Giovanni Manenti, presidente di Confcommercio Sicilia, denunciò falsamente e fece arrestare un funzionario del Comune di Pozzallo, Giovanni Minardo, per chiedere 400 mila euro allo Stato quale vittima di richieste estorsive
Una doppia ‘Caporetto’ della Giustizia: prima, nel 2011, ad opera della Procura e del Gip di Modica sulla pelle di un innocente tenuto in carcere 40 giorni, poi del Tribunale di Ragusa che, pur nell’evidenza accertata della macchinazione calunniosa, nel 2019 assolve Manenti.
I trascorsi del protagonista, le sue mire politiche nel 2007 con l’Mpa di Lombardo, la doppia candidatura alle comunali e alle provinciali, poi il passaggio al Pdl e nel 2012 la corsa a sindaco con Grande Sud Miccichè: risultato 1,06%.
Tutte le sequenze di un affaire inquietante: il business dell’accoglienza migranti a Pozzallo in cui si butta con il suo B&B, gli imbrogli, i pasticci, le truffe, le appropriazioni, i debiti non pagati: fornitori, contraenti di ogni tipo, partners commerciali, banche e perfino i lavoratori, in nero e in totale evasione fiscale e contributiva, con dichiarazioni in cui devono fingersi volontari con un semplice rimborso spese, anche questo negato.
In quanto debitore a lungo insolvente nei confronti della compagna di Minardo per l’attività di lavoro prestata, Manenti inventa il piano diabolico: gli consegna 1.500 euro a riduzione del debito e lo fa arrestare facendo credere alla polizia giudiziaria che sia la tangente pretesa da un concussore.
Polizia e Guardia di Finanza, ma soprattutto la Procura, ci cascano. Eppure sarebbe semplice smascherare subito la trappola perché Manenti racconta falsità insostenibili e facilmente verificabili.
Nella realtà non solo Minardo non fa nulla di ciò di cui Manenti l’accusa ma non potrebbe farlo neanche se, per assurdo, volesse. E in ogni caso, anziché osteggiato o discriminato, Manenti dal Comune di Pozzallo risulta pagato prima e più degli altri fornitori di servizi d’accoglienza.
In verità, Minardo aiuta Manenti con generosità e con correttezza di funzionario, lo crede amico e non si risparmia nel sostenerlo. Manenti è solito ringraziarlo con l’espressione ‘a buon rendere’ e dopo oltre due anni e mezzo ordisce il piano diabolico per farlo arrestare con accuse totalmente inventate.
E poi ci sono altre ‘prodezze’ di Manenti, alcune recenti quando è già ai vertici di Confcommercio Sicilia. Da tesoriere della Società Marinara di Pozzallo si appropria di 12 mila euro. Non denunciato con l’impegno a restituirli, lo fa solo in parte.
A gennaio 2024 un suo bus trasporta quaranta ragazzi da Pozzallo a Ispica nell’ambito di un servizio quotidiano pubblico per studenti pendolari. Fermato dai Carabinieri, il mezzo viene sequestrato perché privo di polizza assicurativa e delle autorizzazioni necessarie.
Tutte le analogie e le connessioni tra il caso-Minardo e il caso-Iemmolo, il responsabile della locale Bapr falsamente accusato, sospeso dalle funzioni e perseguitato. Le denunce risalgono allo stesso periodo ed hanno uguale movente: mettere le mani sui fondi concessi dallo Stato alle vittime d’estorsione e d’usura.
Attualmente Manenti è presidente di Confcommercio-Pozzallo, di Confcommercio-Ragusa, di Confcommercio Sicilia, è nel Cda di Commerfidi e nelle strutture collegate alla potente organizzazione. Inoltre da presidente del Rotary Ispica-Pozzallo può esibirsi in eventi di promozione sociale e di legalità
Poiché i fatti oggetto di questo articolo riguardano, anche, il presidente in carica di Confcommercio-Sicilia, una premessa può essere utile.
Confcommercio associa in Italia oltre 700 mila aziende, con la percentuale più alta di adesioni rispetto ad ogni altra organizzazione nei vari settori produttivi, il che la rende in assoluto la prima rappresentanza d’imprese in Italia ed una delle prime in Europa.
Nata il 29 aprile 1945, proprio nei giorni in cui l’Italia si libera dal nazifascismo, in 81 anni ha avuto solo sette presidenti, compreso quello attuale, Carlo Sangalli, il più longevo di tutti con vent’anni di carica, a fronte dei 15 di Sergio Casaltoli (1956-1971) e di Giuseppe Orlando (1971-1986), i dieci del siciliano Sergio Billè, gli otto di Francesco Colucci, e i cinque di Giovanni Maria Solari e Amato Festi.
Questi, lo storico primo presidente, emiliano, viaggiatore di commercio e sindacalista della categoria, socialista seguace di Filippo Turati e grande figura di fervente antifascista, dopo un solo mandato alla guida di Confcommercio fa spazio ad altri; lasciano una forte impronta anche alcuni suoi successori come il genovese Giovanni Maria Solari, il fiorentino Sergio Casaltoli ideologo della centralità delle piccole imprese, gli economisti pugliesi trapiantati a Milano Giuseppe Orlando e Francesco Colucci; mentre sugli ultimi due, Billè e Sangalli, pesano le macchie.
Il primo, messinese, mentre è in carica, nel 2005 viene travolto dallo scandalo per le tangenti, 39 milioni di euro, concordate con l’immobiliarista Stefano Ricucci, uno dei noti ‘furbetti del quartierino’, per l’aggiudicazione della gestione delle proprietà Enasarco, patrimonio della categoria di cui faceva parte l’onestissimo Festi.
A Billè nel 2006 succede il comasco Sangalli, in Confcommercio in quanto concessionario Fiat, ma politico di lungo corso come deputato Dc per sette legislature dal 1968 al 1994 e sottosegretario in un governo-Andreotti, dal ’78 all’80: oggi, quasi novantenne, dopo vent’anni è ancora in carica nonostante il clamore della vicenda scabrosa, tutta interna agli uffici centrali dell’organizzazione a Trastevere, nella quale prima cerca di tacitare, con una donazione da 200 mila euro, le accuse di abusi sessuali ai danni della segretaria Giovanna Venturini e poi, il 5 novembre 2018, falsamente denuncia di estorsione la stessa, nonché l’ex direttore generale di Confcommercio Francesco Rivolta, estorsione che a suo avviso i due avrebbero commesso ordendo un complotto per farlo dimettere. Ma era tutto falso come accerta a settembre del 2022 il Tribunale di Roma, mentre la Procura dà credito a Sangalli al punto da chiedere la condanna di Venturini e Rivolta. A coordinare nella capitale l’inchiesta che fa apparire Sangalli come una vittima è la Pm Lucia Lotti, da 45 anni in magistratura, trascorsi a lungo nella Procura di Roma e nella Direzione distrettuale antimafia, quindi a capo della Procura di Gela dal 2008 al 2016 e, subito dopo, procuratore aggiunto a Roma dove per quattro anni guida il gruppo sui reati di usura, estorsioni, riciclaggio, narcotraffico, rapine. E’ in questo periodo che tratta il caso, di grande clamore mediatico, riguardante il numero uno di Confcommercio. Per fortuna il Tribunale rimette a posto le cose sancendo nel 2022 la verità ma, incredibilmente, la Confcommercio sceglie di mantenere ancora Sangalli alla propria guida.
Per la cronaca Lucia Lotti – caso rarissimo di magistrati a giudizio – il 19 gennaio 2026 viene condannata per corruzione in atti giudiziari per avere, quale procuratore a Gela dal 2008 al 2016, posto i fascicoli di indagini riservate sulla locale raffineria Eni a disposizione di Piero Amara, allora consulente Eni, ormai noto pregiudicato e grande corruttore del cosiddetto ‘sistema-Siracusa’. Lotti lo avrebbe fatto per ripagare le attività lobbistiche di Amara sul Consiglio superiore della magistratura a sostegno della sua nomina proprio a procuratore di Gela. Peraltro il Tribunale di Roma nello smascherare la falsa denuncia di Sangalli rileva l’abuso da lui commesso nel prelevare illecitamente e-mail e documenti dai personal computer della segretaria e del direttore generale di Confcommercio consegnandoli alla Procura che incredibilmente li accetta senza neanche rilevare la palese violazione.
In ogni caso Sangalli non era vittima di pressioni illecite finalizzate a farlo dimettere, ma autore di una falsa denuncia per sviare la verità dalle accuse di violenza sessuale che aveva tentato di coprire con 200 mila euro.
Oggi Sangalli ha 89 anni e da oltre vent’anni è ancora sulla tolda di comando al vertice della potente organizzazione.
E in Sicilia?
Confcommercio Sicilia nel tempo, dall’arresto di Billè a quello di Helg, dalla mano su Camere di commercio e aeroporti alla sfida lanciata da Agen a Montante e alla rivelazione-shock sull’impostore antimafia. Da cinque anni il numero uno di Confcommercio Sicilia è il pozzallese Giovanni Manenti
Nell’isola Confcommercio nasce due anni dopo quella nazionale, il 27 giugno 1947, ad appena due mesi di distanza dall’elezione della prima Assemblea regionale siciliana avvenuta il 20 aprile come compimento della conquista autonomistica datata 15 maggio 1946, nell’Italia ancora monarchica, prima ancora del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea costituente.
In 79 anni sono solo sette i presidenti che si susseguono a capo di Confcommercio Sicilia, un numero pari a quello nazionale, ma in un caso con punte di longevità maggiore come nella prima fase segnata dai 28 anni di carica di Giovanni Pravatà (1947-1975), seguita dai 14 dell’immediato successore, Alfredo Spatafora (1977-1991). E poi il noto Billè, messinese, fermato dopo 13 anni di presidenza regionale (1992-2005) dall’arresto per corruzione; quindi Roberto Helg per soli due anni (2006-2008); a seguire Pietro Agen – ligure ‘fattosi siciliano’ e trapiantato a Catania – dal 7 luglio 2008 al luglio 2017 quando si dimette per guidare la nuova Camera di commercio del Sudest; poi, dal 29 maggio 2018 l’albergatore agrigentino Francesco Picarella; infine, eletto meno di tre anni dopo, il 23 febbraio 2021 in piena crisi-Covid, il pozzallese Giovanni Manenti, riconfermato per cinque anni il 24 ottobre 2022 e tuttora in carica.
Tra i vari presidenti regionali, a parte Billè già citato per i fatti che lo coinvolgono come presidente nazionale, un altro nome associato ad un certo clamore è quello di Roberto Helg, per soli due anni al vertice dell’organizzazione in Sicilia, ma protagonista, il 2 marzo 2015, presidente in carica di Confcommercio Palermo e vice presidente di Gesap, la società di gestione dell’aeroporto, del clamoroso arresto mentre intasca una tangente da 100 mila euro che impone ad un noto pasticciere di Cinisi per il rinnovo dell’affitto dei locali all’interno dello scalo Falcone-Borsellino. Condannato senza scampo per estorsione e ulteriormente condannato a dicembre 2023 per bancarotta fraudolenta in relazione ad un’altra vicenda, fino a quel 2 marzo 2015 lo storico dirigente palermitano di Confcommercio, peraltro in quel momento anche al vertice fin dal 2006 dell’ente camerale nel capoluogo siciliano, è noto come paladino antimafia e campione di legalità.
Peraltro, a parte la prodezza criminale della tangente, a determinare il fallimento delle imprese di Roberto Helg, nonché il licenziamento di 15 dipendenti e la successiva bancarotta, non sono difficoltà di mercato ma operazioni irregolari nei negozi – di argenteria cristalleria e arredamento – da lui gestiti, con un buco da cinque milioni di euro.
Ora, dunque, senza perdere di vista la storia più o meno remota, è tempo di guardare al presente. E il presente di Confcommercio Sicilia da cinque anni si chiama Giovanni Manenti, noto anche come Gianluca, il quale il 23 febbraio 2021 conquista il comando dell’organizzazione nell’isola grazie al fatto di essere, da meno di tre anni, dal 29 maggio 2018, il vice vicario nel board regionale guidato dall’albergatore agrigentino Picarella e insediatosi dopo le dimissioni di Agen il quale, appunto otto anni fa, lascia il vertice regionale dell’organizzazione di categoria per assumere quello della neonata Camera di commercio del Sudest, azionista di maggioranza assoluta della Sac, società di gestione degli aeroporti di Catania e di Comiso.
Per la cronaca quattro anni dopo, l’11 luglio 2022, il dirigente venuto dalla Liguria abbandona anche la carica dell’ente camerale, in anticipo rispetto alla scadenza dettata da manovre e veleni per il commissariamento frutto dei diversi accorpamenti in Sicilia, pronunciando parole che scuotono. Come queste: << … Io lo posso dire senza paura di smentita che nei tre, quattro incontri avuti con Montante, lui era presidente di Unioncamere, io ero presidente della Camera di Commercio di Catania, Montante più volte cercò di farmi incontrare persone che io non volevo incontrare. Io alla fine gli dissi: ‘perché non parliamo invece dell’aeroporto di Catania?’ Lui mi disse: è l’unica cosa in cui non ho messo le mani, c’ho un impegno che lo devono gestire altri… >>. E… Amen (potremmo aggiungere).
