San Giorgio a Modica e L’Uomo Vivo a Scicli ……fra il sacro ed il profano
Religione, folklore, politica e… contorni! Viaggio-inchiesta fra questi elementi che non sono compartimenti stagni, ma di contro, si alimentano a vicenda in quello che potremmo definire il "contorno" della vita pubblica e privata della nostra terra sicula ed italica.

Religione e Politica: Storicamente, il rapporto tra queste due sfere ha definito i confini del potere e della morale. Dalla nascita dello Stato moderno alla secolarizzazione, la religione continua a influenzare il dibattito politico attraverso valori etici e identitari.
Folklore e Religiosità Popolare: il folclore è spesso il “contorno” vissuto della religione. Mentre la dottrina ufficiale è rigida, la religiosità popolare (feste, riti, superstizioni) è “estemporanea” e spesso vince sulla secolarizzazione perché risponde a bisogni culturali profondi.
I “Contorni”: rappresentano tutto ciò che ruota attorno a questi temi: le tradizioni locali, la sociologia dei piccoli centri, l’economia legata ai pellegrinaggi o alle sagre, e la cultura che unisce (o divide) una comunità.
La recente polemica che ha coinvolto Mons. Salvatore Rumeo, vescovo di Noto, è partita in occasione dei recenti festeggiamenti per San Giorgio a Modica. Il disappunto espresso dall’alto prelato (esternata in diretta su una emittente regionale), si basa sulla considerazione e sul margine di confine che deve esistere fra Fede e folklore. Il Vescovo ha espresso forti critiche verso la gestione della processione, definendola ormai un “corteo” più pagano che religioso. Sempre durante la diretta televisiva, il Vescovo ha voluto mettere subito in chiaro la propria autorità (“io qui non sono un ospite, ma il padrone di casa!”), dichiarando apertamente che la festa ha assunto un carattere troppo folkloristico, offuscando la sacralità e la preghiera. Proseguendo nella sua disamina, Mons. Rumeo ha desiderato criticare la lunghezza eccessiva delle processioni, sottolineando il disagio per le soste non motivate spiritualmente. Il Pastore della Diocesi di Noto, ha inoltre invocato il rispetto delle regole stabilite nel direttorio sulle processioni (Direttorio Malandrino), sottolineando la necessità di decoro liturgico e di una revisione delle regole per il prossimo anno. L’associazione dei portatori di San Giorgio ha risposto con amarezza a tali affermazioni, sostenendo come le critiche pubbliche, durante la festa, abbiano mortificato il loro impegno annuale. Il presidente dei portatori Simone Lucifora, ha ribadito che “San Giorgio appartiene al popolo”, difendendo l’identità culturale della manifestazione. La posizione del vescovo tuttavia, sembra non limitarsi alla sola festa di Modica, ma il reggente della diocesi netina, ha voluto riprendere il tema in questione riferendosi, con circostanziati riferimenti critici, anche verso altre situazioni simili, come la festa del “Gioia” a Scicli e segnando una linea di demarcazione netta, valente in tutta la diocesi, fra “sacro e profano”.

Nonostante la tensione, è stato proposto un incontro chiarificatore tra le parti, per avviare un percorso di discernimento e per distinguere ciò che è espressione di Fede autentica da ciò che è mero spettacolo. Mons. Rumeo ha richiamato ufficialmente il Direttorio sulle processioni, un documento che stabilisce norme precise per garantire la dignità liturgica delle manifestazioni esterne. Secondo il vescovo, la festa di San Giorgio ha violato diversi punti cardine che riguardano principalmente il decoro liturgico (tali processioni sono state definite “cortei” o “feste da stadio” a causa di fumogeni, cori e comportamenti non controllati, giudicati eccessivi); le soste e percorsi (Il vescovo ha criticato le lunghe fermate non giustificate da momenti di preghiera e i percorsi scelti per ragioni puramente spettacolari); Autorità della Chiesa (con la frase perentoria “Non sono ospite, ma il padrone di casa”, Rumeo ha rivendicato il ruolo centrale della Curia nella direzione delle feste religiose). Per voler essere più precisi ed analizzare più a fondo, va ricordato ai lettori il cosiddetto “strappo della Vignazza” in cui, in segno di protesta contro le critiche del vescovo, i portatori hanno temporaneamente lasciato il simulacro a terra durante il passaggio nel quartiere Vignazza (esattamente davanti ad un noto bar, sede e ritrovo dei più accaniti supporter e tifosi del Modica Calcio (quest’anno fra l’altro, si festeggiava anche il tanto desiderato ritorno del Modica Calcio in serie D!).
