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Giovanni Spampinato martire della verità: lezione civile e lascito etico che Ragusa non ha ancora del tutto compreso

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Il volto di Giovanni Spampinato, nella lapide ben visibile da ieri, 49° anniversario del suo assassinio, proprio nel luogo – via Giuseppe Di Vittorio, dinanzi al carcere – in cui esso fu eseguito, in questo scatto fotografico nel momento della cerimonia per la sua scopertura, sembra parlare al fratello Salvo e al sindaco di Ragusa dietro i quali circa cento persone si sono radunate per l’occasione.

Salvo Spampinato, sedicenne quando il fratello maggiore fu ucciso, da anni si batte per vivificarne la memoria, liberarla da dubbi e false letture storiche frutto di quella società malata nella quale il <<delitto in nome collettivo>> potè essere compiuto e per chiedere la verità, tutta la verità, finora in gran parte negata, su chi e perché volle mettere fine alla vita di Giovanni.

Il sindaco in carica, Peppe Cassì, ha accolto e realizzato la proposta di questa lapide – un piccolo significativo passo avanti, in un percorso ancora lungo – e rappresenta in questa fase la massima istituzione cittadina che può e deve fare tutto il possibile perché Ragusa saldi il suo debito con Giovanni e sia finalmente all’altezza del suo sacrificio.

Un concetto sottolineato nel corso della cerimonia dal giornalista Angelo Di Natale, nostro direttore, invitato da Salvo Spampinato ad intervenire per l’occasione.

Di Natale, in un messaggio diffuso sui social ha definito <<Giovanni Spampinato un giovane, un giornalista, un martire civile>> che <<ci dona una testimonianza perenne, una lezione etica ed un lascito morale e culturale che solo in parte, finora, sono stati compresi, custoditi, onorati, nella coscienza, nella memoria, nei gesti e nella vita collettiva della città che ebbe la fortuna e il privilegio di dargli i natali. Si può e si deve fare molto di più – conclude il post – per essere degni di questo lascito, e ricomporre la verità sfregiata>>.

Nell’intervento durante la cerimonia, dopo le parole del primo cittadino e di Salvo Spampinato, Di Natale ha osservato che già le sentenze d’appello e della Cassazione, nel ’77 e ’78, hanno stabilito per sempre che Giovanni esercitò correttamente il diritto di cronaca, fu un giornalista esemplare, capace di scrivere la verità senza provocare né procurare un danno ingiusto ad alcuno, anche se fino agli anni ’90 una certa calunniosa vulgata corrente ha alimentato falsamente l’idea che il giornalista <<la morte se la fosse cercata per imprudenza o provocazione>>.

Di Natale ha poi aggiunto che quelle sentenze contengono solo una parte della verità perché l’analisi storica e le fonti documentali dicono che se ad uccidere fu (o fu anche) la mano di Cambria, altri decisero e pianificarono l’assassinio di Giovanni non per ciò che aveva scritto sul delitto Tumino e sul coinvolgimento del suo futuro assassino, ma per le inchieste giornalistiche che continuava a condurre sulle trame dell’eversione nera in piena strategia della tensione, sul neofascismo che nelle province di Ragusa, Siracusa e Catania addestrava i propri gruppi militari finanziandosi con traffici illeciti di armi, sigarette e pezzi d’antiquariato: affari ordinari di quel mondo – che Giovanni ebbe il grande merito di scoprire e di indagare – abitato da figure periferiche come Angelo Tumino e Roberto Campria e che aveva manovratori, capi e strateghi centrali ad un livello superiore: dove Giovanni sarebbe potuto arrivare.