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Venezuela: lo spettro del cataclisma 7.3 si ripresenta sulla Sicilia iblea

Cosa ci insegna il collasso sismico del Venezuela sulla vulnerabilità della faglia Ibleo-Maltese? In uno scenario simile di emergenza sanitaria (e non solo), al momento sembriamo del tutto impreparati!

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Il terremoto non ha volto, il terremoto non ha tempi esatti. Il terremoto non è delimitato da spazio o da barriere. Il terremoto non ha colore, non ha sapore, a volte ha solo un suono sordo, indimenticabile a vita e, in quegli interminabili secondi in cui agisce, travolge tutto, decidendo se continuare o terminare la vita dell’uomo.  Il terremoto scuote tutto, anche la mente dei pensatori eccelsi. “Il terremoto è la prova tangibile di come la dura nutrice possa annullare l’uomo in un momento, con un lieve moto”. Così Giacomo Leopardi parlava dei sismi di natura vulcanica che, nella sua epoca, affliggevano l’umanità. Non sono passati neanche 200 anni dalle parole del genio di Recanati ed oggi più che mai, contiamo vittime e danni nella storia dell’uomo. In 200 anni abbiamo però studiato, letto, rivisto, ipotizzato, sperimentato, imparando che ogni sisma non uccide solo per i crolli immediati, ma anche per l’annientamento delle infrastrutture critiche nelle 72 ore successive. L’elevata densità abitativa, l’edilizia abusiva e non, spontanea o non adeguata, la saturazione degli spazi ad opera del sempre maggior bisogno di costruire alveari umani, sono alla base di questa “seconda morte post-sismica”. Se a questo aggiungiamo il disastro di organizzazione medica, con la mancanza di energia elettrica nei macro-ospedali, la poco prevista rottura delle condutture idriche (con conseguente impossibilità di sterilizzazione e igiene) e l’isolamento delle vie di comunicazione per il trasporto dei feriti, il quadro mortale ed irreversibile diventa completo. Definiamolo uno scellerato “effetto domino nella catastrofe”. Vediamolo nel concreto. Nel contesto venezuelano di pochi giorni fa, una catastrofe naturale di proporzioni gigantesche, si è innescata su una rete sanitaria già fragile in partenza, trasformando praticamente traumi normalmente curabili (fratture, sindrome da schiacciamento ed altro), in patologie mortali per assenza di emoderivati, anestetici, antibiotici e sale operatorie attive e pronte all’uso immediato.

Ad oggi il doppio sisma venezuelano, con scosse di magnitudo 7.2 e 7.5 SR, ha portato (dati ufficiali): almeno 2.595 vittime accertate, sebbene fonti mediche sul campo e l’ONU stimino scenari reali ancora superiori. Più di 11.000 persone ferite per traumi fisici diretti (di cui un quarto gravi). Ad oggi, le stime variano tra i 43.000 e oltre 50.000 persone ancora disperse, rendendo il tracciamento sanitario post-disastro estremamente complesso. L’Unicef stima che circa 700.000 bambini necessitino di assistenza medica e umanitaria immediata e cure specialistiche.

Nello Stato costiero di La Guaira (epicentro del disastro), 2 ospedali pubblici su 3, sono stati completamente isolati o dichiarati inagibili. A Caracas si registrano crolli parziali nei principali centri di traumatologici ospedalieri. La gestione della Medicina delle Catastrofi si trova ad affrontare la “seconda ondata” dell’emergenza tenendo conto che alla base esisteva già un collasso strutturale preesistente. Prima del sisma infatti, i sondaggi nazionali indicavano già una carenza superiore al 70% di materiali nelle sale operatorie e la mancanza di quasi la metà dei medici necessari secondo gli standard OMS. C’è attualmente un rischio epidemico e infezioni ancora elevato. Come accennato prima, a causa dell’assenza di acqua corrente e potabile negli ospedali superstiti, dove il personale è costretto a lavare i pavimenti insanguinati con soluzione salina endovenosa (da fonti giornalistiche attendibili), i medici denunciano il rischio imminente di focolai infettivi post-traumatici e malattie trasmesse da acqua contaminata nelle tendopoli che risultano non a norma dei piani gestiti nella medicina delle catastrofi.

