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Assostampa Ragusa, scioglimento “aumm aumm” e “legalità” ripristinata a caciocavallo, silenzi e bavaglio

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Un querelificio “istituzionale” contro la libera informazione: Assostampa muta

Con l’insediamento del nuovo sindaco si chiude la gestione commissariale del Comune di Vittoria durata 39 mesi nonostante la legge – l’art. 143, n. 10, del Tuel, il Testo unico enti locali – ne limiti i suoi effetti ad un <<periodo da 12 mesi a 18 mesi, prorogabili fino ad un massimo di 24 mesi in casi eccezionali>>. Un grave vulnus all’ordinamento vigente, allo Stato di diritto, alla democrazia con il quale il Covid c’entra poco o nulla. Ma qui il tema non è questo.

L’amministrazione comunale straordinaria appena uscita di scena è stata retta da una triade guidata da un poliziotto in pensione, Filippo Dispenza la cui carriera, fino al titolo di prefetto acquisito alle soglie della quiescenza, ha brillato soprattutto nella fase degli stretti rapporti personali con Antonello Montante, il noto falso campione antimafia oggi accusato di mafia e plurimputato con una prima sentenza di condanna in primo grado a 14 anni di reclusione, il quale, allora potentissimo, poteva tra l’altro disporre a piacimento della pubblica funzione di Angelino Alfano, il più longevo ministro nella storia della Repubblica, per quasi 4 anni di seguito di stanza al Viminale ed altri 5 tra Giustizia ed Esteri. Tale amministrazione si è segnalata per la quantità inverosimile di querele per diffamazione a mezzo stampa promosse contro diversi giornalisti e, soprattutto, cittadini. Oltre un centinaio: la stima è sommaria perché la triade commissariale non ha mai voluto fornire notizie in proposito e gli uffici comunali sono stati ridotti ad uno stato di caserma: impronte di una certa ‘legalità’!

Il reato contestato in questo ciclone di azioni giudiziarie assurde e insensate è sempre quello di diffamazione a mezzo stampa, anche nei confronti di persone comuni ‘colpevoli’ di avere scritto qualcosa su facebook o altri social, anche solo per esprimere civilmente e civicamente il disagio per un disservizio comunale.

Ma vengo al punto. Quando divenne pubblica la notizia di una querela di siffatta amministrazione comunale di Vittoria nei miei confronti, quale direttore responsabile di una testata tv, per un servizio trasmesso l’1-8-2019, qualcuno, incredulo e indignato, tra i tanti scambi dell’allora fitto dibattito cittadino sui social, scrisse: <<E l’Assostampa non ha niente da dire?>>.

Per la cronaca sono imputato di diffamazione a mezzo stampa per la frase <<c’è una cappa di piombo che impedisce l’esercizio minimale delle funzioni democratiche>> contenuta nel servizio giornalistico tv trasmesso nella data riportata, quindi dopo un anno di amministrazione comunale straordinaria arroccata dentro un palazzo chiuso e blindato (non c’era ancora alcun virus ad insidiarlo), sordo e impermeabile a tante richieste e istanze di cittadini, associazioni, movimenti, gruppi sociali.

Trovo risibile l’imputazione, sfociata in un processo voluto direttamente dal pm che già il 18-10-19, ancor prima dei novanta giorni entro i quali avrebbe potuto essere proposta querela, mi notificò l’avviso di conclusione delle indagini preliminari: indagini superveloci come documenta il fascicolo il cui unico atto è la pretesa di quella triade podestarile di punire chiunque, cittadino o giornalista, non stesse in silenzio: pretesa recepita prontamente e acriticamente da una procura zelante che la spinge in giudizio senza il vaglio di un giudice.

La trovo risibile perché, in modo lampante e immediato, l’imputazione pretende di negare, e comunque travisa, ciò che, semplicemente e cristallinamente, è mero esercizio del diritto di cronaca e di critica, legittima ed anzi doverosa a fronte dei fatti incontestabili del grave disagio patito da un’intera città che soffre e non può in alcun modo inoltrare le proprie istanze all’amministrazione.