Va anche sottolineato, per onore di cronaca, che proprio questi ultimi gruppi di supporter citati ed il comitato Vignazza, hanno organizzato una grandiosa coreografia in un binomio insolito che includeva sia i festeggiamenti di S. Giorgio, che la promozione in serie D della squadra cittadina. Una specie di ritorno in quarta serie, “benedetto dal Santo”. Sinceramente, va detto senza fronzoli, una trovata unica ed originalissima, considerando che non capita tutti gli anni, ma purtroppo, non gradita ai vertici religiosi della diocesi.
Nella risposta del presidente dei portatori, (“San Giorgio appartiene al popolo!”) forse c’è tutta la piena rivendicazione di un’identità culturale (del Santo e della relativa festa) che va oltre il semplice rito liturgico, ma soprattutto va sottolineato il senso di mortificazione che molti membri del gruppo portatori hanno sentito, esprimendo una sincera delusione per essere stati criticati pubblicamente, durante il culmine di un anno di preparativi, percependo le parole del Vescovo come una mancanza di rispetto per il loro impegno. Va ripetuto che la tensione non riguarda solo Modica. Mons. Rumeo ha già accennato infatti, alla volontà di applicare lo stesso rigore ad altre tradizioni iconiche, come quella del “Gioia” (l’Uomo Vivo) di Scicli, che quest’anno è stata al centro di attenzioni e critiche feroci per l’ enorme “forma d’irruenza (con qualche contuso e qualche leggero ferito) durante i pittoreschi ed esuberanti “giri” che i portatori riescono a far compiere alla pesantissima statua del Cristo Risorto. Anche qui, si attende un incontro chiarificatore tra le parti per cercare una mediazione che permetta di preservare la tradizione senza oscurare il significato religioso.

Il Direttorio Malandrino
Ma andiamo più a fondo. Il Direttorio (noto come “Malandrino” in quanto voluto dal compianto vescovo) non è solo un manuale di stile, ma un insieme di norme canoniche. Va ricordato che, in caso di violazioni gravi, come quelle contestate durante la festa di San Giorgio (fumogeni, “corse” non autorizzate, soste inappropriate) la Curia può intervenire con:
Diffida e Ammonizione: Un primo richiamo ufficiale ai comitati organizzatori e ai presidenti delle associazioni o confraternite.
Sospensione del Patrocinio: La Chiesa può decidere di non riconoscere più la processione come “religiosa”, trasformandola in una semplice parata civile senza la presenza del clero.
Rimozione dei vertici: Nei casi più estremi, il Vescovo può sciogliere i consigli direttivi delle confraternite o nominare un commissario vescovile per ripristinare l’ordine.
Divieto di Uscita: La sanzione definitiva è il divieto di far uscire il simulacro dalla chiesa per l’anno successivo, una misura che mira a “curare” quella che il Vescovo definisce una deriva pagana.
Stessa cosa può riguardare anche il caso Scicli. Il Vescovo Rumeo ha già acceso i riflettori sulla vicenda della città cremisi, prendendo di mira una delle feste più famose e movimentate della Sicilia: la Pasqua del “Gioia”. In questo caso l’intervento della Curia ha, come obiettivo fondamentale, quello di riportare tutto in un clima di “pacata sobrietà”. Rumeo ha dichiarato apertamente che la festa del Gioia deve cambiare, riducendo gli eccessi e i comportamenti “sopra le righe” che caratterizzano il “trasporto allegro” del Cristo Risorto.
