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Il 25 Aprile e la lezione di Giovanni Spampinato: attuale ed esemplare la sua battaglia antifascista, pagata con la vita, per la democrazia e per la libertà, contro l’eversione nera e i veleni del revanscismo nelle istituzioni dello Stato. Il lascito etico, civile e culturale dei suoi scritti: una guida morale ancora oggi, oltre mezzo secolo dopo la sua morte

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Credo che questo ’25 Aprile’, il 78° dopo quello del 1945 – che segna la Liberazione dell’Italia dal fascismo e dal nazismo – sia diverso da tutti i precedenti.

Degli ultimi cinquanta ho memoria personale: mezzo secolo fa avevo 14 anni e quella storia di appena 28 anni prima, appresa a scuola e da me approfondita attraverso il racconto e la testimonianza di chi l’aveva vissuta, mi colpì profondamente anche perché a quel tempo era ancora molto viva sulla pelle di tanti adulti intorno a me.

Neanche tra il ‘46, anno di nascita della Repubblica, e il ‘73 (che rimanda ai miei 14 anni) c’era mai stato un ’25 Aprile’ come questo: per tale periodo non può soccorrermi l’esperienza diretta ma la storia e l’analisi delle fonti sì. E io vi ho attinto a piene mani.

A dire il vero da quando, nel 1994, l’affarista senza scrupoli fattosi politico, Silvio Berlusconi, sdoganò il Msi (partito in continuità con il fascismo e fondato nel ’46 da reduci di Salò proprio per darvi seguito) portandolo al governo, non sono mancati tentativi di revisione storica e dichiarazioni più o meno in contrasto con la verità. Mai però come in questo 2023 in cui il ’25 Aprile’ arriva sei mesi dopo l’insediamento di un governo guidato, per la prima volta in assoluto da posizioni di soverchiante superiorità, da un partito che è la prosecuzione, sotto altro nome, del Msi. E così la negazione della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, come atto fondativo della Repubblica e primario valore costituzionale, non è più frutto di qualche uscita più o meno avventata dell’alleato minore delle maggioranze assemblate dall’inventore di Forza Italia’ il quale accolse e accettò in ruoli chiave perfino ex aderenti  alla Repubblica Sociale italiana di Salò, ma è nel Dna dell’intero blocco di potere che guida il governo in carica ed è nella voce delle più alte istituzioni, come la presidenza del Senato, espresse dalla coalizione elettorale premiata con il 44% dei voti il 25 settembre scorso e dal suo partito egemone, FdI forte del 26%.

A nessuno credo sfugga la gravità della portata negazionista del fondamento della nostra Repubblica mai giunta a conseguenze così estreme come oggi. I fatti accaduti in questi sei mesi trascorsi dalla vittoria elettorale di Giorgia Meloni e del suo partito (erede in linea diretta del fascismo, anche se questa volta l’hanno votato tanti di più, senza nostalgìe nè acquiescenza per quelle radici) sono così numerosi e scioccanti, ma anche così a tutti ben noti che, qui, è inutile passarli in rassegna. Anche perché il tema di questo articolo è un altro e la premessa ci serve solo per cercare di capire come difendere la natura democratica dell’Italia di oggi, quindi la sua identità antifascista scolpita in ogni parola della Costituzione sulla quale la Repubblica, nata dalla Resistenza al fascismo e dalla Liberazione da esso, è edificata.

Fascismo è sopraffazione; è violenza; è conquista del potere con la forza e con il delitto; è oppressione; è sopruso; è discriminazione; è dominio assoluto di una cricca di ribaldi e di malfattori sulle vite di tutti; è repressione della critica e del dissenso fino all’incarcerazione e all’uccisione di chi non obbedisca a tale comando criminale: perciò la questione non è mera disputa di pensiero ed è sempre drammaticamente attuale.

Nel cercare di capire come tutelare la verità storica e riaffermare la nostra identità di popolo cui appartiene la sovranità nell’Italia proclamata ‘Repubblica democratica’, ci è di prezioso aiuto la lezione e la testimonianza di Giovanni Spampinato, ‘gemello’ della Repubblica perché nato lo stesso anno, cinque mesi dopo il referendum istituzionale, ‘allattato’ e ‘nutrito’ dalla nostra Costituzione che, quando egli è nato, cominciava ad essere scritta ed era pertanto in gestazione per poi vedere la luce poco più di un anno dopo.

E ciò non per le temporali assonanze biografiche, ma perché Giovanni, grande giornalista che visse con radicale coerenza gli ideali costituzionali, pur nella brevità della sua giovane esistenza stroncata dall’omicidio commissionato da agenti neofascisti per l’illegittima difesa delle proprie trame e delle proprie mire eversive dell’ordine democratico costituzionale, ci lascia una testimonianza ed un’opera illuminanti.

Appena sedicenne, il 25 aprile del 1963, esattamente sessant’anni fa, eccolo sul palco, in piazza San Giovanni a Ragusa, oratore ufficiale nell’anniversario, il diciottesimo (traguardo della … maggiore età) della Liberazione.

Su quel podio e in quello scenario così solenne ed impegnativo Giovanni non capita per caso, ma vi giunge naturalmente nel percorso della sua formazione.

Nato a Ragusa il 6 novembre 1946, Giovanni sperimenta ancora bambino il pregiudizio discriminante contro la sua famiglia per l’impegno attivo del padre Giuseppe, partigiano e tra i fondatori con Virgilio Failla della federazione iblea del Pci.

Il suo incontro con i libri e la lettura è precoce (il primo ottobre ’52, ben prima di compiere i sei anni, è già in seconda elementare); la sua intelligenza brillante sempre sostenuta da forte spirito critico gli permette di elaborare in piena coscienza la formazione familiare segnata dall’impegno del padre il quale, dirigente dell’Anpi, trova il senso di una missione e della propria stessa vita nei valori democratici e antifascisti e nell’azione del partito (‘sacro’ e mai utilizzabile per fini propri o particolari) volta all’uguaglianza, alla solidarietà, alla giustizia sociale attraverso il riscatto e l’emancipazione delle classi subalterne.

Con i compagni di scuola e di giochi raramente Giovanni trova sintonia e coinvolgimento. Gli capita solo con bambini giunti da altre città e altre regioni come racconta, un anno prima di morire, in uno scritto autobiografico (qui) in cui, pur nella leggerezza delle parole e del messaggio, è limpida la cifra di grande giornalista e scrittore e soprattutto di intellettuale di valore, convinto della necessità dell’impegno, radicale e coerente, per il benessere delle classi più deboli.

Con quali mezzi? Attraverso la verità da portare alla conoscenza pubblica e attraverso l’intervento sociale e politico basato sui due pilastri ai quali àncora la sua esistenza: il cristianesimo e il comunismo; il comunismo democratico che nelle piazze e nelle istituzioni si batte per migliorare le condizioni di vita di tutti, e quindi per la libertà dei contadini, dei braccianti, degli operai, delle donne, nelle condizioni difficili di quegli anni segnate dalla forza soverchiante di istituzioni in larga parte ancora pervase sotto traccia da un potere fascista che ha visto la propria sconfitta del ’45 e il nuovo corso nel solco della Costituzione come una fase provvisoria, pronto a sovvertire l’ordine istituzionale democratico.

