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Carriere reverendissime all’ombra di potenti e prepotenti i quali impongono tribunali “ad hoc”, ordinano sentenze basate sul falso per appagare sete di vendetta e per sedare appetiti. Le gesta del frate ‘francescano’ Josè Rodriguez Carballo appena silurato dal Papa, ma dopo dieci anni di scandali, fra bancarotte da cinquanta milioni di euro e atti in serie da signorotto feudale nel governo della Chiesa. Da Paolo De Nicolò grande sponsor dell’arcivescovo Lorefice e seguaci, al vincenziano Salvatore Farì, tutte le trame del comando di una lobby pronta a fulminare chiunque non s’allinei e ad acquistare con nomine e incarichi prove di fedeltà assoluta dovunque essa serva, anche in giudizio, contro verità e giustizia. Il consiglio di un cardinale alle suore della formazione: non invitate il cappuccino Salonia

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Riprendiamo il filo cronologico dei fatti fin qui ricostruiti nella nostra inchiesta.

Siamo partiti dall’assurdità di una sentenza, del tribunale vaticano in ambito canonico-penale,  immotivata, illogica, ingiusta, in totale contrasto con gli elementi di fatto e di diritto documentati dallo stesso giudizio di cui ne è la conclusione, in danno di Nello Dell’Agli, fondatore della fraternità di Nazareth di Ragusa, sacerdote, teologo e psicoterapeuta, punito tramite verdetto inappellabile con la pena massima prevista per i delitti più gravi: la dimissione dallo stato clericale. Delitti in questo caso, come dettagliatamente documentato, non solo mai commessi ma neanche ipotizzati nei capi d’accusa di un processo che, portato avanti su fatti insussistenti, manca già all’origine dei presupposti per essere avviato.

Sentenza di evidente matrice ritorsiva fondata su un solo vero elemento decisivo: colpire chi ha osato rendere testimonianza, in sede ecclesiastica e in quella penale dinanzi ad una procura della Repubblica italiana, sulle accuse di cui è chiamato a rispondere Giovanni Salonia – frate cappuccino, sacerdote, teologo e psicoterapeuta – dopo la sua nomina a vescovo da parte del Papa il quale, dinanzi a quelle accuse, pretende la sua rinuncia prima della consacrazione e dell’insediamento quale vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Palermo, al fianco del titolare Corrado Lorefice che lo vuole fortemente con sè e tenta di salvarne l’investitura episcopale anche dinanzi a contestazioni infamanti.

Tentativo ‘sapientemente’ costruito sul falso proscioglimento di Salonia, dall’accusa di violazione degli obblighi del celibato (falsità conclamata per tabulas, dopo l’ammissione del prosciolto), disposto da una commissione ecclesiastica sollecitata da Lorefice e guidata da un altro vescovo siciliano, Rosario Gisana di Modica, da quasi dieci anni a capo della diocesi di Piazza Armerina e noto insabbiatore seriale di una lunga serie di abusi sessuali commessi dal clero in danno di minori nel territorio della sua giurisdizione.

Tentativo non riuscito per la ferma opposizione del Pontefice alla consacrazione di Salonia, costretto a rinunciare anche se nella falsa apparenza di un atto libero, generoso e volontario a tutela della Chiesa contro accuse calunniose (invece tutte vere) e possibili strumentalizzazioni. Per altre accuse in sede penale dinanzi al Tribunale di Roma – violenza sessuale aggravata in danno di una suora – il quasi vescovo viene prosciolto solo per tardiva presentazione della querela dopo che la procura ne chiede il rinvio a giudizio.

Le carriere di Gisana, Lorefice e Salonia. La più folgorante quella del parroco ‘arcipromosso’ perchè ‘prete di strada’, ma era una fake: palazzi, non strade.

La lunga serie dei fatti ricostruiti nelle precedenti tre puntate si snoda lungo l’asse dei rapporti tra Salonia, Lorefice e Gisana e degli interessi che stanno loro a cuore, ai quali viene totalmente piegata la giustizia vaticana: da qui il titolo della nostra inchiesta.

Sono tre figure aventi in comune l’esperienza di sacerdote nello stesso territorio. Salonia, che oggi ha 76 anni, è ordinato nel 1971 all’età di 24 anni; Lorefice, 61 anni, nel 1987 a 25 anni; Gisana, 64 anni, nel 1986 a 27 anni. E’ quest’ultimo il primo a diventare vescovo, il 27 febbraio 2014; un anno e mezzo dopo lo segue Lorefice planando direttamente a capo dell’arcidiocesi di Palermo; e questi, un anno e mezzo ancora dopo (tanto impiega a compiere un normalissimo atto d’ufficio, stante la stabile presenza di un ausiliare nella capitale dell’isola), lo fa nominare vescovo con tutti gli sviluppi ben noti.

Molto strana questa nomina. E ancora di più la sua ‘designazione’, nei termini di proposta consegnata al Papa, da parte dello sconosciuto outsider assurto a primate di Sicilia.