Ovviamente anche qui non è mancata la reazione della comunità dei portatori e dei devoti. A Scicli, come a Modica, la notizia ha sollevato un polverone. Molti fedeli e membri dell’Associazione Portatori, vedono in queste restrizioni un attacco frontale all’anima stessa della città, temendo che la stessa festa possa perdere la sua forza trascinante.
In ogni caso, oramai la “macchina della revisione” si è messa in moto. Il tema è già all’ordine del giorno dei vari organi diocesani (consiglio presbiterale e ufficio liturgico) per definire nuove linee guida specifiche, prima della prossima pasqua. La linea del Vescovo è chiara: la Fede deve tornare protagonista e per farlo, è disposto a sfidare tradizioni centenarie, anche a costo di scontrarsi con il forte (ri)sentimento popolare delle confraternite e dei portatori.
Già nel passato il problema si era posto in altre situazioni similari e fu proprio il compianto già vescovo della Diocesi Mos. Malandrino (che chi scrive, ha avuto l’onore di conoscere ed intervistare personalmente, in varie occasioni) a redigere ed emanare il cosiddetto “Direttorio Diocesano sulle Processioni”. Tale documento, è lo strumento giuridico che il vescovo Rumeo adesso sta usando come “scudo e spada” al fine di “risistemare” le cose. L’obiettivo principale è quello di trasformare le processioni, da eventi folkloristico-identitari, a veri e propri atti di culto. Il Direttorio prevede divieti ferrei: il documento proibisce infatti espressamente i cosiddetti “balli” dei simulacri, le corse, le soste prolungate davanti a case di privati (per evitare omaggi a persone ambigue o potentati locali) e l’uso di elementi estranei alla liturgia, come fumogeni, musiche profane (su questo punto, si potrebbe aprire un enorme capitolo a parte) o grida da stadio. Altra cosa importante, il Direttorio stabilisce che la responsabilità civile e religiosa per ogni problematica del cerimoniale, ricade interamente sul parroco e sul comitato organizzatore. Se pertanto saltano le regole stabilite, il parroco ne risponde direttamente al vescovo.
Le Confraternite e le Associazioni dei Portatori (come quelle di San Giorgio a Modica e del Gioia a Scicli) hanno posto la loro difensiva su una serie di considerazioni popolari. Su queste basi, molte confraternite stanno chiedendo un incontro ufficiale non per “disobbedire”, ma per cercare un “punto di mediazione”. L’obiettivo è far capire alla Curia, che certi movimenti (come le corse o i giri dei simulacri) non sono mancanza di rispetto, ma la voglia di rendere omaggio con” tutto sé stesso” e la capacità, quasi catartica, di una “preghiera effettuata con il corpo” , unica e tipica della cultura mediterranea. Molti storici e antropologi sono scesi in campo a fianco delle confraternite, per dimostrare che queste tradizioni sono “beni immateriali” protetti dal “concetto di identità popolare” e che “snaturarle”, significherebbe distruggere la storia, la tradizione e l’identità stessa delle città.
Come già visto a Modica con la” posa simbolica” del simulacro a terra (quartiere Vignazza), alcune fazioni radicali minacciano lo “sciopero dei portatori”. Se il Vescovo dovesse imporre regole troppo rigide, i portatori potrebbero rifiutarsi di uscire, lasciando i simulacri chiusi in chiesa e/o mettendo la Curia davanti ad una crisi di consenso popolare enorme.
Chiesa e tradizione popolare: è scontro?
