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Dopo lo shock per tutti i risvolti della falsa denuncia di un innocente, affiorano altre vicende: le mani sui fondi PON per il microcredito; bonifici nascosti negli estratti conto falsificati per dirottare danaro dall’EBt, l’ente bilaterale (50% Confcommercio, 50% Cgil-Cisl-Uil); automezzi NCC (Bus e autovetture) senza licenza e senza assicurazione

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Manenti denunciò falsamente il funzionario del Comune di Pozzallo Giovanni Minardo ma …

Le ‘motivazioni’ della sentenza, ai fini civili, della Corte d’Appello di Catania non motivano nulla e di fatto violano l’obbligo costituzionale del ‘Giusto processo’

Dai conti dell’EBT (Ente bilaterale terziario), quando Manenti ne è presidente, spariscono 22 mila euro, con operazioni oscurate nei documenti, manomessi, degli estratti conto. Ma alla ‘pentola’ manca un coperchio e così il ‘bonifico con destrezza’ viene scoperto. Manenti deve lasciare la carica ma Confcommercio al proprio interno fa quadrato: e chi invoca onestà e correttezza viene isolato 

Le mani sui soldi del microcredito: un progetto (BapR-Diocesi di Ragusa) con fondi europei per una start up innovativa serve solo a dirottare l’intera somma, 20 mila euro, a tre persone indicate da Manenti che è il tutor ma anche il dominus. Nessuna attività e nessuna promozione del territorio,  solo un passaggio di soldi dalla banca al terzetto: la moglie e due amici fidati 

Dall’autobus adibito al trasporto degli studenti, sequestrato dai Carabinieri perché senza polizza Rca, alle autovetture Ncc utilizzate come navetta da e per l’aeroporto e prive di licenza nonché di copertura assicurativa 

Anche il Rotary club conosce il tocco di Manenti. Da presidente incoming prende in mano i soldi e sottrae al tesoriere la sua competenza di funzione: un trauma che sconvolge regole sociali e prassi consolidate. Il club, dopo questo articolo, smentisce e chiede la rettifica, ma è tutto vero: In Sicilia Report conferma

 

Non è passato inosservato, a giudicare dai riscontri e dai feedback di ritorno in redazione, l’articolo del 23 febbraio scorso “Giovanni Manenti, presidente di Confcommercio Sicilia denunciò falsamente e fece arrestare …” (leggibile qui). Innumerevoli le reazioni, tra stupore, incredulità, indignazione, ed anche di amara presa d’atto di conferma di un sentore diffuso indotto da conoscenza di qualcosa intorno ad alcune delle vicende raccontate.

Come già chiarito ai lettori nell’articolo richiamato, il diretto interessato, il presidente di Confcommercio Sicilia Giovanni (più noto come Gianluca) Manenti, da noi interpellato, ha preferito astenersi da ogni commento, valutazione o propria versione dei fatti perché, pur ringraziando per l’attenzione prestata <<… considerato che la vicenda processuale risulta ancora potenzialmente aperta, ritengo – ha spiegato – di non rilasciare al momento dichiarazioni pubbliche… >>.

Né da lui, né da altre persone, più o meno interessate agli accadimenti descritti o semplici cittadini-lettori, sono giunte osservazioni sulla verità delle vicende. Le sole critiche, come è facile verificare consultando le interazioni social, sono generiche e prive di ogni riferimento ai fatti. Insomma, nessuno – né Manenti, né persone a lui vicine pur intervenute a sua difesa – hanno saputo indicare un solo elemento contenuto nell’articolo che a loro dire non sarebbe veritiero.

Per quanto riguarda il cortese rifiuto di Manenti di rilasciare dichiarazioni pubbliche, la vicenda processuale “ancora potenzialmente aperta” è quella che lo vede imputato di calunnia e falsa testimonianza, assolto dal Tribunale di Ragusa con sentenza non impugnata dal pubblico ministero (il quale ne aveva chiesto la condanna) e perciò sopravvissuta solo agli effetti civili, dinanzi alla Corte d’Appello di Catania, per l’impugnazione della vittima Giovanni Minardo, il funzionario del Comune di Pozzallo falsamente denunciato da Manenti a giugno 2011, fatto arrestare, quindi assolto (dal Tribunale di Modica nel 2013) con sentenza irrevocabile a conclusione di un’ampia istruttoria dibattimentale che, in ogni sua piega oltre che nel dato complessivo unitario e coerente, conclama la calunnia e la falsa testimonianza di Manenti, reati la cui commissione è stata strumento – perseguito con lucida e reiterata determinazione – della sua richiesta, ai sensi della legge 44 del 1999, di 400 mila euro allo Stato quale (falsa) vittima di richieste estorsive.

Già nell’articolo del 23 febbraio scorso abbiamo riferito del dispositivo di sentenza della Corte d’Appello, ai soli effetti civili, emesso all’esito dell’udienza del 14 novembre 2025, di conferma di quella del Tribunale di Ragusa del 7 gennaio 2019. Ora però ne sono note le motivazioni e un cenno è doveroso.

In effetti è per mera ‘convenzione lessicale’ che parliamo di motivazioni giacché tali non sono quelle contenute nella sentenza: poche righe appena, tolte le parti di rito di riepilogo dei fatti e di ricognizione della sequenza documentale degli atti processuali, per spiegare perché Manenti, secondo questo singolare giudizio, non abbia commesso i reati di calunnia e di falsa testimonianza.

In proposito rimandiamo lettrici e lettori, desiderosi di conoscere fino in fondo la vicenda di questo incredibile naufragio della Giustizia, all’articolo sopra richiamato, nella parte in cui esso documenta l’assurda conclusione cui giunge il Tribunale di Ragusa nella sentenza del 2019, pur nell’evidenza oggettiva, più che provata al di sopra e al di fuori di ogni ragionevole dubbio. Un dubbio totalmente insussistente, se non nella fervida fantasia propria di chi voglia ignorare i macigni di una granitica verità accertata processualmente e aggrapparsi, in una sorta di trance dissociativa, a circostanze aventi valenza zero sul terreno probatorio, irrilevanti e fuorvianti rispetto alla macroscopica vicenda di un complotto ai danni di un innocente, un piano diabolico costruito dall’imputato, con mille elementi di prova del dolo costitutivo dei reati di calunnia e falsa testimonianza, commessi e reiterati nel tempo.

Manenti denunciò falsamente il funzionario comunale Minardo ma …

Le ‘motivazioni’ della sentenza, ai fini civili, della Corte d’Appello di Catania non motivano nulla e di fatto violano l’obbligo costituzionale del ‘Giusto processo’

I dati di realtà e le argomentazioni contenute in quell’articolo relativamente alla sentenza del Tribunale di Ragusa ci sovvengono totalmente anche dinanzi al verdetto d’appello che, di fatto, non motiva in alcun modo la conferma del giudicato precedente, pur dovendolo fare per costituzionale obbligo di legge: << Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati  … >>  dispone l’art. 111, c. 6, della Costituzione a solenne affermazione, nel principio del ‘Giusto processo’, delle norme già sancite negli art. 13, 14, 15 e 21 a tutela di diritti fondamentali e principi inviolabili come la libertà personale, il domicilio, la corrispondenza, la manifestazione del pensiero.

Nella sentenza in questione emessa dalla Corte d’Appello di Catania (presidente del collegio Michele Consiglio, consiglieri Patrizia Mirenda e – giudice estensore – Valentina Maria Scardillo), in poche righe vengono presentate come motivazioni mere valutazioni soggettive e bizzarre locuzioni in libertà, estranee all’essenza del processo e al thema decidendum. I reati sono più che provati, in tutti gli elementi costitutivi oggettivi e soggettivi, e però anche in questo caso, il giudice parla d’altro per cercare diversivi utili a confondere le acque. Lo abbiamo già scritto in riferimento alla prima sentenza e qui potremmo riproporre le considerazioni già espresse, ma basta rileggerle.