Le forze in campo

Lo Scenario Specchio: La Faglia Ibleo-Maltese

Nonostante il nostro articolo giornalistico voglia soffermarsi esclusivamente sul lato tecnico inerente alla Medicina delle Catastrofi applicata ai sismi, vanno premessi due concetti che dovremmo tutti, nessuno escluso, tenere ben impressi nei nostri neuroni e che, con poco sforzo, dovremmo riuscire a veicolare, fin dalla tenera età, nei banchi delle nostre scuole, comprese le Elementari. La faglia Ibleo-Maltese non è un pericolo teorico, ma una struttura attiva che si muove costantemente e che il cosiddetto “tempo di ritorno” per eventi energetici importanti, impone una preparazione tecnica, urbanistica e sanitaria impeccabile. Quindi la prevenzione è al momento, l’unico modo di sopravvivere, come maggior numero possibili di vite umane, ad un terremoto catastrofico similare a quello venezuelano. Tutto il resto è pura e ridicola fantascienza.

Premesso ciò e pienamente preoccupati, con occhi e orecchie sintonizzati costantemente su ogni notizia proveniente dal Sud- America e facendo ogni debito scongiuro, dobbiamo però tenere conto di ogni possibile disgraziata analogia con” i problemi di casa nostra”, che purtroppo, non hanno nulla da invidiare alle problematiche dei Paesi della costa atlantica sudamericana.

Vogliamo sottoporre all’attenzione di tutti voi e soprattutto di chi al momento, tiene le redini istituzionali e della PA ad ogni livello, il seguente specchietto che descrive una breve comparazione/simulazione in ambito sanitario, fra il Venezuela e il sistema territoriale afferente sulla faglia Ibleo-Maltese di casa nostra.

Impatto Medico e Sanitario nella simulazione Iblea

La Medicina delle Catastrofi, unica branca universitaria di studio sulla materia specifica, oltre alle attività operative dirette, in caso di calamità in svariati settori della vulnerabilità umana, si preoccupa di studiare scientificamente gli eventi, analizzando dati storici, clinici, scientifici e proponendo reali e comprovate simulazioni sull’evolversi degli eventi. Oggi, grazie all’impiego massiccio di IA, tali simulazioni risultano attendibili al 98%.

Vediamo quindi in simulazione l’evolversi delle varie fasi dell’emergenza medica in area “Faglia iblea-maltese”:

Gestione della Sindrome da Schiacciamento (Crush Syndrome). Primo disastro medico da affrontare. Centinaia di persone sotto le macerie dei centri storici (es. Noto, Modica, Ragusa Ibla, Siracusa Ortigia, ecc.). Una volta estratte, le vittime sviluppano un’insufficienza renale acuta dovuta al rilascio di molta mioglobina nel sangue. Senza un buon numero di macchine per la dialisi d’emergenza funzionanti (che richiedono acqua ed elettricità), la mortalità sale verticalmente ed irreversibilmente nelle prime 48 ore.

Ospedali e Hub di riferimento funzionanti

Nel caso in cui diversi ospedali di frontiera (di livello inferiore), dovessero venire evacuati o dovessero risultare strutturalmente danneggiati, è ipotizzabile che, strade permettendo, il flusso di politraumatizzati si riverserebbe sugli unici hub metropolitani di primo livello (es. i policlinici di Catania o Palermo), volendo positivamente ipotizzare che quest’ultimi siano stati prontamente preparati (soprattutto urbanisticamente) per eventi sismologici di alto livello. In ogni caso il caos del momento, provocherebbe il cosiddetto “collo di bottiglia terapeutico” con saturazione immediata delle terapie intensive (esperienza già spiacevolmente comprovata negativamente, nel corso dell’evenienza Covid 19).