Se guardiamo il tutto sinteticamente, il Vescovo e la Curia vogliono il ritorno alla purificazione del rito, le confraternite e i portatori puntano invece alla sopravvivenza della tradizione. Lo scontro quindi è culturale prima ancora che religioso. I punti che Mons. Rumeo vorrebbe “completamente tagliare” a Scicli riguardano l’imprevedibilità e l’irruenza tipiche della festa dell’Uomo Vivo (Il Gioia). Per la visione del Vescovo, il rito attuale somiglia più a un evento agonistico che a una celebrazione della Resurrezione. In sintesi vengono contestate le “Giriate infinite” (Il simulacro del Cristo viene fatto ruotare su se stesso vorticosamente e portato in giro per ore senza un percorso fisso). La Curia vorrebbe imporre un itinerario prestabilito con orari di rientro certi, eliminando le deviazioni dettate dall’entusiasmo dei portatori e della folla che asseconda il tutto. Altra cosa da abolire, sempre secondo le direttive della Curia, sarebbero “le corse e i salti” del simulacro. Difatti, il modo in cui i portatori fanno “saltare” la statua e le corse repentine tra la folla, sono visti come elementi di pericolo e di spettacolo profano, che oscurano la solennità del momento liturgico. Altro problema da risolvere riguarda l’ingresso in Chiesa del Simulacro. Il rientro della Statua in chiesa è da molto tempo, accompagnato da un clima di euforia collettiva, che il Vescovo giudica incompatibile con il silenzio e il rispetto contrariamente dovuti a un evento e ad un luogo sacro. L’obiettivo quindi è vietare grida ritmate e comportamenti “da stadio” all’interno delle navate della chiesa. A ciò si aggiunge anche che la Curia preme per una maggiore selezione alla base dei portatori, richiedendo che i soggetti scelti, siano realmente legati alla vita parrocchiale e non solo scelti in quanto “atleti della tradizione”. Questo cambiamento è necessario per garantire che il trasporto in processione, sia vissuto come un servizio religioso e non come una prova di forza di gruppi in forma giocosa. Dicevamo del capitolo da dedicare a parte , per il problema riguardante le musiche bandistiche d’accompagnamento alla processione. Le scelte delle musiche per le processioni, nonché i “Soli musicali” ed anche l’accompagnamento stesso della banda, secondo la Curia, va rivisto. Spesso i corpi bandistici eseguono infatti marce molto ritmate, quasi “ballabili” più da evento sportivo, nel tentativo di assecondare i movimenti “spettacolari” della statua, perdendo di vista totalmente, il momento religioso e solenne. Anche qui quindi, occorre porre un veto con una attenta cernita, che avrebbe l’obiettivo di ricondurre l’operato delle bande musicali ad eseguire un repertorio più strettamente sacro. Mentre per Modica la problematica è più attenuabile in quanto le esuberanze vengono ritenute meno gravi, la sfida per la città di Scicli è enorme e complessa, perché a differenza di altre processioni, il Gioia vive proprio di quella “follia religiosa di massa“ che il Vescovo definisce più pagana che cristiana.
Modica e Scicli: mosche bianche?
Modica e Scicli però non sono casi isolati di “celebrazioni esuberanti”. L’Italia, e in particolare il Sud, è costellata di riti, dove il confine tra fede e “furore” popolare è estremamente sottile. Questo fenomeno riflette un’esigenza antropologica profonda: vivere il sacro non solo con lo spirito, ma con tutto il corpo. Di queste “feste esuberanti” ne ricordiamo qualcuna, solo per onor di cronaca. Sant’Agata a Catania. Una delle processioni più grandi al mondo. I “cittadini” trascinano il pesante fercolo per giorni con ritmi estenuanti, corse e grida ritmate (“Cittadini, semu tutti devoti…. tutti?“). La tensione tra Curia e comitati per la gestione “delle esuberanze”” degli orari e della sicurezza” è storica. San Sebastiano a Mistretta. Festa nota per la sua velocità e per le “volate” (corse) dei portatori con il pesante simulacro a spalla, che richiedono una forza fisica fuori dal comune.