Ora, semmai, di nuovo c’è l’incredibile violazione dell’obbligo di motivazione perché tale non è quella contenuta nella sentenza, perciò arbitraria in quanto sorretta solo da ‘motivazione apparente’ in violazione del diritto di difesa (in questo caso della parte civile) e del principio di legalità.

A fronte di molteplici motivi indicati nell’atto d’appello redatto dal legale Enzo Galazzo, difensore di fiducia di Giovanni Minardo, il collegio giudicante in poche righe si limita a considerare tre fattori di doglianza, tutti vertenti sulle circostanze irrilevanti e secondarie illogicamente valorizzate a sostegno dell’assoluzione, e non dice nulla sul perché invece non abbiano valore o rimangano al di sotto del ‘ragionevole dubbio’ tutte le circostanze non solo rilevanti, ma decisive, univoche, forti di inattaccabile certezza probatoria, pertinenti, congruenti, fisiologicamente costitutive, in fatto e in diritto, dei delitti di calunnia e falsa testimonianza, totalmente e pienamente comprovati – anche nell’elemento soggettivo del dolo – in ogni tassello del puzzle di verità ricostruito dall’istruttoria dibattimentale del processo di assoluzione di Minardo e del successivo giudizio penale nei confronti di Manenti.

E così la Corte d’Appello, limitandosi con mere e stravaganti opinioni a dire, senza motivare, che quelle circostanze non siano secondarie, ignora tutte quelle – primarie e gigantesche nella prova della verità – che, comunque, non lasciano spazio alcuno a dubbi più o meno pretestuosi.

Le circostanze alle quali la Corte d’Appello si aggrappa sono tre. Ecco la prima: il Manenti pur non sapendo (ma siamo sicuri che non lo sapeva? Non c’è alcuna prova di ciò) che l’incontro con Minardo in cui gli avrebbe consegnato il danaro non sarebbe stato registrato, accetta ugualmente di procedere, sicché egli è in buona fede perché una registrazione avrebbe potuto svelare la vera causale, lecita, del pagamento invece di quella, falsa, della tangente.

Sul punto, è facile osservare: a giudicare dalla piena sintonia con gli investigatori – pur se, questi ultimi, in buona fede – con i quali Manenti si muove nella sua macchinazione calunniosa, è molto probabile che egli sapesse. E in ogni caso, egli ha dato prova di disinvoltura e spregiudicatezza assolute, sicché non ha alcun rilievo un sua supposta remora dinanzi al dubbio di una possibile registrazione ed inoltre, oggettivamente, egli fin dal primo momento si è mosso con totale ambiguità di linguaggio per far credere a Minardo che voglia estinguere un debito, autentico e accertato, nei suoi confronti, mentre inganna gli investigatori sostenendo che si tratti di una tangente. Infatti anche nelle telefonate ‘concordate con gli investigatori’ e infatti intercettate, mai Manenti dice a Minardo che si tratti della tangente o di qualcosa di simile o di qualunque cosa men che lecita. Perché dunque dare rilievo a ciò che non ne ha alcuno, mentre il reato è provato in tutti  i fatti lungo i quali si snoda il complotto con piena evidenza della totale consapevolezza dolosa del suo autore?

E poi, perché la Corte d’Appello, ai soli effetti civili della calunnia e della falsa testimonianza – come già prima, anche agli effetti penali, il Tribunale di Ragusa – ignorano un dato di verità tranciante: la causale lecita, effettiva e sussistente, del danaro che Manenti deve a Minardo e che perfino Manenti riconosce, salvo poi inventarsi una richiesta di tangente mai avvenuta, così come concordemente ogni elemento probatorio emerso in entrambi i processi sancisce con univoca certezza.

Tornando al ‘gioco’ di mettere a confronto un dato di prova – vero, pertinente e decisivo – con un presunto dubbio, marginale e insignificante, sarebbe come se, al contrario rispetto al caso in questione, si assolvesse un reo certo di concussione, o estorsione (si pensi al caso Helg trattato nell’articolo precedente), pur dinanzi a tutte  le prove totalmente convergenti, solo perché l’imputato vada all’appuntamento in cui incassare la tangente tenendo in tasca oggetti che possano togliere spazio alle banconote che essa dovrebbe contenere, dal che un ipotetico giudice deriverebbe questo ragionamento: vero è che l’imputato ha imposto la tangente alla sua vittima e l’ha riscossa, ma poiché all’appuntamento c’è andato con le tasche in parte occupate non c’è prova della sua intenzione di volerla riscuotere perché, diversamente, avrebbe liberato le tasche per poterla meglio conservare; se non l’ha fatto, il dubbio rimane e pazienza se in effetti c’è prova assoluta che l’estorsore o il concussore abbia imposto il suo volere e si sia fatto effettivamente consegnare il danaro. Questo ragionamento, ovviamente assurdo, ha la stessa struttura logica di quello con il quale, incredibilmente, nel nostro caso, il giudice ritiene che se l’accusato va all’appuntamento-trappola con la propria vittima, senza avere, in ipotesi, la certezza che l’incontro non sarà registrato, significa che egli sta agendo correttamente. E però ci sono tutte le prove necessarie, ed anche di più, del reato consapevolmente commesso, lucidamente pianificato e intenzionalmente portato avanti con una serie di azioni reiterate. Peraltro non si sa, per quanto poco valga la circostanza, se egli sapesse o meno che l’incontro non sarebbe stato ascoltato, osservato o registrato.

La sentenza è con zero motivazioni: poche parole – di finte motivazioni – in ordine a tre stravaganti elementi buttati sul tavolo per deviare dal percorso di valutazione delle prove.

Quanto al primo dei tre elementi, totalmente divagante e comunque già illustrato (di seguito vedremo in breve gli altri due) la ‘motivazione’  della sentenza è solo in tre parole:  << … Né sono condivisibili… >>. Sì, tutto qui: tre parole appena per liquidare la contestazione, da parte della difesa di Minardo, del peso incredibile dato, a vantaggio dell’innocenza di Manenti, a quella che, con linguaggio non processuale (ci perdonino  i giuristi) potremmo definire una ‘supercazzola’.

Peraltro il ‘né’ – congiunzione copulativa negativa – non viene usato in prosecuzione di un concetto già espresso sul punto, ma su tutt’altro, ovvero sul principio generale, scolastico potremmo dire, secondo il quale la responsabilità penale di Manenti non può derivare automaticamente dall’assoluzione di Minardo: ovvio, talmente ovvio che, affermato in una sentenza – e non in una chiacchera da bar – suona perfino imbarazzante.

In nessun’altra parola, frase, espressione, c’è nulla per motivare la decisione sul punto. Ai tre giudici del collegio basta dire ‘non sono condivisibili’, punto; e il discorso è chiuso. Sarebbe come se in una splendida giornata di sole, di temperatura mite e assenza di vento, si rispondesse “non sono condivisibili le affermazioni di chi dice che questa sia una bella giornata”; così, senza neanche spiegare il perché, senza motivare.

Dello stesso tenore sono i brevi passaggi della sentenza sui soli altri due elementi di apparente motivazione, solo apparente. Altre due circostanze, totalmente irrilevanti, strumentalmente attratte nel processo logico-motivazionale al solo fine di creare confusione, mettere in secondo piano il cielo limpido della verità e inseguire il pulviscolo di quel pugno di polvere buttato lì appositamente: perché Minardo non si è astenuto dal trattare le pratiche del Comune inerenti il finanziamento a Manenti per l’accoglienza dei migranti? E perché Maria Laba, allora compagna di Minardo, anticipò al cugino Claudio Pitrop i soldi che a lui doveva Manenti per il lavoro prestato per l’analogo servizio di accoglienza?