Antonio Calogero Montante non ha bisogno di presentazioni: è quel meccanico di biciclette di Serradifalco divenuto imprenditore capace di scalare i vertici di Confindustria grazie all’imbroglio di una falsa azione antimafia (era invece in amicizia e affari con il locale boss mafioso) e di raggiungere vette impensabili del potere italiano. Ex missino, cresciuto in Sicilia sotto i governi Cuffaro e Lombardo, alla caduta di questi Montante ‘si mette in proprio’ inventando, con il suo ‘ideologo’ Beppe Lumia – parlamentare Pds-Ds-Pd ininterrottamente dal 1994 al 2018 e addirittura per un anno, da maggio 2000 a maggio 2001 presidente della Commissione parlamentare antimafia – il finto governo ‘del cambiamento’ di Rosario Crocetta che è totalmente a disposizione dell’imprenditore. Il quale perciò escogita, nel ricco pascolo degli enti regionali, l’arma da scasso del commissariamento che ha il pregio di non fargli perdere troppo tempo nel disporre a piacimento, per esempio, degli undici Consorzi delle Aree di sviluppo industriale (Asi, poi accorpate, infatti, nell’Irsap) e delle nove Camere di Commercio nell’isola, fonte di un potere enorme. Però Montante è … uomo d’onore e sull’aeroporto – così confessa ad Agen – ha preso l’impegno di non metterci le mani per lasciar fare ad altri.
Oggi quel geniale impostore che trafficava con magistrati (mai incriminati e neanche puniti in via disciplinare, anzi promossi) e aveva a sua disposizione vertici delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, nonché ministri e potenti di varia estrazione in ogni settore, è un criminale italiano, privato del suo potere ma soddisfatto, forse non senza amarezza personale, di vedere il suo ‘sistema’ più vivo ed efficiente che mai, anche se egli ne è personalmente e direttamente privo.
Del resto la sua ricetta formidabile – l’impostura antimafia quale patente di credibilità e mezzo di accesso al potere – funziona alla grande e solo ogni tanto inciampa nella verità venendone smascherata: come accade a lui (ma con tanti anni di ritardo, per mero accidente dovuto a sfrontata protervia e delirio di onnipotenza), come accade alla giudice Silvana Saguto, oggi in carcere, la quale gestiva come ‘cosa propria’ i beni sequestrati e confiscati alla mafia, nominando e trattando gli amministratori giudiziari come camerieri personali fedeli alle sue pretese di profitto illecito e perciò ammessi allo scambio corruttivo; come accade, come abbiamo visto, a Roberto Helg.
Torniamo dunque a Confcommercio Sicilia oggi, e al solido potere di Giovanni Manenti.
L’organizzazione (Federazione regionale del commercio, del turismo, dei servizi) nell’isola associa oltre 50 mila imprese e, come nel resto del Paese, è un soggetto molto influente nella vita pubblica e nelle dinamiche del potere politico-istituzionale.
Manenti dunque vi è a capo da cinque anni, dopo quasi tre da vice. Traguardi cui giunge in seguito all’elezione a presidente provinciale di Confcommercio-Ragusa il 25 luglio 2017, carica a sua volta conquistata grazie alla presidenza dal 2015, a Pozzallo, dell’Ascom, l’associazione commercianti che rappresenta l’unità di base del sistema-Confcommercio.
Quindi Manenti dall’Ascom di Pozzallo plana al vertice provinciale ragusano di Confcommercio a luglio 2017; dopo appena dieci mesi incassa la nomina a ‘numero due’ regionale e, meno di tre anni dopo questa tappa d’avvicinamento, ne diventa numero uno. Nel contempo è ben salda anche la guida della struttura provinciale, assunta il 25 luglio 2017, riconfermata per altri cinque anni il 20 maggio 2024. Sono poi molteplici le cariche e le postazioni collegate, al centro e in periferia, a Roma a Palermo e a Ragusa. Una di queste nel tempo è quella di Ebiter o Ebt, l’ente bilaterale del terziario, di cui Manenti il 27 febbraio 2020 è eletto presidente provinciale. Si tratta di un organismo in cui datori di lavoro e lavoratori insieme, con le rispettive rappresentanze, curano bilateralmente e all’unisono gli interessi relativi all’erogazione di prestazioni e servizi ad entrambe le parti, tanto che nell’occasione Manenti dichiara con orgoglio: << La bilateralità del settore commercio, turismo, colf, vigilanza e terziario è una grande realtà che interviene sul welfare e sulla formazione… >>. Una grande prova di fiducia nei suoi confronti da parte delle organizzazioni dei lavoratori, in questo caso Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil, Filcams-Cgil, quest’ultima impegnata nell’organismo con il suo segretario Antonio Modica nel ruolo di vice di Manenti. Proprio Modica il 23 novembre 2022, nel congresso di riconferma a segretario generale di Filcams-Cgil invoca un cambio di rotta nell’Ebt. E così a dicembre arriva Giuseppe Giannone e, più stabilmente, l’11 maggio 2023 Gregorio Lenzo, presidente di Confcommercio Vittoria.
Giovanni Manenti detto Gianluca: le mire politiche con il partito di Raffaele Lombardo (Mpa) nel 2007, gli incarichi in Comune durante l’amministrazione-Sulsenti, il business dell’accoglienza migranti in cui si lancia con il suo B&B nell’immobile acquisito per donazione nel 2002
Se dunque la ‘carriera’ di Manenti inizia all’Ascom di Pozzallo nel 2015, qualche anno prima egli è protagonista di una vicenda che merita di essere analizzata anche alla luce degli sviluppi successivi rimasti nell’ombra.
Da premettere che Manenti si trova ad essere associato, e poi dirigente, in Ascom e in Confcommercio, in quanto gestore di un B&B a Pozzallo, il Manenti’s house nello stabile di sua proprietà, acquisito nel 2002 per donazione, in cui egli stesso abita nella centrale via Garibaldi, a breve distanza dal Comune. Ed è proprio qui, nelle stanze del Municipio, che a cominciare dal 2007 si snoda la vicenda.
Il 28 maggio di quell’anno, dopo due mandati consecutivi di Roberto Ammatuna, è eletto sindaco Giuseppe Sulsenti vincendo con il 57, 5% dei voti il ballottaggio con Luigi Ammatuna. Il neo sindaco allora milita nel Movimento per le autonomie (Mpa) di Raffaele Lombardo in grande ascesa (il 28 aprile 2008 stravince le elezioni regionali e conquista Palazzo d’Orleans) ed è sostenuto da una coalizione di centrodestra: dopo un solo mandato, nel 2012 Sulsenti non si ricandida ma rimane attivo in politica tanto che attualmente, nella consiliatura in corso, è consigliere comunale di minoranza e a maggio 2025 aderisce a FdI.
Ma è al quinquennio, 2007-2012, in cui Sulsenti è sindaco, che dobbiamo tornare. In particolare al 10 luglio 2011 quando il suo capo di gabinetto, Giovanni Minardo, viene arrestato in flagranza di reato – concussione continuata – e portato in carcere dove rimane 40 giorni e da cui esce solo perché si dimette da dipendente comunale: in quel momento Minardo ha 65 anni, compiuti il 24 novembre 2010, ma è autorizzato a rimanere in servizio fino al compimento del 67° anno, cioè per un anno e mezzo ancora. Poiché le sue richieste di scarcerazione – e perfino di detenzione domiciliare – sono tutte respinte sia dal Gip che dal Tribunale del Riesame, egli per guadagnarsi la libertà, pur sapendo di essere vittima di un abbaglio clamoroso da parte degli inquirenti, decide di lasciare in anticipo il suo posto al Comune dove, in quel momento, è capo di gabinetto del sindaco, dopo essere stato – fino a novembre 2008 – responsabile dei servizi sociali.
Ma perché Minardo viene arrestato in flagranza, tenuto in carcere per un mese e mezzo, processato con giudizio immediato e assolto – “perché il fatto non sussiste” – con tante scuse da parte del Tribunale?
Tutto si deve ad una denuncia presentata il 19 giugno 2011 da Giovanni Manenti, il futuro presidente di Ascom Pozzallo e a seguire di Confcommercio Ragusa e di Confcommercio Sicilia.
Per capire come si snodi la vicenda è bene sapere chi sia e cosa faccia a quel tempo Manenti che oggi ha 52 anni.
Maturità a vent’anni, nel ’93, all’Istituto tecnico nautico ‘La Pira’ di Pozzallo; laurea in scienze politiche all’Università di Messina nove anni dopo, nel 2002; varie occupazioni in gioventù come quella di coordinatore del Movimento giovanile domenicano Sicilia-Calabria; in seguito presidente dell’associazione albergatori Pozzallo ‘Mare e cultura’, membro del direttivo locale Ascom-Confcommercio con delega al turismo, presidente del ‘Consorzio Vetrina Mediterranea Pozzallo’. Tra le esperienze di lavoro il suo curriculum vitae et studiorum annovera dal 1999 al 2001 quella di procacciatore di contratti per Ina Assicurazioni Italia; nel 2003 la collaborazione con l’impresa portuale Savasta service quale esperto in tema di qualità, ambiente, sicurezza sul lavoro e internazionalizzazione delle imprese; nel 2004 con la cooperativa turistica Centro studi Volta di Vittoria; lo stesso anno, sempre nel campo dei servizi portuali, con la Servizi marittimi Internazionale quale esperto di logistica dei trasporti; nel 2005 con l’Istituto tecnico commerciale Fabio Besta di Ragusa per ‘l’Officina della legalità’ e i progetti ‘Educare alla pace’ e marketing locale ibleo, con l’Istituto statale d’arte Salvatore Fiume in tema di marketing locale ibleo, con l’Istituto d’istruzione secondaria superiore Giosuè Carducci di Comiso per il monitoraggio e la valutazione del progetto ‘I ricambi iblei nel mondo’, nel 2006 ancora con il Besta di Ragusa quale esperto per la valutazione del progetto ‘Apprendista lavoro e maestro scalpellino’, con il Centro territoriale ‘Il Circolo di Vittoria’ per la valutazione del progetto ‘Esperta nell’arte del ricamo’, sempre nel 2006 con l’Ipsia (Istituto professionale di Stato industria e artigianato) ‘Galileo Ferraris’ a Ispica, con l’Istituto tecnico nautico La Pira in tema di marketing dei trasporti; nel 2007 con l’ente di formazione Csati; dallo stesso anno membro del Nucleo di valutazione dell’Azienda ospedaliera Ospedali riuniti di Ragusa Civile-Arezzo, incarico ancora in corso quando Manenti deposita al Comune di Pozzallo nel 2009 il currriculum contenente questi dati ai fini della nomina a consulente del sindaco.
Il 2007 è l’anno in cui Manenti tenta l’ascesa in politica, puntando sul Mpa, in Sicilia partito del momento e in grande crescita, di cui, nell’organigramma di partito, diventa il numero uno a Pozzallo. Perciò Manenti nelle consultazioni del 13 e 14 maggio 2007 si candida sia al Comune che alla Provincia. Ottiene pochi voti ma il sottogoverno lo premia: ed eccolo nel Consiglio d’amministrazione dell’Ato Ambiente di Ragusa su designazione del Mpa, nell’Azienda ospedaliera Civile-Arezzo e, come vedremo, un doppio incarico al Comune. Fuori dall’impegno politico Manenti è l’amministratore unico del Manenti’s house, un Bed and Breakfast allestito nell’immobile di sua proprietà in cui abita e tiene il proprio ufficio. A Manenti non mancano ambizioni e velleità, come quella per l’albergo diffuso con 200 posti, il “primo albergo diffuso della Sicilia con 200 posti letto, tutti entro 50 metri dal mare e dal centro storico”, fa scrivere in articoli di promozione commerciale. In effetti di tale attrazione rimane solo l’annuncio e, nella memoria dei soggetti coinvolti, la sensazione di un fallimento ed anche di una truffa.
Chiarito quali siano in quel periodo i trascorsi, nonché la sfera degli interessi, degli affari, dell’operato del politico e imprenditore Manenti, accostiamoci alla vicenda più importante da raccontare.
Quando a Pozzallo è in carica l’amministrazione del sindaco Sulsenti eletto il 28 maggio 2007, Manenti, oltre ad essere legato al primo cittadino da un rapporto di parentela, è: consulente del Comune nel campo dei servizi sociali per le tematiche immigrazione, gemellaggi, servizi socio assistenziali; componente del Nucleo di valutazione di dirigenti e funzionari; segretario politico locale del Mpa, lo stesso partito cui appartiene il sindaco e che ha un peso rilevante nella coalizione; in un periodo perfino assessore in pectore anche se poi la designazione politica non si concretizza.
