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Spampinato ancora solo: J’accuse del fratello Salvatore contro la stampa. Come eravamo e come siamo diventati

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Le parole di Salvatore Spampinato, fratello del giornalista ucciso Giovanni, grondano forse amarezza, ma certamente anche verità, passione civile, indisponibilità alla rassegnazione, appello e chiamata all’impegno: tutti sentimenti che certamente toccano, ma vanno oltre, la sfera della sua vita individuale e degli affetti familiari.

Il post (link in coda a questo articolo) pubblicato ieri nel profilo fb <<Fratello di Giovanni Spampinato>> aperto, con la foto di questi, da Salvatore per accendere un faro sul sacrificio del giovane giornalista, vivificarne la memoria collettiva sotto la luce di una verità ancora in gran parte da conquistare, è un lamento accorato, una denuncia lucida e vera, una voce diretta che interpella le coscienze e per la quale va ringraziato.

Salvatore in buona sostanza si duole della scarsa, o nulla, attenzione degli organi d’informazione sul terreno che da anni lo vede strenuamente impegnato: la memoria collettiva e la verità. Posto che ogni momento è utile per alimentare tale attenzione, il recente anniversario dell’assassinio di Giovanni, evidenziato dalla lapide posta dal Comune nel luogo in cui avvenne (contributo importante al ricordo perenne e alla conoscenza) avrebbe richiesto ben altro che il silenzio o la pubblicazione rituale di poche parole vuote e stantie, sempre inutilmente uguali a se stesse, pur nella novità dell’impegno, nell’emersione di fatti e sviluppi imprevisti, di spunti interessanti provenienti dalla rilettura delle fonti documentali cui Salvatore da tempo si dedica e perfino dinanzi alla recente iniziativa della Procura presso il Tribunale di Ragusa di riesaminare gli atti e di compiere nuove indagini per una possibile, clamorosa, riapertura del caso archiviato 43 anni.

La sentenza della Corte di Cassazione del 3 ottobre 1978 ci consegna infatti un piccolo, parziale, forse neanche attendibile, pezzetto di verità lasciando totalmente nell’ombra chi veramente e perché abbia voluto porre fine alla vita di Giovanni, peraltro senza che mai una sola parola sia mai stata detta dall’autorità giudiziaria sul delitto Tumino di otto mesi prima sul quale Giovanni, giornalista di rigida tempra morale e – nonostante la giovanissima età – di compiuto e limpido valore professionale, seppe guardare con occhi lucidi e attenti scrivendo, il solo a Ragusa, con onestà intellettuale, sempre e totalmente per la verità e non, come fecero gli altri, per coprire complicità, silenzi, trame, aberrazioni giudiziarie utili a non disturbare un circuito di potere del quale la stampa era parte.

Una realtà bieca e amara che Giovanni dovette subire sulla propria pelle, ben prima di essere ucciso. Se egli – mite, gentile, pacato, generoso – non osò mai attaccarla pubblicamente, in privato (c’è una lettera ad attestarlo) definì la stampa iblea <un’associazione ad omertà controllata>>.  Anche in questo sfogo privato disse la verità.

L’ho potuto constatare e documentare io quando, diversi anni dopo, cominciai ad occuparmi del caso e, tra i tanti aspetti inquietanti della vicenda, rivolsi la mia ricerca anche alla stampa del tempo di cui il quotidiano La Sicilia, il più diffuso dei tre (oggi è l’unico inoltre ad avere conservato un’edizione ed una redazione locali a Ragusa) era il pilastro.

Feci una meticolosa ricostruzione storica per raccontare come la stampa – tutta, tranne Giovanni Spampinato – avesse raccontato i fatti che precedono la sua morte: sempre e soltanto, ad ogni avvistar di frizione tra la semplice verità chiara e pulita da una parte e gli interessi di quel circuito melmoso dall’altra, schierata in favore di questi ultimi e contro la prima.

Oggi, quasi mezzo secolo dopo, rispetto a quei momenti la realtà e cambiata. Non, o non solo perché il sistema dell’informazione, certamente più ampio e aperto, sia migliorato, ma, anche e soprattutto, perché la comunità è cresciuta e il potere delle istituzioni è meno arroccato di prima nella difesa di interessi mortificanti per la coscienza morale, la verità, la giustizia.