Entrambe queste domande hanno una risposta: chiara, vera, accertata, logica, convincente ed è ampiamente provata (persino Manenti conferma sempre l’esistenza del proprio debito con Minardo), pur essendo una risposta a domande che non hanno alcun rilievo e che vertono, al pari della precedente, su circostanze irrilevanti e per nulla incompatibili, né minimamente incidenti sulla verità gigantesca e palpabile emersa da entrambi i processi, quello a Minardo per concussione, quello a Manenti per calunnia e falsa testimonianza. In proposito siamo ad un grave peggioramento della sentenza precedente perché se ne conferma il contenuto, senza alcuna motivazione.

La trance dissociativa che ignora prove macroscopiche e da esse distoglie lo sguardo, inseguendo elementi marginali a rilevanza zero, utilizzati per agitare dubbi insussistenti e farne discendere conclusioni illogiche e assurde 

Perciò può essere utile rileggere un brano, di critica alla sentenza emessa dal Tribunale di Ragusa il 7 gennaio 2019, contenuto nell’articolo precedente.

Incredibilmente, quando il Tribunale di Ragusa assolve Manenti dall’accusa di calunnia e di falsa testimonianza, motiva la scombiccherata decisione con i dubbi derivanti da quattro fattori.
Uno è proprio questo: perché Manenti avrebbe pagato a Minardo e non direttamente a Laba le sue spettanze? Un dubbio insussistente e, comunque, irrilevante. Gli atti del processo nei confronti dell’imputato Minardo dimostrano i rapporti d’amicizia e di frequentazione, non solo tra Manenti e Minardo, ma anche tra le mogli e i rispettivi nuclei familiari, nonché amici e parenti. E quell’attività di lavoro, richiesta da Manenti a Maria Laba, è sempre prestata con l’interazione e il pieno sostegno e coinvolgimento di Minardo il quale tutti i giorni viene caricato da Manenti di ogni problema afferente al servizio espletato per il Comune o la Prefettura. In ogni caso quando Manenti intende pagare il primo acconto di seicento euro a Laba va da Minardo e vorrebbe dare i soldi a lui, ma è Minardo ad osservare che “le farà piacere riceverli direttamente” e poiché in quel momento si trova a breve distanza in città, i due vanno insieme. Perciò a Minardo non sembra affatto strano né sorprendente che a febbraio 2009 (peraltro dopo che gli ha parlato del fatto che la compagna abbia dovuto anticipare lei, con i proventi di altro lavoro, mille euro a Pitrop creditore del Manenti) e poi a luglio 2011 i soldi per Maria Laba siano consegnati a lui.
Un altro motivo di fuorviante dissertazione del giudice monocratico del Tribunale di Ragusa Elio Manenti verte sulla presunta stranezza dell’anticipazione della somma di mille euro da Maria Laba al cugino Claudio Pitrop. Anche su questo punto i fatti sono certi e le testimonianze concordanti. Peraltro è Manenti, con l’ennesima scorrettezza di datore di lavoro inadempiente, a liberarsi di Pitrop – il quale, al quarto mese di lavoro non pagato, gli chiede i soldi per potere trascorrere in Romania il Natale 2008 – dicendogli “fatteli anticipare da Laba”. Cosa che costei fa effettivamente, sentendosi parte di quella vicenda che lega Manenti a Minardo, quindi a lei e ai lavoratori coinvolti nel progetto del servizio di accoglienza e allo stesso Pitrop il quale, fidandosi della congiunta, presta la sua opera per Manenti.
Lo stesso giudice riesce a confondere le acque ravvisando non si sa quali dubbi sul fatto che Minardo non rilasci ricevuta per i due pagamenti, quello da 2 mila euro a febbraio 2009 e da 1500 euro a luglio 2011. Ma è Manenti l’artefice di tutto ciò: un imprenditore che non rispetta alcuna regola, non paga i debiti, calpesta i diritti elementari dei lavoratori che impiega in nero e a cui promette – senza dare – solo un’elemosina in forma di falso rimborso spese, e quando, con molto ritardo, solo in parte e solo ad alcuni versa questa miseria non vuole ricevute neanche se, come nel nostro caso, i destinatari del pagamento si offrono correttamente di firmarle. Tutto ciò è accertato pienamente, ma il giudice che assolve Manenti ritiene non provate la calunnia e la falsa testimonianza a causa di questi elementi che per lui sono fonte di ‘ragionevole dubbio’ tale da impedire la condanna, e invece sono elementi ben chiari, sorretti da convincente spiegazione logica, e in ogni caso del tutto secondari e irrilevanti rispetto alla prova incontestabile dei reati commessi da Manenti per fare arrestare l’innocente Minardo.
Un altro diversivo utilizzato dal giudice a supporto dei suoi dubbi sulla non certa colpevolezza dell’imputato Manenti è il presunto conflitto d’interessi di Minardo il quale – poiché responsabile dei Servizi sociali del Comune (fino a novembre 2008) e comunque capo di gabinetto del sindaco con possibilità di trattare il dossier accoglienza dei migranti – dovrebbe astenersi dal ricevere da Manenti i soldi destinati ai crediti da lavoro di Maria Laba. Ma che c’entra? Se un conflitto d’interessi c’è, ed anche grave, è quello di Manenti, perfino doppio: egli è consulente del sindaco proprio sul tema dell’immigrazione e membro del Nucleo di valutazione dei dirigenti; al tempo stesso, nella sfera privata dei suoi interessi, è fornitore di servizi al Comune in materia di immigrazione: un rapporto questo sul quale intervengono gli atti di funzionari e dirigenti che egli deve valutare, nonché scelte dell’amministrazione guidata dal sindaco del quale, peraltro anche parente, è consulente fiduciario alla luce di una presunta qualità di esperto di dubbia sostanza. Ma questo sarebbe un altro tema.
Al colmo di certe elucubrazioni interpretative, il giudice osserva anche che Manenti non sa che l’incontro con Minardo della domenica pomeriggio del 10 luglio non sia registrato né ascoltato, sicché egli, ritenendo che lo fosse, debba essere creduto sul racconto che ne fa! Non è certo se Manenti sappia o meno del mancato ascolto, ma sappiamo tutto il resto. E sappiamo che è falsa la frase attribuita a Minardo dopo la consegna della busta con i soldi: “ora che sti stai rifacendo, vediamo per le altre tranches”. Frase sulla quale il Gip il 4 agosto fonderà la convalida dell’arresto e, ancora il Gip ed il Riesame, il rigetto delle richieste di remissione in libertà fino al 19 agosto quando sono le dimissioni di Minardo da dipendente comunale a farlo uscire dal carcere.
Una frase mai pronunciata, neanche nel senso – più che lecito e naturale – relativo ai crediti di Laba che non vengono azzerati da quei 1.500 euro. Infatti mai Minardo in due anni e mezzo, conoscendo la situazione economica di Manenti, gli ha mai ricordato quel suo debito.
La sentenza emessa il 7 gennaio 2019 dal Tribunale di Ragusa in composizione monocratica (giudice Elio Manenti) rimane un assurdo inspiegabile. La Procura chiede la condanna a due anni di reclusione ma il giudice assolve Manenti, proprio per effetto dei fantasiosi e divaganti dubbi esposti, mentre rimangono granitiche e incontrovertibili le certezze oggettive, emerse già dal processo a Minardo, sulla responsabilità del finto concusso. L’assoluzione è pronunciata “perché il fatto non sussiste” con preclusione di ogni pronuncia in ordine agli effetti civilistici.
Peraltro il pubblico ministero, che pure chiede la condanna di Manenti, non impugna la sentenza, quindi penalmente irrevocabile, sicché l’unica via per l’affermazione giudiziale della verità rimane l’atto d’appello di Minardo, limitatamente agli effetti civili, ma il conseguente giudizio dinanzi alla Corte d’Appello di Catania non accoglie le sue sacrosante ragioni: il dispositivo è recente e non sono ancora note le motivazioni.
Sulle stranezze e sulle anomalie del giudizio penale su Manenti c’è un’altra singolarità. La sentenza giunge solo il 7 gennaio 2019, a poche settimane dalla prescrizione. Eppure potrebbe essere un processo semplice, con una limitata attività istruttoria: i reati commessi da Manenti sono documentali, tutti scolpiti con limpida evidenza nei quattro atti compiuti da giugno 2011 a febbraio 2012, i primi tre relativi al reato di calunnia, il quarto a quello di falsa testimonianza: la denuncia del 19 giugno, le dichiarazioni rese al Pm il 5 luglio, le ulteriori dichiarazioni alla polizia giudiziaria il 10 luglio 2011, le dichiarazioni in dibattimento il 29 febbraio 2012. Per le prime tre imputazioni la prescrizione scatterebbe tra il 6 e il 28 febbraio 2019, mentre per la quarta il 17 ottobre 2019. Penalmente dunque Manenti in ogni caso in vista della sentenza nei suoi riguardi sa di essere comunque salvo, anche perché la personalità dell’imputato e la sequenza degli atti e dei comportamenti compiuti nella vicenda, rendono inimmaginabile una sua scelta di rinuncia alla prescrizione.
Rimane una domanda inquietante. Perché il Tribunale di Ragusa impiega un tempo così lungo per definire un processo semplice, elementare, consistente di fatto nella valutazione di vicende, situazioni, atti già accertati sei anni prima?
Giustamente l’avvocato Enzo Galazzo, difensore di Minardo – sia quale imputato nel processo per concussione che parte civile in quello che vede alla sbarra Manenti per calunnia e falsa testimonianza – impugnando, ai soli effetti civili nell’inerzia della Procura, la sentenza del Tribunale di Ragusa, osserva quanto segue. <<…E’ singolare che il giudice ibleo abbia soffermato la sua attenzione su fatti che, ove già a disposizione del Tribunale di Modica, avrebbero potuto essere, in un modo o nell’altro valutati. E però egli non avrebbe dovuto trarre, dalla loro insussistenza, né argomentazioni né, tampoco, perplessità… >>. Galazzo poi rileva, giustamente, l’assoluta inconsistenza e irrilevanza, per manifesta non pertinenza, dei dubbi che inducono, stando alle incongruenti motivazioni addotte, il Tribunale di Ragusa ad assolvere Manenti e, giustamente, si concentra sui giganteschi ‘corpi del reato’, ben quattro, tre di calunnia e uno di falsa testimonianza: <<… Le dichiarazioni predette – rileva Galazzo – non sono acqua fresca; esse, palesemente calunniose ed infarcite di falsità, sono proprio quelle che hanno dato corpo all’imputazione ex art. 317 c.p. a carico del Minardo, tali ritenute allo scrutinio del Tribunale di Modica, finalizzate esclusivamente, come ha scritto quel Collegio, a fare arrestare il Minardo per conseguire i vantaggi derivanti dall’attivazione delle procedure previste dalla legge 44 del 1999… >>. Conclude Galazzo: <<… E’ davvero difficile capacitarsi e comprendere come il Tribunale abbia potuto, alla luce di emergenze così nette a carico dell’imputato, valorizzare ipotesi irrilevanti e, comunque, prive di riscontro dichiarandone l’assoluzione per l’insussistenza dei fatti contestati… >>.