Minardo invece è un normalissimo dipendente comunale, con la qualifica di istruttore direttivo Categoria D, trattamento economico D3 e oltre 40 anni di servizio espletato senza mai un’ombra o una macchia ed anzi con continui e unanimi apprezzamenti nell’avvicendarsi dei sindaci e delle diverse maggioranze politiche. Sulsenti il 3 luglio 2007 lo nomina capo di gabinetto, impegno che affianca a quello di responsabile dei servizi sociali, almeno fino al 14 novembre 2008 quando lascia questo incarico per occuparsi solo della segreteria del sindaco pur senza tralasciare del tutto, per continuità d’esperienza, i temi dell’immigrazione.
Il piano di Manenti per accaparrarsi indebitamente soldi pubblici destinati alle vittime di richieste estorsive e d’usura: denuncia falsamente il funzionario comunale Giovanni Minardo spacciando per tangente una somma che gli versa a parziale e tardivo pagamento di un debito
Ecco dunque la vicenda che la domenica pomeriggio del 10 luglio 2011 vede cingersi le manette ai polsi di Minardo.
Tre settimane prima, il 19 giugno, Manenti si presenta agli uomini della Guardia di Finanza della sezione di polizia giudiziaria della Procura presso il Tribunale di Modica e denuncia il funzionario comunale di concussione continuata ai suoi danni. La concussione, com’è noto, è un reato molto grave, che (art. 317 del codice penale) può essere commesso solo << … dal pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che abusando della sua qualità o dei suoi poteri costringe taluno a dare o a promettere indebitamente a lui o ad un terzo denaro o altra utilità… >> ed è punito con la reclusione da sei a dodici anni.
Manenti mette per iscritto di essere stato costretto a versare a Minardo una somma di due mila euro a febbraio 2009 per potere ottenere dal Comune l’affidamento dell’accoglienza nel proprio B&B di migranti e minori non accompagnati. Inoltre Minardo, pretendendo altro danaro e non avendolo ricevuto, lo avrebbe punito, sì da costringerlo alla resa, ritardando i pagamenti da parte del Comune nei suoi confronti e facendolo estromettere dalla Cooperativa Filotea alla quale si associa da quando – da febbraio 2009, con termine ultimo fissato dalla Regione per l’adeguamento al 30 aprile – le nuove norme consentono solo ad enti accreditati la gestione del servizio.
Gli investigatori gli credono, non verificano la falsità del racconto (che pure sarebbe semplicissimo smascherare, ad una sommaria analisi documentale) e neanche la sua assurdità visto che Minardo, se anche avesse voluto, non avrebbe avuto alcuna possibilità di compiere gli atti dei quali Manenti lo accusa.
E così il denunciante concerta con Guardia di Finanza e Polizia di Stato l’operazione che dovrà incastrare Minardo.
Dunque scatta un piano concordato con la polizia giudiziaria, sotto le direttive della Procura: Manenti prende l’iniziativa con due telefonate, il venerdì precedente, 8 luglio, e la stessa mattina di domenica 10, finalizzate ad un appuntamento. Insomma è Manenti che gli chiede di incontrarlo perché “ha qualcosa per lui”. Minardo nulla obietta e, naturalmente, come la sequenza dei fatti accertati dimostra, pensa che gli voglia saldare un vecchio debito risalente al 2008 nei confronti della sua compagna Maria Laba per servizi prestati a Manenti proprio in relazione all’organizzazione dell’accoglienza dei migranti nei due B&B gestiti dallo stesso: quello di via Garibaldi 153 di sua proprietà e quello di Villa Ludoeri, un immobile a 4 Km da Pozzallo preso in affitto da Manenti proprio per tentare il business scaturente dall’ondata di sbarchi di migranti avvenuta nei primi mesi del 2008 e attrezzarsi così per offrire alla Prefettura e al Comune, come altri albergatori e gestori di strutture ricettive, il servizio di accoglienza in quel periodo molto richiesto.
Maria Laba è una mediatrice culturale, laureata e stimata, peraltro chiamata abitualmente dalla Procura proprio per i suoi servizi professionali.
Nei suoi confronti Manenti non ha soltanto il debito per l’attività lavorativa prestata in oltre tre mesi ma anche per l’ulteriore somma di mille euro che la donna ha dovuto versare al cugino Claudio Pitrop, altro operatore qualificato in scienze turistiche e come lei mediatore culturale, ingaggiato da Manenti nell’organizzazione dei lavori di riattamento di Villa Ludoeri – per i quali è la donna a chiamare un gruppo di lavoratrici romene per la pulizia straordinaria – e di conduzione del servizio da settembre a dicembre 2008.
A Natale di quell’anno Pitrop deve rientrare in Romania per le feste e non ha ancora ricevuto un euro per l’attività prestata da oltre tre mesi, come Laba e come tanti altri lavoratori operanti nel servizio di accoglienza predisposto da Manenti per il Comune di Pozzallo e la Prefettura. Ed è proprio questi, ‘datore di lavoro’, a chiedere a Laba, compagna di Minardo – il quale di Manenti è amico e, come vedremo, lo aiuta sempre con generosa lealtà e in ogni modo, senza mai venire meno ai suoi doveri di pubblico funzionario – di anticipargli i soldi che poi lui provvederà a rimborsarle insieme agli stipendi che le deve per il lavoro prestato.
Peraltro, come vedremo più avanti, quello tra Manenti e le persone impiegate nell’organizzazione e nella gestione quotidiana del servizio non è un rapporto di lavoro rispettoso delle norme, ma una sfrontata operazione illegale di sfruttamento e di evasione fiscale e contributiva che Manenti impone a fini di profitto personale sulla pelle di lavoratrici e lavoratori: operai ed impiegati addetti alle varie mansioni quotidiane e con reperibilità h 24 costretti a firmare dichiarazioni in cui si fingono volontari senza alcun compenso, ma solo con un rimborso spese di poche centinaia di euro. Per beffa ulteriore, dopo tale abuso compiuto contro la dignità di incolpevoli lavoratori, Manenti non corrisponde neanche quanto promesso a Laba e agli altri e ciò nonostante la donna, apprezzata da tutti per la sua serietà e professionalità nella comunità pozzallese, sia legata sentimentalmente a Minardo che fin dal 2007 è in costante rapporto di amicizia e di aiuto a Manenti perché possa realizzare al meglio il suo progetto. Peraltro Minardo raccoglie i continui lamenti di Manenti per le proprie difficoltà economiche e non gli chiede mai di saldare il debito nei confronti della propria compagna, sapendo che anche altri lavoratori sono nella stessa condizione.
Le due telefonate di venerdì 8 e domenica 10 luglio 2011 sono da manuale dell’inganno. Manenti dice e non dice per far credere a Minardo una cosa e agli investigatori un’altra: al primo lascia intendere che gli darà dei soldi (ma per non rischiare pericolose esplicitazioni usa solo il termine ‘cose’) inducendolo a pensare al credito vantato dalla compagna; ai secondi assicura invece che si tratti della tangente da lui denunciata, tangente che mai Minardo si è sognato di chiedergli e che invece Manenti inventa come elemento del suo piano diabolico avente un preciso obiettivo: denunciare (un innocente) al duplice fine di incassare i soldi destinati dallo Stato (legge n. 44 del 23 febbraio 1999) alle vittime di richieste estorsive e d’usura e di beneficiare della sospensione delle azioni esecutive da cui è sommerso, peraltro per debiti che nulla hanno a che fare con le spese sostenute per l’accoglienza e con i tempi di attesa dei pagamenti da parte del Comune e della Prefettura. Inoltre Manenti non si fa beffa solo dei lavoratori perché egli non paga quasi nulla, neanche le bollette, tanto che nell’immobile di Villa Ludoeri viene staccata la luce costringendo la Cooperativa Filotea subentrata nel servizio a trasferire altrove, a Comiso, i minori ospiti.
Manenti quando ordisce il piano criminoso è ‘pluriesecutato’, non avendo pagato diversi debiti ed avendo addirittura ceduto ad una banca, Credito Siciliano (poi transitata in Creval, quindi incorporata da Crédit Agricole) il diritto a riscuotere ogni spettanza da parte del Comune per l’accoglienza dei migranti.
In particolare l’8 luglio 2010 viene iscritta ipoteca giudiziale sull’immobile di via Garibaldi di sua esclusiva proprietà che il 15 settembre successivo viene colpito da pignoramento. E’ dopo tali fatti che prende corpo il piano criminoso della denuncia di un’innocente come strumento – tanto cinico e crudele quanto spregiudicato e disinvolto – per chiedere e ottenere centinaia di migliaia di euro di soldi pubblici che lo Stato concede alle vittime (ovviamente vittime vere, non fasulle come in questo caso) di usura, estorsione e dei delitti affini contemplati dalla legge n. 44 del 1999.
Quanto s’avvicina l’ora dell’azione, a giugno 2011, dopo la denuncia presentata il 19 in Procura a Modica, Manenti prepara con cura la distorsione del messaggio che dovrà apparire ‘corpo del reato’ e il veleno che vi nasconde dentro. Alcuni giorni prima di quelle due telefonate – una settimana verosimilmente secondo quanto ricostruito, comunque dopo quel 19 giugno in cui la denuncia dà avvio al piano – Manenti incrocia Minardo all’ingresso del Comune e, con apparente nonchalance, gli dice di avere ottenuto successi contro le banche. Carpendo la buona fede dell’ignaro Minardo lo sta preparando alla richiesta di incontro dinanzi alla quale egli dovrà capire, senza che glielo debba dire con chiarezza, quale ne sia il motivo.
Manenti ordisce il piano sulla pelle dell’ignaro e incolpevole Minardo che ne è amico e, senza che possa mai sospettarlo, ne diventa preda da denunciare falsamente e fare incarcerare perché il gestore del B&B possa illecitamente mettere le mani sui soldi destinati dallo Stato alle vittime di usura ed estorsione. Il funzionario comunale ci casca perché è persona onesta, forse ingenua dinanzi alla spietata e disumana macchinazione nei suoi confronti, un’ingenuità comprensibile alla luce dei rapporti di stima e di amicizia, per lui sinceri, che intercorrono tra i due e le rispettive famiglie legate anche da sensibilità affini: la moglie di Manenti è di nazionalità russa, quella di Minardo romena, entrambe di fede ortodossa tanto che si riuniscono per la Pasqua con i rispettivi congiunti e di frequente trascorrono vari momenti insieme.
Tutte le falle di un piano calunnioso, visibili ad occhio nudo, ma incredibilmente ignorate dagli investigatori che credono a Manenti pur nell’evidenza della falsità delle accuse e stringono le manette ai polsi di un innocente
Minardo pertanto non può attendersi minimamente ciò che Manenti sta tramando alle sue spalle, mentre appare inspiegabile ed inescusabile la sequenza di errori degli ufficiali di polizia giudiziaria, e del pubblico ministero titolare delle indagini, tutti incredibilmente e quasi fideisticamente sdraiati sulla tesi farlocca di Manenti nonostante sia facilmente riscontrabile, e visibile ad occhio nudo, la sua impostura calunniosa, con tanto di movente in bella mostra.
Infatti sarebbe agevole, ad una semplice verifica documentale al Comune e qualche elementare atto d’indagine, scoprire quanto segue.
1.E’ proprio Minardo ad aiutare Manenti, con generosità personale e correttezza di pubblico funzionario, nell’adeguamento dell’immobile appositamente preso in affitto di Villa Ludoeri perché sia reso idoneo ad ospitare i migranti nel rispetto delle norme.
2.Il versamento di due mila euro fatto da Manenti a Minardo a febbraio 2009 è solo il parziale pagamento di un debito per lavoro prestato da Maria Laba. Peraltro di tale dazione risalente a due anni e mezzo prima non c’è alcuna prova ma gli investigatori credono unicamente alla parola di Manenti. Basterebbe un riscontro per scoprire che il pagamento, sì, è avvenuto, ma con tutt’altra causale, pienamente lecita per quanto riguarda l’operato di Minardo e i suoi congiunti, non altrettanto semmai, sia pure in relazione ad altri aspetti, per quanto concerne Manenti al quale dovrebbero essere contestate le gravi violazioni dei diritti dei lavoratori, non solo vessati con la costrizione a figurare volontari senza retribuzione ma beffati anche dal mancato pagamento delle minori somme pattuite in nero e a titolo di rimborso spese.