In molti fin dal suo arrivo in San Pietro hanno plaudito e, giustamente, ancora plaudono al ‘nuovo corso’ di papa Francesco, ben visibile in molti suoi atti, sia pastorali che di governo della Chiesa, a partire ovviamente da tante nomine. Non pochi però anche gli ‘abbagli’ che, alla prova concreta, finiscono per negare e tradire il dichiarato intento di rinnovamento e di rigenerazione morale: probabilmente – c’è da presumere – oltre la volontà del Papa.

La nomina, il 27 ottobre 2015, di Lorefice, semplice parroco a Modica, direttamente ad arcivescovo, desta sorpresa ma anche ammirazione ed entusiasmo perché – viene scritto in quei giorni  – è la chiamata di un ‘prete di strada’ a capo della chiesa siciliana. E nella narrazione corrente tale atto – limpido, forte e coraggioso – tipico e distintivo del pontificato di Francesco si lega saldamente a quello della scelta, lo stesso giorno, di destinare un prete e vescovo di strada come Matteo Maria Zuppi, a guidare l’arcidiocesi di Bologna. La verità è che Zuppi, da maggio 2022 a capo anche della Conferenza episcopale italiana, prete di strada lo è sul serio da sempre e non cambia indossando la mitra. Tre anni prima infatti, nel 2012, Zuppi, nominato vescovo ausiliare di Roma, rimane sempre il prete che a piedi o in bicicletta batte le vie di Trastevere, assistendo e soccorrendocon le sue mani di notte agli angoli del quartiere senzatetto, migranti, poveri ed emarginati.

Al contrario, nella biografia e nella concreta esperienza di Lorefice sul campo, è impossibile ravvisare qualcosa di simile alla strada nella quale un uomo di chiesa – seminarista, diacono o presbitero che sia – si possa immergere con lo spirito di una missione totale, da scoprire e da vivere giorno dopo giorno. Anche perché la ‘strada’ di Lorefice è quella che egli stesso, da bambino alunno di scuola elementare, con incredibile e lucida programmazione di sè indica a chi gli chieda cosa farà da grande: <<il parroco dell’Annunziata>> risponde. Non, dunque, il parroco o il prete o il sacerdote nell’ampiezza ideale della missione, ma il ‘parroco di …’, ovvero il capo della parrocchia che egli già allora vede, con i limiti materiali dello sguardo corto e dell’esperienza diretta di bambino, come l’assetto rassicurante del suo mondo e il caposaldo confortevole della sua vita.

In effetti il venticinquenne Lorefice, da un anno diacono, sceglie proprio la Chiesa della Santissima Annunziata della sua Ispica per farsi ordinare sacerdote il 30 dicembre 1987, dopo undici anni trascorsi tra i seminari, minore e maggiore, di Noto, la maturità magistrale, il baccalaureato, il completamento degli studi teologici nell’Accademia alfonsiana di Roma. Da quel momento la ‘strada’ di Lorefice è tutta dentro i palazzi curiali: eccolo nel 1988 mansionario del capitolo della cattedrale di Noto; poi canonico maggiore, quindi economo del seminario vescovile; ancora in stretta sequenza, ogni volta in virtù di un preciso atto di nomina, vice rettore quando a ‘reggere’ c’è Gisana; direttore del centro vocazioni; amministratore parrocchiale di Santa Lucia a Noto; direttore per la formazione dei diaconi permanenti; amministratore parrocchiale della Chiesa di San Pietro a Modica; infine il 29 giugno 2010 il vescovo di Noto Antonio Staglianò lo nomina arciprete parroco nella stessa chiesa.

E’ qui che il Papa lo pesca per farne il capo dell’arcidiocesi di Palermo, ufficio che nella storia troviamo appannaggio di cardinali, anche di un certo carisma come, in tempi recenti, Salvatore De Giorgi o Salvatore Pappalardo, in carica dal 1970 al 1996,  del quale è ancora vivo il ricordo dei  potenti  J‘accuse contro lo Stato nelle omelie pronunciate durante i funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giovanni Falcone. L’ateo Sandro Pertini, presidente della Repubblica dal ’78 all’85, cerca di nominarlo senatore a vita ma non riesce a convincere la Santa sede a dare il nulla osta.  Tornando alla storia più recente, Lorefice peraltro è il primo ad essere chiamato a tale incarico – che comporta anche quello di primate di Sicilia – dovendo contestualmente essere nominato vescovo.

Lorefice, gli sponsor e il peso di De Nicolò nelle ambizioni di presbiteri in carriera.

L’infortunio dell’arcivescovo nella nomina di Salonia: pulsione provinciale,

relazioni amicali o affidamento fiduciario nel più anziano ed esperto ausiliare?

Non è certo il Papa a conoscere direttamente nel 2015 quel parroco di Modica e a volerlo con zucchetto paonazzo sul capo, come spesso accade non potendo il Pontefice avere contezza diretta di tutto e affidandosi ovviamente a cardinali e vescovi posti in ruoli chiave per intuito fiduciario.

Certo è che Lorefice possa contare su sponsor di peso. Intrattiene un ottimo rapporto con Pio Luigi Ciotti, l’influente presidente di Libera molto attivo anche, e soprattutto, fuori dalla Chiesa, nello scenario politico, sociale e di gestione dei beni confiscati alla mafia in cui l’associazione da lui fondata persegue i suoi obiettivi a capo di una vasta e fitta rete di interessi che legano imprese, affari, comitati, movimenti, enti pubblici e privati.

Ma soprattutto è molto vicino a Paolo De Nicolò, romagnolo di Cattolica, vescovo che oggi ha 86 anni, rettore per oltre trenta della Prefettura della Casa pontificia. Fratello di altri due vescovi – Pier Giacomo, oggi novantaquattrenne, e Mariano deceduto nel 2020 a 88 anni – Paolo De Nicolò è molto vicino e presente nei luoghi reali del potere politico e burocratico Oltretevere, ben prima di diventare vescovo nel 2008 a 71 anni e anche dopo la quiescenza per limiti d’età nel 2012. In Vaticano da tempo è insistente la voce di una lobby cui egli riesca a dare corpo e voce, ricavandone concrete gratifiche in termini di nomine e incarichi, soprattutto per i preti che egli abbia la ventura di conoscere e magari di apprezzare personalmente.

Per la cronaca Paolo De Nicolò, già a quel tempo vescovo emerito per limiti d’età, il 5 dicembre 2015 è co-consacrante nell’ordinazione di Corrado Lorefice officiata nella cattedrale di Palermo dal celebrante principale, l’uscente cardinale Paolo Romeo e da due figure vicine al neo vescovo: quello di Noto Antonio Staglianò che nel 2010 lo nomina arciprete in San Pietro a Modica e, appunto, De Nicolò il quale, emerito dal 2012, di fatto è sempre attivo e influente ai piani alti in Vaticano e da sempre dispensa i frutti del suo potere in giro per l’Italia alimentando disponibilità, carriere e ambizioni di uno stuolo di chierici. Sempre per la cronaca troviamo De Nicolò nella veste di consacrante anche nell’ordinazione episcopale di Gisana, il 5 aprile 2014, nella quale celebrante principale è Staglianò.

Tra i primi atti che Lorefice, nuovo arcivescovo di Palermo nella pienezza delle funzioni dal 5 dicembre 2015, si trova ad espletare c’è quello della nomina di un ausiliare. Affare che lo impegna per oltre un anno che spende anche in frenetiche consultazioni con il clero diocesano le quali alla fine lo portano a nominare un suo membro, il sacerdote Giuseppe Oliveri, vicario generale. Ma poi quando si tratta di attribuire lo status di vescovo tira fuori la carta-Salonia, con effetto terremoto. Intanto perché suona come uno schiaffo per le centinaia di presbiteri dell’arcidiocesi e per quanti tra loro abbiano, o credano di avere, maturato esperienze e titoli funzionali all’ufficio da assegnare.

Ma poi c’è un’anomalia incomprensibile. L’ausiliare è sempre – spesso neo vescovo – ben più giovane del titolare cui debba prestare ausilio in vista poi di una prosecuzione dell’ufficio episcopale a capo di una diocesi. Salonia invece ha quindici anni in più di Lorefice e consegue la nomina a 70 anni, cinque appena prima del ritiro obbligato. Se anche il frate-psicoterapeuta non fosse ciò che le descritte vicende dopo la nomina documentano, in ogni caso la scelta di Lorefice, il quale ha ascolto a Santa Marta anche grazie ai buoni uffici di De Nicolò, appare incomprensibile, inopportuna e oggetto di critiche: avvenuta <<in totale disprezzo delle regole>> secondo il milanese Luigi Negri vescovo emerito di Ferrara-Comacchio, deceduto il 31 dicembre 2021 e le cui esequie sono celebrate da Matteo Maria Zuppi.

Difficile dire, anche con il senno del poi, se l’inciampo di ‘don Corrado’, il parroco divenuto all’improvviso arcivescovo di così alto grado, sia frutto di visione provinciale, di relazioni amicali, d’influenze di scambio variamente intrecciate o di semplice affidamento fiduciario nei servigi del più anziano ed esperto collega. Certo è che esso gli procura tanti guai ai quali si adopera subito di porre rimedio e in parte vi riesce.

Solo in parte però, poiché egli fallisce subito nella missione impossibile di salvare la nomina, ed anzi ne paga un prezzo salato perché il Papa non gli darà più, come visto, la possibilità di un ausiliare, e sono passati quasi sette anni: quindi bocciatura senza appello e, tuttora, sfiducia strisciante.

La commissione-Gisana voluta da Lorefice, un falso per liquidare l’affaire-Salonia.

Poi la sete di vendetta del frate produce una toppa più scandalosa del buco

Lorefice riesce solo ad assistere alla messa in opera, sulle accuse al neo vescovo non degno, di una ‘toppa’ che per alcuni anni all’esterno sembra coprire il ‘buco’ ma che la proterva e smaniosa pretesa ritorsiva (contro Dell’Agli, testimone ‘colpevole’ di verità) rivela di gran lunga più ingombrante e scandalosa del ‘buco’ stesso dello scandalo originario.

Ci rimane da vedere come quella toppa, rozza e riconoscibile, riesca per un certo tempo a mascherare una realtà così ampia e lampante e come chi abbia il potere e l’ardire di metterla si produca poi nell’ulteriore delirio d’onnipotenza di piegare una seconda volta ad interessi inconfessabili quella che, infatti, la nostra inchiesta nel titolo definisce ‘InGiustizia vaticana’: la condanna di un innocente, Dell’Agli, dopo il proscioglimento di un colpevole, Salonia.

In ordine cronologico abbiamo già visto e analizzato tale atto, disposto dalla commissione guidata dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, molto vicino a Lorefice per comuni esperienze di luoghi, di cariche, di formazione, di sponsor e di carriera.

Una comunanza d’interessi così forte e viva – tra di loro e per il territorio da cui provengono –  che i due ancora oggi, rispettivamente otto e nove anni dopo le loro ordinazioni episcopali e il loro trasferimento a Palermo e Piazza Armerina,  sono membri del consiglio d’amministrazione della Mamre srl, società di gestione del restauro e della trasformazione in struttura ricettiva a quattro stelle dell’edificio comprendente i locali dell’ex convento Santa Maria Scala del Paradiso di Noto:  complesso di oltre cinque mila metri quadrati edificato agli inizi del 1700, subito dopo il terremoto del 1693, sul costone roccioso prospiciente il sito di Noto antica.

I lavori, finanziati con soldi dello Stato grazie ad un bando pubblico, risultano completati nel 2014. Dopo nove anni la gestione dell’albergo, ad opera della Mamre srl che si avvale dei due prelati maggiori nell’organo esecutivo al fianco dell’amministratore delegato Giovanni Donzella ex economo della diocesi, produce perdite consistenti del peso aggiuntivo di oltre un milione di euro nel bilancio della diocesi.

Il proscioglimento sancito da Gisana, a capo della commissione voluta da Lorefice, per scagionare Salonia che a questi sta tanto a cuore (‘maestro d’umanità’ lo definisce, anche dopo gli scandali)  come ampiamente documentato è il frutto di un falso in atti giudiziari, della giurisdizione interna della Chiesa, messo in atto con smodato cinismo in spregio della verità e in danno della suora che la racconta e dei testi che la confermano, bollati come pettegoli calunniatori in quanto mossi da un <<emotivo florilegio di pettegolezzi e calunnie>>.

Tale ripugnante soperchieria, siamo nel 2017, non appaga abbastanza chi la ispira e chi ne raccoglie i frutti, tant’è che parallelamente, e progressivamente fino all’ingiusta condanna di Dell’Agli a giugno 2023, viaggia un altro convoglio di questo treno della menzogna che, appunto solo di recente, giunge alla destinazione finale, dove un muro invalicabile, perché nessuno possa andare oltre l’assurda sentenza, viene eretto tramite l’espediente, istituto del diritto canonico concepito per più nobili fini, del sigillo papale di inappellabilità.

Ma perché il Pontefice si decide a compiere questo passo, contrario ai princìpi dallo stesso enunciati in tema di giustizia, di diritto di difesa e di ricerca e valore della verità? Quale interesse, superiore a quello supremo per la verità, muove il Papa ad un atto insensato (cui prodest?), illogico, inspiegabile, che limita comunque, anche in astratto e secondo canoni sempre validi in ogni situazione concreta, le chanches di verità? Una risposta non c’è e quindi l’unica possibile è questa: la firma del Papa serve a blindare, a coprire per sempre nell’oscurità tombale, l’oscena menzogna contenuta in quella sentenza e ad impedire che il giudice d’appello naturale o qualunque altro giudice possa esaminarla, scoprirne imbrogli e raggiri e ribaltarla nel suo contrario. Che poi è esattamente quanto accade – ribaltamento che almeno per questa parte di risultanze processuali non può essere impedito – nell’unico grado di giudizio esperito, in relazione ai delicta graviora, ovvero ai delitti più gravi sui quali la competenza non può essere del tribunale ad hoc approntato per l’occasione ma della congregazione per la dottrina della fede. Inequivocabile il verdetto qualificato emesso sulle imputazioni più gravi costruite in danno di Dell’Agli: fatti insussistenti, il procedimento non avrebbe dovuto neanche essere iniziato.

Ma siccome una condanna contro Dell’Agli a qualcuno serve, ecco perché il tribunale ad hoc costituito per l’occasione deve essere l’unico giudice: con ogni probabilità un altro lo avrebbe smascherato. Per la cronaca l’anomalia del primo giudice (ad hoc) ha l ’apparente spiegazione che in quel momento quello ordinario, il tribunale ecclesiale diocesano, sia vacante: come se la continuità amministrativa e di giurisdizione possa tollerare un vulnus di questo tipo per semplice vacatio, concetto estraneo all’esistenza stessa di qualsivoglia istituzione e con essa incompatibile. In ogni caso, se anche quel vuoto di naturali competenze non fosse colmabile nei tempi opportuni (cosa comunque non vera) c’è il tribunale ecclesiale regionale, già costituito e non da organizzare per l’occasione. Invece si sceglie un tribunale ad hoc per imposizione al vescovo di Ragusa (vedremo come e in che modo) di un collegio – tutto napoletano – prescelto da chi poi, da Roma e sul campo, porterà a compimento la velenosa impostura.

Tribunale ad hoc, giudici come signorotti medievali e la summa iniuria

del sigillo papale. Come è stato possibile? Merito di Carballo, il frate amico

Tornando a quella firma che impedisce la verità oltre la palese menzogna confezionata dal tribunale ad hoc, la domanda perché il Papa prenda questa decisione rimane irrisolta in tutta la sua urgente carica inquietante.

Ovvio che egli non possa sapere direttamente ogni cosa, né – quale che sia il suo ruolo – avere contezza di ciascuna persona della quale debba occuparsi, trattarne gli affari o sulla quale pronunciarsi. Quando può confida molto, forse troppo alla luce di certe infauste esperienze, su talune proprie conoscenze dirette o frequentazioni del passato. Più spesso deve decidere fidandosi, anche solo su proprio intuito, di soggetti che, con il rischio a volte di sbagliare, reputi degne di fiducia.

E’ quanto, senza dubbio alcuno, gli accade su questo dossier. Se poi volessimo dare un volto e un nome all’artefice di questa malandrinata che riesce a costituire la volontà papale, abbiamo il dovere di avvertire che cercheremo innanzitutto prove certe e dati documentali oggettivi, ben sapendo che non ci aiuta il limite fisiologico dato dal fatto che la giustizia del Vaticano, così come l’intero suo prodotto istituzionale, sono quelli propri di una monarchia assoluta, anzi di una signoria esente come tale da obblighi di motivazione, tracciabilità e trasparenza, ad uso e consumo non tanto del monarca quanto delle cerchie vincenti, spesso vere e proprie cricche che vivono e tramano all’ombra del suo potere, e delle lobbies di volta in volta più influenti e spregiudicate.

Ma, laddove dovessimo imbatterci in tale limite, ciò non vuol dire affatto che una verità fattuale non sia possibile.

La prima certezza è che sul dossier ci sono le impronte di José Rodriguez Carballo, vescovo di settant’anni, appena rispedito da papa Francesco in Spagna dopo averlo voluto e tenuto dieci anni, in pratica l’intero suo pontificato, a capo del dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica: questa la nuova denominazione della corrispondente congregazione, secondo la riforma dello stesso Francesco, in vigore dal 5 giugno 2022, che modifica la burocrazia e l’assetto istituzionale vaticano. La nuova costituzione apostolica Praedicate Evagelium ridisegna la curia romana, cancella congregazioni e pontifici consigli e assegna a sedici dicasteri il governo della Chiesa.

Carballo è religioso dell’ordine dei frati minori, comunità francescana da cui, per successiva indipendenza, discendono quelle dei conventuali e dei cappuccini: tutti seguaci del santo d’Assisi e tutti frati minori ma, pur all’interno di una stessa famiglia, i due rami derivati hanno propri organi. A quello dei cappuccini appartiene Salonia.

Lo spagnolo è di sei anni più giovane, ed infatti comincia da novizio nel ’71 quando il siciliano è già ordinato sacerdote. Docente nella facoltà teologica di Santiago de Compostela, insegnante dei novizi al pari di Salonia con il quale ha in comune diverse altre esperienze come quella di ministro provinciale (nelle province di Santiago l’uno, di Siracusa l’altro) e di definitore, Carballo riesce però a giungere al vertice dell’ordine di cui è eletto ministro generale il 5 giugno 2003, riconfermato 119° successore di San Francesco il 4 giugno 2009 dal capitolo generale riunito nella chiesa di Santa Maria degli Angeli in Assisi.

Quando il frate spagnolo da dieci anni è a capo del suo ordine (traguardo sfiorato, nel proprio da Salonia in un momento della sua carriera), Bergoglio, Papa da appena un mese, voglioso di apertura e di valorizzazione di tutte le realtà dentro la Chiesa, il 6 aprile 2013 lo chiama al comando dell’allora congregazione, oggi dicastero, equivalente nella Repubblica italiana ad un importante ministero. Il nuovo Pontefice deve stimare davvero tanto questo frate venuto dalla Galizia per guidare l’ordine francescano, se nell’assegnargli un posto nel proprio governo lo innalza da sacerdote al rango di arcivescovo.

Ma già un anno dopo uno scandalo internazionale lo investe in qualità di ministro generale dell’ordine, carica che per un breve periodo mantiene insieme a quella che esercita nel palazzo delle Congregazioni in piazza Pio XII. Uno scandalo pesante, chiarissimo sul conto delle sue responsabilità come vedremo. Ma la sua è una nomina voluta direttamente da papa Francesco, la prima in assoluto dopo l’ascesa al soglio petrino.

Josè Carballo garante dell’affaire-Salonia: voluto fortemente da Bergoglio e collezionista di scandali e inchieste. Solo ora, dopo dieci anni, scaricato dal Papa

La vacatio a capo della congregazione è in atto da tempo, il predecessore Benedetto XVI è orientato su un domenicano, ma il nuovo Papa “venuto dalla fine del mondo>” sceglie diversamente: << Ad avere un peso determinante sulla prima nomina curiale di Bergoglio – scrive in quei giorni, il 12 aprile 2013, Il Foglio, in un articolo di Matteo Matzuzzi – è stata l’amicizia tra il Papa e Carballo: i due si conoscono da anni, al punto che il ministro generale francescano è uno dei due  padri generali religiosi – l’altro il preposito gesuita Adolfo Nicolas – a concelebrare con il Pontefice la messa di inizio del ministero papale, lo scorso 19 marzo, festa di San Giuseppe… Chi lo conosce bene, fin dai tempi in cui Jorge Mario Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires, assicura che lui si fida del suo istinto più che dei rapporti e dossier che gli uffici della curia gli mettono sul tavolo. Francesco, da buon gesuita, ascolta i suoi interlocutori e prende appunti. Poi riflette, da solo. E in completa autonomia fa le sue scelte. E’ quanto accaduto anche per la nomina del nuovo arcivescovo di Buenos Aires, il suo successore…>>.

L’affidamento amicale tradisce papa Francesco e frustra la sua ansia di rinnovamento e di rigenerazione morale contro gli scandali che, in questo caso come in altri, non solo non finiscono ma crescono e si ripetono con maggiore vigore.

A dicembre 2014 il settimanale Panorama dà notizia di un’inchiesta della magistratura penale svizzera, in atto da tempo su un traffico illecito di armi e droga, che svela investimenti per decine di milioni di euro da parte dell’ordine religioso dei frati minori in società finite nel mirino della procura elvetica.  La gestione sotto accusa è quella di Carballo a cui nel frattempo, il 22 maggio 2013, succede l’incolpevole Michael Anthony Perry, missionario-antropologo di Indianapolis il quale organizza anche delle collette nelle varie province degli Stati uniti per salvare la situazione e denuncia la vicenda alle autorità civili: come insegna la storica triste piaga degli abusi sessuali, quelle vaticane servono solo per insabbiare.

L’ordine francescano è in pratica alla bancarotta per spericolati investimenti milionari aventi il sapore della truffa come quello a Roma per l’acquisizione e la ristrutturazione de Il Cantico, hotel con vista sulla cupola di San Pietro.

Un anno dopo viene trovato impiccato, nella sua villa a Lurago d’Eba nel Comasco, Leonida Rossi, il broker indagato dalle procure di Milano e di Lugano nell’inchiesta che nel frattempo accerta un ammanco nelle casse dei frati minori di cinquanta milioni di euro. Il giorno prima gli inquirenti perquisiscono le sue residenze in Italia e in Svizzera a caccia di documenti e supporti informatici recanti tracce utili a ricostruire la sparizione di 49 milioni e 500 mila euro denunciata dall’ordine religioso. Scrive la Repubblica il 26 novembre 2015:  <<Oltre al broker, poi, sono stati perquisiti anche tre ex economi dell’ordine: si tratta di Giancarlo Lati, Renato Beretta e Clemente Moriggi, i quali, accusati di appropriazione indebita, non avrebbero tratto beneficio personale dalla vicenda, ma avrebbero impiegato i fondi della cassa dell’Ordine secondo modalità non autorizzate>>.

L’affaire si snoda lungo un periodo di otto anni e attraversa quasi per intero la gestione di Carballo. Emerge che il broker goda di piena fiducia e riceva tutte quelle somme dall’ordine religioso, in violazione delle procedure previste, per investirle in libertà, al di fuori delle finalità dell’ente, senza rendiconto e con la promessa di elevati rendimenti: a chi sarebbero andati tali ricchi rendimenti, in mancanza di documenti attestanti l’uscita dei soldi dalle casse dei frati, frutto di lasciti, donazioni e beneficenza? L’inchiesta accerta che i tre economi compiono gli illeciti senza trarne beneficio personale. A vantaggio di chi allora? E, soprattutto, dove finiscono i soldi dopo l’improvvisa e strana morte violenta del broker sotto accusa il quale gode della fiducia di Carballo – comunque dominus assoluto della gestione dell’ordine – visto che, secondo voci correnti in ambienti religiosi ed ecclesiastici, è lui ad accreditarlo personalmente presso gli economi delle province?

