani possono non sapere che si deve a Centonove la scoperta, a fine anni ’90, di quel verminaio che si rivelò il ‘sistema-Messina’, territorio di malaffare, di scambi, di compromissione e di devianza istituzionale che scandalizzò l’Italia, allora forse meno abituata e meno rassegnata di oggi.

Così Enzo Basso conclude ‘Bancarotta’.

<<…Ora avete un obbligo morale: dovete rendere pubblici i miei conti correnti negli ultimi venticinque anni e mostrare al pubblico quanto io ho incassato in un quarto di secolo. Ho prodotto venti milioni di euro di reddito e mi avete trovato con due euro sul conto. Provate a vergognarvi ora: ho pagato lo stipendio pure a voi carnefici, toghe da giudici. Questo atto di trasparenza pubblica lo dovete ai lettori di Centonove, il giornale che avete assassinato non per incapacità, ma con fredda determinazione. Io ripartirò da zero, ma voi avete un obbligo verso i cittadini lettori
che si sono sentiti traditi. Non vi sarà concesso dire che i miei romanzi, la mia storia si sono poi smarriti. Io stesso non potrei più scriverli con la stessa freschezza dei vent’anni. La scrittura è vita: voi morte. Volete provare a smentirmi, per pura cortesia? Ve lo chiedo prima di essere
giudicato>>.

Il libro viene chiuso per la stampa il 27 gennaio 2021 e in pochi giorni la prima tiratura nelle edicole è esaurita. Parte la ristampa con diritti di co-edizione alla Ide (Italic digital editions).

Il 21 febbraio 2021 Voce di Sicilia scrive: <<Enzo Basso rompe un silenzio lungo tre anni, da quando il trenta ottobre 2017 è stato arrestato e posto per sei mesi agli arresti domiciliari con divieto di uscita sul balcone di casa. Svela nel libro i retroscena dell’inchiesta che lo ha riguardato determinando la chiusura del settimanale prima, in aperta violazione dell’articolo 21 della Costituzione, e della start up innovativa 109Press poi, azienda in regime speciale iscritta nell’apposito elenco delle Camera di commercio di Messina, che con un flusso di ventottomila euro al mese è stata affittata dall’amministratore giudiziario, in spregio della legge, senza nessuna evidenza pubblica a sole mille euro. Risultato: la società è stata dichiarata fallita su richiesta degli stessi soggetti che l’avevano prima preso in affitto con una impresa senza nessun autorizzazione a operare nel settore delle rassegne stampa. E’ bancarotta della giustizia, spiega Basso. Che elenca ben centonove reati consumati contro di lui e l’impresa che aveva fondato, prima di essere ancora giudicato dal suo giudice naturale: la Corte che dovrebbe occuparsi del caso è stata sostituita sei volte e sul Pm che ha aperto l’inchiesta pesa un’indagine della Procura di Reggio Calabria per essere venuto meno all’obbligo di astensione. Un racconto a tappe, a cavallo di ventisette capi di imputazione, la cui verità, nel racconto di Basso, si capovolge e presenta un diritto e un rovescio della malagiustizia. Interrogatori senza l’ausilio dell’avvocato, firme false, poste di bilancio inesistenti, indicati nell’ordinanza di arresto, farcita da accuse da dimostrare ora in giudizio. “Non voglio che a nessuno accada quello che è successo a me” spiega Enzo Basso. “Ho scritto questo libro perché i lettori traumatizzati dalla improvvisa chiusura del giornale è giusto sapessero che cosa ci sia dietro e che nessun giornale ha spiegato”…>>.

La cosa incredibile è che, pur nell’inesistenza di ogni fumus di bancarotta e pur nell’evidenza di una serie di abusi e violazioni per sorreggere le accuse, Basso viene condannato, dal tribunale l’8 febbraio 2022 a 6 anni 5 mesi e 15 giorni di reclusione; dalla Corte d’Appello il 12 settembre 2023, con riduzione della pena a 4 anni 4 mesi e 20 giorni.  Il 3 ottobre 2018 Basso è invece assolto dalla Corte d’Appello, in un altro processo per appropriazione indebita, ‘perchè il fatto non sussiste’.

Tre giorni dopo l’arresto, il 2 novembre 2017, su ilsicilia.it aveva scritto: <<…Tre cose: nessuna banca ha conti aperti con il signor Basso. Tutte le esposizioni, fino a prova contraria, sono az­zerate. Pende solo una causa per usura da me intentata a due istituti di credito per la quale un consulente, che presta servizio anche per il Tribunale di Patti, ha ravvisato negli estratti conto societari usura e anatocismo per più di cen­toventimila euro. Poi. Io sono stato amministratore di Edi­toriale Centonove dal lontano 1992. La società è stata messa in liquidazione tre anni fa (2014, n.d.r.). Nel 2008, a seguito della crisi più generale, non solo dell’editoria, è stato fatto uno scorporo aziendale, affidando a due cooperative, Kimon ed Eveneto, la gestione di due rami di impresa, uno giornali­stico, l’altro di servizi. Le problematiche fiscali, su tasse e credito di imposta, sono oggetto di cause pendenti, non ancora definite nei gradi di giudizio. L’accusa che mi si muove è quella non di “bancarotta fraudolenta”, come hanno strombazzato veloci tutti i giornali, ma “bancarotta impropria”. Che cos’è? Un neologismo giuridico. Tradotto, significa che io avrei danneggiato me stesso. Non ho pre­sentato decreti ingiuntivi contro una cooperativa di soci-giornalisti, Kimon, cui Editoriale Centonove, con relative tasse versate, ventiseimila euro, ha ceduto, con atto notarile pubblico registrato, la testata Centonove che non riuscivano a pagare per quanto contrattualmente pattuito>>.

Il calvario giudiziario inflitto ad Enzo Basso, fondatore, editore

e pilastro di Centonove, uomo onesto e giornalista libero e coraggioso:

è la ‘Bancarotta’ della giustizia, ‘Giustiziamara’ sotto ‘Ricatto Montante’

Tornando al momento cruciale in cui Montante ‘condanna a morte’ Centonove e ad una calunnia infamante il suo fondatore, editore e giornalista simbolo (Basso dal 2005 ha lasciato Il Giornale di Sicilia di cui era caposervizio per dedicarsi totalmente alla sua creatura) già prima del 22 gennaio 2015 quando Centonove svela l’inchiesta a suo carico, il finto campione antimafia segue con attenzione il settimanale e le notizie che pubblica ‘fuori dal coro’, sicchè mette i suoi sgherri alle calcagna di Enzo Basso e Graziella Lombardo che sono le figure più rappresentative della testata e dell’impresa editoriale. Ma da quel momento l’impostore di Serradifalco, nel cuore dei boss mafiosi Paolo e Vincenzo Arnone, ed amico di magistrati,  alza il tiro, allarga l’obiettivo e anche Casagni diventa un nemico giurato.

Il giornalista nisseno e il settimanale messinese s’incontrano peraltro perchè questo è l’unico giornale disposto a pubblicare un articolo che egli da tempo invano propone ad altre testate. Per esempio al settimanale Panorama edito da Mondadori e allora diretto dal Giorgio Mulè, giornalista di Caltanissetta approdato a Mediaset  e attuale vice presidente della Camera di cui è deputato dal 2018 eletto in Forza Italia. Mulè non solo non pubblica l’articolo (avrebbe fatto uno scoop anche su un vecchio arresto di Montante nel ’92) ma informa proprio Montante e, di fatto, lo scaglia contro l’ingenuo cronista il quale crede che un settimanale di grande diffusione come Panorama sia interessato a pubblicare notizie così importanti.

Per fortuna, degli onesti, c’è Centonove ma questo atto d’onestà costa caro.

Le vittime di Montante e i giornalisti suoi amici, come Mulè, si ritroveranno convocati dalla Commissione parlamentare antimafia dell’Assemblea regionale siciliana presieduta da Claudio Fava che, subito dopo l’arresto di Montante il 14 maggio 2018, conduce un’esemplare inchiesta-lampo di grande pregio sul piano della ricerca storica e della verifica di fatti anche e soprattutto esterni al campo d’indagine giudiziaria. La relazione, di 133 pagine, è approvata il 19 marzo 2019. Un capitolo riguarda la storia incredibile di Centonove e cinque giorni dopo, il 24 marzo, ne scrive, sul Notiziario Isole Eolie, Concetto Alota che segnala <<gli attacchi e le persecuzioni di giornalisti che non si sono sottomessi al potere e alle lusinghiere attrazioni fatali. Scrive la Commissione Antimafia: “Nel suo rapporto con l’informazione, Montante mette in campo tutte le tecniche di seduzione (o di intimidazione): blandisce, compra, promuove, assume, ascolta, gioca di volta in volta a fare da editore, finanziatore, datore di lavoro, commensale, ospite, confidente. Ma sa anche colpire: minacce, dossier, pedinamenti, indagini illegali, querele a volontà. La misura è semplice: gli amici sugli altari, gli ostili (o più semplicemente i cronisti che fanno il proprio mestiere senza chiedere permesso) sul libro nero. O in un dossier” (…). “Tu scrivi ed io ti controllo. Illegalmente, illecitamente, clandestinamente: ma ti controllo”>>.