3 Già da febbraio 2009, per l’avvento di nuove norme, Manenti non può ottenere l’affidamento del servizio destinato unicamente a cooperative sociali e associazioni accreditate ai sensi della legge regionale n. 22 del 1986 tant’è che egli si associa alla Cooperativa Filotea. Una circolare regionale del 19 febbraio 2009 detta infatti le nuove regole e fissa il termine perentorio, 30 aprile 2009, entro il quale i minori ospiti delle strutture non più idonee – come il Manenti’s house e la stessa Villa Ludoeri fin quando gestita da Manenti – devono essere trasferiti in quelle accreditate: infatti Villa Ludoeri passa sotto la gestione della cooperativa scelta da Manenti per rilevare gli affidamenti a lui in precedenza assegnati. E’ Manenti, quando comprende di non potere mantenere a proprio nome l’affidamento, ad individuare la cooperativa Filotea e a contattarla, vantandosi di conoscenze in Regione per garantire l’accreditamento immediato delle strutture che gli interessano, a Pozzallo (“per quelle di Comiso, di Filotea”, sarà lui a “decidere quando”). Le ‘conoscenze’ passano per il senatore Giovanni Mauro e il fido Giancarlo Migliorisi (in seguito noto come Mr Coca per la via della droga ch’era solito prelevare con l’auto blu dell’Ars) e a Manenti consentono di avvalersi dei servizi di Gianfranco Miccichè, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri ma con una rete capillare in Regione.
In un primo momento, a maggio 2009, Manenti entra nel consiglio d’amministrazione di Filotea ma senza mai assumere poteri di firma, né di rappresentanza o di operatività sul conto corrente, né deleghe di alcun tipo, sicché da quel momento non è più a Manenti ma alla Cooperativa Filotea che possono essere destinati dal Comune e dalla Prefettura le somme spettanti per l’accoglienza. Ben presto egli sarà estromesso dal CdA per la sua pessima reputazione di debitore insolvente e pluriesecutato e perché la Cooperativa decide di autofinanziarsi con contributi da parte dei membri dell’organo amministrativo, contributi che Manenti non è in grado di corrispondere e pertanto deve lasciare ad altri il posto in CdA.
4 Non è vero, conseguentemente, che Minardo si adoperi – esercitando così la concussione costrittiva a pagargli la tangente – per estromettere Manenti dalla Cooperativa Filotea: a sbugiardare Manenti in dibattimento è la sua presidente Maria Teresa Spadaro la quale chiarisce che Minardo non c’entri nulla ed anzi, perfino nelle normali e informali interlocuzioni correnti, cerchi sempre di aiutare Manenti che non può essere amministratore, ma solo socio, perché incapace di versare la quota prevista per sostenere l’avvio delle attività della cooperativa fino alla percezione dei pagamenti da parte di Comuni, Prefetture o altri enti preposti.
5 Non è vero che Minardo rallenti o ritardi i pagamenti destinati dal Comune di Pozzallo a Manenti, né che altri fornitori ricevano più celermente le somme dovute. Anzi è vero il contrario come emerge dalla testimonianza di Giovanni Modica – il quale nella prima fase della vicenda è responsabile dei servizi finanziari del Comune di Pozzallo – secondo la quale Manenti anzi gode di un trattamento di favore per disposizione del sindaco Sulsenti che accoglie una richiesta del padre di Manenti, tant’è che a conclusione del processo il Pm chiede al Tribunale di trasmettere la testimonianza del dirigente comunale alla Procura perché proceda per abuso d’ufficio, reato allora vigente. Insomma, se reati sono stati commessi (comunque non da Minardo) è stato per favorire e non per ostacolare Manenti.
6 Il caso di fornitori che secondo Manenti sarebbero pagati prima e in misura maggiore, caso da lui tendenziosamente evocato, riguarda strutture non operanti a Pozzallo ma a Ragusa e quindi pagate da altri enti e non dal Comune di cui Minardo è funzionario, che pertanto non c’entra niente.
7 Non solo Minardo non fa nulla di ciò di cui Manenti l’accusa ma, in ogni caso, non potrebbe mai farlo perché privo dei poteri relativi in merito, dei quali quindi non potrebbe abusare neanche se fosse il delinquente che Manenti ingannevolmente descrive nella denuncia.
8 Ciò che racconta Manenti non è credibile non solo con concreto riferimento ai fatti falsamente descritti, ma neanche in senso astratto e potenziale e neanche ad una prima superficiale valutazione. Infatti Minardo non è affatto sovraordinato a Manenti nell’ambito delle funzioni dai due esercitate all’interno del Comune. Minardo è un dipendente con qualifica di istruttore direttivo, da tempo e fino al 14 novembre 2008 responsabile dei servizi sociali, nonché capo di gabinetto del sindaco il quale per mandato fiduciario lo nomina in questo ruolo il 3 luglio 2007 e può revocarlo in qualunque momento. Ma Manenti è molto di più: egli è parente del sindaco; è suo consulente per i servizi sociali per le tematiche immigrazione, gemellaggi, servizi socio assistenziali: quindi è, peraltro in conflitto d’interessi, l’esperto del sindaco proprio sul tema dell’immigrazione e ciò dal 4 febbraio 2009, cioè prima che egli “sia costretto da Minardo a pagargli la tangente da due mila euro”; Manenti inoltre dal 16 febbraio 2009 è addirittura membro del Nucleo di valutazione sicché è lui che può promuovere o bocciare un funzionario o dirigente e comunque può giudicarlo per il suo operato; Manenti è inoltre dirigente politico, segretario del Mpa che è proprio il partito del sindaco, capace di influire sull’orientamento programmatico e sugli atti dell’amministrazione.
Come potrebbe mai Minardo costringere Manenti a pagare e a tacere, ed anche a farla franca innanzitutto dinanzi al sindaco, senza incappare in alcuna reazione del concusso Manenti che è parente del sindaco, suo ‘esperto’ proprio nella materia dei poteri di cui Minardo abuserebbe, nonché valutatore dei funzionari e capo a Pozzallo del partito del sindaco? Quindi da una parte un semplice funzionario comunale, dall’altra un concentrato di potere che lo schiaccerebbe all’istante alla minima pretesa sopra le righe!
L’arresto la domenica del 10 luglio 2011, il tragitto in macchina con i ceppi ai polsi sotto gli occhi di Manenti che brinda al bar con suoi amici, lo sguardo divertito di alcuni spettatori appositamente preavvisati in uno scenario da fiction televisiva degna della saga ‘Il capo dei capi’
Gli investigatori, incredibilmente, si bevono le fandonie di Manenti, senza neanche chiedersi perché Manenti si presenti a denunciare il 19 giugno 2011, due anni e mezzo dopo il pagamento compiuto a febbraio 2009 e senza che, perfino a suo dire, dopo quei due mila euro (destinati alla compagna Maria Laba per comprovati e sacrosanti crediti di lavoro) Minardo gli chieda alcunché. Manenti s’inventa una spiegazione che ci vorrebbe un attimo a smascherare! Egli dice che Minardo dopo febbraio 2009 non gli chieda altri soldi perché sa che egli non ne ha incassati, ma ciò è falso perché al contrario riceve un nuovo mandato di 16 mila euro prima che i suoi affari si associno a quelli di Filotea. Alla fine Manenti percepirà complessivamente 80-90 mila euro, rimanendo insolvente verso tutti i fornitori che gli consentono di espletare il servizio.
Inoltre gli investigatori non si pongono neanche le elementari domande nella cui ovvietà ci siamo già imbattuti: ma come potrebbe Minardo, che è capo di gabinetto del sindaco in virtù di nomina fiduciaria revocabile in qualunque momento, assoggettare alla sua volontà delittuosa Manenti che è parente del sindaco, suo ‘esperto’ proprio nella stessa materia, valutatore dello stesso Minardo a lui sovraordinato e capo, a Pozzallo, del partito politico cui appartiene il sindaco? E ancora: perché Manenti non è libero dinanzi al ricatto concussivo di Minardo (se mai ci fosse) mentre è perfettamente libero di non pagare nessuno, e neanche la compagna di Minardo per i crediti di lavoro maturati e per i soldi anticipati per lui ad altri lavoratori, pur risultando come vedremo, a marzo 2011, tra i vari gestori di strutture d’accoglienza in rapporto con il Comune, quello che viene pagato più celermente?
E così l’ignaro e incolpevole Minardo, alle 15.30 di domenica 10 luglio, si presenta nell’ufficio di Manenti in via Garibaldi 153 a Pozzallo per sentire cosa abbia da dirgli e/o da dargli. Il finto concusso, dopo alcuni convenevoli, dice di avere fretta e di dovere andare via e solo in quel momento, quando lo sta congedando – forse per prevenire ed evitare qualunque dialogo tra i due su quanto sta per fare – gli consegna una busta con 1.500 euro. Per Minardo la cosa è più che normale, visto che da tempo la propria compagna attende di essere pagata, sicché il funzionario comunale considera la somma un ulteriore acconto a riduzione di quel debito, indotto e predisposto a questa univoca interpretazione anche dall’accurata preparazione di Manenti che una settimana prima di chiedergli quell’incontro lo informa di avere ottenuto successi contro le banche e poi ancora di essere finalmente solvente e quindi, tramite messaggio al figlio, che “quella cosa è a posto”.
L’abbaglio e l’infortunio in cui incorrono gli investigatori hanno del clamoroso e dell’incredibile.
Anche a volere tralasciare la lunga sequenza di omissioni nella verifica del racconto di Manenti (omissioni di inaudita gravità e di sconcertante stupore: ma come è possibile? C’è dell’altro a spiegare l’inspiegabile?) polizia giudiziaria e magistrato inquirente ne combinano una ancora più grossa: non dispongono l’ascolto del dialogo tra Manenti e Minardo, non fanno registrare, né filmare quell’incontro e non documentano l’atto della consegna del danaro. Lo si fa sempre (come per la spettacolare tangente pretesa da Roberto Helg e da lui incassata a marzo 2015 sotto lo sguardo della telecamera) e in questo caso, date le mancate verifiche compiute prima, la prova audiovisiva o anche solo fonica servirebbe a conoscere la vera causale della consegna di danaro, a fare emergere la buona fede di Minardo durante il dialogo e nel momento di ricevere la busta con i soldi.
Peraltro, nonostante la battaglia impari tra Manenti armato del suo diabolico piano criminale per incastrare un innocente costruendo la falsa apparenza di un reato, e Minardo che ne è vittima – non solo ignara ma incapace anche solo di immaginare ciò che gli sta per essere scaraventato addosso – questi, fermato dagli agenti all’uscita (uno spiegamento di undici operatori tra Polizia di Stato e Guardia di finanza concorre a quel servizio domenicale), alla domanda che gli viene posta a bruciapelo su quella busta con i soldi, risponde, candidamente e in verità: “sono per i lavori di Villa Ludoeri”.
Perciò la vittima di questo orribile reato, frutto di accurata e sfrontata macchinazione basata sul falso, viene condotta in carcere come se fosse sul serio il concussore letteralmente inventato da Manenti, finto concusso e in realtà calunniatore (la calunnia è reato grave contro la Giustizia) in danno di un amico leale e generoso nei suoi confronti, per incassare indebitamente centinaia di migliaia di euro da parte dello Stato.
Minardo viene ammanettato e trasferito nel carcere di Modica. Nel tragitto d’uscita da via Garibaldi, dalla macchina, con i ceppi ai polsi fa in tempo a vedere dinanzi ad un bar del centro Manenti intento a festeggiare e a raccontare pubblicamente – ovviamente fingendosi vittima – il successo della trappola tesa al suo concussore del quale egli conosce bene la totale innocenza.
Peraltro proprio Manenti verosimilmente (ma di ciò non c’è prova) quella domenica di luglio pensa anche a convocare alcuni qualificati spettatori, infatti seduti ai tavoli di una pizzeria ancora chiusa, dinanzi alla scena. Due anni dopo, commentando sui social l’assoluzione di Minardo, hanno ben presente quella scena alcuni cittadini a conoscenza dell’identità di quegli spettatori tutt’altro che casuali. E tra le varie considerazioni, c’è chi amaramente ricorda l’incubo di un innocente sfregiato dall’arresto “con fìction televisiva degna del capo dei capi”, aggiungendo “qualcuno dovrebbe chiedere almeno scusa”. Se quel ‘qualcuno’ è Manenti, queste scuse non ci saranno mai, nonostante l’evidenza tranciante dei fatti.
Le menzogne della denuncia e l’evidenza della realtà: Manenti al Comune di Pozzallo ha un peso ben maggiore del funzionario che accusa di concussione ai suoi danni: inoltre è parente del sindaco Sulsenti, nonché segretario politico del suo stesso partito, Mpa, suo consulente esperto in materia di accoglienza migranti, perfino valutatore dei dirigenti dell’ente e del suo improbabile concussore.