In quello scritto autobiografico (il cui incipit è <<Sono nato quasi venticinque anni fa…>>) Giovanni, con autoironia rende lucidamente il racconto del bambino che fu, infelice a scuola (<<ero sempre il più piccolo>>) ma anche nei giochi di strada (<<avevo un triciclo, ma ero sempre solo, gli altri mi respingevano e io mi sentivo diverso, superiore>>), memore del ricordo di una bambina emiliana con la quale fa amicizia: <<più che giocare parlavamo>> ricorda Giovanni. E così con un’altra bambina, <<figlia di un sottufficiale di pubblica sicurezza, anch’essa continentale: stavo meglio con i forestieri, forse perché erano esclusi come me>>.

E questo bimbo, più piccolo dei suoi compagni di scuola, ma più maturo di loro nella propria aspirazione cognitiva, scopre i libri a cinque anni e fa esperienza di letture estranee al suo mondo quotidiano.

Tra queste ‘L’albero del riccio’.

Ma come? Un bambino lettore di Gramsci? Si, ma quel Gramsci scriveva per bambini, volendolo e dovendolo fare innanzitutto, dal carcere, per i suoi figli, Delio e Giuliano. ‘L’albero del riccio e altre fiabe per la buona notte’ è una raccolta di favole scritte in carcere dal filosofo e fondatore del Pci tra il 1926 e il 1934 e spedite in forma di lettere da San Vittore appunto a Delio, nato nel 1924, e a Giuliano, nato nel 1926, che mai conobbe, e alla moglie Julca Schucht, violinista russa.

Per comprendere come queste fiabe abbiano catturato il piccolo Giovanni ci può essere utile leggere Gaetanina Sicari Ruffo, la scrittrice calabrese promotrice di Nuovo Umanesimmo, morta due anni fa: <<Gramsci dovette aver provato una grande dolcezza nello scrivere questi racconti per i suoi ragazzi intorno ai 10 anni, che egli vedeva solo con gli occhi della mente e che immaginava liberi ed aperti al mondo. Faceva di tutto per convincerli che era stato bambino come loro per donare quell’amore che non sapeva come altro dimostrare. Parlava loro della sua esperienza precedente di bambino, di come si fosse occupato ed avesse allevato piccoli animali: falchi, barbagianni, cuculi, ricci, tartarughe, persino una serpicina. Poi queste confidenze assumevano la veste di animali e di due bambini che sono i protagonisti di queste fiabe da leggere prima di dormire. Raccontano di ricci a caccia di mele, di secchielli con granchi e pesciolini, di battaglie tra corvi e gufi, di volpi furbissime alle prese con contadini e puledrini indifesi, di gioco della dama, di libertà nel disegno, di scuola e di figli che crescono, di uomini che cadono e risorgono, e fanno capire quanto sia importante lo studio della Storia e con essa della realtà e della Natura. Spesso il racconto infatti si allarga ad apologhi, allusivi d’una grande saggezza, come quello dell’uomo caduto in un pozzo profondo che non riceve aiuto da nessuno, neppure da un ministro di Dio, ma che conta solo sulle proprie forze per salvarsi…. Non sono favole fantastiche per allenare la fantasia, ma reali che preparano alla vita e mettono in guardia sulle sorprese del mondo. Conservano infatti qualche traccia di quel crudo realismo alla cui scuola Gramsci fu, nella descrizione della sanguinosa lotta tra gufi e corvi o della strana abitudine dei ricci di mangiare pezzo per pezzo la biscia e poi sparire nel cortile di casa, immaginando che qualcuno li voglia catturare per mangiarseli a sua volta. In guardia dunque dall’Homo homini lupus, adagio ripreso dalla lezione filosofica di Hobbes, per rimarcare l’istinto egoistico e di sopraffazione della natura umana… Che dire poi della frase rivolta, in una lettera, al figlio minore? “Caro Giuliano, hai visto il mare per la prima volta. Scrivimi qualche tua impressione”, per stimolare lo spirito d’osservazione del ragazzo e invitarlo a scrivere le sue emozioni, un po’ come si legge nel bellissimo brano raccontato da Carlino nelle Memorie d’un ottuagenario dell’italianissimo Ippolito Nievo, scrittore ottocentesco di quella letteratura italiana che certo egli aveva amato e meditato. I figli crebbero in fretta, ma non ebbero la fortuna di conoscere il padre che li pensava sempre con molta commozione e che morì il 2 aprile del 1937 >>.

Qui la sapienza narrativa di uno dei più grandi pensatori del XX secolo, filosofo e fondatore del Pci, martire antifascista, unita al suo amore di padre lo portano a concepire racconti meravigliosi in cui intreccia la propria fantasia con quella che ha portato Tolstoj, Kipling, Dickens a generare alcuni dei loro grandi capolavori che egli, con cuore di bambino, offre mirabilmente a tutti i bambini. E il piccolissimo Giovanni ne rimane conquistato.

Tra le altre sue letture preferite ‘Pioniere’, giornalino per ragazzi uscito nel ’50 diretto da Dina Rinaldi e Gianni Rodari, sospeso nel ’62, rinato dal ’63 al ’67 come ‘Il Pioniere dell’Unità’ quale supplemento del giovedì abbinato al quotidiano, successivamente in edicola con ‘Noi donne’ edito dall’Udi, Unione donne italiane.

Giovanni Spampinato ne è lettore assiduo, ma scrive anche e vede pubblicate le sue lettere su questa storica rivista, alternativa per formazione al più commerciale ‘Corriere dei piccoli’, curata da un gruppo di intellettuali e pedagogisti di altissimo livello intorno a Rinaldi e Rodari, come Ada Gobetti, Giulia Mafai, Graziella Urbinati, Franco Migliacci e tanti altri. Celeberrimi alcuni dei personaggi nati dalla loro matita, come Chiodino e Cipollino, Coccodella e Chicchiricchio, Atomino e Aquila bianca che racconta la storia degli Indios con gli occhi dei nativi americani.

E’ attraverso queste letture – e non per mera adesione all’esempio, all’impegno e all’attivismo del padre che semmai hanno il merito di stimolarle – che Giovanni, giovanissimo, forma la sua coscienza civile.

Una svolta per Giovanni Spampinato è la nascita dell’associazione ‘Nuova Resistenza’ alla quale, neanche quindicenne, decide subito di aderire. Siamo nel 1961 e la sua costituzione si deve ad uno studente universitario di Firenze al primo anno di Giurisprudenza: è Alberto Scandone, diciannovenne, comunista, incline al messaggio e all’azione politica di Giorgio La Pira: il ‘padre costituente’ artefice dei principi fondamentali della Carta, tornato quell’anno, il 7 marzo, al ruolo di sindaco, quattro anni dopo la cessazione di un lungo periodo di carica, fertile e profondo, dal ’51 al ’57.