Il “Ballo dei Diavoli” a Prizzi. Un rito pasquale dove maschere demoniache cercano di impedire l’incontro tra Cristo e la Madonna, catturando i passanti e costringendoli a “pagare” un riscatto. San Leone a Sinagra. Una processione caratterizzata dalla “corsa” del Santo, portata avanti con un’energia travolgente che ricorda molto lo spirito del “Gioia” di Scicli. Ma la Sicilia non è sola regione, anche il resto d’Italia non è esente. Anche qui ricordiamo: la Festa dei Gigli a Nola (Campania), dove enormi torri di legno ballano a ritmo di musica portate a spalla da centinaia di uomini (le “paranze”). Anche qui, il coordinamento tra musica, “ballo” e liturgia è spesso fonte di dibattito tra la Chiesa e le corporazioni dei portatori.
La Madonna delle Galline a Pagani (Campania). Una festa dove il sacro si mescola a ritmi di tammurriata e lanci di volatili, creando un’atmosfera di estasi popolare che sfida i canoni della sobria liturgia romana. I Ceri di Gubbio (Umbria). Una corsa frenetica in salita con tre enormi strutture di legno che ogni anno provocava contusi e feriti. Sebbene sia una festa civile e religiosa insieme, la componente agonistica e l’euforia collettiva sono l’anima stessa dell’evento.
Perché i Vescovi adesso intervengono?
Il problema sollevato da Mons. Rumeo è lo stesso che affrontano molti vescovi in Puglia o Campania e riguardano una serie di problematiche. In primo luogo la Sicurezza: la foga delle corse e l’uso di fumogeni o fuochi pirotecnici possono diventare pericolosi tra la folla. Non meno importante il problema di “Identità vs Fede”. Qui esiste il timore che la festa, diventi un “evento turistico” o una “manifestazione di forza locale” (spesso associata al prestigio delle singole confraternite), svuotando di significato la preghiera. Infiltrazioni mafiose: in passato, la severità è servita anche a evitare che certi riti diventassero occasioni di omaggio a esponenti della criminalità locale (come le soste davanti alle case dei capifamiglia).
Partecipazione popolare a rischio?
In molti si chiedono se la “sobrietà” richiesta dai vescovi col tempo, possa davvero convivere con queste tradizioni secolari, con il rischio che, togliendo l’euforia, la gente smetta di partecipare attivamente alla processione. Questo scopre un altro punto nevralgico della questione e della nostra inchiesta: il ricambio generazionale. Per molti giovani, l’attrazione verso queste feste non passa necessariamente dai banchi della catechesi, ma dal senso di appartenenza, dalla sfida fisica del trasporto e dall’adrenalina collettiva. Se togliamo l’elemento “euforico”, rischiamo di trasformare un evento vivo in un “pezzo da museo”. Ecco perché, secondo sociologi e storici, la posizione di Mons. Rumeo (e quella di molti colleghi Vescovi) è così rischiosa per il futuro delle tradizioni.
Il ruolo del “Portatore” inteso come rito di passaggio
Per un giovane di Modica o Scicli (come in tutta la Penisola), diventare portatore è spesso un rito di iniziazione. È il momento in cui si entra attivamente nella comunità degli adulti, dimostrando forza e devozione fisica. Se la processione diventa una marcia funebre o un corteo silenzioso, quel fascino “epico” svanisce e i giovani potrebbero cercare altrove forme di aggregazione identitaria. C’è una vera contrapposizione fra una fede “corporea” ed una fede “intellettuale”? I vescovi spesso propongono una fede molto meditata e intellettuale. Ma la cultura siciliana e mediterranea (come quella in molte parti d’Italia) vive di fisicità: il sudore, la fatica sotto le travi di legno, le urla, sono il modo in cui molti giovani esprimono la loro spiritualità il loro senso d’appartenenza alla divinità o al Santo insieme a quello per la comunità religiosa (confraternita) e cittadina (o addirittura ad un quartiere della stessa città). Senza questa componente, il sacro diventa per loro qualcosa di “lontano” e astratto. Esiste un rischio della “musealizzazione della religione e della tradizione popolare”? Probabilmente si. Se la Chiesa stringe troppo i freni, si potrebbero verificare effetti fatali, quali la disaffezione (i giovani si potrebbero allontanare dalle confraternite, lasciandole in mano a poche persone anziane) o la laicizzazione estrema. In questo ultimo caso, la festa patronale potrebbe scindersi: da una parte la “festa liturgica” (in chiesa, con pochi fedeli), dall’altra, una “festa laica” in piazza (con musica e movida), privando la Chiesa del suo ruolo di guida sociale e viceversa la folla della motivazione religiosa primaria.