Questa ricostruzione, per cenni sommari, dei fatti avvenuti da settembre 2008 a luglio 2011, pur tra semplificazioni e sintesi obbligate, ha il pieno riscontro documentale di quanto emerso nell’istruttoria dibattimentale durante il processo, disposto con giudizio immediato dal Gip già il 9 agosto 2011 (meno di un mese dopo la flagranza del falso e finto reato costata però l’arresto, vero, di un innocente e 40 giorni di detenzione in carcere) e concluso con sentenza emessa il 3 luglio 2013 dal Tribunale di Modica, appena in tempo prima di essere soppresso e di confluire nelle strutture giudiziarie del Tribunale di Ragusa. Infatti è questo a processare successivamente Manenti per calunnia e per falsa testimonianza, con sentenza emessa il 7 gennaio 2019, quando l’imputato ha già fatto carriera essendo dal 2015 a capo di Confcommercio Pozzallo e dal 2017 al vertice provinciale dell’organizzazione.
La sentenza di assoluzione di Manenti ha dell’incredibile: una sentenza che – del naufragio della giustizia in cui contro Minardo incorre la Procura di Modica (per fortuna corretta dal collegio giudicante) – riproduce assurdità, errori, schiaffi alla verità e alla logica per nascondere un reato macroscopico e focalizzare, con arzigogoli e depistaggi, elementi secondari, stravaganti e irrilevanti, utili però a confondere le acque.
Ma più delle sentenze – giusta e convincente la prima dopo l’orrore dell’attività inquirente e requirente; totalmente ingiusta, illogica e assurda la seconda – ci interessano i fatti che è possibile conoscere in maniera inoppugnabile se focalizziamo i dati oggettivi di realtà e gli elementi non controversi.
A leggere tutti gli atti del procedimento si ricava una sensazione di smarrimento, di rabbia, di indignazione, di preoccupazione, non tanto per il movente criminoso alla base dell’affaire–Minardo, più forte e chiaro – anche se nella penombra di una piccola periferia di provincia – dell’affaire-Dreyfus, quanto per l’ovvia considerazione che una minoranza di delinquenti è fisiologica in ogni società mentre è terrificante l’idea che il delitto possa bucare così facilmente e impunemente la soglia di vigilanza degli apparati dello Stato e in questo modo ispirare e determinare la sua stessa azione che dovrebbe essere di giustizia e invece volge nel suo contrario, criminalizzando e perseguitando un innocente pur nell’evidenza lampante della falsità delle accuse mosse calunniosamente contro di lui.
Ho citato l’affaire-Dreyfus solo per dare l’idea della colossale impostura dell’accusa contro Minardo ma, per onestà, va detto che mentre quello scoppiato Oltralpe 132 anni or sono fu un grande conflitto politico e sociale che divise per dodici anni la Francia della Terza Repubblica perché oggettivamente ci volle tempo per fare chiarezza ed affermare la verità, nel nostro caso di cronaca – piccolo ma al tempo stesso grande – sarebbe bastato un solo giorno, quel 19 giugno 2011, a smascherare l’impostore, a salvare un innocente e a difendere le risorse dello Stato – soldi dei cittadini onesti – dal maneggio di false vittime di inesistenti richieste estorsive o d’usura dalle quali la legge fa discendere l’erogazione di danaro. Manenti stesso dichiara subito di avere presentato richiesta di accesso a tali benefici, una somma di 400 mila euro di cui 100 mila intascati a tutta velocità prima ancora della sentenza che assolve Minardo e smaschera il denunciante, peraltro quando la verità è già chiara in dibattimento.
Prima di tirare le conclusioni, può essere utile aggiungere qualche dettaglio alla sequenza dei fatti sommariamente, ma scrupolosamente, ricostruita sulla base dell’istruttoria dibattimentale.
Dal 15 settembre 2008 al 15 aprile 2009 Manenti, forte di tutto il potere e dell’influenza descritti, gestisce Villa Ludoeri, mentre da maggio 2009 entra nella Cooperativa Filotea per proseguire tale attività sommata all’accoglienza nella struttura di via Garibaldi, attività concluse a ottobre 2009 per mancanza di ospiti dovuta alla fine dell’ondata di sbarchi, senza dire che già mesi prima i minori accolti a Villa Ludoeri sono trasferiti da Filotea in altra sua struttura, a Comiso, perché Manenti non paga la bolletta e avviene il distacco dell’utenza elettrica. A luglio 2009 cessa anche la presenza di migranti nei locali di via Garibaldi peraltro passati dal primo maggio 2009, per quel che riguarda i servizi di accoglienza prestati al Comune e alla Prefettura, sotto la gestione di Filotea.
In precedenza per espletare il servizio, Manenti, potendo allora operare in proprio, fin da settembre 2008 assume (illecitamente e in violazione di norme elementari che ogni imprenditore onesto rispetta) lavoratori che non paga e inoltre contrae debiti di vario tipo divenendo insolvente e subendo varie azioni esecutive, tanto che a luglio 2009 chiede al Comune, e puntualmente ottiene anche per la disponibilità e la collaborazione di Minardo, la certificazione delle proprie spettanze per il servizio prestato in modo da far pazientare i propri creditori e, non bastando tutto ciò, il 17 novembre 2009 Manenti notifica al Comune il mandato irrevocabile al Credito siciliano a riscuoterle in sua vece. Si tratta di € 26.224 e non di 8 mila come dichiara, tra le tante contraddizioni in cui tra una denuncia, una dichiarazione a verbale e l’esame testimoniale in dibattimento, incappa.
Quindi Manenti dal primo maggio 2009 non è più fornitore del servizio verso il Comune e verso la Prefettura (lo è Filotea) e da novembre 2009 non ha più niente da ricevere dal Comune per avere ceduto il suo credito residuo. Ciononostante Manenti torna ancora a bussare alla porta dell’ente per indicare propri conti correnti, prima della Bapr, poi di Unicredit, nei quali ricevere i soldi (già destinati al suo creditore Credito siciliano) e poi anche per chiedere che le somme – comunque a lui non spettanti alla luce del diritto maturato in capo alla banca cessionaria – gli siano versate i contanti. E in due casi il Comune ci casca perché la teste Concetta Cannizzaro, addetta al servizio ragioneria del Comune, riferisce di un errore compiuto ben due volte dagli uffici che a febbraio e a luglio 2010 indirizzano a Manenti, anziché al Credito siciliano come dovrebbero, i mandati di liquidazione approntati nell’occasione. L’impiegata comunale racconta le continue sollecitazioni di Manenti e del padre incoraggiato dalla parentela con il sindaco. A proposito del padre, Francesco Manenti, in questo articolo citato in relazione all’intervento sul primo cittadino anche nella prima fase, quando il credito non è ancora ceduto al Credito Siciliano e il problema è solo l’accelerazione dei pagamenti, c’è da dire che anche in quel caso Minardo in perfetta buona fede sostiene l’esigenza di Manenti per aiutarlo a fronteggiare la sua difficile situazione economica, cercando di rappresentarla al sindaco che per questo lo redarguisce ma in effetti recepisce l’istanza, tanto che il dirigente Giovanni Modica destina a Manenti tutte le somme disponibili nell’apposito capitolo di bilancio, mentre gli altri operatori saranno pagati solo successivamente. E’ questa la ragione per la quale il pubblico ministero a conclusione del processo chiede la trasmissione della testimonianza di Modica alla Procura perché proceda per gli eventuali reati riscontrabili in quella corsia preferenziale riservata a Manenti. A costui infatti viene erogata l’intera posta del capitolo di bilancio in quel momento disponibile, € 10.956,00, tant’è che in seguito il nuovo dirigente del settore finanziario del Comune, Luigi Bottaro, subentrato a Modica, con determinazione del 7 marzo 2011 deve operare un riallineamento delle percentuali di erogazione tra i vari fornitori in quanto Manenti ha riscosso il 78% del dovuto (€ 27.096,00 su 34.364,00), mentre ‘Oasi Don Bosco’ solo il 53%, Filotea il 46% e ‘Carrubbo’ il 39%.
Tutti gli ‘orrori’ giudiziari in cui incorrono la Procura e il Gip. Minardo, tenuto in carcere per 40 giorni, può uscirne solo dopo essersi dimesso da dipendente comunale, con un anno e mezzo d’anticipo rispetto alla pensione. Prima sempre respinta la sua richiesta di remissione in libertà
Quindi Manenti tutt’altro che discriminato e penalizzato, ed è proprio nella prima fase, quella in cui a suo dire Minardo lo avrebbe concusso, che egli ottiene un trattamento più favorevole di quello che il Comune di Pozzallo riserva ai concorrenti.
In tutta la fase di gestione diretta del servizio, fino al 30 aprile 2009 quando gli subentra Filotea, Manenti va a trovare quotidianamente Minardo in Municipio, ne ottiene puntualmente leale e amichevole collaborazione, con totale e incondizionata disponibilità personale di costui entro i limiti del rispetto dei doveri d’ufficio, se ne fa scudo come parafulmine quando dirotta verso di lui i suoi tanti creditori impazienti affinché abbiano contezza dei crediti vantati verso il Comune. Eppure oltre due anni dopo s’inventerà di essere stato costretto a corrispondergli una tangente, utilizzando dolosamente il fatto, vero, avvenuto a febbraio 2009, del versamento di due mila euro avente però tutt’altra, limpida, spiegazione.
Tra settembre 2008 e aprile 2009 Minardo non manca mai di aiutare Manenti in ogni sua esigenza. Nella prima fase in particolare Manenti lo chiama ad ogni occasione: che si tratti dell’allontanamento di migranti per cui il funzionario debba sollecitare l’intervento della Polizia comunale; o del malore di qualcuno degli ospiti; o del bisogno di accompagnarli per qualunque occorrenza; o per scongiurare il rischio di carenze idriche per bollette non pagate; o ancora per il ritiro di contenitori-pasto nel centro mensa Asi; per dare assistenza psicologica insieme alla compagna Maria Laba ai migranti in arrivo nel centro di accoglienza; per chiedere la donazione per loro di abiti, scarpe ed altro; per partecipare a riunioni operative finalizzate a risolvere i problemi del servizio; addirittura in un caso per accompagnare alcuni minori a Crotone nel centro Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati ) a fine aprile 2009 quando le nuove norme ne impongono il trasferimento dalle strutture non accreditate; per chiamare i Carabinieri per servizi di tutela preventiva delle donne ospiti di Villa Ludoeri in certe situazioni di pericolo; per fare intervenire Maria Laba al fine di sedare gli animi in certi momenti di tensione.
In tutto questo periodo Manenti racconta a Minardo – per averne aiuto, consigli e conforto – i propri problemi economici e perfino familiari. E l’amico funzionario comunale è sempre pronto e mai una volta a ricordargli il pagamento del debito per il lavoro prestato da Laba e la somma da lei anticipata a Pitrop su richiesta di Manenti. Minardo si accorge che da maggio 2009 Manenti non è più una presenza frequente nel suo ufficio ma sa che ormai la fornitura del servizio d’accoglienza è in capo alla Cooperativa Filotea ed anzi, quando dalla sua presidente ascolta certi apprezzamenti non lusinghieri sul conto di Manenti per la sua insolvenza, cerca di giustificarlo, limitandosi a prendere atto che non può far parte del consiglio d’amministrazione in conseguenza della scelta compiuta dalla Cooperativa di autofinanziarsi con il contributo dei propri amministratori anziché contrarre debiti bancari.
Quando Manenti escogita il piano diabolico che manderà in carcere una persona che nessuno più di lui sa essere totalmente innocente, e costruisce il suo edificio di menzogne sulle fondamenta della denuncia presentata il 19 giugno 2011, egli subdolamente le fortifica instillando preventivamente in Minardo il convincimento che sia imminente finalmente il pagamento del suo debito verso Laba grazie a recenti successi contro le banche.
In particolare in vista del piano-trappola, e dopo due anni di silenzio a parte incontri casuali, Manenti attende Minardo all’uscita del Comune per lanciargli il messaggio di sue “rivincite verso le banche”, poi un altro giorno lo incrocia nei corridoi del Municipio per dirgli che “la mia posizione sta migliorando”, quindi imbastisce un terzo indizio induttivo quando nei locali della Provincia incontra il figlio di Minardo e gli chiede di comunicare al padre che “quella cosa è a posto”. Il tutto in un crescendo di avvicinamento all’ora X del pomeriggio della domenica del 10 luglio 2011. E così due giorni prima, il venerdì alle 11.07 gli telefona dicendogli “domenica mattina se avvicini c’è qualcosa”, frase troncata da un’interruzione (chiude Manenti perché ha sbagliato nelle parole pronunciate ed anche nell’orario dell’appuntamento-trappola – mattina o pomeriggio? – e chiede lumi a chi sa lui? O semplicemente cade la linea?), quindi Minardo, che sta facendo colazione insieme alla moglie Maria Laba, lo richiama e Manenti precisa “No … domenica pomeriggio, se affacci c’è qualcosa…” E’ un copione preparato con cura e condito con mezze frasi, allusioni, parole non chiare ma tendenziose, utili a intessere la trama nella quale la consegna del danaro, più che lecita nella coscienza e nell’onesta consapevolezza di Minardo, dovrà apparire per quei creduloni degli investigatori (sperando che veramente lo siano tutti) la prova del delitto di concussione flagrante. All’invito di Manenti, Minardo in perfetta buona fede e ignaro del sinuoso retro-significato delle sue parole fa seguire l’espressione “e così salviamo capre e cavoli”.