Ma il tema di questo articolo è l’Assostampa, ovvero, più propriamente, l’Associazione siciliana della stampa e la sua sezione provinciale di Ragusa.  Pertanto la premessa voleva solo introdurre, appunto, quella domanda: <<Non ha (non aveva) l’Assostampa niente da dire?>>.

“Scioglimento” atto estremo, top secret i gravi motivi di una decisione inquietante

Di quella domanda (oggi sono trascorsi due anni) neanche mi curai, ben sapendo come l’Associazione Siciliana della Stampa – sindacato unitario (siamo l’unica categoria a non avere bisogno di pluralismo sindacale) dei giornalisti – da molto tempo, in provincia di Ragusa più e peggio che altrove, fosse occupata in tutt’altro che difendere la libertà di stampa ed esercitare le prerogative per cui ha ragione d’esistere, ben illustrate dall’art. 2 dello statuto, in pratica il primo e più importante visto che l’art. 1 semplicemente ne certifica l’avvenuta costituzione.

L’Assostampa è stata silente non solo nel caso della querela citata (sulla quale di tale silenzio nulla mi importa e della quale parlo oggi per la prima volta solo per raccontare il resto), ma anche di tutte le altre, contro diversi giornalisti e cittadini, persone comuni le quali peraltro reclamavano qualcosa che attiene alla funzione stessa della stampa: informare, fare conoscere i fatti di pubblico interesse, favorendo così il più ampio esercizio della libertà di critica e di manifestazione del pensiero la quale fa circolare idee e proposte per migliorare la realtà delle cose e la vita di tutti.

Di quella domanda e del tema posto non mi curai allora, né nei due anni successivi, perché sapevo e so quali interessi la sezione provinciale dell’Assostampa da tempo servisse e, pertanto, del suo silenzio non rimasi sorpreso.

Sorpreso però, nonostante la mia cruda, disincantata e rassegnata consapevolezza, sono rimasto più di recente, tra dicembre e gennaio scorsi, quando ho saputo dello “scioglimento” della dirigenza della sezione provinciale dell’Associazione siciliana della Stampa. Sì, si chiama scioglimento ed è lo strumento previsto dall’art. 22 dello statuto. In pratica l’organismo dirigente della sezione territoriale, democraticamente eletto dall’intera base degli associati riuniti in assemblea, può essere sciolto <<per gravi motivi che ne menomino il prestigio e la funzionalità>>. Una decisione straordinaria ed eccezionale, assunta dal consiglio regionale con voto a maggioranza di due terzi: il quorum in assoluto più alto previsto dallo statuto. Nessun’altra deliberazione ha bisogno di un così alto consenso.

Nonostante da tempo – certamente gli ultimi tre lustri ininterrottamente, ed anche, in un periodo precedente prima chiuso e poi purtroppo riaffacciatosi, appunto, per quindici anni di fila – l’Assostampa iblea fosse precipitata molto al di sotto della soglia di dignità tracciata dalle funzioni statutarie, lo scioglimento mi colpì profondamente.

Per questa ragione ho voluto essere presente all’assemblea provinciale, la prima dopo quel provvedimento, tenutasi il primo marzo 2021 sotto la reggenza del dirigente delegato dal segretario regionale. In quell’occasione, come se lo statuto non esistesse e l’art. 22 non disciplinasse in modo preciso presupposti, limiti ed effetti dello scioglimento, il reggente parlò dell’opportunità di un azzeramento in seguito alla vacatio della carica di segretario provinciale per morte, a fine ottobre 2020, del titolare pro tempore. Ma in ogni caso, quale che sia il motivo (dimissioni, decadenza, morte) della cessazione anticipata di una singola carica del direttivo, lo statuto prevede l’elezione relativa alla sola sua copertura.

In effetti poiché quando la vacatio si determinò, era imminente la scadenza (prevista a febbraio 2021) dell’intero direttivo, si sarebbe ragionevolmente potuto optare per un rinnovo totale secondo le procedure ordinarie.