Da rilevare che per dieci anni, gli ultimi otto dei quali oggetto dell’inchiesta, Carballo è il segretario del dicastero (allora congregazione) per gli istituti di vita consacrata del quale, dal 2011 e tuttora, è prefetto João Braz de Aviz, cardinale brasiliano: alla carica deve necessariamente essere destinato un porporato. Dominus assoluto della gestione, dal 2003 al 2013 però, come abbiamo visto, è sempre Carballo, rimosso solo di recente, dopo l’ennesimo scandalo, con provvedimento annunciato il 14 settembre e reso esecutivo dal primo novembre 2023. Papa Francesco gli fa succedere per la prima volta una donna, Simona Brambilla, religiosa dell’istituto femminile suore missionarie della consolata.

Tornando al 2013, fase di passaggio tra le due cariche, quando lascia la guida dell’ordine religioso Carballo da un mese e mezzo è a capo in Vaticano del governo dell’intero settore, gli istituti di vita consacrata, dove rimane fino a pochi giorni fa.

Ed è singolare che da segretario del dicastero, allora congregazione, detti le <<nuove linee orientative per l’amministrazione dei beni degli ordini religiosi, contro il fenomeno delle finanze allegre>> di cui proprio sotto la gestione della prima e più importante famiglia francescana, i frati minori, risulta scritta una delle pagine più gravi e inquietanti. Non solo, nel nuovo ruolo Carballo dispone anche commissariamenti a destra e a manca suscitando vibranti reazioni perché in molti casi ne viene lamentata l’assoluta mancanza di presupposti e, al contrario, l’intento di colpire e distruggere realtà religiose non affini al suo modus operandi e passibili solo dell’accusa di autentica applicazione degli insegnamenti del santo d’Assisi.

E’ così che, dopo polemiche, veleni e scandali a ripetizione, solo di recente e dopo un decennio di spericolato e disinvolto comando in seno al dicastero, il pontefice, con provvedimento del 14 settembre 2023 che lo lascia in carica fino al 31 ottobre, si decide a rimuovere quel frate da lui, appena asceso al soglio petrino, fatto vescovo e fortemente voluto nel governo degli istituti religiosi.

Carballo: dalla bancarotta da 50 milioni dell’ordine francescano dei frati minori

ai soprusi tragicomici e al familismo amorale nel governo degli istituti religiosi

Ecco come viene letto il ritardato siluramento di Carballo e come viene tracciato il bilancio della sua gestione ad opera di Silere non possumus, sito di informazione attivo da marzo 2021, diretto da Marco Felipe Perfetti e curato da alcuni studiosi del diritto e del fenomeno religioso aventi l’unico fine – dichiarano –  <<di ricercare la verità e la giustizia, favorendo il confronto sincero e schietto, proponendo una informazione libera>>.

Il 14 settembre scorso, di Carballo, scrive: <<Ha il merito di aver distrutto la vita religiosa e la vita monastica. Dieci anni interminabili. Il presule spagnolo, José Rodríguez Carballo, è stato il pilota del dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Pilota di una macchina che ha sbandato più volte….Oggi, dopo più di 10 anni, Carballo viene silurato. Si tratta di una nomina che si attendeva da anni. Ad ogni lamentela, a Santa Marta qualcuno affermava: “Non c’è problema, tanto tra poco parte”. Le numerose diocesi spagnole dove “bisognava mandarlo”, però, lo hanno rispedito al mittente. Qualche presule spagnolo questa mattina ha confessato: “Se l’è ordinato, ora se lo tiene”. Il riferimento è chiaramente a papa Francesco che lo aveva nominato arcivescovo nonostante su di lui vi fossero numerosi scandali. Fra questi, il più noto è quello che riguarda la Curia generalizia dei Frati Minori, dove Carballo fece numerosi giochetti con il denaro.  L’arcidiocesi malcapitata, però, è quella di Mérida-Badajoz dove Carballo andrà il 31 ottobre 2023, al termine dell’assemblea del Sinodo, in qualità di coadiutore. Si tratta di un incarico – osserva Silere non possumus – che il presule spagnolo assume all’età di 70 anni ed avrà il diritto di successione… I danni creati da José Rodríguez Carballo, però, non saranno cancellati. L’unica preoccupazione è che questo andrà a farne altri anche in Spagna. In questi anni il dicastero è stato guidato da Carballo, piuttosto che dal prefetto Braz de Aviz. Sua è la mente che ha dato il via al documento “Cor Orans” (l’istruzione applicativa della costituzione apostolica “Vultum Dei quarere” sulla vita contemplativa femminile n.d.r.) il quale ha distrutto completamente la vita monastica… Il modus agendi di Carballo, in questi anni, è stato ispirato – si legge ancora in questo crescendo d’accuse associate al riscontro dei fatti – dal peggior familismo amorale. Sono numerose le realtà contemplative che hanno visto un vero e proprio abuso di potere messo in atto da questo frate francescano che ama tenere le mani a mollo nei soldi. Numerosi superiori di comunità religiose (maschili e femminili) hanno goduto della sua protezione e grazie al suo appoggio hanno continuato a spadroneggiare… Una delle ultime decisioni prese da Carballo è stato un decreto, firmato solo da lui e non dal prefetto, che andava ad imporre un vescovo abusatore quale commissario di un monastero femminile in Texas>>.