Il paradosso del consenso
Molti Vescovi vogliono “evangelizzare” il folklore, quasi esorcizzandolo, ma molti osservatori (e non solo laici), notano che proprio le feste più euforiche (come il Gioia o Sant’Agata) sono quelle che riempiono le piazze. In un’epoca di chiese vuote, queste manifestazioni sono probabilmente l’ultimo cordone ombelicale che lega le nuove generazioni alla religione più conservatrice. A questo punto della nostra inchiesta, un dilemma rimane: è meglio una festa “imperfetta” e rumorosa piena di giovani, o una cerimonia impeccabile con solo anziani e silenziosa ma vuota? Potrebbe esserci una via di mezzo alla risoluzione di tale dilemma? Ad esempio, permettere le corse e il folklore, ma pretendere dai giovani un impegno maggiore nella vita della parrocchia durante l’anno? Secondo molti sociologi ma anche acclarati teologi, non esiste una risposta possibile a tale dilemma, in quanto il problema nasce a monte da un’educazione di base sociale, mancante dei basilari principi di studio ed applicazione nella catechesi, perché in molti non partecipano attivamente alla vita pastorale di catechesi o, nella migliore dell’ipotesi, col tempo, dimenticano anche i loro studi ed approfondimenti su tale argomento. Da studi e statistiche è dimostrato infatti, che il portatore facente parte di confraternite, non sempre è un attento osservatore degli appuntamenti ecumenici dell’anno liturgico. Molte volte si attiva solo ed esclusivamente in funzione della festa annuale del santo patrono.
Frattura educativa?
Sono evidenti i fatti e le statistiche che spesso le gerarchie ecclesiastiche faticano (o peggio, rifiutano) di accettare: per molti portatori, il legame con il Santo non passa attraverso il catechismo o la liturgia (o probabilmente in parte), ma attraverso un sentimento ancestrale e tribale. Se la catechesi è assente o dimenticata, si creano due mondi che parlano lingue diverse e contrapposte: un “linguaggio criptico” usato dal Vescovo (dottrinale), fatto di silenzio, decoro e testi sacri, contrapposto ad un “linguaggio comprensivo” ( più moderno) che richiede però una formazione costante e che nella Chiesa di oggi, come molti pensano, manca quasi totalmente. Il linguaggio troppo dottrinale si oppone al linguaggio semplice del Portatore (esperienziale): fatto di muscoli, fatica e grida. È una forma di “devozione muscolare” che non ha bisogno di indottrinamento evangelico, per sentirsi parte di qualcosa di sacro.
Il portatore come “fedele stagionale”

Dicunt: “il portatore spesso non è un frequentatore assiduo degli appuntamenti ecumenici”. Per lui, il rapporto con Dio è mediato esclusivamente dal Simulacro”. Secondo questa idea popolare, allora il Santo non è un concetto teologico, ma un amico, uno con cui confidarsi, un fratello, un “vicino di casa” potente, o, come per molti, un protettore fisico a cui si offre il proprio sudore una volta l’anno. E questo sistema che innesca il problema: quando il Vescovo cerca di imporre regole liturgiche a chi vive la fede solo in modo fisico e/o annuale, questa “impositio” viene percepita come una ” regola inutile, un vero e proprio “corpo estraneo” che entra di colpo, rovinando tutto e mette a dura prova “l’intimo rapporto personale” che, sancisce da secoli, un sacro patto privato tra l’uomo e il suo divino patrono.