E’ incredibile come gli inquirenti la utilizzino a sostegno di quelle false accuse.
Minardo da tempo sa delle difficoltà economiche dell’amico che ha aiutato in tutti i modi, sempre leciti, e con grande generosità. Ora che quelle difficoltà sono superate (glielo ha detto, esplicitamente e più volte, Manenti) per lui è un sollievo la ‘doppia salvezza’, di ‘capre e cavoli’, ovvero da una parte la salvezza degli interessi dell’amico che normalizza la sua condizione economica e recupera la sua serenità (Minardo si offre d’aiutarlo anche a risolvere i problemi in Filotea), e dall’altra di quelli della propria compagna, creditrice da oltre due anni e mezzo per un lavoro prestato. Non solo: nonostante il modo sbrigativo in cui il pomeriggio del 10 luglio Manenti consegna la busta avvelenata a Minardo, questi ha la purezza d’animo di raccomandargli di non dimenticare gli altri lavoratori che, come Laba fino a quel momento (ma anche lei rimane ancora in credito perché la somma di € 1500 è insufficiente ad estinguerlo), attendono le loro spettanze. Tant’è che Manenti conclude dicendo “sì, anche per riscattarmi della fama di pessimo pagatore”. Peraltro in quell’incontro e in quel dialogo surreale tra il carnefice e la sua preda sacrificale, il primo durante i convenevoli parla delle difficoltà incontrate con la cooperativa Filotea trovando in Minardo la solita persona sempre disponibile a rendersi utile pur sapendo, per averlo appreso dalla presidente Spadaro, che per lui non c’è spazio alcuno alla luce del suo operato e delle esigenze di autofinanziamento della cooperativa. Da parte sua Minardo parla all’amico Manenti della sua compagna Laba e del fatto che debba andare in Romania per continuare le cure odontoiatriche di cui ha bisogno.
Un dialogo surreale che per Manenti è solo un copione da recitare. Conta l’atto finale, la consegna di quei soldi che, secondo il suo piano – come sancisce la sentenza del Tribunale di Modica – servono solo a fare arrestare Minardo, mentre non sono affatto una tangente, che Minardo non si è mai lontanamente sognato di chiedere. I 1500 euro sono soldi che Manenti non ricava dal servizio di accoglienza prestato (ogni rapporto di questo tipo con il Comune è estinto da due anni), né riceve dalle banche per sue fantasiose vittorie legali. E non sono neanche soldi suoi, perché è la stessa polizia giudiziaria a fornirglieli come confessa dinanzi al Tribunale di Ragusa, nel processo a Manenti per calunnia e falsa testimonianza, il teste Francesco Prefetto, maresciallo aiutante della Guardia di Finanza operante nel servizio pianificato dell’arresto di Minardo.
Nel processo per concussione al funzionario comunale, il collegio del Tribunale di Modica nella sentenza (rilevando ancora una volta, con minimizzante eufemismo, l’imprudenza e la superficialità investigativa di Polizia e Guardia di Finanza per le “indagini frettolose e gravemente lacunose”) si chiede perché Manenti, posto che non paghi alcuna tangente mai richiesta, impieghi quei 1500 euro per fare arrestare Minardo piuttosto che per ridurre i suoi debiti, compreso quello verso Maria Laba, compagna di Minardo. Ma neanche questi soldi – serviti esclusivamente per ordire la colossale calunnia – sono suoi e il Tribunale in quel momento, evidentemente, non lo sa.
Dopo il massacro di un innocente ad opera della Procura e del Gip, cui rimedia il Collegio giudicante smascherando l’impostura, un altro Tribunale incredibilmente assolve Manenti dall’accusa di calunnia e falsa testimonianza: le prove sono granitiche ma il giudice monocratico divaga, parla d’altro, confonde le acque e lascia impunito un delitto lampante
Tornando alla prima fase del servizio di accoglienza organizzato e gestito da Manenti, quando questi nei primi mesi del 2009 va a piangere da Minardo, lamentandosi del sindaco con il quale sarebbe in conflitto ed anche della Prefettura per presunti ritardi nella liquidazione delle spettanze, il funzionario comunale e amico gli consiglia di parlare con il vice sindaco Attilio Sigona, persona stimata da entrambi e nota, anche al di là del ruolo nell’amministrazione comunale, per il suo interventismo operativo. Ma la Prefettura ha i suoi tempi e li osserva senza alcuna differenziazione ed è proprio Minardo a farne le spese, ricevendo un rimbrotto quando, per assecondare ancora una volta la richiesta di Manenti, accetta di parlare con il dirigente della Prefettura già sommerso di sollecitazioni da parte del Manenti (è questi a conoscerlo, non Minardo) e ne riceve in cambio una risposta stizzita: “Non mi metto i soldi in tasca, dica a Manenti che quando arrivano, saranno erogati”. Anche la verità di questo episodio appena descritto sarà falsato da Manenti per accusare Minardo di avere compiuto la concussione anche intervenendo presso la Prefettura al fine di carpire le informazioni utili a scoprire il momento in cui Manenti avrebbe ricevuto le somme per potergliele estorcere!
Addirittura Minardo – dinanzi ai tempi di liquidazione delle spettanze da parte della Prefettura – oltre che consigliare a Manenti di rappresentare il problema al vice sindaco Sigona, parla egli stesso con il sindaco e ottiene di scrivere una lettera del Comune alla Prefettura. E a ciò c’è da aggiungere che, come abbiamo già visto, il suo ufficio è sempre disponibile per certificare il credito o per perorare la causa di Manenti il quale in questi casi è solito ringraziarlo con l’espressione ‘a buon rendere’. Minardo non chiede mai e non s’attende mai nulla in cambio, agendo per naturale istinto di disponibilità e collaborazione e sempre nella correttezza dell’operato di funzionario comunale. Il 10 luglio 2011, alle 15.45, all’improvviso, in preda allo shock per quanto in quegli istanti drammatici gli accade, Minardo comprende ciò che in effetti Manenti gli ‘renda’.
Riprendendo i tanti tasselli della realtà dei fatti ricostruita nel processo, il nome di Sigona ricorre quale teste nel processo a Minardo non solo per il complessivo contributo alla verità utile su molti piani come quello di altri testimoni, ma specificamente per una rivelazione: il giorno prima o qualche giorno prima che scatti la trappola, Manenti con la moglie è a cena insieme al questore di Ragusa e ad un ufficiale della Guardia di finanza che gli dicono “Lei faccia come le è stato detto, stia tranquillo, stia sereno e vedrà che tutto andrà nel migliore dei modi”. Quale sia il modo, addirittura ‘il migliore’, lo abbiamo visto: il massacro giudiziario di un innocente, la ‘costrizione’ (questa, sì, vera costrizione) a lasciare il Comune con un anno e mezzo d’anticipo per uscire dalla cella di un carcere, l’assurda attribuzione di un lucroso premio al calunniatore e falso testimone di giustizia gratificato con il sostegno alla sua richiesta di ricevere indebitamente 400 mila euro dallo Stato (soldi dei cittadini onesti) e, altrettanto indebitamente, di beneficiare della sospensione delle procedure esecutive in atto nei suoi confronti. Manenti in quel momento ha tanti creditori e alcuni di loro gli hanno pignorato i beni. Non Maria Laba che, pure arrabbiata per l’insolvenza di quell’imprenditore così poco serio e credibile, non promuove mai alcuna iniziativa legale ed anzi di fatto delega la riscossione dei suoi crediti al proprio compagno Minardo, persona mite, gentile e paziente più di lei dinanzi alla scorrettezza dell’ex datore di lavoro, che comunque crede amico di famiglia e amico del proprio partner.
Incredibilmente, quando il Tribunale di Ragusa assolve Manenti dall’accusa di calunnia e di falsa testimonianza, motiva la scombiccherata decisione con i dubbi derivanti da quattro fattori.
Uno è proprio questo: perché Manenti avrebbe pagato a Minardo e non direttamente a Laba le sue spettanze? Un dubbio insussistente e, comunque, irrilevante. Gli atti del processo nei confronti dell’imputato Minardo dimostrano i rapporti d’amicizia e di frequentazione, non solo tra Manenti e Minardo, ma anche tra le mogli e i rispettivi nuclei familiari, nonché amici e parenti. E quell’attività di lavoro, richiesta da Manenti a Maria Laba, è sempre prestata con l’interazione e il pieno sostegno e coinvolgimento di Minardo il quale tutti i giorni viene caricato da Manenti di ogni problema afferente al servizio espletato per il Comune o la Prefettura. In ogni caso quando Manenti intende pagare il primo acconto di seicento euro a Laba va da Minardo e vorrebbe dare i soldi a lui, ma è Minardo ad osservare che “le farà piacere riceverli direttamente” e poiché in quel momento si trova a breve distanza in città, i due vanno insieme. Perciò a Minardo non sembra affatto strano né sorprendente che a febbraio 2009 (peraltro dopo che gli ha parlato del fatto che la compagna abbia dovuto anticipare lei, con i proventi di altro lavoro, mille euro a Pitrop creditore del Manenti) e poi a luglio 2011 i soldi per Maria Laba siano consegnati a lui.
Un altro motivo di fuorviante dissertazione del giudice monocratico del Tribunale di Ragusa Elio Manenti verte sulla presunta stranezza dell’anticipazione della somma di mille euro da Maria Laba al cugino Claudio Pitrop. Anche su questo punto i fatti sono certi e le testimonianze concordanti. Peraltro è Manenti, con l’ennesima scorrettezza di datore di lavoro inadempiente, a liberarsi di Pitrop – il quale, al quarto mese di lavoro non pagato, gli chiede i soldi per potere trascorrere in Romania il Natale 2008 – dicendogli “fatteli anticipare da Laba”. Cosa che costei fa effettivamente, sentendosi parte di quella vicenda che lega Manenti a Minardo, quindi a lei e ai lavoratori coinvolti nel progetto del servizio di accoglienza e allo stesso Pitrop il quale, fidandosi della congiunta, presta la sua opera per Manenti.
Lo stesso giudice riesce a confondere le acque ravvisando non si sa quali dubbi sul fatto che Minardo non rilasci ricevuta per i due pagamenti, quello da 2 mila euro a febbraio 2009 e da 1500 euro a luglio 2011. Ma è Manenti l’artefice di tutto ciò: un imprenditore che non rispetta alcuna regola, non paga i debiti, calpesta i diritti elementari dei lavoratori che impiega in nero e a cui promette – senza dare – solo un’elemosina in forma di falso rimborso spese, e quando, con molto ritardo, solo in parte e solo ad alcuni versa questa miseria non vuole ricevute neanche se, come nel nostro caso, i destinatari del pagamento si offrono correttamente di firmarle. Tutto ciò è accertato pienamente, ma il giudice che assolve Manenti ritiene non provate la calunnia e la falsa testimonianza a causa di questi elementi che per lui sono fonte di ‘ragionevole dubbio’ tale da impedire la condanna, e invece sono elementi ben chiari, sorretti da convincente spiegazione logica, e in ogni caso del tutto secondari e irrilevanti rispetto alla prova incontestabile dei reati commessi da Manenti per fare arrestare l’innocente Minardo.
Un altro diversivo utilizzato dal giudice a supporto dei suoi dubbi sulla non certa colpevolezza dell’imputato Manenti è il presunto conflitto d’interessi di Minardo il quale – poiché responsabile dei Servizi sociali del Comune (fino a novembre 2008) e comunque capo di gabinetto del sindaco con possibilità di trattare il dossier accoglienza dei migranti – dovrebbe astenersi dal ricevere da Manenti i soldi destinati ai crediti da lavoro di Maria Laba. Ma che c’entra? Se un conflitto d’interessi c’è, ed anche grave, è quello di Manenti, perfino doppio: egli è consulente del sindaco proprio sul tema dell’immigrazione e membro del Nucleo di valutazione dei dirigenti; al tempo stesso, nella sfera privata dei suoi interessi, è fornitore di servizi al Comune in materia di immigrazione: un rapporto questo sul quale intervengono gli atti di funzionari e dirigenti che egli deve valutare, nonché scelte dell’amministrazione guidata dal sindaco del quale, peraltro anche parente, è consulente fiduciario alla luce di una presunta qualità di esperto di dubbia sostanza. Ma questo sarebbe un altro tema.