Le trame di Carballo e dei suoi uomini. Nel palazzo delle congregazioni

c’è però un cardinale che sa e avverte le suore: non invitate Salonia a tenere lezioni

<<Familismo amorale>> dunque nella gestione di un settore così importante e vitale per il governo della chiesa, gli istituti di vita consacrata con l’intera galassia di ordini religiosi e comunità di vario tipo. L’accusa è mossa a Carballo come dominus del dicastero nel quale i poteri del prefetto Joa Braz de Aviz sono simbolici e fittizi. Ma non si può dire che il cardinale brasiliano non sappia cosa accada intorno a lui, in piazza Pio XII, e come si muova il vescovo spagnolo amico del cappuccino siciliano, frate minore francescano come lui. Risulta per esempio – da verifiche del caso della denuncia della suora del Nord Italia nei confronti di Giovanni Salonia accusato di averla violentata sessualmente abusando del suo ruolo di psicoterapeuta – che Braz de Aviz dal suo ufficio nel palazzo delle congregazioni sconsigli fortemente alle suore responsabili in attività di formazione in istituti e organismi nazionali di invitare Salonia a tenere lezioni.

Nel lungo brano riportato dell’articolo di Silere non possumus il caso, trattato in precedenza dallo stesso sito (qui) è quello di un vescovo investito, con inquietante disinvoltura, da Carballo dei poteri per gestire e decidere una controversia in cui egli è parte.

Il vescovo è lo statunitense Michael Fors Olson, nominato da Carballo il 31 marzo 2023 commissario pontificio del monastero della santissima trinità ad Arlington in Texas. Il prelato avvia un’indagine canonica su una presunta relazione sessuale tra la priora e un sacerdote di un’altra diocesi violando il limite dei suoi poteri perché  pretende di controllare i telefoni cellulari della monaca e del prete e, con ulteriore abuso, rivela pubblicamente il nome della religiosa (non quello del sacerdote). A seguito dell’indagine, il monastero e la priora intentano una causa da un milione di dollari contro il vescovo e la diocesi. Olson, quindi, contatta il dicastero e riesce ad ottenere da Carballo un decreto che lo nomina commissario pontificio del monastero. In questo modo, il giorno seguente, può emettere il decreto di esclaustrazione della monaca vietando la partecipazione dei fedeli alle messe celebrate nel monastero.

Un capolavoro giuridico quello di Carballo, improbabile statista d’Oltretevere fregiatosi del titolo di successore di Francesco, nel senso del santo d’Assisi, il patrono d’Italia di cui per la prima volta un papa, Bergoglio, prenda il nome: in pratica per dirimere una controversia, accertare la verità e decidere secondo giustizia Carballo nomina uno dei litiganti giudice dello stesso litigio.

Significativa e tranciante la conclusione di Silere non possumus: <<Come abbiamo spiegato, il dicastero è praticamente guidato da José Rodríguez Carballo e tutte le decisioni sono prese secondo il sistema di familismo amorale che abita quegli uffici e non secondo il diritto canonico>>.

Quindi, sulla nomina nell’arcidiocesi di Mérida-Badajoz come coadiutore – più che altro una via di rimozione dal dicastero in cui per dieci anni imperversa nel modo solo in parte descritto – il sito chiosa: <<La nomina è chiaramente punitiva, Carballo lascia la curia romana senza alcun riconoscimento. Anzi, all’interno del dicastero si è tirato un sospiro di sollievo e lo hanno fatto anche le numerose comunità sparse per il mondo… Ciò che sarebbe urgente, al momento, è che il dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica e il dicastero per i laici, la famiglia e la vita iniziassero a fare un esame di coscienza sulle procedure di commissariamento e si pensasse all’istituzione di apposite sezioni per affrontare le problematiche, quelle vere…>>.

Per tornare alla vicenda da cui siamo partiti, Josè Rodriguez Carballo è artefice, regista, dominus e autorità ‘legittimante’ la sequenza di atti – debordanti, abusivi, arbitrari, falsi, inficiati da molteplici vizi in fatto e diritto – che determinano la soppressione della fraternità di Nazareth, l’incriminazione e la condanna del suo fondatore Nello Dell’Agli. Condanna, blindata con sigillo d’inappellabilità, fabbricata da un tribunale ad hoc composto da giudici reclutati in un preciso territorio, lo stesso in cui opera il fidatissimo Salvatore Farì, il missionario vincenziano in carriera, inviato in Sicilia come commissario per portare a termine la missione e la commissione ricevuta.

4 – continua

Le puntate precedenti sono state pubblicate il 14 ottobre 2023 (qui), il 21 ottobre 2023 (qui) e il 28 ottobre 2023 (qui).