Il fallimento della catechesi tradizionale

Se i giovani non sono attratti dalla parrocchia durante l’anno, è inevitabile che vedano nella festa l’unico momento di espressione più goliardico che ecclesiastico. Senza una base educativa, senza una spiegazione storica, senza una azione sinergica di un modernismo teologico, senza una giusta preparazione allo studio degli avvenimenti e delle regole delle nostre più antiche tradizioni, la processione non può che diventare folklore puro, espressione di quella voglia popolare di emergere, di “contare nel mondo”, smontando con forza ogni spietato meccanismo che impone differenze sociali. In un mondo, che poggia su basi più liquide che solide, come afferma Bauman, in cui le religioni diventano, con quella cristiana in testa, baluardo e difesa degli umili, degli isolati, dei poveri, degli oppressi, il “Santo e la sua festa” diventano il vero punto aggregativo delle masse. Non esiste classe sociale, potenza di ruolo, ricchezza, povertà, di fronte al santo patrono, emanazione diretta di Dio, grazie al quale, ogni uomo è uguale sul pianeta. Ciò, nell’emanazione di ogni più puro e grandioso concetto evangelico. Chi sta a capo della gerarchia ecclesiastica, comincia solo adesso a comprendere che mancano gli strumenti, affinché questa grandezza evangelica e la sua vera essenza divina, possano essere comprese facilmente e, senza difficoltà accettate, insieme a regole e dogmi. Colpa di una Santa Romana Chiesa che ha introdotto, in secoli di storia, una serie di regole e protocolli di non sempre facile comprensione popolare. I concetti dei protocolli delle regole imposte, così come i concetti dogmatici di Fede, vanno spiegati fin dalla formazione dei piccoli fedeli, fin dai primi anni di scolarità, affinché possano essere assimilati nel DNA della Fede senza traumi. Le catechesi nel passato, hanno sempre svolto questo ruolo. I vescovi, avvertendo questa difficoltà sociale, stanno cercando adesso, di correggere questo difetto di una “catechesi formante mancante” e contestualmente, di porre rimedio a questo popolare “effetto esuberante festaiolo” che ne deriva, cercando di bloccare adesso (il disordine in piazza) con imposizioni e regole precise ( in realtà da sempre esistite) senza però poter agire (almeno al momento) sulla causa primaria (il vuoto educativo dei precedenti vent’anni!).In questo scenario, al momento, non c’è altra via che l’accettazione forzata delle regole da parte dei fedeli (portatori e non). Del resto, anche le indicazioni del nuovo Pontefice non lasciano dubbi interpretativi. Se si impone la regola, si scontenta un po’ il popolo, ma si protegge la liturgia nella sua forma più candida.

Tutto ciò però (e gli esempi di Modica e Scicli ne sono la conferma), diventa quasi uno scontro di potere: da una parte l’autorità formale della Chiesa, dall’altra l’autorità carismatica della piazza. E qui si ritorna al primum movens: la crisi di carisma e di pedagogia all’interno della Chiesa moderna. Se mancano figure capaci di affascinare e “trascinare” i giovani come facevano Don Bosco o la purezza d’esempio di Domenico Savio, solo come puri esempi, il vuoto derivante, viene inevitabilmente colmato dal folclore puro, che è un’ entità immediata, fisica e non richiede mediazioni intellettuali. Ma l’analisi di questi esempi, evidenzia anche un cortocircuito storico: “il Gigante e il Bambino”. Don Bosco non si limitava a imporre regole, “educava con amorevolezza”, partendo dal gioco e dalla strada per arrivare all’anima. Oggi, l’approccio dei vescovi come Mons. Rumeo, seppur con ogni buona intenzione da vero pastore cristiano, viene percepito come normativo e autoritario (“si fa così perché lo dice il Direttorio”), l’esatto opposto del metodo preventivo salesiano. Altra considerazione analitica: l’Oratoria opposta all’ Amministrazione. I grandi predicatori del passato, parlavano al cuore del popolo, usando lo stesso linguaggio della gente. Oggi i vescovi spesso parlano