Ad ogni modo, simulando un collasso o semplice inagibilità di diversi ponti e viadotti tipici dell’orografia iblea, si dovrebbe ipotizzare che solo pochi soccorsi medici avanzati (posti medici avanzati – PMA) potrebbero arrivare via terra (evitiamo di mettere dentro il sistema la rete ferroviaria siciliana in quanto praticamente inesistente). Quindi dovremmo ipotizzare alternative per far arrivare i PMA, tramite reti elisoccorso o via mare. Ovviamente gli elicotteri e le elisuperfici allo stato attuale, non sarebbero in grado di subire un affollamento del genere, mentre, inutile dirlo, via mare abbiamo pochissimi mezzi atti al trasporto ed installazione, in breve tempo, di PMA oltre al fatto che, tali strutture resterebbero localizzate esclusivamente in zone costiere. I medici che opererebbero “nelle zone disastro” senza i citati supporti, si troverebbero quindi a dover applicare il cosiddetto e temutissimo triage nero, cioè decidere chi curare in base alle probabilità di sopravvivenza per scarsità di ossigeno e sale operatorie sterili disponibili (situazione già terribilmente avvenuta in diverse sale di rianimazione, durante l’epidemia da Covid e per la quale, diversi medici ad oggi, risultano ancora affetti da forte stato di trauma psichico).

La peggiore ipotesi: una crisi globale siciliana

La simulazione sismica sulla faglia Ibleo-Maltese permette di delineare un quadro di “crisi complessa”, dove il collasso delle infrastrutture civili si intreccia con un disastro tecnologico e industriale di proporzioni europee. Questo fenomeno, definito a livello internazionale come evento Na-Tech (Natural Hazards Triggering Technological Accidents), descrive come una calamità naturale possa innescare incidenti chimici o industriali su vasta scala.

Stima dei Tempi di Reazione dei Soccorsi regionali

In caso di un sisma di magnitudo superiore a 7.0 nella macroarea iblea (simile al 1693), la macchina dei soccorsi della Protezione Civile Siciliana e nazionale seguirebbe una cronologia scandita da gravi ostacoli logistici. Nei  primi 30 minut avremmo il probabile “Blackout Informativo” con l’isolamento delle comunicazioni. Il collasso dei ripetitori di telefonia mobile soprattutto in caso di un ipotizzabile il blackout elettrico totale, causerebbero l’impossibilità di mappare i danni in tempo reale.

Autotutela delle sale operative

Le centrali del 118 (es. Catania-Ragusa-Siracusa), nonostante una auspicabile e funzionante autotutela di mezzi di comunicazione, subirebbero certamente rallentamenti proprio per verificare l’agibilità delle proprie strutture. L’attivazione dei soccorsi è ipotizzabile quindi avverrebbe “al buio”. In tal senso il potenziamento di sistemi di comunicazioni radio riceventi grazie a ripetitori di radio frequenze per le comunicazioni di livello dedicate, gioverebbe certamente a creare un canale prioritario, sicuro ed indipendente di comunicazione fra gli organi preposti al coordinamento. Risulterebbero di vitale importanza quindi esercitazioni congiunte fra PC e Coordinamento centrale regionale in accordo con un coordinamento con la Medicina delle Catastrofi ( che al momento non esiste in tutta la Sicilia), con le forze di Polizia, Carabinieri, GdF e con le principali FF.AA, quali Esercito, Aeronautica e Marina Militare.

Durante le prime 3 ore, potrebbe verificarsi la paralisi viaria e il Triage di Frontiera

Il territorio ibleo presenta una delicata orografia essendo caratterizzato da profondi canyon superati da viadotti autostradali (es. sulla Siracusa-Gela o la SS 114) e ponti storici urbani (vedi ad es. sulla Modica- Ragusa gli altissimi viadotti Guerrieri ed Irminio). Il crollo o il danneggiamento strutturale di anche solo due viadotti chiave isolerebbe di colpo intere province, in quanto (fatto comprovato da tempo da semplici lavori di manutenzione) le poche strade esistenti alternative provocherebbero un collasso del traffico sicuro.

Tempi incerti per l’istallazione e  la vulnerabilità dei Posti Medici Avanzati (PMA)

Da simulazione certa, le prime colonne mobili dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile impiegherebbero fino a 3 ore solo per penetrare nei centri storici a causa delle strade ostruite dalle macerie delle facciate barocche e dei palazzi (costruiti fuori norma e senza criteri antisismici certi nel tempo). Risulta, nel caso di specie, fondamentale il posizionamento strategico dei PMA.