Ma non è ciò che avvenne. Il consiglio regionale, con l’eccezionale gravità dei presupposti e l’abnorme responsabilità della decisione sancita dal suo quorum, fece (dovette fare, presumibilmente) una scelta precisa, ricorrendo all’art. 22 <<per gravi motivi che menomino il prestigio e la funzionalità…>>  e deliberando lo scioglimento dell’intero direttivo della sezione provinciale.

Per la cronaca la reggenza straordinaria insediata è durata ben oltre i termini consentiti dallo statuto: almeno nove mesi invece dei tre fissati come tempo massimo (<<la reggenza …..non può durare più di 90 giorni>>). E non sappiamo, perché nessuno lo ha detto, se lo sconfinamento, fino a tre volte il massimo consentito, dei tempi statutari di sospensione della democratica vita associativa interna, sia stato dovuto all’enormità di quei <<gravi motivi che …>> e all’eccezionale attività, magari complessa e faticosa, occorsa per la loro rimozione, o ad altri fattori.

Consegna del silenzio e bavaglio per mano di chi può esistere solo per combatterli

Ma quali così gravi motivi avevano <<menomato il prestigio e la funzionalità>> della sezione provinciale?

Silenzio assoluto. Nessun cenno dal reggente nell’assemblea tenutasi il primo marzo scorso, né dal segretario regionale, anch’egli presente, che qualche settimana o mese prima lo aveva delegato a quella reggenza. Nessun cenno mai in seguito, come se neanche esistessero quei <<gravi motivi>> che pure sono presupposto necessario di un provvedimento tanto abnorme e dirompente.

Insomma uno scioglimento ‘aumm aumm’, come se l’arresto della normale fisiologia democratica fosse cosa di nessun rilievo o, peggio, affare da nascondere.

Il 5 ottobre scorso, quindi, assemblea provinciale per l’elezione del nuovo direttivo. Convocata dal reggente (così lo definisce lo statuto, anche se l’interessato ha preferito, anche in atti ufficiali, autonominarsi ‘commissario’) il quale in questo modo conclude, in enorme ritardo, il suo mandato.

All’ordine del giorno <<costituzione ed insediamento degli organi assembleari; relazione commissario provinciale; dibattito; elezioni nuovo direttivo provinciale: segretario, vice segretario collaboratore e tesoriere; varie ed eventuali>>.

Era la prima volta nella storia che un’assemblea Assostampa per l’elezione degli organismi facesse seguito ad uno “scioglimento”. Il minimo che ci si potesse attendere era una relazione puntuale ed esauriente del reggente il quale, riconsegnando la sezione alla sua normalità democratica, assicurasse di avere rimosso quei gravi motivi e spiegasse come fosse riuscito a raggiungere tale risultato.

Invece nulla di nulla. Non una sola parola sui motivi, né sul loro superamento. In compenso una relazione lunga, vuota, priva di ogni analisi – politica, economica, culturale – dei temi e dei problemi dell’editoria, dell’informazione, della valenza civile e sociale della sua funzione e, sul terreno più propriamente sindacale, del lavoro giornalistico. Una relazione di cui si ricorda solo l’elogio del territorio ibleo per la qualità delle produzioni lattiero-casearie apprezzate dal reggente, sia pure al duro prezzo – ci ha riferito – del suo bilancio personale fatto di chili in più e soldi in tasca in meno in oltre nove mesi di carica e di esercitate funzioni.

Comunque una relazione lunga nella sua durata, come lo era stata quella del segretario regionale.

Rimango ulteriormente sorpreso da ‘quella consegna del silenzio’ che senza eccezioni di sorta durava da sempre, quanto meno da quando in qualche stanza devono essere emersi i segretissimi gravi motivi della decisione: un silenzio a quel punto tombale, essendo l’assemblea del 5 ottobre scorso l’atto conclusivo di una fase. Perciò, appena si apre il dibattito chiedo di parlare sulla relazione del reggente. Per domandargli, alla luce della norma dello statuto che consente lo scioglimento, quali fossero stati i ‘gravi motivi’, tra i quali certo non può figurare l’opportunità di un rinnovo collegiale che avrebbe potuto essere fatto senza alcuno scioglimento e senza la liquidazione degli organi democraticamente eletti.

Mentre parlo, arrivano già le prime ‘risposte’ in forma di insofferenza di alcuni dei presenti per le domande che pongo e di tentativi reiterati di impedirmi di porle. La ‘risposta’ successiva giunge dal reggente che con il segretario regionale di fatto presiede l’assemblea e che mi toglie la parola con la motivazione che il tempo, da lui stabilito, di cinque minuti, sia scaduto.

Protesto vibratamente contro questa ‘consegna del silenzio’ che a quel punto si vuole imporre anche a me e alla quale mi ribello. Risulta evidente la strumentalità del ‘tempo scaduto’ e tutti comprendono che non mi si vuole permettere di fare quelle domande.

Infatti le due relazioni precedenti hanno avuto una durata lunga e imprecisata, quella del reggente piena di divagazioni inutili e perfino imbarazzanti per la loro banalità e pochezza culturale. E in ogni caso non c’è alcuna richiesta di intervento da parte di altri, non è stato stabilito il tempo complessivo da riservare al dibattito che in ogni caso non si è (o non si è ancora) potuto suddividere tra richiedenti la parola, inesistenti fino a quel momento quando sono l’unico ad avere chiesto di parlare e la presidenza non ha detto nulla sulla programmazione, gestione e disciplina dei tempi del dibattito. Da notare inoltre che neanche quando pretende di togliermi la parola per la scadenza dei cinque minuti da lui arbitrariamente e istantaneamente fissati, il reggente si cura di chiedere se e quanti volessero successivamente intervenire. Obietto che quell’alt impostomi è un abuso ed un sopruso utili unicamente a mantenere quella poco edificante consegna del silenzio.

Assostampa, voltare pagina tornando a trasparenza, correttezza e partecipazione

Dopo qualche minuto di toni alti e di una certa tensione, il reggente cambia registro e dice di volere rispondere a quelle domande che si è tentato di impedire ma che, purtroppo anche dovendo alzare la voce, alla fine sono riuscito a porre, sia pure privato del tempo necessario per argomentare in maniera compiuta, esauriente ed appropriata ogni aspetto di una vicenda talmente grave ed eccezionale che avrebbe dovuto impegnare l’intero dibattito o gran parte di esso.

La sua risposta, sintetica e minimale rispetto al fine di collegare lo scioglimento ai <<gravi motivi che …>> consente a chi (come me) nulla sapeva, di apprendere che, durante la vacatio della carica di segretario provinciale, emerge che diversi iscritti, agli atti risultanti morosi per una o più annualità nel pagamento delle quote sociali, in effetti avevano versato il dovuto, direttamente e in contanti, nelle mani del segretario provinciale: un contrasto stridente tra le annotazioni documentali e i fatti reali.

Questa è l’unica concessione all’informazione (interna) su fatti tanto gravi e straordinari!

Per il resto nulla: non uno straccio di relazione sui fatti accaduti, nessuna notizia sul quantum sparito, nessuna ricostruzione documentale, nessuna indicazione sulla soluzione prospettata e/o adottata né su chi (l’Assostampa con il proprio bilancio? La sezione provinciale? A che titolo o con quale causale?) dovesse sopportarne i costi. E nessuno, almeno nella sede naturalmente legittimata dell’assemblea della sezione provinciale, può vedere la delibera del consiglio regionale che ne ha decapitato gli organi.

Rimane il fatto che, compiuta sull’accaduto la necessaria istruttoria ad opera presumibilmente del segretario regionale o di suoi delegati, il consiglio regionale, tra novembre 2020 e febbraio 2021 (anche sulla data nessuna informazione in assemblea) ha deciso di ricorrere allo strumento eccezionale dell’art. 22 dello statuto e di sciogliere l’intero direttivo provinciale o quel che ne rimaneva, ovvero le cariche allora attive di vice segretario e di tesoriere.