Minardo invece non ha alcuna capacità di incidere sui rapporti tra il Comune e il fornitore Manenti, rapporti determinati unicamente dalle esigenze estemporanee di accoglienza in base al flusso non prevedibile degli arrivi e dalla disponibilità delle varie strutture ad accogliere un certo numero di ospiti secondo le rispettive disponibilità. Minardo può solo attestare l’avvenuto espletamento del servizio secondo i dati numerici e documentali relativi ai soggetti accolti e ai giorni di ospitalità. I mandati di liquidazione competono all’ufficio servizi finanziari tant’è che Minardo, come dimostrato dal processo nei suoi confronti, non può incidere in alcun modo sui tempi di tale pagamento. Ma in ogni caso da cosa dovrebbe astenersi Minardo per il fatto (sic!) che la sua compagna per un periodo lavori nella struttura di Manenti?
Al colmo di certe elucubrazioni interpretative, il giudice osserva anche che Manenti non sa che l’incontro con Minardo della domenica pomeriggio del 10 luglio non sia registrato né ascoltato, sicché egli, ritenendo che lo fosse, debba essere creduto sul racconto che ne fa! Non è certo se Manenti sappia o meno del mancato ascolto, ma sappiamo tutto il resto. E sappiamo che è falsa la frase attribuita a Minardo dopo la consegna della busta con i soldi: “ora che sti stai rifacendo, vediamo per le altre tranches”. Frase sulla quale il Gip il 4 agosto fonderà la convalida dell’arresto e, ancora il Gip ed il Riesame, il rigetto delle richieste di remissione in libertà fino al 19 agosto quando sono le dimissioni di Minardo da dipendente comunale a farlo uscire dal carcere.
Una frase mai pronunciata, neanche nel senso – più che lecito e naturale – relativo ai crediti di Laba che non vengono azzerati da quei 1.500 euro. Infatti mai Minardo in due anni e mezzo, conoscendo la situazione economica di Manenti, gli ha mai ricordato quel suo debito.
La sentenza emessa il 7 gennaio 2019 dal Tribunale di Ragusa in composizione monocratica (giudice Elio Manenti) rimane un assurdo inspiegabile. La Procura chiede la condanna a due anni di reclusione ma il giudice assolve Manenti, proprio per effetto dei fantasiosi e divaganti dubbi esposti, mentre rimangono granitiche e incontrovertibili le certezze oggettive, emerse già dal processo a Minardo, sulla responsabilità del finto concusso. L’assoluzione è pronunciata “perché il fatto non sussiste” con preclusione di ogni pronuncia in ordine agli effetti civilistici.
Peraltro il pubblico ministero, che pure chiede la condanna di Manenti, non impugna la sentenza, quindi penalmente irrevocabile, sicché l’unica via per l’affermazione giudiziale della verità rimane l’atto d’appello di Minardo, limitatamente agli effetti civili, ma il conseguente giudizio dinanzi alla Corte d’Appello di Catania non accoglie le sue sacrosante ragioni: il dispositivo è recente e non sono ancora note le motivazioni.
Sulle stranezze e sulle anomalie del giudizio penale su Manenti c’è un’altra singolarità. La sentenza giunge solo il 7 gennaio 2019, a poche settimane dalla prescrizione. Eppure potrebbe essere un processo semplice, con una limitata attività istruttoria: i reati commessi da Manenti sono documentali, tutti scolpiti con limpida evidenza nei quattro atti compiuti da giugno 2011 a febbraio 2012, i primi tre relativi al reato di calunnia, il quarto a quello di falsa testimonianza: la denuncia del 19 giugno, le dichiarazioni rese al Pm il 5 luglio, le ulteriori dichiarazioni alla polizia giudiziaria il 10 luglio 2011, le dichiarazioni in dibattimento il 29 febbraio 2012. Per le prime tre imputazioni la prescrizione scatterebbe tra il 6 e il 28 febbraio 2019, mentre per la quarta il 17 ottobre 2019. Penalmente dunque Manenti in ogni caso in vista della sentenza nei suoi riguardi sa di essere comunque salvo, anche perché la personalità dell’imputato e la sequenza degli atti e dei comportamenti compiuti nella vicenda, rendono inimmaginabile una sua scelta di rinuncia alla prescrizione.
Rimane una domanda inquietante. Perché il Tribunale di Ragusa impiega un tempo così lungo per definire un processo semplice, elementare, consistente di fatto nella valutazione di vicende, situazioni, atti già accertati sei anni prima?
Giustamente l’avvocato Enzo Galazzo, difensore di Minardo – sia quale imputato nel processo per concussione che parte civile in quello che vede alla sbarra Manenti per calunnia e falsa testimonianza – impugnando, ai soli effetti civili nell’inerzia della Procura, la sentenza del Tribunale di Ragusa, osserva quanto segue. <<…E’ singolare che il giudice ibleo abbia soffermato la sua attenzione su fatti che, ove già a disposizione del Tribunale di Modica, avrebbero potuto essere, in un modo o nell’altro valutati. E però egli non avrebbe dovuto trarre, dalla loro insussistenza, né argomentazioni né, tampoco, perplessità… >>. Galazzo poi rileva, giustamente, l’assoluta inconsistenza e irrilevanza, per manifesta non pertinenza, dei dubbi che inducono, stando alle incongruenti motivazioni addotte, il Tribunale di Ragusa ad assolvere Manenti e, giustamente, si concentra sui giganteschi ‘corpi del reato’, ben quattro, tre di calunnia e uno di falsa testimonianza: <<… Le dichiarazioni predette – rileva Galazzo – non sono acqua fresca; esse, palesemente calunniose ed infarcite di falsità, sono proprio quelle che hanno dato corpo all’imputazione ex art. 317 c.p. a carico del Minardo, tali ritenute allo scrutinio del Tribunale di Modica, finalizzate esclusivamente, come ha scritto quel Collegio, a fare arrestare il Minardo per conseguire i vantaggi derivanti dall’attivazione delle procedure previste dalla legge 44 del 1999… >>. Conclude Galazzo: <<… E’ davvero difficile capacitarsi e comprendere come il Tribunale abbia potuto, alla luce di emergenze così nette a carico dell’imputato, valorizzare ipotesi irrilevanti e, comunque, prive di riscontro dichiarandone l’assoluzione per l’insussistenza dei fatti contestati… >>.
Come abbiamo già accennato non va meglio dinanzi alla Corte d’Appello di Catania la cui prima sezione penale il 14 novembre 2025 rigetta, per gli effetti civili che ne sono propri, il ricorso di Minardo con motivazioni che, oltre cento giorni dopo, non risultano ancora depositate.
Manenti, dopo l’Mpa, punta sul Pdl e poi su Grande Sud di Miccichè con cui nel 2012, mentre è in corso il processo a Minardo nel quale via via crolla il suo castello di menzogne, si candida a sindaco di Pozzallo, raccogliendo un misero 1,06%. Quindi vira sull’Ascom e da qui scala le vette, provinciali e regionali, di Confcommercio
Abbiamo sin qui ripercorso i fatti attinenti a questo clamoroso caso di (doppia) ingiustizia per provvedimenti e decisioni più che discutibili, in un caso ad opera della Procura presso il Tribunale di Modica nel 2011 che fa arrestare Minardo detenuto in carcere per 40 giorni, lo accusa e ne chiede la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione (rimedia due anni dopo il Collegio giudicante assolvendolo) e nell’altro ad opera del Tribunale di Ragusa nel 2019 che incredibilmente assolve Manenti del quale invece la Procura chiede la condanna.
Protagonista della doppia vicenda è Giovanni Manenti, noto anche come Gianluca, autore della falsa denuncia contro l’incolpevole Minardo (che egli sa benissimo essere innocente) e poi imputato, di calunnia e falsa testimonianza, assolto con la bizzarra sentenza che abbiamo analizzato. Ripercorrendo i fatti abbiamo parlato di Manenti in relazione alle sue occupazioni e ai suoi affari nel periodo 2007-2012, nell’arco temporale delimitato da due elezioni amministrative a Pozzallo. Quelle del 13 e 14 maggio 2007, con ballottaggio il 27 e 28 maggio, in cui viene eletto sindaco Giuseppe Sulsenti del Mpa e in cui Manenti è candidato al consiglio comunale, ed anche a quello provinciale, raccogliendo pochi voti e non venendo eletto. La sua ambizione politica però è ostinata, sicché, come abbiamo visto, diventa segretario del Mpa di Pozzallo, da questa posizione colleziona tutti gli incarichi che può, cerca anche di farsi nominare assessore del Comune senza riuscirvi, e, grazie al suo B&B, si lancia nel business dell’accoglienza dei migranti compiendo e reiterando violazioni di ogni tipo, disastri economici, fallimenti, con pregiudizio del suo stesso immobile soggetto a ipoteca e a pignoramento. Nella sequenza di questi fatti egli è un debitore pluriesecutato, insolvente in danno di tutti: i lavoratori per primi che assume in nero e taglieggia promettendo un’elemosina in totale evasione fiscale e contributiva e poi non versa neanche questa; non paga neanche il proprietario, Salvatore Pluchinotta, di Villa Ludoeri che prende in affitto per ospitare i migranti; non paga i fornitori dei pasti per gli ospiti e di ogni genere di beni, prodotti o servizi, di cui abbia bisogno per mantenere il rapporto con Comune e Prefettura per l’accoglienza; a sentire i vari malcapitati tradisce gli impegni anche con i proprietari di case e strutture ricettive che coinvolge nel suo progetto di ‘albergo diffuso’ strombazzato sui media: <<Manenti’s House nasce nel 2002 e ad oggi – fa scrivere su alcune testate il 24 luglio 2009, verosimilmente a pagamento o con promessa di pagamento – è l’unico esempio di albergo diffuso in Sicilia. Il gruppo Manenti’s House è una struttura ricettiva diffusa, che conta su una massa critica di oltre duecento posti letto, a Pozzallo. Nato su iniziativa di Gianluca Manenti, oggi il marchio è protetto da tutela giuridica e registrazione in tutta Europa.… >>.
In tale periodo Manenti cerca in politica la via per superare le difficoltà economiche e fare lievitare gli affari. Lascia l’Mpa e si avvicina al Pdl (il contenitore berlusconiano nato nel 2009 dalla fusione di Forza Italia e Alleanza nazionale), soprattutto al neo deputato alla Camera Nino Minardo, allora astro nascente – sulla filiera politica – della potente holding di famiglia con base a Modica, e neo deputato alla Camera eletto la prima volta nel 2008 dopo la bocciatura nelle regionali del 2006.
Ma nel 2012 è in Grande Sud che Manenti tenta la grande occasione. Grande Sud è il partito di Gianfranco Miccichè, berlusconiano della prima ora per rapporti di servizio con Marcello Dell’Utri (dal 2014 pregiudicato per concorso in associazione mafiosa) e libero di agire nel fare e disfare partiti ‘di scopo’ nel gioco sporco di manovre, inconfessabili perfino dentro il centrodestra, nelle quali è mattatore incontrastato. A candidare Manenti a sindaco di Pozzallo nelle elezioni del 6 e 7 maggio 2012 sotto le insegne ‘Grande Sud Miccichè‘ è un fedelissimo di questi, Giovanni Mauro, ex deputato alla Camera, senatore (dal 2006 al 2008 e dal 2013 al 2018) prima e dopo i fatti narrati, ed ex presidente della Provincia prima condannato e poi in appello uscito incredibilmente intonso dalle tangenti certificate del 1998. Per Manenti il risultato è un flop: con soli 105 voti, pari all’1,06%, arriva ultimo tra i cinque concorrenti in lizza (sindaco eletto è Luigi Ammatuna che al ballottaggio con il 56,7% batte Roberto Ammatuna).
Ma il 2012 se è l’anno in cui per Manenti finisce la carriera nei partiti politici, è anche quello che segna l’avvento di una nuova prospettiva: quale ‘vittima’ della concussione che nel 2011 falsamente denuncia, vede aprirsi le porte di una nuovo cursus honorum, grazie anche ai soldi che – proprio in quanto ‘vittima’ – chiede e ottiene dallo Stato, pare con una certa velocità.
Per certe oscure e misteriose dinamiche della realtà, tale nuova carriera non viene neanche sfiorata, né ostacolata dal macigno della sentenza che a luglio 2013 assolve Giovanni Minardo, accertando definitivamente la totale falsità delle denunce di Manenti. E così il finto concusso nel 2015 viene eletto, dai commercianti di Pozzallo associati, presidente dell’Ascom-Confcommercio, carica sulla quale l’abilissimo Manenti, presumibilmente non più assillato da problemi economici grazie ai 400 mila euro chiesti allo Stato in quanto vittima, costruisce una roboante ascesa la quale, come abbiamo visto, da cinque anni lo vede al vertice regionale e da nove a quello provinciale della potente organizzazione, con tutte le cariche collaterali e di emanazione che ne conseguono, come quella di componente del Consiglio d’amministrazione di Commerfidi, organismo per il quale passano migliaia di pratiche di finanziamento.