Nondimeno, pur nelle mutate condizioni, comprendo il grido di dolore di Salvatore, è sacrosanta la sua denuncia ma il problema è più vasto e complesso e ne coglie tutta la profondità Riccardo Orioles nel commento al post con la sua battuta caustica, fulminante e tremendamente vera.

Se io nei giorni scorsi ho dedicato una certa attenzione alla vicenda, con articoli e con l’intervista tv che Salvatore Spampinato benevolmente ricorda, ho solo fatto – ed è sempre poco – ciò che considero doveroso e normale e in questo caso devo ringraziare una nuova realtà editoriale come Mediagroup editrice di In Sicilia Tv se, lanciando una realtà televisiva regionale centrata sull’informazione indipendente al servizio della comunità, mi dà la possibilità di destinare ad essa contenuti informativi (questo, come tanti altri) poco o per nulla presenti nel prodotto corrente dei media locali nel territorio. La stessa cosa ho fatto in tutte le realtà editoriali in cui ho operato, fino alla precedente, pochi anni fa quando per la prima volta ho potuto raccontare l’impegno tenace di Salvatore Spampinato. Diversamente avrei semplicemente potuto affidare ai mezzi di tutti, i social network, al di fuori di strumenti editoriali, il mio desiderio civile di sostenere la necessità della memoria e la ricerca della verità.

Nessun ringraziamento quindi, né nota di merito, mi spettano. Confido che le parole di Salvatore Spampinato possano essere quello shock salutare di cui abbiamo bisogno, tutti, come cittadini e come comunità.

Sulla stampa, e sulla categoria dei giornalisti, come tali, non farei troppo affidamento. Versano, soprattutto nelle periferie regionali, in una sorta di grado zero per tante, complesse, ragioni che porterebbero l’analisi troppo lontano dal campo di osservazione di questo articolo.

Molto di recente ho potuto, e dovuto, rendermene conto più brutalmente di quanto il mio pur consapevole disincanto mi lasciasse credere.

Le realtà editoriali più consolidate guardano ai conti di gestione rinunciando all’unica cosa che potrebbe migliorarli: informare sul serio i lettori e da questi esserne ricompensati. Quasi sempre scelgono la scorciatoia della collusione con i poteri a cui dovrebbero fare le pulci e, anche dal basso, lo stesso atteggiamento individuale assume spontaneamente e naturalmente la quasi totalità dei giornalisti nel modo di espletare il proprio lavoro: sì alle veline di palazzo in totale cancellazione di ogni spirito critico, sì ai comunicati stampa che incensano chi li emette, alla piccola cronaca superficiale e innocua. No invece alle <<notizie>> (fatti di pubblico interesse) con le quali è più faticoso riempire le pagine dei giornali perché vanno cercate, vagliate, verificate, estese al relativo campo d’indagine: ed è ancora più faticoso, oltre che sconveniente per un sistema corroso e piegato, quando la loro pubblicazione non sia funzionale al circuito monocorde degli interessi forti e correnti. Ma non è solo un problema di sistema dei mass media pervaso da commistione di interessi e scarsamente vocato alla funzione sociale sua propria. Anche senza condividere coscientemente questo livello di responsabilità, la gran parte dei giornalisti operanti in una piccola realtà locale sconta un vuoto e una distanza culturali enormi rispetto all’essere e al fare, sul serio, ciò che dovrebbero: appunto i giornalisti. Esattamente ciò che era e ciò che faceva Giovanni Spampinato (perciò, felice, la battuta di Orioles) e che oggi – non inganni il titolo, nè l’attività in apparenza svolta –  quasi nessuno è e quasi nessuno fa.

Di recente ho dovuto constatare direttamente come anche le organizzazioni rappresentative dei giornalisti – in questo caso l’Associazione siciliana della stampa, sindacato unitario il quale, dovendo tutelare il lavoro giornalistico, è (sarebbe) vincolato innanzitutto a battersi per la libertà di stampa, per il pluralismo e per il diritto dovere di informare i cittadini su ogni fatto o tema di pubblico interesse – si siano ridotte a colludere con i peggiori poteri, anche pubblici, e a offrire loro il silenzio servile e l’acquiescenza compiacente all’unico prezzo possibile: la negazione della libera informazione che è – sarebbe, se ci fosse sul serio – essenza e fondamento della democrazia.

 

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