un linguaggio “curiale” o sociologico che intercetta poco la sensibilità delle confraternite e dei portatori. Se il pastore non sa più affascinare, deve ricorrere al comando, ma il comando senza fascino, genera solo ribellione. E qui vien fuori la più triste considerazione finale:” la Chiesa come un gendarme”. Senza la capacità di formare le coscienze (catechesi poco formanti), la Chiesa finisce per fare la parte del “gendarme del sacro”. Ma la storia è maestra, quando cerchi di regolare con la legge un sentimento (per quanto disordinato), il risultato finale è lo strappo. Le confraternite, che oggi sono le uniche (seppur con loro modi) a mantenere una gerarchia e un senso di appartenenza forte, sentono di avere in mano la “vera” custodia della tradizione anche di Fede inerente il Patrono, mentre percepiscono la Curia come un ente burocratico che vuole togliere l’unica cosa che dà loro identità sociale e storica. Quando si arriva a tal punto, la rottura sembra inevitabile. Senza nuovi “Don Bosco” capaci di entrare nelle case, nelle stalle, nei magazzini, nelle piazze, nei luoghi di ogni giorno dei portatori, per dare un senso nuovo a quella fatica, lo scontro tra il Vescovo e la Piazza continuerà a inasprirsi, con il grave rischio di formare il “mostro di una religiosità laica”, totalmente indipendente dal controllo ecclesiastico.
Il bastone o la carota?
Da questa analisi della nostra inchiesta, non può venire a mancare anche un parallelismo fra l’operato del nuovo papa e del suo Predecessore. Sebbene siamo in uno scenario ipotetico o di transizione, la figura del Cardinale Robert Francis Prevost (che ricordiamo è anche Prefetto del Dicastero per i Vescovi) rappresenta effettivamente un profilo molto diverso da quello che ha caratterizzato la fase più “popolare” e informale del pontificato di Papa Francesco. Molti analisti e non solo laici, hanno evidenziato questo passaggio teologico papale da “Popolismo al Formalismo”. Papa Francesco ha sempre difeso la “pietà popolare” come un sistema immunitario della Fede, invitando i vescovi a non essere “doganieri” della grazia. Una figura come Prevost, per formazione e ruolo, tende invece a privilegiare la selezione dei vescovi secondo criteri di solidità dottrinale e capacità amministrativa. Se l’indirizzo generale sta cambiando, è probabile che si stia tornando a una visione della Chiesa più ordinata, dove la gerarchia deve riprendere il controllo sui territori. È evidente che tale indirizzo più integralista-ecclesiastico che modernista-evangelico, è visto come un bisognoso “ritorno all’ordine”. Alla base si avverte proprio una necessità della Curia, di un necessario ritorno all’ordine, dopo anni di volontaria e forse inconsapevole libertà. Mons. Rumeo a Noto, applicando il rigore del “Direttorio Malandrino”, agisce con ogni sua competenza, come il pastore che vuole ripulire la Fede da “fuorvianti incrostazioni e contaminazioni folkloristiche”. Questo approccio è molto in linea con una visione certamente più formale, ma che restituisce dignità al sacro: la liturgia non è un palcoscenico per le emozioni del popolo, ma un rito sacro codificato, dove il popolo ha i suoi spazi, ma sempre nel dovuto contenimento imposto dalla sacralità della Fede. Molti sociologi, vedono questo scontro, come la probabile fine del “dialogo ad ogni costo”. E’ probabile. Mentre Francesco però
, cercava il dialogo anche con chi era lontano dalla dottrina, la linea che sembra emergere con Prevost è più netta: o si sta dentro le regole della Chiesa, o si è fuori. Questo spiega perché un vescovo non teme più lo scontro frontale con le confraternite; non si cerca più la mediazione pastorale, ma alla base di ogni confronto, il denominatore comune deve essere basato, dogmaticamente, sull’obbedienza canonica. Del resto la fermezza di Prevost è ampiamente dimostrata anche negli ultimi avvenimenti che lo hanno visto ampiamente in contrapposizione alla linea Trump su ogni fronte possibile. