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USA-Groenlandia, un braccio di ferro al momento senza vincitori né vinti!

Una crisi che riporta il mondo all'epoca coloniale, facendo temere per la stabilità in futuro.

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Dopo momenti tensione altissima dei giorni scorsi, la situazione attuale tra Groenlandia e Stati Uniti, sembra tornata ad un’apparente fase di stallo. All’inizio di gennaio scorso però, aveva assunto la forma di una delle crisi diplomatiche e geopolitiche più rilevanti dell’area atlantica.

Per ricapitolare questa escalation diplomatica, va ricordato che il rapporto tra i due Paesi ha subito una violenta modifica grazie al “come back” di Donald Trump alla Casa Bianca. I Danesi e gli 82 mila abitanti della più grande isola del mondo, non hanno assolutamente gradito, nel dicembre 2025, la nomina, da parte del presidente Trump, di mister Jeff Landry nella qualità di “inviato Speciale per gli affari della Groenlandia”, con le finalità apertamente dichiarate alla stampa e alla diplomazia mondiale, di preparare una graduale annessione dell’isola artica al gigante a stelle e strisce.

Ovviamente, come suo solito, proprio a metà dello scorso gennaio, il presidente americano, con la sua “sempre attiva veemenza poco controllata”, ha minacciato l’imposizione di pesanti dazi commerciali contro i paesi NATO che si oppongono ed in particolare Danimarca e alleati UE, che sostengono la linea indipendentista groenlandese, accusati pesantemente di contrapporsi ai piani americani di controllo sull’isola. Ovviamente Trump non ha cori unanimi interni per questa “nuova avventura internazionale”, deve fare i conti infatti, anche oppositori serrati e non solo da parte democratica avversa.

Groenlandia e Danimarca, ovviamente attonite e colpite dalle dichiarazioni americane come un fulmine a ciel sereno, hanno reagito con forza, ma sempre nei dovuti modi diplomatici verso ogni istituzione mondiale, organizzando una serie di massicce manifestazioni anti-trumpiane, gridando costantemente lo slogan “Hands off Greenland” (giù le mani dalla Groenlandia) e ribadendo con forza estrema, che l’isola “non è in vendita” e la libertà dei propri abitanti “non è negoziabile”.

Ovviamente, va qui riportato il motivo perché la Groenlandia, terra coperta dai ghiacci eterni, ha subito, negli ultimi 20 anni, questo immediato e pressante interesse mondiale, ma soprattutto degli Stati Uniti che ricordiamo, hanno, da dopo la fine della seconda guerra mondiale (1951), un’imponente base militare nell’isola. Il gigante statunitense, tramite il proprio presidente, ha chiarito che l’idea della Groenlandia, non è solo un mero interesse politico, ma l’anelata annessione dell’isola, risponde a necessità diverse e concrete.

In primo luogo, la questione delle “terre rare” ovvero una serie di “minerali critici” presente sotto i ghiacci. Infatti la Groenlandia possiede 25 dei 34 “minerali critici”, poco diffusi al mondo, identificati come essenziali per lo sviluppo di componenti alla base di  sistemi elettronici e meccanici assolutamente indispensabili nelle catene industriali che utilizzano moderne tecnologie (ricordiamo sostanze come litio, grafite e tante altre) e che vengono impiegati per usi civili e militari. Qui s’innesca anche una eterna controversia geopolitica con il più grande competitor tecnologico ed economico degli americani nel mondo, ovvero la Cina. Negli ultimi anni infatti, gli USA hanno assistito ad un sempre maggior controllo di questi giacimenti e del loro sfruttamento da parte cinese, grazie a contratti economici con diverse compagnie residenti nella nazione più popolosa al mondo. Diverse società di settore sarebbero addirittura statali. Risulta quindi evidente la contrapposizione americana, che tende a ridurre (se non ad interrompere definitivamente) la dipendenza groenlandese dalla Cina.

Il secondo punto esposto più volte da Trump, riguarda la difesa missilistica degli USA. Anche qui va ricordato infatti che la base spaziale di Pituffik (ex Thule) ospita i radar più avanzati del sistema di difesa antimissilistico statunitense. Visto l’aumento delle tensioni con gli eterni nemici russi ed i nuovi competitors cinesi, la posizione artica è diventata, al momento, un evidente punto di sbarramento, diciamo una specie di “frontiera del nord” fondamentale per la sicurezza statunitense.

 

 

 

Terzo punto, ma non meno importante dei precedenti, è il nuovo cambiamento fisico-politico subito dal pianeta. Il riscaldamento globale sta spalancando le porte, anzi le acque, a nuove rotte commerciali per le rotte verso Nord-Ovest e ciò rende la Groenlandia una specie di “hub” logistico strategico per il futuro commerciale del globo terracqueo.

Nonostante la nutrita spiegazione americana su questi tre punti, risulta evidente che Groenlandia e Danimarca non hanno gradito il sistema già in passato esposto dal presidente Teodhore Rooswelt del “randello”, ovvero che chi è più forte (e più grande) mena per prima e prende tutto, Era scontato che questo “modus operandi” trumpiano, avesse aperto un nuovo fronte di crisi con gli alleati europei. A tal proposito va detto però che all’interno della NATO, proprio su questo argomento, si è aperta un’altra spaccatura profonda. La posizione della UE sulla crisi Groenlandia-USA è di chiara condanna e rifiuto alla posizione americana, difendendo la sovranità del Regno di Danimarca, come di qualunque altro paese libero. Alcuni paesi europei (guidati da Germania e Francia) hanno proposto una missione permanente della NATO in Groenlandia per tutelare la sovranità danese e prevenire azioni unilaterali americane, un’operazione d’argine alla crisi, definita col nome Arctic Sentry”. Altri paesi invece hanno avuto una posizione un po’ più neutrale come ad esempio l’Italia, che si è mantenuta sull’idea di assoluta prudenza diplomatica. Sostanzialmente, pur riconoscendo le preoccupazioni statunitensi, il governo italiano (e quali la totalità della maggioranza politica parlamentare), ha dichiarato di voler sostenere la linea della diplomazia, escludendo categoricamente l’invio di truppe e rinforzando quindi, l’idea del dialogo e del ruolo pacifico della Nato nella vicenda, mentre una parte dell’opposizione politica italiana, critica apertamente questa posizione del Governo, definita di “sudditanza americana” a riguardo.

Al momento, alle minacce dei dazi americani, Bruxelles valuta contromisure di dazi per circa 93 miliardi di euro, con restrizioni commerciali contro gli USA, congelando quindi gli accordi bilaterali annunciati giorni fa, proprio per osteggiare questo modo operativo “violento” americano e difendere l’assetto strategico dell’Artico, anche nell’interesse della Nato stessa. Per ultimo va anche ribadito che sul fronte interno. non tutto il parlamento americano è compatto. Una delegazione pluricomposta del Congresso si è recata a Copenaghen a metà gennaio 2026 per rassicurare gli alleati, definendo la Groenlandia “un alleato storico e non un asset da conquistare”. In conclusione, una partita ancora aperta certamente, ma dove purtroppo, si gioca sul destino di un popolo, rischiando la pace del mondo intero.

Saremo certamente accusati di antico pacifismo, ma c’è una vecchia frase, tanto cara a Winston Churchill, che rispecchia da sempre una concezione critica e diffusa della guerra, spesso associata al pensiero di giovani sognatori degli anni ’70 (qual eravamo ahimè!)  cresciuti all’ombra della musica, dell’art nouveau e dell’epitaffio “fate l’amore, non fate la guerra”. Una frase, che la descrive la guerra non come una necessità inevitabile, ma come un disastro organizzato da una ristretta élite politica o economica, a spese della popolazione generale. Un monito costante sulla guerra che tutti non dovremmo mai dimenticare:

“La guerra è il disastro di tanti compiuto dalle azioni di pochi”.