Peraltro dal 6 luglio 2025 Manenti è anche presidente del Rotary Club di Pozzallo-Ispica, carica per la quale, tra cerimonie officiate e inchini ricevuti, per esempio il 7 novembre scorso può presiedere la presentazione del libro (‘I vivi e i morti’, noir di una certa efficacia narrativa, Navarra Editore maggio 2025) di Francesco Puleio, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Modica nel 2011 quando il finto concusso Manenti inganna la polizia giudiziaria e la Procura stessa, nonché dall’8 gennaio 2025 procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ragusa. E proprio a Puleio nel corso di una pomposa presentazione venerdì 7 novembre 2025, Manenti padrone di casa solennemente dà la parola.
Ma la realtà, nonché una certa irriducibile natura soggettiva presente nell’agire umano, è sempre pronta a fare capolino nei momenti meno opportuni. Come quando, lunedì 22 gennaio 2024, una pattuglia dei Carabinieri del nucleo mobile di Modica, impegnata nell’operazione ‘strade sicure’, decide di controllare un bus turistico da 50 posti in transito da Pozzallo a Ispica. Solo le otto del mattino e il mezzo trasporta una quarantina di alunni, diretti da Pozzallo nei licei e istituti scolastici di Ispica. Quel bus, nonostante l’alta referenza di un servizio pubblico espletato per conto di istituzioni locali sotto l’egida comunale, è totalmente privo di copertura assicurativa e manca anche delle autorizzazioni necessarie per esercitare l’attività di trasporto pubblico regolare quale quello scolastico tra più comuni e con diverse fermate. Una situazione incredibile, di dispregio delle regole più elementari e con il rischio grave di conseguenze di danno imprevedibile. Il bus viene sequestrato, gli studenti – in gran parte minori – costretti a scendere e a rinunciare alla scuola o a tentare di raggiungere la destinazione con mezzi di fortuna. Ma che c’entra tutto ciò? Quel bus privo di polizza assicurativa, obbligatoria per ogni autoveicolo, è di Giovanni Manenti, il pozzallese che, con il consenso dei commercianti locali, poi di quelli dell’intera provincia, infine della regione, ha scalato le vette di Confcommercio Sicilia e dal 23 febbraio 2021 ne è stabilmente il capo.
Eppure, certamente a Pozzallo, in molti conoscono la gran parte dei fatti qui ricostruiti. Nella città marinara e nella memoria collettiva locale è nota anche la vicenda incresciosa dei dodici mila euro sottratti alla Società marinara di Mutuo Soccorso, realtà sociale ben viva nella coscienza della città grazie ai suoi 136 anni di storia. Il caso risale agli anni 2011-2012 e si lega al nome di Giovanni Manenti, allora tesoriere, ovvero cassiere del sodalizio, il quale si appropria della somma e, scoperto, si salva dalla denuncia in nome dell’impegno a restituirla, favorito dalla garanzia prestata da un socio, filantropo o in qualche modo interessato, per riguardo a Manenti o per comune esigenza di evitare clamore. In effetti pare che una parte di quel danaro non venga restituita ma il caso viene ugualmente chiuso.
Tornando alla vicenda nei suoi aspetti generali, una situazione surreale: certezza di verità e assenza di giustizia. Giovanni Minardo, al di là del diritto personale alla difesa, cerca di dare un contributo ulteriore alla comunità interpellando tutti gli organi dello Stato, a cominciare dall’Anac, l’Autorità anticorruzione, per chiedere come sia possibile che lo smascheramento dell’impostura per quanto se ne sappia non recuperi i fondi attribuiti all’impostore, e per far sì che li rimetta nel circolo corretto della destinazione a vittime vere. Purtroppo nessuna risposta concreta.
La Caporetto della Giustizia: il caso Iemmolo e il caso Minardo, due innocenti perseguitati a Pozzallo per le false denunce presentate da calunniatori di varia estrazione al fine di mettere le mani sui fondi della legge n. 44 del 1999. Ecco le analogie, con fatti e nomi, del contesto in cui, nello stesso periodo, nel quadro fosco dell’assalto ai contributi, denunce strampalate bucano il sistema di verifica e di controllo degli apparati dello Stato
In conclusione, una nota personale. Mi sono imbattuto in questa storia per attrazione e non poche analogie rispetto ad un altro clamoroso caso di ‘InGiustizia’ (marchio di serie narrativa nel giornalismo d’inchiesta di questa testata) di cui, sempre a Pozzallo, è vittima Giuseppe Iemmolo, il responsabile della locale succursale della Banca agricola popolare di Ragusa (Bapr, oggi Baps) falsamente denunciato, quindi imputato di concorso in usura continuata e aggravata, minacce ed estorsione, e ingiustamente sospeso dalle funzioni con tutte le vicissitudini e le persecuzioni che negli anni ha dovuto subire. Il blitz che estromette Iemmolo dal suo ufficio e lo calunnia – con tutto il peso dello stigma sociale che ne consegue – avviene il 3 giugno 2011, cinque settimane prima dell’arresto di Giovanni Minardo e due settimane prima della denuncia con la quale Manenti fa arrestare l’incolpevole dipendente comunale.
Iemmolo e Minardo, due onesti funzionari – della Bapr il primo, del Comune di Pozzallo il secondo – sono entrambi vittime dello stesso movente criminoso: denunciare falsamente degli innocenti per mettere le mani sui soldi che lo Stato concede alle vittime di richieste estorsive o d’usura. Lo Stato fa bene ad attribuire tali benefici alle vittime purché siano veramente tali, perciò è necessario che non cada così facilmente – sperando che si tratti solo di macroscopici errori – nell’inganno e nella truffa orditi da calunniatori senza scrupoli.
Il periodo in cui sono allestite le macchinazioni calunniose (contro la Giustizia innanzitutto, prima che contro gli innocenti perseguitati) in danno di Iemmolo e di Minardo è lo stesso e presenta, per connessione e per contiguità, non poche affinità di contesto quale ambiente in cui una certa convergenza d’interessi, e il relativo portato di prassi e azioni comuni, produce il misfatto.
A denunciare – falsamente, è bene ripeterlo – Iemmolo sono diciotto soggetti: diciassette persone fisiche e l’Associazione antiracket ‘Saro Adamo’ di Rosolini. Tutti si costituiscono, e sono ammessi, parte civile. Poi il processo penale finalmente smaschera l’impostura e assolve Iemmolo. Solo due dei diciotto fanno appello, Carmelo Di Stefano e Marco Giacobbe, che infatti Iemmolo pochi giorni fa sente il bisogno di citare, insieme a Maria Catena Pitino, in una dichiarazione alla stampa sulla definitiva conclusione di un incubo durato quindici anni. Per la cronaca, l’atto d’appello delle due parte civili, così come quello della Procura per gli effetti penali, risultano macroscopicamente inammissibili a fronte della certezza granitica sancita dalla sentenza emessa dal Tribunale di Ragusa il 12 dicembre 2014, pertanto irrevocabile.
Carmelo Di Stefano, commerciante e presidente dell’Ascom di Pozzallo dal 2007 al 2011, per un periodo anche assessore comunale, non accusa solo Iemmolo ed è un nome che ricorre nelle vicende di pratiche poco limpide anche in relazione a richieste d’accesso ai fondi antiusura, come quando nel 2007 una denuncia nei confronti di tre persone si scioglie in dibattimento dinanzi al fatto che le somme in questione chieste dai tre a Di Stefano abbiano in realtà tutt’altra causale, lecita, di versamento di quote in una società regolarmente costituita, e non siano affatto pretese usuraie.
A Di Stefano, alla guida dell’Ascom succede Paolo Sotgiu il quale il 9 giugno 2011, sei giorni dopo il blitz in Bapr contro Iemmolo, in un comunicato stampa, pur senza asserimenti espliciti, lascia trasparire l’esistenza di una rete di usurai (di cui il caso-Iemmolo sarebbe prova) rispetto alla quale, a parte l’ovvia raccomandazione agli operatori economici a non cadere in tentazione, i benefici di legge sono la salvezza. Certo lo sono per gli onesti, non se uno stuolo di imbroglioni senza scrupoli denuncia falsamente persone innocenti per mettere le mani sui soldi pubblici destinati alle vittime, mentre sullo sfondo opaco delle strutture associative per le quali passa il credito si stagliano ben chiare certe pratiche segnate da commistioni, cointeressenze, bisogni e obiettivi personali coltivati illecitamente nel disprezzo delle regole poste a garanzia di tutti. Infatti è strano come a Pozzallo, e non solo, il fenomeno usura diventi diffuso nella percezione generale solo quando un manipolo di faccendieri briga per accaparrarsi quel danaro. Poi scompare.
Dei tre citati da Iemmolo, fra i suoi 18 denunciatori, oltre a Di Stefano un nome è quello di Maria Catena Pitino, divenuto pubblico solo di recente, per lo stupore di quanti a Pozzallo ne conoscono e ne apprezzano i sentimenti di fervente religiosità; un altro è quello di Marco Giacobbe che, al pari di Di Stefano e a differenza di tutti gli altri, non si arrende dinanzi alla sentenza del 2014 di assoluzione di Iemmolo e tenta il ricorso.
Di lui si sa, spulciando tra gli atti del fascicolo dibattimentale, che nell’estate del 2009 tramite un consorzio di garanzia fidi, inoltra una richiesta di finanziamento anti-usura per 150.000 euro in favore di una Srl della quale è socio. Il consorzio boccia la richiesta ma la inoltra ugualmente alla banca, Bapr, che non la può nemmeno istruire, a prescindere dall’esito. Giacobbe ne chiede conto all’istituto e, con il suo legale, si presenta da Iemmolo il quale, appena rientrato dalle ferie, non conosce la pratica ma, vista la documentazione, pone subito alcune domande, con i necessari elementari rilievi, da cui dipende la sorte della richiesta. Il capitale sociale è stato versato per intero? Risposta: no. I bilanci annuali sono stati depositati regolarmente? Risposta: no. Chiusura d’esercizio in utile o in perdita? Risposta: perdita. A questo punto a fronte di un documento attestante un conto economico con ricavi notevolmente superiori rispetto alle spese, alla domanda di chiarimenti la risposta di Giacobbe è: “i ricavi sono frutto di un’unica fattura emessa in favore di un soggetto sud coreano inesistente”. A questo punto, come si legge in atti, il legale di fiducia di Giacobbe si alza, saluta e se ne va, seguito dal suo cliente. Qualche mese dopo Iemmolo riceve una lettera dalla Prefettura con la quale gli vengono chieste le motivazioni del mancato accoglimento della domanda di credito. Ovviamente le fornisce e sono trancianti. Ma, come se ciò non bastasse, Giacobbe denuncerà, falsamente, Iemmolo, contribuendo a infliggerli gli atroci e ingiusti patimenti durati 15 anni.
Ricostruendo i fatti secondo riscontri documentali, già nel 2007 con la presidenza Ascom di Di Stefano, lo stesso insieme ad altri tra cui Giacobbe, è alla ricerca di fondi anti-usura in un contesto inquinato da azioni fraudolente, lettere anonime, documenti redatti perché appaiono credibili ma in realtà contenenti rappresentazioni ingannevoli e distorte. Entrambi denunciano falsamente Iemmolo e ci vorranno anni perché in un processo, con sentenza che proprio Di Stefano e Giacobbe tentano di impugnare, il loro castello di menzogne venga smontato.
Dopo Di Stefano e dopo Sotgiu, legato al primo da rapporti economici di credito-debito, al vertice dell’Ascom nel 2015 arriva Manenti il quale sale sulla rampa di lancio verso la conquista di Confcommercio Sicilia, senza disdegnare, in una totale concentrazione verticale di cariche, di riassumere il 21 dicembre 2022, la guida, tuttora in corso, dell’organizzazione a Pozzallo.
Tornando alla vicenda da cui siamo partiti, in conclusione, il cittadino per bene ingiustamente arrestato Giovanni Minardo – così come Giuseppe Iemmolo, altro cittadino per bene, sospeso dal lavoro, criminalizzato e perseguitato – somigliano al procuratore finanziario, un bancario ante litteram, descritto da Kafka nel celebre incipit del romanzo Il Processo scritto tra il 1814 e il 1815, pubblicato postumo nel 1825 e sempre attuale più che mai: «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato».
Kafka si ispira alla sua Praga d’inizio Ottocento ma parla all’umanità intera e alle strutture del potere che, sempre eguali a sé stesse, spesso la imprigionano. Investigatori e inquirenti di questo profondo sud italiano, in azione nel 2011 a Modica e negli anni seguenti a Ragusa, due secoli dopo forse non hanno ancora letto l’opera universale del grande scrittore boemo di lingua tedesca, genio senza tempo morto quarantenne, che continua a parlare a tutti noi.
Se è così, male. Ma tale lettura – bella e imperdibile – non dovrebbe essere necessaria ad alcuno, tanto più se servitore della legge, perché si astenga dal recare un simile oltraggio alla Giustizia.