Nell’assemblea del 5 ottobre scorso sono intervenuto anche una seconda volta, sempre con la tagliola dei cinque minuti mentre nessun altro chiedeva di parlare: a coloro poi intervenuti sono bastati pochi secondi di tempo, unicamente per proporre i nomi da eleggere o esprimersi su di essi.

L’ho fatto per esortare l’assemblea, e soprattutto il direttivo che sarebbe stato eletto, a voltare pagina; a rompere radicalmente con una lunga gestione opaca e personalistica, inficiata da totale commistione economico-contabile di elementi personali con quelli associativi, da mancanza di trasparenza, da sostanziale negazione ai legittimi titolari del consapevole esercizio delle cariche sezionali, soprattutto inerenti la tesoreria sociale, da falsità negli atti di formazione degli organi rappresentativi; ad aprire una fase nuova basata su trasparenza e partecipazione per ampliare la base degli iscritti e tornare a rappresentare con onestà e dignità i giornalisti, esercitando finalmente il ruolo che lo statuto assegna al sindacato unitario della categoria.

Appena sei votanti per eleggere il nuovo segretario provinciale

Ho deciso di raccontare questa vicenda perché da 45 anni faccio del mio lavoro giornalistico (anche) una battaglia continua per raccontare fatti veri e di pubblico interesse contro chi, a qualunque titolo, anche mosso da interessi legittimi, vi si opponga: una battaglia combattuta sempre apertamente e nel rispetto delle norme, in ogni caso con tutte le risorse – di impegno, applicazione, determinazione, tenacia, a volte se del caso, d’acume, creatività e fantasia – necessarie per vincerla.

Tutto avrei pensato tranne che il diritto minimo a conoscere la realtà – in quel momento interna alla sfera associativa della quale però, a pieno titolo, come iscritto, facevo e faccio parte – mi potesse essere negato non dal primo rozzo passante per la strada, ignaro dei (o, peggio, ostile ai) valori costituzionali dell’informazione come essenza della cittadinanza in una società democratica, ma da un giornalista, anzi da tanti giornalisti: non giornalisti qualunque, ma proprio coloro che sono investiti del potere-dovere di compiere gli atti di conduzione, guida e gestione di una grande organizzazione collettiva unitaria dei giornalisti la quale ha il compito primario di difendere e promuovere quei valori, senza dei quali non potrebbe prestare alcuna tutela sindacale al lavoro giornalistico che consiste preliminarmente e precipuamente nel servizio – professionale, ma anche etico, civile e culturale – a quei valori.

Nel corso della riunione che ho raccontato, dissi che, prima dell’assemblea dell’1 marzo di quest’anno, non mettevo piede in una sede Assostampa dal … millennio scorso. Si, proprio così, perché dopo quasi un decennio di impegno totale e appassionato negli organismi provinciali e regionali (tra fine anni ‘80 e metà anni ’90) avevo lasciato ogni carica per il doveroso ricambio nella cui necessità credo fermamente.

Ma, da semplice iscritto, dovetti andare oltre e cessare ogni forma di partecipazione dopo avere dovuto con amarezza constatare a cosa si fosse ridotta la sezione provinciale di Ragusa. Non subito dopo il mio disimpegno. Alcuni colleghi – forse dimentico qualcuno e me ne scuso ma ricordo certamente Antonio Ingallina, Concetto Iozzia, Franca Antoci – si impegnarono con capacità, competenza e trasparenza reggendo con dignità la segreteria. Poi fu la volta di un segretario provinciale costretto alle dimissioni per un caso di ammanco nelle casse sociali. Per fortuna, dopo quella macchia, la sezione, con la segreteria di Giada Drocker era riuscita a voltare pagina ripristinando trasparenza e correttezza di gestione e favorendo un ritorno di partecipazione corale. Ma quella valida dirigente divenne bersaglio di chi si opponeva al nuovo corso fatto di “trasparenza e partecipazione” e fu indotta a dimissioni che avrebbero aperto la fase già descritta durata fino allo scioglimento.