Queste le considerazioni svolte sulla base della sentenza del Tribunale di Ragusa, quando non si conoscevano le motivazioni di quella d’appello che la conferma. Motivazioni che, semplicemente, non ci sono. Sicché tornando alle poche sillabe balbettate dal collegio senza l’estensione logica di un concetto, un pensiero o ragionamento, il quadro è molto più fosco e inquietante di quello analizzato nell’articolo precedente. Tutto ciò che le motivazioni – depositate il 3 febbraio 2026, tre mesi dopo l’udienza finale tenutasi il 14 novembre precedente e però non ancora note a noi il 23 febbraio scorso – concedono, senza mai aggiungere una sola parola in più, è che << … Non vi sono elementi sufficienti per ritenere accertato che l’odierno imputato fosse consapevole di muovere accuse infondate… >>.

Insomma siamo dinanzi ad un ‘Ipse dixit ‘ che non ammette repliche né verifiche, a qualcosa di molto simile a Li soprani der monno vecchio, il famoso sonetto di Giuseppe Gioachino Belli che, casualmente, dà il nome alla piazza in cui, a Trastevere, ha sede Confcommercio. Il grande poeta romano lo scrisse nel 1832, per raccontarci dell’editto di un re ai suoi popolani ( …“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, / sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto”...) , ispirando così, un secolo e mezzo dopo, Mario Monicelli nel suo Il marchese del grillo.

Nell’articolo precedente, a conclusione, il mio pensiero – a proposito dell’assurda incriminazione e dell’arresto di Minardo – va a Il Processo di Kafka. Ora, questo sequel lo fa correre a Belli, e siamo pressappoco nello stesso periodo, quasi due secoli fa, quando una Costituzione come quella della futura Italia repubblicana di oltre un secolo dopo era immaginabile solo nell’utopia eroica di grandi pochi visionari come Giuseppe Mazzini – e i patrioti della Giovine Italia, da lui fondata nel 1831, dall’esilio di Marsiglia dopo l’arresto a Genova – e come quanti nel 1849 sono al suo fianco come artefici della breve Repubblica romana.

Dall’autobus adibito al trasporto degli studenti, sequestrato dai Carabinieri perché senza polizza Rca, alle autovetture Ncc utilizzate come navetta da e per l’aeroporto e prive di licenza nonché di copertura assicurativa  

L’enormità della vicenda raccontata nell’articolo del 23 febbraio scorso e l’amore per la verità e per la giustizia che anima alcune persone – certamente non tutte e forse non moltissime, ma, anche se poche per fortuna esistono – ci hanno consentito di vagliare alcune notizie ulteriori e, compiuta una rigorosa disamina previa verifica documentale, di poterle riassumere così.

Nell’articolo precedente, tra i tanti fatti riferiti, c’è quello del bus pieno di studenti pendolari in viaggio verso la scuola da Pozzallo a Ispica fermato e sequestrato dai Carabinieri la mattina del 22 gennaio 2024 perché trovato senza polizza assicurativa e privo delle autorizzazioni minime per espletare il servizio in convenzione con il Comune.

Per dovere di cronaca, oltre a confermare tutto, dobbiamo aggiungere che un ‘incidente’ di questo tipo non è l’unico ad investire automezzi riconducibili all’imprenditore Giovanni Manenti, titolare di un B&B a Pozzallo e perciò iscritto a Confcommercio e come tale dirigente dell’organizzazione: dal 2015 presidente dell’Ascom Pozzallo, dal 25-7-2017 presidente di Confcommercio Ragusa, dal 29-5-2018 vicario regionale, dal 23-2-2021 e tuttora a capo di Confcommercio Sicilia.

In un periodo, non molto lungo a dire il vero, Manenti tenta anche il business dei servizi di noleggio di automezzi con conducente, disponendo di tre autovetture, di cui una da 9 posti, e di due autobus. A proposito di questi ultimi abbiamo riferito l’episodio del 22 gennaio 2024, imbarazzante anche per le istituzioni pubbliche coinvolte in quanto il servizio, con un pullman da 50 posti, era destinato al trasporto degli studenti tutti i giorni, da casa a scuola e ritorno, ed è incredibile come un’inadempienza di questo tipo, fonte di un illecito così macroscopico dai possibili risvolti penali, venisse ‘regolarmente’ commessa ogni giorno senza che gli enti pubblici coinvolti se ne accorgessero o senza che facessero nulla per impedirlo, magari esercitando i doveri di controllo e vigilanza.