Scandone matura l’idea della necessità di dar vita a ‘Nuova Resistenza’ nei giorni tragici di luglio ’60 quando il governo manda in ogni parte d’Italia la polizia a sparare agli operai che manifestano pacificamente in piazza. E’ il Dicastero di Fernando Tambroni, un monocolore Dc nato a marzo ’60 con il voto dei monarchici e quello, decisivo – fatto unico nella storia della Repubblica – del Msi i cui esponenti, anche stando in Parlamento, si proclamano fieramente fascisti. Quel governo dura appena quattro mesi, segnati dalla violenza di Stato su cittadini inermi: operai vengono uccisi a Catania, Licata, Palermo, Reggio Emilia. Scandone, turbato e sconvolto, non ancora diciottenne (Giovanni Spampinato ha solo 14 anni) avverte la necessità di un nuovo movimento e un nuovo impegno che riesce a concretizzare, dopo la maturità liceale, nell’autunno ’61. Tra i primi a sostenerlo proprio La Pira, il ‘Sindaco Santo’ che da tempo corre da un capo all’altro del pianeta per promuovere la pace.

Il ‘manifesto programmatico’ di ‘Nuova Resistenza’ si apre con la constatazione della completa indifferenza alla vita pubblica ed all’impegno politico che tocca un numero assai rilevante dei giovani della generazione nata negli anni della Resistenza e della Costituente. La presenza di un qualunquismo ch’egli registra così diffuso tra i suoi coetanei, spinge Scandone ad individuare uno ‘strumento nuovo’ capace di promuovere una partecipazione consapevole alla vita della Repubblica: <<far tesoro dello spirito e della lettera della Costituzione e creare uno spazio diverso da quello circoscritto delle federazioni giovanili organizzate nei partiti, ma aperto invece, e inteso a favorire la realizzazione d’un libero confronto, d’una schietta discussione e d’una ricerca nella confluenza critica delle opinioni e delle idee, nell’esame delle differenti posizioni elaborate dai partiti a faccia delle esigenze nuove che la società veniva maturando>>. Per Scandone è fondamentale <<condurre allora una lotta al qualunquismo giovanile facendo perno sulla scuola, e rivendicando l’elaborazione di programmi scolastici di storia contemporanea e di educazione civica rispondenti alle esigenze di una moderna educazione politica. Così come è necessario stabilire un contatto tra giovani studenti e giovani lavoratori, nella consapevolezza degli squilibri sociali ed economici e a fronte di una scuola che negli ordinamenti è segnata da un’impronta di classe e che nei programmi stenta a far opera di formazione democratica. Di fronte a questa situazione – si legge nel manifesto programmatico – Nuova Resistenza, costituita da giovani impegnati appartenenti a tutte le forze politiche e ideali che si richiamano alla Resistenza antifascista e accettano di competere sul terreno indicato dalla Costituzione, si propone di portare a tutti i giovani la realtà della democrazia italiana, attraverso la realizzazione di un dialogo su tutti i grandi problemi del nostro tempo».

Nuova Resistenza vede la partecipazione di studenti, per la maggior parte medi, ma anche universitari, di diverso orientamento: socialisti, comunisti, cattolici, ma anche non politicamente orientati. Il programma salda <<l’impegno politico della nuova generazione degli anni ’60 con l’antifascismo e la Resistenza: contro l’indifferenza alla cultura e contro la presenza ritenuta ancora pervasiva di una mentalità fascista nella legislazione, negli apparati dello Stato e nel costume, intende stimolare l’impegno culturale e civile dei giovani nelle scuole e nelle fabbriche. La lotta al qualunquismo, all’autoritarismo e al neofascismo si accompagna alla critica ai partiti, colpevoli del mancato sviluppo di una coscienza politica in Italia e di non aver favorito il dialogo tra forze di diversa ispirazione. Tuttavia, pur volendosi mantenere fuori dai partiti, Nuova Resistenza non intende confondersi con chi si muove in senso anti-partitico. L’attività dell’associazione si esplica nell’organizzazione di conferenze, nella partecipazione a dibattiti, nel confronto con altre associazioni giovanili, in prese di posizione pubblica rispetto ad avvenimenti nazionali e internazionali, attraverso manifesti, volantini, comunicati stampa e manifestazioni>>.

Nei primi mesi del ’62 l’associazione è formalmente costituita e dal 21 al 23 settembre dello stesso anno tiene a Firenze il suo primo congresso. Giovanni Spampinato vi partecipa come delegato eletto e si segnala per l’importanza del suo contributo. Sette mesi dopo, esattamente sessant’anni fa, eccolo a Ragusa in piazza San Giovanni con le insegne di Nuova Resistenza, a levare la voce per la libertà e la democrazia che egli, pur appena sedicenne, con lucida maturità, vede gravemente minacciate. Egli sa bene che i fascisti, pur di prendere il potere, proprio in quella piazza, il 9 aprile 1921, come a Modica il 29 maggio successivo e in tanti altri luoghi, hanno fatto strage di cittadini inermi. E, diciotto anni dopo la caduta di quel regime dispotico e sanguinario, sa che il fascismo è un fiume carsico sempre in moto pronto a riaffiorare e a fare di tutto per riprendere il sopravvento.

La minaccia in quel periodo è tremendamente seria, effettiva ed attuale come Spampinato dovrà rilevare anche negli anni successivi e fino alla morte che gli sarà inflitta da quello stesso pericolo che ha segnalato a tutti e del quale sarà vittima proprio per averlo segnalato e perché continua a farlo, e lo avrebbe fatto ancora in modo sempre più incisivo.

Se anche oggi la situazione è diversa e quel pericolo non più immanente, nondimeno rimane ugualmente importante e necessario difendere la verità e la memoria storica, indispensabili ad una coscienza collettiva capace di arginare ogni forma di minaccia per la democrazia.

Ecco perché ancora oggi sono vitali e salutari la lezione e la testimonianza di Giovanni Spampinato il quale il 25 aprile di sessant’anni fa, sedicenne, sul palco di Piazza San Giovanni sfida il revanscismo fascista e, nei nove anni e mezzo successivi che lo separano dalla morte violenta e prematura, dà prova continua di un impegno straordinario per il cambiamento verso una società più giusta, attraverso gli strumenti della verità giornalistica e dell’azione politica e sociale.