Conclude Notiziario Eolie: <<Restano invece i cocci di un’attività imprenditoriale che comunque, nel frattempo, è stata affossata. La stessa testata giornalistica, dopo molte difficoltà, era ritornata in edicola e aveva ripreso a far sentire la propria voce con un rinnovato entusiasmo; le attività collaterali, come i servizi di rassegna stampa, continuavano ad essere il fiore all’occhiello della visione imprenditoriale in tempi non sospetti dello stesso Basso. Probabilmente, comunque andranno le cose, di tutto questo resteranno solo le ceneri. Chi lo conosce, e fino a prova contraria, sa che è totalmente incapace di appropriarsi di denaro di cui forse non ha avuto nemmeno la disponibilità (la gestione di attività come quella messa in piedi da Basso ha costi inauditi e difficilmente recuperabili). Lo stile di vita di Enzo Basso è di una semplicità disarmante, come i suoi mocassini e le sue camicie a quadri rossi e blu. Andrebbe mandato a processo, ma dalla sua stessa famiglia, a cui ha sottratto tempo e risorse per inseguire i suoi sogni professionali. Ma questo è anche il motivo per cui la sua famiglia lo adora>>.

Dopo ‘Bancarotta’ e ‘Giustizamara’ 1 e 2, Basso pubblica ‘Ricatto Montante’ e in questi giorni è in uscita ‘Provaci ancora Antonello’, un addendum – scrive Diego Celi ieri 4 dicembre 2023 –  in cui l’impronta è sempre quella del giornalista cane da guardia del potere. <<Se avevamo provato paura nella lettura del primo, ora l’indignazione sovrasta ogni altro sentimento. I fatti narrati, documentati e circostanziati, fanno impallidire la celebrata serie House of Cards. Ma in questa i personaggi sono attori inarrivabili, Montante non ha, invero, la classe di Kavin Spacey,
indossa l’abito della bugia e l’armatura della mafia dell’antimafia. Eppure, magistrati, ministri, forze dell’ordine e giornalisti sono stati affascinati da questo cantastorie seriale. Non ci sono giustificazioni che possano spiegare questo inganno di Stato. In questo breve e pregnante pamphlet, Enzo Basso descrive il ritorno dell’imprenditore di Serradifalco: i primi capitoli espongono e spiegano con quali meccanismi da scatole cinesi egli stia cercando di reimpadronirsi delle sue aziende, complici curatori fallimentari, consulenti e diatribe manzoniane fra procure. Sono i paragrafi cinque e sei del testo che conferiscono allo scritto pregnanza morale e valore sociale. L’ex eroe dell’antimafia è descritto dai suoi collaboratori come un personaggio affetto da
narcisismo: è implacabile, capace di azioni da stolker e privo di sentimenti di comune bontà. La
procellosa e intrepida volontà del potere è causa di un delirio di onnipotenza e di meschinità nei
confronti di quanti vengono considerati avversari o potenziali nemici. Lo scopo è annientare,
rendere inoffensivi, distruggere ogni ostacolo che si frappone al suo disegno con ogni mezzo. La
chiusura di Centonove è esempio paradigmatico>>.

Un premio a ‘Dialogo’ e un articolo per riflettere: la libertà di stampa non serve

ai giornalisti ma alla verità e alla democrazia: è preziosa per tutti, come l’aria pulita

In conclusione, la terribile casistica dell’attacco giudiziario alla libertà di stampa è molto più ampia.

Ci siamo limitati ad alcuni esempi, soprattutto nell’alveo del nostro incipit scaturente casualmente dal tema trattato nell’articolo premiato il 30 novembre scorso da LIBeRI a Ragusa, dai fatti collegati, dall’operato di alcuni uffici giudiziari e, vista la sua presenza proprio nel momento in cui veniva trattato quell’articolo, dal procuratore di Palermo Maurizio De Lucia.

L’auspicio è che una riflessione seria, una presa di coscienza pubblica ed un confronto onesto possano migliorare lo stato delle cose. Ho invitato De Lucia a rispondere alle domande sui temi che qui ricorrono. Nell’occasione non ha risposto. Posso sperare che risponda in futuro, ovviamente a domande di questo tipo, non a quelle sui libri che scrive, tranne che con i suoi libri in futuro decida di trattare proprio i fatti qui ricostruiti e i nodi che ne derivano.

Salvatore Petrotto, Enzo Basso e tanti altri sono perseguitati per il loro servizio alla verità.

Questa barbarie – incompatibile con la Costituzione, con il diritto, con il bene comune – va fermata. Non tanto e non solo per riparare i torti da loro subìti come individui, cittadini, intellettuali, giornalisti.

Bensì per ridare dignità alle istituzioni, restituire fiducia agli onesti, riportare aria pulita nella casa di una democrazia che altrimenti muore soffocata per carenza d’ossigeno: carenza di verità.