Ma anche le autovetture, fin quando operative, sono state nell’identica situazione. Il loro esercizio, frutto di una licenza ceduta a Manenti da un operatore di Vittoria, era abusivo per due automezzi su tre. Infatti una sola licenza, appunto quella citata, sufficiente per legittimare l’impiego di una sola autovettura, in realtà era l’unica copertura sicché le altre due venivano impiegate in totale situazione di illegalità. Ed anche in relazione a questo servizio non sono mancati ‘incidenti’ come quello del bus da 50 posti adibito al trasporto degli studenti.

In proposito, la casistica delle inadempienze è molto vasta, e in alcuni casi imbarazzante anche per l’immagine turistica del territorio. Come in occasione di un evento di promozione organizzato dagli albergatori locali con il patrocinio dell’Ascom e della Pro Loco Pozzallo e che annoverava tra i partecipanti otto personalità illustri del mondo del giornalismo specializzato, dei tour operator e di buyers internazionali qualificati. In Sicilia Report in proposito ha potuto consultare fonti ineccepibili e verificare ogni circostanza, acquisendo le testimonianze del caso da cui risulta che nell’occasione gli organizzatori avrebbero voluto selezionare la migliore offerta relativa al servizio di accompagnamento, guida e trasporto degli otto ospiti ma Manenti, forte dei suoi titoli nel territorio accresciuti dalla forza della sua posizione in Confcommercio, seppe far valere una sorta di suo pregiudiziale e indiscutibile buon diritto a fornire il servizio. Il problema sorse quando lasciò la metà degli ospiti – quattro su otto, giunti in ritardo rispetto all’orario programmato – al loro destino, costretti ad arrangiarsi con i mezzi di servizio pubblico disponibili nel tragitto dall’aeroporto a Pozzallo.

Quelle autovetture Ncc (Noleggio con conducente) prive di copertura legale e di polizza assicurativa nei termini che abbiamo spiegato sono state impiegate innumerevoli volte non solo nei confronti di turisti nell’ambito dei flussi del proprio B&B e di altre strutture ricettive ma anche di giovani accompagnati a feste private e in locali e discoteche della zona in occasione di eventi o nelle serate di fine settimana.

In proposito la redazione ha raccolto, e verificato con tanto di riscontri, la testimonianza di gruppi di giovani non di rado accompagnati nel luogo convenuto e poi dimenticati e abbandonati, quindi costretti ad arrangiarsi per rientrare a casa.

 

Anche il Rotary club conosce il tocco di Manenti. Da presidente incoming prende in mano i soldi e sottrae al tesoriere la sua competenza di funzione: uno shock che sconvolge regole sociali e prassi consolidate. Dopo questo articolo il club smentisce e chiede la rettifica, In Sicilia Report conferma: è tutto vero

Un altro dei fronti dell’impegno pubblico di Manenti è quello dei club services. Dal 5 luglio 2025 è infatti alla guida del Rotary Club Ispica-Pozzallo, carica che abbiamo ricordato a proposito dell’evento, il 7 novembre scorso, di presentazione del libro ‘I vivi e i morti’, il noir scritto dal procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ragusa Francesco Puleio.

E’ noto come il Rotary sia una delle cosiddette ‘associazioni di servizio’ più importanti e diffuse nel mondo, impegnate nella promozione dei valori etici e dell’amicizia per il bene comune, senza scopo di lucro da parte dei suoi iscritti, professionisti e opinion leaders locali mossi da filantropia e da spirito di volontariato, per finalità benefiche in favore della comunità, attraverso l’attuazione di progetti umanitari, sociali o culturali. Infatti il suo motto è “Servire al di sopra di ogni interesse personale”.

A questo motto si sarà certamente ispirato Manenti quando – allora presidente incoming nel lessico rituale rotariano di programmazione e avvicendamento delle cariche – in occasione di un evento conviviale, stravolge ogni regola e protocollo, sacri per un club come il Rotary, estromettendo il tesoriere cui compete l’incombenza (solo a lui, né al presidente in carica né, tanto meno, al presidente incoming) e ponendo direttamente nelle proprie mani i soldi conferiti dai soci, ciascuno per la propria quota parte, con i quali provvedere al pagamento dei servizi relativi all’evento. Allora non è ancora presidente e comunque, neanche in tale carica, mai e poi mai potrebbe fare ciò che fa, in dispregio delle regole sociali del club ed  anche delle buone maniere.

Dai conti dell’EBT (Ente bilaterale terziario), quando Manenti ne è presidente, spariscono 22 mila euro, con operazioni oscurate nei documenti, manomessi, degli estratti conto. Ma alla ‘pentola’ manca un coperchio e così il ‘bonifico con destrezza’ viene scoperto. Manenti deve lasciare la carica ma Confcommercio al proprio interno fa quadrato: e chi invoca onestà e correttezza viene isolato   

Almeno altre due vicende, tra tante, meritano di essere raccontate. Con una breve premessa. Tutti i fatti finora riferiti sono accertati e noti, almeno ad una ristretta cerchia di persone tra quanti hanno avuto ed hanno rapporti con Manenti. Lo è soprattutto il caso – scioccante ed incredibile – della falsa denuncia di Manenti nei confronti di Minardo, che egli sa benissimo essere innocente ma a carico del quale ordisce una messinscena per farlo arrestare e incassare così, illecitamente, il titolo necessario a chiedere allo Stato la somma di 400 mila euro dei fondi antiusura.

Eppure Manenti, su tale status fraudolento di (falsa) vittima di richieste estorsive mai ricevute, costruisce la sua carriera di dirigente di Confcommercio. Carriera che ha la sua unica linfa nel consenso degli associati o almeno di quella parte sufficiente a determinare il successo di una candidatura rispetto ad altre. Come tutto ciò possa essere avvenuto, e continui a ripetersi, è uno di quei misteri con i quali dovremo confrontarci – o dovranno farlo i posteri – per capire a cosa siano ridotte la società presente, l’onestà, la correttezza, l’èthos pubblico.

Ecco dunque la prima delle due vicende di cui solo dopo l’articolo del 23 febbraio scorso la nostra redazione viene a conoscenza e che oggi, fatte tutte le verifiche necessarie, è possibile raccontare.

Essa riguarda Confcommercio ma investe quell’ente denominato EBT che – insieme alla potente organizzazione degli imprenditori commerciali, in posizione preminente – associa anche i sindacati dei lavoratori Cgil, Cisl e Uil. Come già chiarito nell’articolo precedente l’EBT è un organismo bilaterale operante principalmente nei settori del terziario, commercio, servizi e turismo; un ente paritetico senza fini di lucro costituito da associazioni datoriali, appunto la Confcommercio rappresentativa delle imprese commerciali, e da sindacati dei lavoratori per erogare servizi – formazione, sicurezza, sostegno al reddito – ad entrambe le parti.

Elencando le tante cariche ricoperte da Manenti nell’ambito degli enti e delle strutture che sono emanazione di Confcommercio o da questa partecipate, nell’articolo precedente abbiamo fatto riferimento proprio all’EBT della quale Manenti assume la presidenza il 27 febbraio 2020 ma cessa dalla carica in anticipo. In proposito abbiamo dato atto di un accorato appello pubblico rivolto il 23 novembre 2022 da Antonio Modica, nel congresso della Filcams-Cgil della quale era ed è segretario, ad un cambio di rotta nell’EBT le cui sorti stanno a cuore a Filcams-Cgil come, verosimilmente, agli altri partners Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil.