Gli ultimi anni del liceo (il Classico ‘Umberto I’ di Ragusa) lo vedono fortemente animato dal desiderio irrefrenabile di questo impegno poliedrico. Purtroppo non ci rimane molto dei suoi scritti di questo periodo che, pure, soprattutto in forma di lettere producono scambi importanti con i tanti ‘compagni di strada’ lungo il suo percorso intellettuale e politico. La sua coscienza civile di questi anni è quella che si modella sui valori e sul programma del movimento Nuova Resistenza che però nel ’65, dopo quattro anni, si scioglie. Non finisce invece il rapporto con Alberto Scandone il quale nel ’68, ventiseienne, diventa redattore de L’Ora e incoraggia Giovanni a spendersi nell’impegno giornalistico per il glorioso quotidiano fondato nell’anno 1900 (il quale ha o ha avuto tra le sue firme Verga e Pirandello, Quasimodo e Sciascia, Capuana e Guttuso, Rosso e Colajanni, Nitti e Serao) che quasi in solitudine, pur minacciato dal bandito Giuliano nel ’47 e devastato dal boss Luciano Liggio nel ’58, denuncia e combatte la mafia, di cui quasi tutti a partire dalla Dc e dal Vaticano ancora negano l’esistenza, nella trincea eroica per la verità e la giustizia.

Le loro vite rimangono legate fino ad un tragico destino che separatamente li attende giovanissimi, a distanza di meno di sei mesi l’uno dall’altro. La sera del 5 maggio 1972 Alberto Scandone è sul DC-8 Alitalia Roma-Palermo che un attentato (sì, un attentato o un sabotaggio, anche se indagini insufficienti e inadeguate non lo accertano) alle 22.20 fa schiantare a 935 metri d’altezza contro la sommità di Montagna Longa, un costone alto 975 metri tra Cinisi e Carini, pochi istanti prima di atterrare a Punta Raisi.

Una strage senza verità, come tante altre, da Portella della Ginestra nel ’47 a Capaci e Via D’Amelio a Palermo nel ’92, infine a quelle del ’93 a Milano, Firenze, Roma. Ma che le 115 vittime di Montagna Longa siano uccise dall’azione di qualcuno e non muoiano per una tragica fatalità o per qualche errore, non v’è ombra di dubbio.

L’analisi che lo conferma sarebbe troppo lunga ma qui basta solo qualche accenno: il comanadante pilota Roberto Bartoli non può avere scambiato il radiofaro di Punta Raisi con quello di Monte Gradara che si trova dieci miglia a sud (così un’indagine di comodo conclude, ma Bartoli è già atterrato 57 volte a Palermo e il suo ultimo messaggio è chiaro sulla correttezza delle operazioni in corso mentre l’aereo procede regolarmente e non v’è alcuna anomalia); la ‘scatola nera’ è senza dati: il nastro registrazione risulta spezzato alcuni giorni prima e nessuno l’ha segnalato; i magistrati inquirenti non acquisiscono il tracciato radar del Centro di difesa aerea di Marsala; il percorso dell’aereo da un certo momento in poi, senza alcuna anomalia, diventa ‘folle’, segno solo di una perdita improvvisa di controllo per un fatto che accade dentro il Dc-8 come un’esplosione: con i motori a pieno regime l’aereo prosegue come se ai comandi non ci fosse nessuno; le comunicazioni radio s’interrompono all’improvviso nel momento in cui tutto procede regolarmente; testimoni dicono di avere visto l’aereo in fiamme prima dello schianto su Montagna Longa; alcuni corpi sono integri e altri no, come se sia esplosa una bomba in una parte dell’aereo; le foto di un pezzo dell’ala del DC-8 documentano tre fori d’entrata, forse sparati da terra: in proposito Giuseppe Impastato, vittima come Giovanni della sua ‘pretesa’ di servire la verità, negli anni successivi segnalerà l’esistenza nella zona di un campo paramilitare di addestramento di neofascisti.

Il vice questore di Trapani Giuseppe Peri, il quale pochi anni dopo morirà isolato e denigrato, conclude le sue indagini attribuendo il disastro aereo ad un attentato terroristico fascio-mafioso, uno dei tanti atti della cosiddetta ‘strategia della tensione’ che si abbatte sull’Italia con la strage di Piazza Fontana a Milano. Il suo dossier (qui  qui  qui   qui  qui  qui  articoli sul caso), ignorato dal magistrato inquirente sarà recuperato e consegnato da Paolo Borsellino a Maria Eleonora Fais, sorella di Angela Fais, amica e collega di Giovanni Spampinato vittima di quella strage.

Illuminante lo scambio di lettere e di telefonate, documentato dal fratello Salvatore Spampinato nel suo recente libro ‘Giovanni Spampinato assassinato perchè cercava la verità’, tra Giovanni e Angela Fais, segretaria di redazione de L’Ora e di Paese Sera, nelle settimane che precedono la strage di Montagna Longa quando Giovanni, da oltre un anno impegnato nelle inchieste sulle trame neofasciste in Sicilia, è fortemente preoccupato perchè proprio in vista delle elezioni politiche del 7 e 8 maggio ’72 (il 5 maggio è il venerdì preelettorale) teme qualcosa’ di grave e di grosso’, essendosi imbattuto in una serie innumerevoli di notizie che ha pubblicato, nonchè di indizi e segnali su cui sta lavorando confrontandosi con i propri compagni di lavoro e di impegno civile tra i quali, appunto, Angela.

Di straordinaria importanza è l’allarme che lancia al Pci ibleo (cui da un anno è iscritto) in una lettera che il 5 aprile ’72 Giovanni Spampinato consegna personalmente ai dirigenti e che rimarrà ignorata, chiusa in un cassetto: è il cosiddetto ‘memoriale’ (qui) che, tenuto nascosto anche al padre Giuseppe Spampinato in quegli anni dirigente del partito, un moto di coscienza postumo di qualcuno per fortuna fa riemergere dopo la morte di Spampinato fatto uccidere da quella cricca neofascista di cui invano anche con quel memoriale segnala i pericoli. Il padre era preoccupato e non poteva certo essere Giovanni ad alimentare il suo sentimento, ma è anche come ‘dirigente del Pci’ che Giuseppe Spampinato rimane all’oscuro di quell’allarme che Giovanni affida al partito, temendo per la comunità e la democrazia. L’11 marzo ’72 in una lettera al fratello Alberto sugli avvenimenti di quel periodo, scrive: <<mamma mi dice che papà è molto preoccupato, ma se non si fa neanche questo, scrivere quello che succede e dare così il proprio contributo politico, che si fa?>>.

Rilette oggi, queste parole di Giovanni fanno impressione: ecco cos’era per lui la ‘politica’.