Il posizionamento strategico ottimale dei Posti Medici Avanzati (PMA), secondo le direttive del Dipartimento Regionale di PC richiede un’area sicura ad almeno 5 km dalla faglia Ibleo-Maltese e dai centri storici vulnerabili. La collocazione deve evitare zone a rischio di frana, liquefazione o maremoto.
  1. Distanza dalla Faglia: I PMA devono essere posizionati a una distanza di sicurezza per non subire gli effetti distruttivi legati all’attivazione della faglia. 
  2. Fuori dai Centri Storici: Vanno evitati assolutamente i centri abitati ad alta vulnerabilità sismica (es. Ragusa Ibla, Modica, Noto), soggetti a crolli e ostruzione delle vie di fuga.
  3. Vie di Comunicazione Primarie: I siti ideali vanno individuati lungo la viabilità principale (es. lungo la SS115 o la SS194), per permettere l’arrivo dei soccorsi e il trasferimento rapido dei feriti negli ospedali hub (es. l’Ospedale Giovanni Paolo II di Ragusa).
  4. Area Pianeggiante e Sicura: Vanno preferiti sempre spazi aperti come campi sportivi, ampi parcheggi o piazze asfaltate, non a ridosso di scarpate o corsi d’acqua.
I siti di ammassamento e i campi base sono definiti dai Piani Comunali di PC di ogni singolo comune dell’area Iblea e del territorio siracusano, sono basati sugli “studi di microzonazione sismica” della Regione Siciliana. Sull’altopiano ibleo, le aree migliori includono: 
  • Zone Industriali (ASI): I terreni pianeggianti delle zone artigianali (es. ASI di Ragusa, Modica o Pozzallo) che offrono ampi spazi per i PMA e Aree di Attesa. 
  • Impianti Sportivi: I grandi campi sportivi comunali, dotati di ampie vie d’accesso e strutture di servizio di basee dotati di ampie zone di parcheggio.
  • Nodo Intermodale o Aree Portuali: Vengono individuati nelle aree costiere (es. vicinanze del Porto di Pozzallo), ottimi per ricevere aiuti via mare e montare i moduli di primo soccorso.

Per quanto attine alla zona del territorio siracusano sia alto che basso, le PSS ( Posizioni  Strategiche Sicure – Upwind) sono state così individuate:

  • Fascia Sud (Direttrice Siracusa Sud):

    Siracusa – Zona Cassibile / Fontane Bianche: Da preferire rispetto alle aree nord della città (come Targia o l’Epipoli,  che rimangono troppo vicine ai confini industriali di Priolo). Offre ampi spazi pianeggianti ed è interconnessa con gli assi viari e dei servizi verso la provincia di Ragusa. 

  • Fascia Nord (Direttrice Catania / Oltre Augusta):

    Carlentini / Lentini (Aree di attesa e Protezione Civile): Aree posizionate a nord-ovest del polo industriale, fungono da hub logistico per il triage e lo smistamento verso i grandi ospedali di Catania, rimanendo fuori dalla linea di costa colpita da potenziali maremoti successivi al sisma.

  • Per l’Entroterra Alto (Direttrice Ovest – Zona di Sicurezza Assoluta):
    • Palazzolo Acreide (Zona Artigianale / Impianti Sportivi): Una posizione ideale a monte rispetto all’area industriale. È protetta dalle nubi tossiche sospinte dai venti occidentali  (di solito venti nord-nord-ovest) ed è situata su formazioni calcaree stabili dell’Altopiano Ibleo.
    • Sortino (Aree di ammassamento esterne): Ottimo punto di snodo per l’assistenza alle popolazioni della fascia nord, protetto dall’orografia e in posizione sopraelevata. 

 

L’arrivo della Colonna Mobile Nazionale sarebbe previsto dalle 12 alle 24 ore dalla catastrofe.

Il primo problema sarebbe “Il collo di bottiglia” operato dallo Stretto di Messina, di cui tutti conosciamo i tempi di attraversamento. Va aggiunto lo stress del fattore tempo e l’intasamento logistico a Villa S. Giovanni. Gli aiuti terrestri provenienti da altre regioni d’Italia rimarrebbero inevitabilmente bloccati dalla saturazione dei traghetti a Messina (va anche tenuto conto che città dello Stretto e relativa provincia, potrebbe essere stata potenzialmente colpita o danneggiata, anche nelle sue strutture logistiche, dal sisma).

Dipendenza dalla logistica via aria e via mare.