Ma perché questo appello, che chi già allora fosse a conoscenza dei fatti potrebbe interpretare come un invito alla cacciata di Manenti prima della scadenza del mandato? Peraltro è noto come a questi non dispiaccia il cumulo delle cariche, tanto da nutrire un’inclinazione affettiva per tale eccesso di servizio, talmente coinvolgente da indurlo, magari per puro sentimento di partecipe immedesimazione, a moltiplicare i conteggi, all’atto di attribuirsi lucrosi rimborsi spesa, utilizzando vari incarichi per la stessa prestazione. Per fare un esempio è come se un soggetto, dicendo di esercitare funzioni per conto di enti o aziende per cui lavori, vada una sola volta da Pozzallo a Ragusa o da Pozzallo a Palermo, e spenda una sola volta mille euro per viaggio vitto e alloggio di missione, e però utilizzi questa unica missione più volte, quanti gli enti per i quali lavori, mettendo a loro carico, ad ognuno di essi, la stessa prestazione eseguita una sola volta, facendosi rimborsare più volte l’unica spesa sostenuta. In Confcommercio, e nelle strutture collegate, succede anche questo. Ma questo modus operandi riguarda Confcommercio e le sue risorse delle quali dispone come vuole, dovendo rendere conto solo ai propri associati.

La vicenda in questione investe invece l’EBT in cui siedono, in modo paritario, Confcommercio da una parte e Cgil-Cisl-Uil dall’altra.

Ora vedremo quali sono i fatti per i quali scatta l’appello del dirigente Cgil Antonio Modica, appello efficace a giudicare dalla circostanza che da lì a pochi giorni Manenti viene spodestato e al suo posto arriva un presidente d’emergenza, transitorio data l’urgenza. La dichiarazione di Modica, nel congresso Filcams-Cgil che lo rielegge segretario, fa seguito di pochi mesi a quello che dovrebbe essere uno scandalo pubblico ma che Confcommercio ha la capacità non solo di silenziare all’esterno, ma di ignorare al proprio interno, di nasconderlo sotto il tappeto e di non darvi alcun rilievo, oltre a quello inevitabile del passaggio di consegne urgente alla guida dell’EBT, non per scelta ma per pura costrizione, su intimazione dei partners. Insomma, se fosse per Confcommercio, Manenti potrebbe continuare all’infinito e magari essere premiato. Continuare a fare cosa?

Mettiamo in fila i fatti che In Sicilia Report ha potuto ricostruire scrupolosamente grazie a verifiche documentali e convergenti riscontri testimoniali, acquisiti in via riservata perché Confcommercio preferisce lavare i panni sporchi in famiglia o, anzi, se non è costretta come in questo caso (era l’EBT, un condominio per Confcommercio, non la casa di proprietà esclusiva) sceglie di non lavarli affatto e tenersi lo sporco – che si autoalimenta – senza fare mai il bucato.

Il caso deflagra in occasione dell’esame del bilancio di previsione del 2022 e di quello consuntivo del 2021. Il termine consueto è il 30 aprile ma si susseguono ritardi e rinvii, anche per qualche osservazione che allude a fatti gravi e alla necessità di chiarirli prima che possano essere esaminati e approvati documenti contabili veritieri. Affidandoci alla buona memoria di alcuni protagonisti di quel periodo in Confcommercio Ragusa soprattutto sul fronte dei controlli contabili e consultando le fonti documentali disponibili, ci imbattiamo in questa vicenda.

Alcuni estratti del conto corrente di cui è titolare l’EBT Ragusa presso la Banca agricola popolare, nell’anno 2021 presentano una strana difformità tra entrate ed uscite. Ad una verifica si scopre che risultano prelievi di forti somme, oscurati, anche digitalmente, nel file che riproduce il documento bancario. L’ammanco scoperto in quel periodo è di oltre 22 mila euro, frutto di ‘prelievi-fantasma’, in effetti ‘regolarmente eseguiti’ ma abilmente oscurati nel prospetto analitico della sequenza temporale delle operazioni. Il beneficiario ‘coperto’ è Confcommercio, nel conto di cui ha esclusiva disponibilità Manenti. Disponibilità materiale e operativa, ma non lecita in quelle forme perché comunque nessuna delibera di Confcommercio in effetti autorizza il suo presidente a mettere le mani nella cassa dell’organizzazione come fossero le proprie tasche personali.

Nella vicenda c’è un doppio registro: quello interno a Confcommercio e quello concernente i rapporti tra questa e l’ente bilaterale cui essa è associata.

Nel primo ambito Confcommercio è sovrana, deve rispondere solo ai propri iscritti nei limiti delle regole interne da osservare e, almeno a giudicare dalla vicenda, pare che nessuna appropriazione indebita, furto o ruberia scuota minimamente gli associati e i vari dirigenti, i quali anzi, quando costretti a prenderne atto, puntano sulla conservazione dell’assetto esistente e del sistema operante, anche a costo di isolare quei pochi, una sparutissima minoranza, che invece vorrebbero difendere le casse sociali e con esse i principi di onestà, correttezza e rispetto delle norme. C’è in quel periodo chi in Confcommercio si batte con serietà, correttezza e coerenza per fare valere un principio elementare di onestà ma soccombe dinanzi alla stragrande maggioranza che in vario modo, ma all’unisono nel risultato finale, ‘assolve’ Manenti, lo mantiene al suo posto di comando, di fatto incoraggiandolo ad andare avanti così.

L’operazione, compiuta una prima volta per un prelievo-lampo di 12 mila euro e poi ripetuta poco tempo dopo, somiglia ad un furto con destrezza e forse non verrebbe mai scoperta se il ladro non dimenticasse di cancellare, nell’estratto conto di quel trimestre, il rigo successivo relativo alle spese di commissione dopo avere fatto sparire quello indicante il bonifico top secret.

In quel momento chi si batte in Confcommercio per un principio di legalità (innanzitutto ‘non rubare’) viene prima ignorato, poi guardato in cagnesco e messo ai margini, nonostante l’evidenza imbarazzante di un furto così clamoroso commesso non solo ai danni degli associati ma anche dei sindacati dei lavoratori partners nell’EBT, con pregiudizio enorme di ogni parvenza di reputazione morale, di decoro etico e di legittimazione nelle relazioni sindacali.

Per quanto tutto ciò, allora come ora, risulti incredibile e inspiegabile, è realtà: allora come ora. Accade infatti che i pochissimi onesti (per tali intendiamo coloro che non fanno finta di niente e non si girano dall’altra parte) nel board di Confcommercio vengano estromessi, mentre Manenti rimanga ben saldo al comando dell’organizzazione (deve cedere solo la guida dell’ente bilaterale, per imposizione dei sindacati dei lavoratori) con il sostegno decisivo di chi fa finta di nulla e continua a confermargli il consenso necessario a tenerlo in tutti i posti di comando che ancora occupa nella galassia-Confcommercio.

La vicenda ci dice che se fosse dipeso solo da Confcommercio, Manenti sarebbe rimasto al suo posto anche a capo dell’ente bilaterale, come rimane in tutte le poltrone di cui l’organizzazione possa disporre senza sguardi indiscreti dall’esterno. L’incidente scoppia, e noi abbiamo potuto conoscerlo, solo perché l’EBT è un’associazione paritaria partecipata al 50% dall’organizzazione delle aziende commerciali e per il 50% dai sindacati dei lavoratori e questi hanno dimostrato di avere una coscienza diversa dei doveri minimi di onestà nei rapporti di rappresentanza e di collaborazione. Per dovere di cronaca va detto che anche all’interno di Confcommercio qualche dirigente dà prova di correttezza e onestà ma si ritrova solo: gli altri stanno con Manenti. Rispetto ai conti di EBT e ai rapporti con i sindacati dei lavoratori che ne sono parte al 50%, la partita si chiude con la restituzione all’ente bilaterale da parte di Confcommercio del maltolto, oltre 22 mila euro.