E’ utile qui richiamare alla memoria quella precisa fase storica che Spampinato vive, osserva, studia, indaga e documenta. Come vedremo meglio più avanti, egli fin dall’adesione a Nuova Resistenza conosce i pericoli che corre la democrazia e si batte ogni giorno per scongiurarli. L’escalation di fine anni ’60 e il salto di qualità dei piani eversivi che si concretizzano con la ‘strategia della tensione’ trovano Giovanni pronto a capire immediatamente ogni cosa e a derivarne all’istante lucide analisi di contesto e strategie di sistema appropriate. Perciò Spampinato sa collegare ciò che scopre a Ragusa e in Sicilia con quanto avviene altrove. Dopo la strage di piazza Fontana il 12 dicembre 1969 provocata dalla bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura nel centro di Milano che uccide 17 persone e ne ferisce 88 (e otto mesi prima c’erano stati l’attentato alla fiera di Milano e quelli falliti in piazza Scala e a Roma) Spampinato segue il filo della strategia che scorge ben chiara nei moti di Reggio Calabria, nella strage di Gioia Tauro del 22 luglio ’70 (il deragliamento del treno Siracusa-Torino con 6 morti e 66 feriti), nel fallito golpe Borghese della notte dell’Immacolata dello stesso anno. E quando ancora nessun giornale ne ha scritto (il primo sarà Paese Sera il 17 marzo ’71) Giovanni, il 10 marzo 71, pubblica su L’Ora il primo di una fitta serie di servizi-inchiesta sulle trame neofasciste in Sicilia, fino ad aprile ’72. La ‘strategia della tensione’ proseguirà ancora a lungo oltre la morte di Giovanni: con le stragi della questura di Milano (4 morti e 52 feriti) nel ’73, del treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro (12 morti e 48 feriti) e di piazza della Loggia a Brescia (8 morti e 102 feriti) nel ’74, di Alcamo Marina nel ’76 (uccisi due carabinieri, ma vittime ne furono anche cinque innocenti arrestati, torturati e falsamente condannati per quel duplice omicidio: due di loro uccisi o fatti morire in carcere per impedire la verità), della stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti) nel 1980. Eccidi nei quali il vecchio disegno eversivo neofascista si salda con l’azione di Licio Gelli (che nel ’70 prende in mano la P2, si adopera per il golpe Borghese e finanzia, promuove e sostiene le stragi degli anni successivi), con la mafia e con importanti apparati dello Stato i quali, per esempio con Gladio di cui si saprà solo nel ’90, fanno sì che con ogni mezzo, anche con i crimini più gravi, sia impedito il successo elettorale dei partiti di sinistra e l’avanzata delle forze sociali che democraticamente mettono in discussione quel sistema.

E’ lungo questa sequenza e in questo contesto che vanno collocati il lucido allarme che il 5 aprile ’72 Spampinato consegna al suo partito, il suo pregevole lavoro giornalstico, la ricerca incessante che persegue quotidianamente, la preoccupazione che condivide con le persone a lui vicine e alle quali è accomunato dallo stesso sentimento civile e culturale.

Sono mesi di tensioni perchè Giovanni sa che nell’orizzonte temporale delle elezioni politiche del ’72 quella strategia stragista alza sempre di più il tiro. E Giovanni, anche nella sua sfera privata, è colpito duramente dalla strage di Montagnalonga che gli porta via due amici e compagni di lavoro come Alberto Scandone e Angela Fais privandolo di due riferimenti importanti nella gestione di un periodo di drammatica e terribile emergenza nel quale egli porta anche il peso della battaglia combattuta in solitudine a Ragusa per la verità e la giustizia sul delitto-Tumino e sulle responsabilità di quelle stesse cricche che attentano alla democrazia e che, vedendo in lui un pericolo, lo seguono, lo controllano, lo minacciano. Anche la strage di Peteano, nel Goriziano, nella quale il 31 maggio ’72 sono uccisi tre carabinieri e feriti altri due, pur dall’estremità opposta dell’Italia non sfugge a Spampinato nell’analisi di quella strategia complessiva che mina lo Stato democratico e che egli scruta e approfondisce con attenzione.

Per la cronaca, tornando a quel 5 maggio ’72 di vigilia elettorale, oltre ad Alberto Scandone e Angela Fais, tra le 115 vittime (in quel momento è il più grave disastro aereo in Italia, superato solo nel 2001 da quello di Linate) vi sono Ignazio Alcamo, Antonio Fontanelli, Franco Indovina, Letterio Maggiore, e – aggiungiamo per mera curiosità di cronaca – l’ispettore generale del Banco di Sicilia Carmelo Valvo e il figlio dell’allenatore della Juventus Cestmir Vycpalek.

Ignazio Alcamo, sostituto procuratore generale di Palermo è il magistrato che ha imposto il soggiorno obbligato a personaggi come Francesco Vassallo il carrettiere-costruttore beneficiario del ‘sacco di Palermo’ (inflitto alla città da Salvo Lima e Vito Ciancimino il quale anni prima esordisce in affari vincendo un appalto grazie ad una lettera di Bernardo Mattarella di cui è stato segretario) e ad Antonietta Bagarella al tempo fidanzata di Totò Riina e sua futura moglie per tutta la vita; Antonio Fontanelli è il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Palermo; Franco Indovina è il noto regista che in quel momento lavora al film di Francesco Rosi sull’attentato che il 27 ottobre 1962 (esattamente dieci anni prima del delitto Spampinato) ha ucciso Enrico Mattei e sul quale stava indagando Mauro De Mauro prima di ‘scomparire’ il 16 settembre 1970; Letterio Maggiore è stato il medico personale del bandito Salvatore Giuliano assassinato 22 anni prima, e perciò, forse, custode di segreti inconfessabili tra la strage di Portella della Ginestra e l’avvelenamento di Gaspare Pisciotta.

Rientrando da questa divagazione, utile a farci comprendere il flusso dei tempi e l’attualità dell’impegno giornalistico e politico di Giovanni Spampinato in quel terribile e drammatico 1972, torniamo indietro negli anni della sua formazione.

Giovanni legge, studia, viaggia, ha mille idee e cerca il modo migliore per costruire strumenti di vero cambiamento all’insegna dei valori in cui crede. Nel ’65 si scrive all’Università di Catania, in Lettere e filosofia, e avvia le letture che definiranno il suo pensiero politico maturo: Herbert Marcuse, Antonio Gramsci, Theodor Adorno, Max Horkhaimer, Karl Marx, Friedrich Engels sono gli autori che ama di più.  Ovviamente questi ultimi due sono i giganti che con il loro socialismo scientifico, la concezione materialistica della storia, la critica dell’economia, della società e della cultura capitalistiche lo coinvolgono maggiormente e lo formano. Ma c’è in tutti gli altri autori, scelti non a caso, un filo che Giovanni afferra e con il quale, con originalità di ricerca e di visione, allarga il suo orizzonte oltre le tesi dei due grandi filosofi tedeschi dell’Ottocento tra di loro quasi coetanei.

Nell’elaborazione di Giovanni Sampinato la dialettica hegeliana e il concetto marxista di alienazione si fondono con le intuizioni freudiane sul comportamento umano e sull’interazione degli individui, per giungere al modello di socialismo democratico e libertario di stampo umanista di Erich Fromm. Un approdo questo, cui Giovanni perviene sempre sostenuto da un forte pensiero critico e da una visione propria: studiando, grazie a tutte quelle letture coordinate, l’alienazione del consumismo che svuota e annienta la sfera individuale, l’egemonia delle classi dominanti, l’analisi della struttura culturale e politica della società; sviluppando la critica del capitalismo monopolistico insieme a quella dei sistemi collettivistici socialisti; scorgendo la riduzione delle relazioni a pura apparenza, delle vite individuali a mera funzione di forze che governano le società di massa; collegando l’alienazione individuale alla disumanizzazizone dei rapporti sociali.

Tutto ciò comporta la necessità di un comunismo o socialismo democratico possibili solo cambiando radicalmente la struttura della società: con la presa di coscienza, l’informazione vera e libera, l’istruzione e l’acculturazione di massa, la partecipazione democratica.

Perciò Spampinato neanche ventenne viaggia in Jugoslavia e in Svizzera; perfeziona il francese ed apprende l’esperanto, la lingua dell’intera umanità concepita e creata per fare dialogare i popoli e per promuovere la comprensione e la pace.

Guarda con interesse al Pci perchè sa che tutto ciò richiede gli strumenti che solo una grande organizzazione di massa può dare, ma ancora per alcuni anni, fino al ’71, non si iscrive, rimanendo critico pur se impegnato, dentro un quadro di principi e di valori che sono quelli di Nuova Resistenza che egli declina all’insegna di un umanesimo sociale e di un cristianesimo convinto, fattivo, autentico e coerente, non nei riti ma nei gesti, non nelle parole ma nei fatti.

A vent’anni Giovanni Spampinato comincia il suo impegno giornalistico per Dialogo, periodico pubblicato da un’associazione fondata poco prima da un gruppo di cattolici progressisti tra i quali Luciano Nicastro, Giorgio Flaccavento ed altri. La prima volta, il 12 febbraio ’67, interviene da lettore con uno scritto sulla condizione dei giovani, problema che sente molto e che studierà a lungo: illuminante, su L’Opposizione di sinistra, successivamente, la sua analisi del fallimento o dell’insufficienza del movimento studentesco che a Ragusa, privo di strumenti (qui è arrivato solo <<qualche Marcuse di quarta o quinta mano>> scrive) il Sessantotto non l’ha visto.

L’attività giornalistica si fa sempre più fitta, tocca tutti i temi della realtà che stanno nelle corde del suo impegno intellettuale e politico e dal ’69 si esprime soprattutto su L’Ora mentre nel ’70 Dialogo si scioglie ed egli ne soffre perché la sua crisi nasce dall’equivoco di chi al suo interno parla in astratto senza volersi schierare fino in fondo e Giovanni, candidato indipendente nelle liste del Pci alle elezioni provinciali del 7 e 8 giugno 1970 – le prime a dare all’ente intermedio, da tempo istituito ed operante, organi democraticamente eletti – viene messo sotto accusa.

<<A Dialogo mi accusano di strumentalizzare il gruppo>> scrive, in una corrispondenza con un amico e compagno di impegno politico che vive a Roma, il 9 maggio ’70, quattro settimane prima del voto: <<insieme con qualche altro, sono stato messo sotto accusa all’interno di
Dialogo. II reato contestato è di “strumentalizzazione” a favore del Pci. In pratica,
siamo stati accusati di avere condotto del lavoro (lavoro di base in campagna,
organizzazione della manifestazione del 25 aprile) per nostri fini personali, forzando
deliberatamente la mano al gruppo, che non era maturo o addirittura non sarebbe stato
d’accordo (il tutto era stato deciso in sede di riunioni plenarie). La verità naturalmente è un’altra: da parte di alcuni elementi, interni ed esterni al gruppo, si teme che si vada troppo a sinistra, che “si perda di credibilità”. Al di là delle costruzioni ideologiche che si sono fatte per motivare la nostra (pratica) espulsione, c’e una manovra a largo raggio, iniziata parecchio tempo fa da elementi cattolici moderati, per fare tornare il gruppo all’antico costume (circolo semi-ricreativo)>>.

In una successiva lettera del 19 maggio ’70 allo stesso amico, Giovanni spiega meglio la vicenda: <<la crisi del gruppo ha radici più profonde, e se, strumentalmente, si è voluto ricorrere a metodi ed argomentazioni da caccia alle streghe, la verità è che il gruppo ha delle contraddizioni interne che, oggi, ritengo insanabili. In pratica, esiste una spaccatura profondissima fra una “sinistra”, che sostiene la necessità di un concreto lavoro di base  – confronto continuo con la realtà, con le categorie più sfruttate, lavoro con la base, verifica delle istituzioni (partiti, sindacati, amministrazione locali, ecc.), un “centro”, di matrice cattolica, che accetta sì in linea di principio il lavoro di classe, e che, dichiarandosi rivoluzionario, vede questa “rivoluzione” come presa di coscienza “da parte di tutti”. C’è poi una consistente “palude”, formata da fannulloni costituzionali,
che ideologizzano il loro farniente e accusano quelli che lavorano (guarda caso, è poi
la “sinistra” che lavora!), perché “strumentalizza” il gruppo. Insomma, al di là del fenomeno contingente ragusano, questa mi sembra una crisi più profonda, dello spontaneismo in quanto tale. Nel momento in cui ho sbattuto la testa con la realtà più concretamente che per il passato, e ho dovuto prendere delle posizioni, mi sono accorto che occorre una organizzazione che permetta uno sbocco al tuo lavoro>>. Giovanni poi spiega come ci sia bisogno del partito per incidere e ammette di avere cambiato di molto posizione. La scelta, nella primavera successiva, sarà conseguente: l’iscrizione al Pci. Brucia la ferita di questa rottura, ma nel contempo arde il fuoco di una lezione salutare.

Giovanni l’8 giugno ’70 non viene eletto alla Provincia mentre lo stesso giorno, al Comune, centra il traguardo Angelo Tumino nelle liste del Msi, il partito che tranquillamente si dichiara fascista: decadrà perché ineleggibile per via di un contenzioso legato ai suoi affari e alle concessioni di costruttore. Meno di due anni dopo, il 25 febbraio ’72 il suo omicidio, ancora oggi senza colpevoli, entrerà brutalmente nella vita di Giovanni.

Quell’esperienza elettorale e la crisi di Dialogo segnano l’impegno politico di Spampinato il quale  agisce anche nell’Arci (di grande pregio una sua relazione in quindici punti sulle associazioni culturali operanti in provincia) e a gennaio ’71 organizza a Marina di Ragusa una tre giorni di studio sulla questione meridionale cui, tra gli altri, interviene Salvatore Ingrassia protagonista in quegli anni, a fianco di Danilo Dolci, il ‘Gandhi italiano’, delle lotte per il riscatto della Valle del Belice, esattamente tre anni dopo il tremendo sisma che l’ha sconvolta.

Lotte sociali, impegno politico, giornalismo sono i tre terreni d’azione di Giovanni all’insegna di una visione e di un’elaborazione ideologica unitaria. Egli, pur vivendo nella periferia del profondo Sud, lontano dalle grandi reti di dialogo e di scambio culturale, legge e studia continuamente, si documenta e sa osservare la realtà sociale nella sua complessità, cogliendone tutti i nodi. E il più grosso è quel tappo alla democrazia prodotto dalla mistura di fascismo, complicità istituzionali, alleanze mafiose, massoneria segreta, convergenza di apparati deviati dello Stato.

Giovanni è colpito e turbato dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 di cui, nonostante i depistaggi e la narrazione distorta della stampa mainstream, comprende perfettamente il profilo dei mandanti e gli obiettivi perseguiti.

Il 14 novembre ’70 scrive al fratello Alberto, studente universitario a Pisa: <<… Se ricorrono alle bombe, alle sommosse, ai tentativi di colpo di Stato, è perché hanno difficoltà maggiori del passato. E se consideriamo il numero dei tentativi reazionari succedutisi dal ’64 ad oggi, dell’impegno che in essi è stato posto, e del fatto che sono regolarmente falliti, non possiamo non convenire che la strategia scelta dalla sinistra parlamentare ha dato risultati positivi…>>.

La lettera è molto più ampia e attiene all’analisi della realtà e agli strumenti più efficaci per i necessari cambiamenti sociali. Nel passaggio riportato Giovanni dimostra di conoscere tutti gli eventi del decennio appena trascorso, apertosi, nel 1960, con il governo Tambroni e  la fondazione di Avanguardia nazionale da parte di Stefano Delle Chiaie, uscito nel ’56 dal Msi per avere totalmente mani libere e potere pubblicamente dichiarare di volere abbattere con le bombe la democrazia. E il 25 aprile del ’60, quando quel governo è in carica da un mese, Delle Chiaie con un pugno di squadristi assalta a Roma la Casa dello Studente al grido ‘il 25 aprile è nata una puttana’.

Spampinato cita il ’64 perché il ‘Piano Solo’ e il tentativo di colpo di Stato guidato dal generale dei Carabinieri Giovanni Di Lorenzo rappresentano il primo vero tentativo eversivo messo in atto dai fascio-revanscisti e sa del ruolo fondamentale esercitato da Delle Chiaie peraltro in quel periodo ricercato (in teoria) per le bombe all’Altare della patria del 12 dicembre ’69 e quindi latitante, in effetti libero di scorrazzare a piacimento senza essere disturbato anche quando entra ed esce dalle questure di mezza Italia per intessere le sue trame.

Che quella italiana sia una democrazia limitata e che quel poco di democrazia che c’è sia in pericolo Giovanni lo sa bene e ne fa oggetto principale del suo impegno soprattutto dopo la ‘strage di Stato’. Sa anche che ciò non basta e che la questione democratica è innanzitutto questione di giustizia sociale, di uguaglianza, di rispetto della dignità della persona umana, di tutela dei più deboli, di garanzia del lavoro, di lotta allo sfruttamento e ad ogni forma di oppressione, di libertà dal bisogno. Sa infine che niente di tutto ciò sarà possibile senza una piena agibilità democratica che consenta le necessarie forme di lotta sociale, pacifiche ma radicali. Perciò è vitale smascherare e neutralizzare la minaccia neo fascista ch’egli ha scoperto e che incombe. Trova il modo di affrontare giornalisticamente il tema già il 18 maggio 1969 su L’Ora, pochi mesi dopo l’inizio della sua collaborazione. E pochi giorni dopo, il 23 maggio, sempre su L’Ora (qui) segnala la singolarità dell’esclusione delle associazioni dei partigiani dalla cerimonia d’inaugurazione di una stele ai caduti in piazza del Popolo a Ragusa.

Ma è dopo la strage di piazza Fontana che la sua attenzione cresce, lo studio documentaristico si fa profondo e scrupoloso, la ricerca delle notizie e di fonti attendibili in varie parti d’Italia costante, anche perchè la stampa ufficiale tace e quando deve dar conto di attentati di un certo rilievo la versione è sempre quella, distorta, che attribuisce a gruppi anarchici o di estrema sinistra le responsabilità: è il totale ribaltamento della verità.

Il 10 marzo ‘1971 su L’Ora Giovanni Spampinato firma un’inchiesta-shock (qui) dal titolo ‘Come si mobilitano le squadracce: pubblichiamo un documento riservato’. Tale documento è una lettera del numero due del Msi Tullio Sabelli il quale scrive ai ‘camerati’ per sapere su quanti uomini e su quante armi possa contare in caso di necessità. L’articolo è il primo di una lunga serie con cui per oltre un anno, fino al mese di aprile 1972, il giornalista batte sul tema. Sono tutti da leggere perchè in ognuno c’è la verità giornalistica, c’è la gravità e l’importanza delle notizie scoperte personalmente, c’è la sapienza dello studio e dell’analisi documentale, c’è l’abilità nella connessione delle fonti, c’è la calda passione civile ispirata dal bisogno avvertito da Giovanni di informare la comunità per dare ad essa e a ciascuno dei suoi membri gli strumenti di lotta democratica necessari per sconfiggere la corruzione, il furto di verità e di democrazia, il compromesso criminoso, l’oppressione delle classi più deboli, la pratica del privilegio e della rendita di posizione di pochi in danno del progresso sociale e della libertà.

Solo per citare appena qualche titolo e avere l’idea dello sguardo di Giovanni sulla realtà, il 29 marzo ’71 su L’Ora pubblica ‘Al raduno degli agrari: siamo fieri di essere fascisti’ (qui). Insomma Spampinato ci testimonia (a proposito dell’attualità del dibattito di oggi sul 25 aprile) come 26 anni dopo la Liberazione e nonostante il divieto costituzionale, sancito penalmente, un partito fascista è vivo e vegeto nel cuore della Repubblica d’ogni parte d’Italia e muove i suoi interessi contro i cittadini e i braccianti, utilizzando anche un ampio potere giudiziario affine per ostacolare le riforme legislative portate avanti alla luce del sole dalle forze politiche progressiste le quali in questo caso propongono la conversione in contratti d’affitto dei rapporti di mezzadrìa e colonìa: le risposte sono la rivendicazione fascista con l’intero suo arsenale di violenza.

Il 3 aprile successivo firma su L’Opposizione di sinistra’ l’articolo ‘I fascisti in Sicilia, untorelli o criminali? (qui) in cui polemicamente chiede se il fallito golpe Borghese di quattro mesi prima sia il frutto di <<velleità di un gruppetto di pensionati della politica>> (come, nel 2023, i musicisti di La Russa in via Rasella!), confuta la narrazione mediatica che esclude la serietà del disegno golpista e rivolge la sua attenzione al territorio siciliano dove sono chiari i segni della ‘strategia della tensione’.

Il 24 febbraio 1972, il giorno prima che venga ucciso Angelo Tumino, Spampinato pubblica su L’Ora ‘Squadrismo in Sicilia: il partito della malavita’ (qui); il 6 marzo successivo ‘Lo strano signor Mephalopoulos’ (qui)  e ‘Siracusa: a un passo dai colonnelli’ (qui) in cui documenta e dimostra  di quale reale natura siano certi movimenti e certi traffici tra la Sicilia orientale e la Grecia sotto il regime fascista insediato dai militari con un colpo di Stato. Traffici e scambi che mirano a mettere i fascisti italiani nella condizione di emulare il ‘successo’ dei colonnelli.

Due giorni dopo, l’8 marzo ’72 un servizio dirompente: ‘Delle Chiaie a Ragusa: ecco chi l’ha visto’ (qui); il 9 marzo ‘Cosa preparano a Ragusa i neofascisti?’ (qui). Ecco cosa vi si legge nella parte iniziale: <<…Cosa è quel “qualcosa di grosso” cui dicono di prepararsi i fascisti di Ragusa e Siracusa? Le voci, gli indizi, le testimonianze che “L’Ora” ha raccolto e pubblicato nei giorni scorsi dimostrano che non si tratta solo di sterili sfoghi verbali degli ammiratori dei camerati Valerio Borghese e Pino Rauti, ma che sotto c’è qualcosa. Ieri un anziano militante comunista riferendomi alcuni episodi riguardanti esponenti missini di cui era stato recentemente testimone, diceva: “Fino al ’21 nessuno a Ragusa credeva che i fascisti facevano sul serio. Anche il sindaco socialista La Carruba diceva: “ragazzate”. Poi, il 9 aprile del ’21, Pennavaria e altri fascisti spararono sui contadini e fu un eccidio. E lo stesso sindaco fu cacciato dal municipio dai fascisti con la minaccia delle armi. Ora si vuole creare lo stesso clima, e allora bisogna stare attenti”. Emblematicamente, a significare la continuità della vocazione della violenza e sopraffazione, all’attenzione del cronista si presenta il nome di uno di quelli che nel ’21 spararono: l’avvocato Serafino Schembari, agrario. L’albergo di 250 stanze con piscina che il signor Quintavalle, già appartenenti alla X MAS del “principe nero” Valerio Borghese, diceva di aver intenzione di costruire in contrada Nunziata-Conservatore, avrebbe dovuto sorgere su terreno dell’avv. Schembari>>.

Coraggiosa, lucida e drammaticamente vera la rievocazione storica sull’eccidio di piazza San Giovanni e sul ruolo di Filippo Pennavaria, gerarca fascista e membro del Governo Mussolini al quale, incredibilmente, ancora oggi a Ragusa sono intitolati il ponte più importante ed una via centrale nella città.

Il 10 aprile successivo, siamo nel ’72, mentre Spampinato vive sulla propria pelle il tormento per il continuo ribollire della violenza fascista che teme possa abbattersi sulla comunità democratica iblea come documentato dal suo ‘memoriale’ consegnato al Pci il 5 aprile, esce su L’Ora ‘Cosa c’è dietro le bombe nel Siracusano?’ (qui).

In tutti questi servizi d’inchiesta un resoconto dettagliato di fatti di grave allarme sociale. Ecco due brevi brani del report sullo squadrismo: <<Il 4 gennaio, in piazza Diana, a Comiso, i fascisti sfilano in formazione militare, in camicia nera, con i gagliardetti, scandendo slogans apologetici del fascismo e cantando canzoni fasciste. La polizia non ritenne opportuno intervenire né denunciare il fatto>>… <<Nel 1971, durante un comizio a Pozzallo, l’on. Salvatore Cilia, dopo aver generosamente definito “falliti, cornuti, ladri, pederasti, ignoranti” tutti gli esponenti locali e nazionali, e dopo avere avvertito il maresciallo dei carabinieri “di stare attento, perché lui (il Cilia) aveva degli amici nella Legione”, dichiarò: “la prossima volta verrò a Pozzallo con cento persone armate di mitra e allora il carabiniere lo farò io”. Due giorni dopo, giungono a Pozzallo cinque macchine cariche di squadristi. Quattro lavoratori che si avviano alle loro case vengono provocati per essere pestati. I lavoratori reagiscono, ma sarebbero stati sopraffatti se dai bar della piazza non fossero uscite decine di lavoratori, costringendo la teppaglia a fuggire>>.

Nell’articolo del 24 febbraio ’72 scrive tra l’altro Spampinato: <<… Una novità, in provincia, la comparsa delle SAM, perseguibili per legge già per il solo nome (Squadre di Azione Mussolini): organizzazioni paramilitari nate per aggredire, per uccidere. Il 30 gennaio, un esponente missino grida in piazza nel corso di un comizio che “Vittoria è fascista”: nessuna denuncia da parte delle autorità. Le SAM agiscono soprattutto nelle scuole in particolare allo Scientifico, l’istituto dove più forte è la presenza dei giovani del Movimento Studentesco, della FGCI e di altre organizzazioni di sinistra. Durante la ricreazione si svolgono riunioni squadristiche a cui partecipano elementi estranei alla scuola. Non fanno mistero di essere armati, mostrano i tirapugni, perfino le pistole. Di tanto in tanto, per intimidire gli studenti più attivi, scattano fotografie. Gli attacchi personali, verbali e fisici, non si contano>>.

Non serve qui andare oltre nelle citazioni. Gli articoli di Giovanni Spampinato vanno letti tutti: calati e contestualizzati nel suo tempo, essi sono di palpitante e drammatica attualità nel nostro presente. E’ inimmaginabile quale grandezza la sua opera di giornalista, scrittore, politico, intellettuale avrebbe raggiunto se egli avesse potuto continuarla sinora (oggi avrebbe 76 anni) e ancora a lungo in futuro, fino a quella morte naturale che tutti confidiamo di incontrare alla fine della nostra esistenza.

Egli, poco più che ventenne, in condizoni difficilissime, ha fatto tutto ciò cui solo in piccola parte qui abbiamo potuto accennare: una lezione, un esempio, una testimonianza, un lascito morale, civile, culturale e politico con cui ci spiega, ancora oggi, quanto valore abbia, allora come ora, quella grande lotta di civiltà, di libertà, di dignità e di democrazia alla quale, come gli eroi della Resistenza, egli ha sacrificato la vita.

Se il 25 aprile ’45, con la Liberazione dal nazifascismo, l’Italia ha riconquistato la libertà e la democrazia, l’opera di Giovanni Spampinato, purtroppo concentrata in appena un decennio perchè interrotta dal suo assassinio in giovanissima età, ci dicono come quella conquista, allora come ora, vada difesa ogni giorno. E non c’è modo migliore ed efficace di farlo che con gli strumenti che con generosità, coraggio, coscienza civile, amore per il bene comune, egli ha saputo offrire – a tutti noi ancora oggi – fino al sacrficio estremo della vita.