Quindi nelle prime 24 ore, gli unici soccorsi massicci in grado di raggiungere Siracusa e Ragusa potrebbero arrivare  solo  aeri ( ma ci sono sole due aeroporti vicini, Comiso e Catania, che dovrebbero avere operatività ottimale) o, cosa più probabile, tramite elicotteri militari e navi della Marina Militare, che utilizzerebbero l’aeroporto di Sigonella (se operativo) o le banchine ( qualora intatte e funzionanti)  dei porti di Augusta e Pozzallo (resta sempre da vedere la funzionalità stradale in quei tratti)

 

 

Il Rischio Tecnologico: Il Gigante di Priolo-Augusta-Melilli

Il Polo petrolchimico siracusano è uno dei complessi industriali più grandi d’Europa. Un forte sisma sulla faglia Ibleo-Maltese potrebbe comportare scenari Na-Tech ad altissima criticità. Allo stato attuale esiste una regolamentazione costituita da piani di emergenza concordati fra i Comuni dell’Area e la Prefettura di Siracusa. Tuttavia non siamo al corrente di sinergie fra detti piani e i piani di emergenza medica redatti dalla Medicina delle Catastrofi.

 

Effetto Domino e probabili Incendi nelle strutture tecniche e nei Tank di Stoccaggio

Nonostante ci siano da tempo pronti (ma mai provati sul campo) piani emergenziali a tutela delle strutture petrolchimiche citate, va ricordato che i serbatoi (Tank Farm) sono soggetti all’oscillazione del suolo causata dalle onde sismiche a bassa frequenza. Quest’ultima potrebbe provocare lo sversamento del tetto galleggiante dei maxi-serbatoi di greggio o altre sostanze chimiche. Le scintille generate dagli attriti metallici o dal collasso delle linee elettriche potrebbero innescare incendi generalizzati difficili da estinguere per la concomitante (probabile ed ipotizzabile) perdita di pressione della rete idrica industriale. Il danneggiamento degli impianti di desolforazione e dei reattori chimici comporterebbe sicuramente il rilascio immediato di sostanze letali come l’acido solfidrico (H₂S) o l’anidride solforosa (SO₂). Da simulazioni effettuate in meteorologia applicata, a seconda dei venti dominanti, queste nubi potrebbero dirigersi verso i centri abitati di Priolo, Melilli, Augusta e la stessa Siracusa.

Il Rischio Tsunami e l’Impatto sulla Rada di Augusta.

L’Onda di Maremoto: La faglia Ibleo-Maltese, correndo prevalentemente in mare lungo la scarpata continentale, sarebbe in grado di generare uno tsunami con tempi di arrivo sulle coste siciliane stimati tra i 5 e i 10 minuti dal sisma. L’impatto dell’onda (calcolata anche con altezze fra i 10 e i 15 mt in base ad onda sismica fra i 7 e i 7,5 scala Richter) investirebbe direttamente i pontili di carico e scarico delle raffinerie. Le navi petroliere e le gasiere ormeggiate rischierebbero di rompere i cavi, collidendo tra loro o con le infrastrutture costiere, causando sversamenti massicci in mare. Va inoltre considerato il rischio specifico legato alla rada di Augusta per la presenza storica o il transito di navigli militari a propulsione nucleare.

Visto che la Medicina delle Catastrofi studia causa, prevenzione e come affrontare gli effetti devastanti di disastri ambientali e non, va fatto un breve ma zelante esempio di quanto esposto nell’ambito di come affrontare l’emergenza in questione con l’organizzazione logistica di triage dedicati sul campo.

Protocollo Triage Medico Integrato in uno scenario catastrofico Na-Tech (Sisma + Disastro Chimico).

Questo modello combina il classico triage sismico per politraumatizzati con i protocolli di decontaminazione e gestione tossicologica (NBCR – Nucleare, Biologico, Chimico, Radiologico). È uno strumento ideale da inserire come “box tecnico” o cuore analitico di questo articolo dedicato, per mostrare come la complessità medica in questo quadro complesso, superi la “normale” gestione delle emergenze.