Non sappiamo se dentro Confcommercio episodi analoghi siano accaduti o accadano ancora tante altre volte. Ma sarebbe difficile, quasi impossibile, venirne a conoscenza se vittime, dopo l’estromissione di chi si batteva per l’onestà e la trasparenza, ne fossero solo Confcommercio e la base degli iscritti. Lo dimostra la vicenda appena riferita e lo dimostra il fatto che cinque anni dopo Manenti è sempre ben saldo a capo di Confcommercio – a Pozzallo nella dimensione comunale, a Ragusa in quella provinciale e a Palermo in quella regionale – grazie al consenso che i suoi ‘amici’ e sostenitori interni continuano a dargli. E pazienza se il prezzo da pagare sia la fuga, anzi la cacciata, degli onesti.

Le mani sui soldi del microcredito: un progetto (BapR-Diocesi di Ragusa) con fondi europei per una start up innovativa serve solo a dirottare l’intera somma, 20 mila euro, a tre persone indicate da Manenti che è il tutor ma anche il dominus. Nessuna attività e nessuna promozione del territorio,  solo un passaggio di soldi dalla banca al terzetto: la moglie e due amici fidati    

L’altra vicenda riguarda invece l’accesso a finanziamenti nell’ambito dei PON, i Programmi Operativi Nazionali finanziati dall’Unione europea per favorire la parità economica e sociale di tutte le regioni. Miliardi e miliardi di euro sui quali più o meno frequentemente il rischio della truffa è dietro l’angolo. Non solo in danno degli enti erogatori ma, talvolta, degli stessi beneficiari dinanzi ai quali si frappongono cricche di intermediari e facilitatori di varia estrazione, spesso ribaldi senza scrupoli, aventi la forza di condizionamento derivante dalla capacità di ottenere l’approvazione delle richieste di finanziamento.

La casistica è varia e i fatti segnalati in redazione dopo l’articolo del 23 febbraio scorso sono diversi. In attesa di un vaglio esaustivo, sempre all’insegna di una rigorosa indagine documentale, una situazione tipo, dopo le tante verifiche compiute, è certa ed è possibile raccontarla.

Siamo nel campo dei Programmi operativi nazionali per il ‘Potenziamento della cittadinanza europea’, peraltro oggetto di specifica promozione divulgativa da parte di Giovanni Manenti in appositi incontri tenuti nelle scuole come quello con un gruppo di studenti del Liceo classico e scientifico Campailla-Galilei a Modica a settembre 2019. Un comunicato diffuso da Confcommercio in quei giorni riferisce dell’incontro, riportato dalla stampa con generosità di toni e di riconoscimenti alla purezza del progetto (ma sul movente di tale ‘generosità’ un cenno sarà necessario), evidenziando che <<… Il percorso di formazione avviato dall’istituto scolastico ha visto il coinvolgimento di alcune figure di professionisti che hanno sviluppato temi legati all’interazione tra territorio e realtà europea e alla possibilità di accedere a finanziamenti di vario tipo. In questo ambito – prosegue Confcommercio –  il presidente Manenti ha proposto agli studenti informazioni e chiavi di lettura sulla presenza attiva e propositiva delle realtà sindacali e di categoria insistenti sul territorio e sulle opportunità che le stesse possono offrire ai giovani che stanno completando il loro percorso di studi e si affacciano al mondo del lavoro. Le possibilità di finanziamento di start up innovative finalizzate allo sviluppo e alla promozione del territorio sono destinate a un target giovanile grazie a fondi dedicati (microcredito) e a finanziamenti europei. Gli studenti hanno fatto registrare un notevole interesse verso i temi proposti avanzando domande, spunti di riflessione nonché interventi propositivi… >>.

Manenti quindi si colloca nel “percorso di formazione avviato dalla scuola con il coinvolgimento di professionisti che hanno sviluppato temi legati all’interazione tra territorio e realtà europea”; fa leva sulla “possibilità per i giovani di accedere a finanziamenti di vario tipo, nonché sulle opportunità che le realtà sindacali e di categoria possono offrire” a quanti stanno completando il loro percorso di studi e si affacciano al mondo del lavoro; precisa quindi che “le possibilità di finanziamento di start up innovative finalizzate allo sviluppo e alla promozione del territorio sono destinate a un target giovanile grazie a fondi dedicati (microcredito) e a finanziamenti europei”.

Queste sono le parole, dette ai giovani e diffuse a mezzo stampa a settembre 2019, quando Manenti è il numero due di Confcommercio Sicilia e, da oltre due anni, a capo di quella provinciale iblea.

Ora vediamo i fatti. In attesa di una casistica più completa, per dovere di verità dobbiamo per il momento limitarci a quelli che abbiamo potuto accertare senza ombra di dubbio.

Ne enucleiamo quindi uno, assistito da completo corredo documentale e verificato in ogni sua piega. Esso precede di quattro anni quell’appassionato intervento di Manenti a scuola al quale quindi conferisce l’ulteriore spinta soggettiva di motivazione ideale frutto di un’esperienza diretta della quale Manenti ha già potuto apprezzare i risultati.

In questa vicenda Manenti, a capo dell’Ascom di Pozzallo e non ancora presidente provinciale di Confcommercio, è tutor in alcuni progetti di questo tipo che offrono ai giovani l’accesso al microcredito nella misura di 20 mila euro, senza garanzie personali, grazie al coinvolgimento di partners.

La vicenda ci porta alla Banca agricola popolare di Ragusa che eroga il finanziamento nell’ambito della misura prevista dal PON, su garanzia della Diocesi iblea, partner con il proprio Ufficio pastorale per i problemi sociali e del lavoro.

Manenti è il tutor ma è, soprattutto, il dominus assoluto del progetto nel quale, offrendo proprio quelle opportunità di cui gli piace parlare nelle scuole, sceglie il giovane la cui richiesta di finanziamento sarà accolta, lo coinvolge, gli dice ciò che deve fare e soprattutto gestisce totalmente la destinazione dei 20 mila euro. Il progetto riguarda la promozione turistica del territorio tramite la creazione di un sito web e potrà avvalersi dei servizi di accoglienza di strutture ricettive come il proprio B&B Manenti’s House, servizi suscettibili di ampliamento con le attività di famiglia che spaziano dalla mediazione linguistica al noleggio di autovetture e bus con conducente.

La pratica va in porto perché la richiesta di 20 mila euro per tale progetto viene approvata dalla BapR di Ragusa su garanzia della Diocesi.

A muovere le fila di tutto è Manenti il quale impone al titolare della start-up beneficiario del finanziamento (il quale dovrà poi rimborsare alla banca le rate del prestito) come spendere i 20 mila euro: come spenderli, tutti e subito.

In Sicilia Report ha potuto visionare i documenti. Ecco: 12 mila euro vanno ad una persona imposta da Manenti (sì, imposta: “ o così o niente” è il suo diktat) come contropartita della realizzazione del sito web. Quel prezzo somiglia ad una rapina, visto che con mille euro, ed anche meno, sarebbe possibile trovare sul mercato lo stesso identico servizio, ma l’operazione può farsi solo alle condizioni imposte da Manenti. E quella non è l’unica. Altri 4.300,00 euro devono essere destinati all’acquisto di un personal computer, non un pc che abbia quel prezzo di mercato, bensì uno che si acquista per molto, molto meno ma che il beneficiario del finanziamento (erogato da BapR, con avallo diocesano), deve pagare quella cifra. E deve farlo in contanti.