Negli anni in cui ho potuto impegnarmi alla guida della sezione provinciale iblea (1989-’93 e 1995-’96) i giornalisti iscritti all’Assostampa erano divenuti il 99,2%. In pratica quasi tutti i giornalisti professionisti e i pubblicisti allora scelsero di appartenere al sindacato unitario dei giornalisti. Oggi, considerando complessivamente le due componenti (nello statuto sindacale non più ‘professionisti’ e ‘pubblicisti’ ma ‘professionali’ e ‘collaboratori’) gli iscritti sono appena il 10% ed i presenti all’assemblea del 5 ottobre scorso, pur di importanza storica straordinaria dovendo eleggere gli organi per un quadriennio dopo uno scioglimento, appena il 4% della categoria.

Gli elettori, me compreso (presente solo per conoscere l’accaduto, all’occorrenza fare domande e rompere quell’insopportabile consegna del silenzio), chiamati a votare per l’elezione del nuovo segretario provinciale erano appena sette.

Quindi, di fatto, appena sei giornalisti potenzialmente votanti (sì, solo potenzialmente perché non c’è stato né voto segreto, né appello nominale, ma … acclamazione!) per esprimere la carica di vertice della sezione provinciale di quella che, in tale ambito territoriale di periferia e come articolazione periferica strutturata, è l’unica organizzazione rappresentativa dei giornalisti e comunque è il sindacato unitario della categoria.

Ridottosi – tale sindacato unitario – a ignorare, nella migliore delle ipotesi, un potere pubblico specializzato nello stalking giudiziario voluto da quel poliziotto in pensione citato all’inizio ed eseguito con i soldi dei contribuenti, contro chiunque – giornalista o semplice cittadino – abbia osato criticarlo, pur in nome del diritto di cronaca e di critica, della libertà d’informazione e del pluralismo: ovvero ciò che, prima di tutto, dovrebbe stare a cuore al suddetto sindacato.

Il caso Vittoria: un nuovo corso per libera informazione e democrazia civica 

Quanto a quel potere pubblico, quest’articolo contiene solo un cenno. Rimando chi volesse saperne di più, con gli ovvii limiti di datazione, ad altri due miei articoli di oltre un anno fa, luglio e settembre 2020:

https://www.isiciliani.it/il-vicere-di-vittoria/#.YXRMfRpBzIU

https://www.isiciliani.it/vittoria-qualcuno-sciolga-i-commissari/#.X4FvOdAzbIU 

Anche questi, manco a dirlo, oggetto di querela, con procedimento, per quanto mi risulti, fermo alle indagini preliminari.

Ma riproporli può servire, oltre che ai lettori, anche al querelante: per esempio consentendogli di continuare ad esercitare la sua specialità, ma in forme nuove: finalmente non a spese dei contribuenti.

Se ciò vale per il futuro, non è detto che non si possa fare nulla per questo passato da incubo. Mentre scrivo queste parole finali sono le 13.58 di lunedì 25 ottobre 2021. Non so chi sarà il sindaco che amministrerà la città di Vittoria nei prossimi cinque anni tra i due candidati in corsa nel voto di ballottaggio. Lo sapremo nelle prossime ore e tra due minuti appena, ad urne chiuse, chiunque potrà leggere questo articolo.

Al nuovo sindaco, chiunque la città abbia scelto, rivolgo un appello. Restituisca ai Vittoriesi il maltolto: riporti nelle casse comunali i soldi presi dalle loro tasche per perseguitarli, recuperi almeno ‘per equivalente’ tutte le risorse – anche in termini di mezzi, personale e consulenti – sottratte agli interessi generali della città e distratte per spegnerne la voce civica e critica, per ridurla al silenzio, per metterle il bavaglio.