Il Protocollo di Triage Integrato: Sisma + Rischio Chimico differisce da un “normale “triage da sisma. Infatti, in uno scenario normale di terremoto, i feriti vengono portati direttamente al Posto Medico Avanzato (PMA). Se però il sisma ha danneggiato ad esempio, il Polo Petrolchimico di Priolo, liberando gas tossici (es. acido solfidrico o anidride solforosa), gli ospedali e i PMA rischierebbero una contaminazione immediata. Se un ferito contaminato entra in una sala operatoria, la rende inutilizzabile per tutti gli interventi urgenti a venire, ed intossica gravemente il personale medico ed infermieristico, che non sarebbe più in rado di operare. Il flusso logistico-sanitario deve quindi sdoppiarsi e seguire una rigida struttura a barriere secondo protocolli ben precisi che qui riportiamo per conoscenza ai nostri lettori

Come potete vedere dallo schema, esistono due fasi importanti.

Fase 1: Il Filtro e la Decontaminazione (Zona Gialla)

Nessun paziente può accedere alle cure mediche avanzate senza prima passare dal filtro di decontaminazione, gestito dai Vigili del Fuoco (Nuclei NBCR) in sinergia con i sanitari del 118.

Spogliazione Immediata: La rimozione dei vestiti abbatte fino all’80-90% della contaminazione da gas o vapori chimici persistenti.

Docciatura di Emergenza: Lavaggio con acqua a flusso continuo per neutralizzare i residui chimici sulla pelle, prestando attenzione a non aggravare le fratture o le ferite aperte (usando teli impermeabili protettivi).

Fase 2: L’Algoritmo di Triage Unificato al PMA (Zona Verde)

Una volta decontaminato (o se proveniente da aree non colpite dalla nube tossica), il paziente viene valutato secondo un sistema a quattro codici colore, modificato per rispondere contemporaneamente ai traumi da crollo (sindrome da schiacciamento) e all’insufficienza respiratoria chimica.

🛑 CODICE ROSSO: Emergenza Immediata (Sopravvivenza a rischio nei successivi 5-15 minuti)

Criterio Traumatologico: Sindrome da schiacciamento (Crush Syndrome) in atto con prime avvisaglie di shock ipovolemico, amputazioni instabili, traumi cranici commotivi con emorragia massiva.

Criterio Tossicologico: Edema polmonare acuto chimico (da inalazione di gas irritanti), arresto respiratorio imminente, spasmo della glottide, o grave ipossia non responsiva all’ossigeno semplice.

Azione Sanitaria: Intubazione tracheale immediata, ventilazione meccanica con filtri chimici protettivi, somministrazione di antidoti specifici (se disponibili) e infusione massiccia di liquidi e bicarbonato di sodio per proteggere i reni dalla mioglobina.

⚠️ CODICE GIALLO: Urgenza Differibile (Lesioni gravi, ma stabili per poche ore)

Criterio Traumatologico: Fratture esposte di grandi segmenti ossei (femore, bacino), traumi toracici chiusi senza insufficienza respiratoria immediata, sindrome da schiacciamento precoce (paziente estratto da poco e stabile).

Criterio Tossicologico: Broncospasmo moderato, tosse persistente con lacrimazione, ustioni chimiche cutanee che interessano meno del 20% del corpo, ma che richiedono terapia antidotica o lavaggi oculari mirati.

Azione Sanitaria: Stabilizzazione delle fratture, monitoraggio ecografico (FAST) per emorragie interne, ossigenoterapia d’urgenza e terapia corticosteroidea e broncodilatatrice per via inalatoria.

🟢 CODICE VERDE: Urgenza Minore (Pazienti deambulanti)

Criterio Traumatologico: Escoriazioni, ferite superficiali, fratture composte delle dita o degli arti superiori che non impediscono il movimento autonomo.

Criterio Tossicologico: Lieve irritazione delle prime vie aeree o congiuntivite chimica transitoria senza dispnea.

Azione Sanitaria: Auto-trattamento guidato, medicazioni semplici, rassicurazione psicologica per evitare il panico di massa (che intaserebbe le linee di soccorso). I codici verdi vengono indirizzati verso aree di attesa decentrate.

█ CODICE NERO: Deceduti o Non Salvabili (Risorse negate per prioritizzazione)

Criterio Unificato: Pazienti in arresto cardiaco traumatico prolungato, lesioni cerebrali con perdita di materia, o intossicazione chimica fulminante con arresto cardiorespiratorio già consolidato all’arrivo.

Logica di Catastrofe: In regime di medicina delle catastrofi, le risorse scarse (ossigeno, ventilatori, chirurghi) non possono essere impiegate per la rianimazione prolungata di pazienti con bassissime probabilità di sopravvivenza.