Ma ancora non siamo a 20 mila euro e infatti la start-up innovativa premiata da questa linea di microcredito ha bisogno di un ultimo decisivo acquisto: servizi di mediazione linguistica, anche questi non da cercare sul mercato ma, obbligatoriamente (altrimenti i soldi di BapR, con avallo diocesano, non arrivano) da ordinare, in effetti solo da retribuire, al fornitore prescelto da Manenti: sua moglie, per la cifra di € 3.600,00.

Il titolare della start up finanziata da BapR deve accettare tutto, non ha alcun margine di scelta né di autodeterminazione e, per la mediazione linguistica, fa predisporre dalla banca apposito assegno circolare della cifra richiesta ma è costretto ad annullarlo perché Manenti ordina che la somma gli sia consegnata in contanti.

E così, ecco tutti prontamente investiti i 20 mila euro del “progetto di potenziamento della cittadinanza europea”: un sito, un personal computer, un’interprete, la moglie di Manenti il cui profilo su Face Book oggi indica come lingue parlate l’inglese, l’italiano, il siciliano e il francese e ne evidenzia l’esperienza trentennale di traduttrice in russo, inglese, italiano, slavo.

Quella start-up innovativa finisce subito nel limbo del … ‘Chi l’ha vista?’. Nessuna attività, nessun servizio, nessuna produzione. Il progetto, proprio del tipo decantato da Manenti nelle scuole, si riduce ad un mero passaggio di danaro: 20 mila euro che escono dalla BapR, con l’Ok della Diocesi, ed entrano nelle tasche dei tre soggetti individuati da Manenti e da lui imposti pur dinanzi all’evidenza dell’assurdità di quello spreco: 12 mila euro per un sito che si potrebbe realizzare con meno di un decimo; 4.300 euro per un computer che, anche in questo caso, si potrebbe acquistare con un decimo della spesa, e comunque, anche a scegliere una qualità eccellente, con molto meno; servizi di mediazione linguistica mai forniti alla start-up e, in effetti, mai necessari perché i risultati dimostrano che l’unico ‘progetto’ realmente perseguito, quindi il solo obiettivo è quel passaggio di danaro, in danno del beneficiario, in buona fede, totalmente manipolato dal vero artefice dell’operazione capace di imporgli ogni cosa e di dirgli ‘così o niente’: capacità derivante dal potere di determinare la sorte del finanziamento (sul fronte BapR? O Diocesi? O entrambi?).

Il giovane credeva nel progetto e confidava nella possibilità di realizzarlo con correttezza ed onestà, per il proprio interesse individuale di trovarvi un’occupazione ricca di potenzialità, e per l’indubbio vantaggio sociale di promozione culturale ed economica del territorio. Ma tutto ciò purtroppo era solo nelle norme e nei buoni propositi dichiarati. Nel caso specifico i fatti, e gli atti compiuti dai soggetti a vario titolo attuatori, producono solo quel passaggio di danaro. Che rimane intatto, nonostante la successiva emersione della truffa ordita come il solo movente dell’operazione.

Il giovane non poteva certo rimborsare alla BapR le rate, visto lo zero assoluto prodotto dal progetto avviato così come imposto da Manenti. E questi certo non fa nulla per recuperare i 20 mila euro dai tre destinatari da lui accuratamente prescelti (la consorte e i due fornitori, del sito e del pc) perché proprio quel passaggio di danaro si presenta come l’unico fine dell’operazione da lui congegnata.

Chi sono quindi le ‘vittime’ del danno, oltre al giovane beneficiario del finanziamento, depredato dell’intera somma e però debitore della banca erogatrice?

E’ vittima la BapR? Lo è la Diocesi? O entrambe, o nessuna, al netto di responsabilità individuali nella propria sfera di competenza?

La documentazione disponibile non ci aiuta in quest’ultima risposta. La Banca poteva chiedere i soldi al beneficiario, però impossibilitato perché prima vittima della truffa, e al fideiussore, la Diocesi. Nel primo caso pare lo faccia ma desiste dinanzi alla denuncia dei fatti e all’evidenza dell’azione predatoria compiuta dall’utilizzatore finale, il vero ‘beneficiario’; nel secondo caso non sappiamo, per la riservatezza dei documenti bancari relativi e perché non sono noti i risultati dell’indagine interna disposta dal vescovo del tempo, Carmelo Cuttitta, al fine di scoprire se l’essenza dell’operazione-Manenti fosse nota o meno nell’ufficio diocesano intervenuto come partner.

Onesti in Confcommercio, se ci siete …

Quanti soldi agli organi d’informazione: per comunicare (cosa?) o per tacere …?

 

Infine due brevi notazioni.

La prima riguarda l’inquietante ‘perché’ Confcommercio sia così mal ridotta, muta e complice nelle pratiche predatorie del tipo descritto commesse innanzitutto a proprio danno, silente anche dinanzi a tutte le performances personali del proprio numero uno in Sicilia, messe in atto già prima della scalata all’organizzazione e ben note, come la falsa denuncia di un innocente per mettere le mani su finanziamenti pubblici: il messaggio rischia di essere l’esempio, ai commercianti, a fare come Manenti, perché ciò paga e conviene. Perciò, banalmente ma efficacemente, si potrebbe dire: ‘Commercianti onesti, se ci siete – se ancora ci siete dentro Confcommercio – battete un colpo.

La seconda riguarda la ‘buona stampa’ di cui, almeno nell’ambito locale, Confcommercio dispone. Una ‘buona stampa’ fatto soprattutto di silenzio, interrotto all’occorrenza solo da notizie ‘promozionali’ di maniera, come quel comunicato sull’incontro con gli studenti ai quali Manenti, mosso da coinvolgente personale esperienza, declina le virtù del microcredito.

Ebbene un indizio del perché questa fortuna della buona stampa assista l’organizzazione dei commercianti si trova nei bonifici di somme rilevanti incanalati regolarmente ad un lungo elenco di organi d’informazione, quotidiani, periodici, emittenti tv, singoli giornalisti, con le causali più svariate che spaziano dalle inserzioni pubblicitarie alla comunicazione, aventi un solo fine: lo scambio, tramite sostegno ai propri interessi, anche i più inconfessabili stando alle vicende oggetto di questo articolo, quanto meno in forma di silenzio.

Ma la cosa strana è che ad alimentare questo scambio, sia chiamato in causa anche l’EBT dalle cui casse provengono i bonifici citati, oltre ai tanti dei quali probabilmente si fa carico da sola Confcommercio. Oggi è difficile immaginare servizi di comunicazione, corrispondenti ad un legittimo interesse dell’EBT alla luce delle proprie finalità statutarie e sociali, cui l’ente non possa provvedere gratuitamente attraverso canali interni.

Rimane quindi una domanda: è Confcommercio a fare ciò che vuole, anche con le insegne e con i soldi dell’EBT?

Le organizzazioni rappresentative dei lavoratori condividono la scelta di ‘pagare’, con la propria quota parte di risorse, la compiacenza di non pochi organi d’informazione su tutto ciò che concerne il mondo delle imprese commerciali?

Può questo pagamento sistematico essere ritenuto giusta contropartita di un ‘servizio bilaterale’ lecito, ad imprese e lavoratori, pur potendo minare il diritto collettivo all’informazione, alla conoscenza, alla verità, tramite la libera circolazione delle notizie e delle opinioni, diritto costitutivo della democrazia che è precondizione della Repubblica fondata sul lavoro?

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In data 19 marzo il Rotary Club Pozzallo-Ispica, in relazione alla propria citazione nel presente articolo, ha avanzato richiesta di rettifica.

Qui la pubblicazione della rettifica ai sensi di legge.

Qui un ulteriore articolo di chiarimento a lettrici e lettori