Per dare una spiegazione logica a questo triage, bisogna introdurre il concetto dei “due orologi biologici” che il medico delle catastrofi (o affiliato) deve guardare contemporaneamente:

L’orologio del trauma (meccanico)e L’orologio della tossicologia (chimico) Il primo scatta dal momento del crollo. Ha come scadenza la Golden Hour (la prima ora per fermare le emorragie) e le prime 6-12 ore per evitare che il rene si blocchi a causa dello schiacciamento muscolare. Il secondo invece scatta dal momento dell’inalazione della nube del polo petrolchimico. Ha scadenze di pochissimi minuti (per i gas asfissianti) o di poche ore (per l’edema polmonare tardivo). Il medico di triage sulla faglia Iblea-maltese, non dovrà solo contare su ciò che di traumatico vede o percepisce in visita, ma dovrà annusare l’aria, guardare la direzione del vento e decidere se un paziente sta morendo perché schiacciato da un palazzo, da una chiesa barocca o perché i suoi polmoni stanno bruciando a causa del polo industriale a pochi chilometri di distanza.

È ovvio che chi ha studiato e si è preparato bene con master e specializzazioni in Medicina delle Catastrofi conosce tutti i protocolli di pianificazione sanitaria (es. dove posizionare i PMA sicuri rispetto alla faglia e alle raffinerie o come addestrare la popolazione), ed è pronto a far valere e mettere a disposizione, le proprie conoscenze per la salvaguardia della comunità. In tal senso le cose da dire sarebbero tante, forse troppe per un semplice articolo informativo su un argomento così delicato. Ecco perché questo potrebbe essere l’argomento di un prossimo articolo dedicato, sempre che quanto scritto oggi, mostri un interesse generale da parte della popolazione e di chi legge.

 

La Sintesi del parallelismo con i gravi fatti del Venezuela

Ovviamente facendo tutti i possibili scongiuri e toccando tonnellate di ferro, nessuno di noi si augura scenari apocalittici del genere, ma il fatto si non augurarli a nessuno, non ci salva dalla remota possibilità di accadimenti futuri. Certezze no, ma serie probabilità, si.  Anzi la ciclicità dei terremoti, oramai scienza studiata, pone le basi nel dover esser sempre pronti a sfide di sopravvivenza estrema.

In conclusione, i due scenari “Venezuela-Faglia iblea maltese” evidenziano come la “Sindemia” (cioè l’unione di epidemia sanitaria, collasso strutturale e di un disastro ambientale) accomuni Caracas e la Sicilia Orientale.  In Venezuela il sistema sanitario, cede per carenze strutturali pregresse, nella simulazione siciliana, gli ospedali, seppur moderni, verrebbero messi a dura prova, non solo dai crolli, ma certamente dalla necessità di trattare contemporaneamente migliaia di feriti da trauma e migliaia di intossicati chimici provenienti dal polo industriale (nel caso della malauguratissima catastrofe petrolchimica). Va dato uno sguardo anche all’isolamento logistico. Così come i barrios di Caracas diventano irraggiungibili per le frane, i Comuni barocchi del Val di Noto, rimarrebbero isolati a causa del collasso della fitta rete di strade, ponti e viadotti che caratterizza l’altopiano ibleo e la zona del siracusano.

Cosa ci deve far riflettere ed identificare la catastrofe venezuelana come una lezione per noi Siciliani non appresa?

Semplice, entrambi gli scenari dimostrano che la vulnerabilità non è data solo dall’intensità del terremoto, ma dalla mancanza di resilienza dei sistemi critici (acqua, elettricità, logistica, piani di evacuazione industriale) nelle ore immediatamente successive all’evento, dalla mancanza di pianificazione preventiva di opere urbanistiche dedicate, della mancanza di una rete sismica di monitoraggio, dalla mancanza di programmazione medica coordinata da esperti della Medicina delle Catastrofi, ma soprattutto  dalla mancanza di coordinamento per simulazioni con esercitazioni reali sul campo e non fatte sulla carta o (come si è sempre fatto fin ora) con l’idea di due giorni di scampagnata all’aperto. La prevenzione è alla base della vita, il saper dire la verità, anche quando fa male e programmare bene ogni cosa è alla base della prevenzione stessa.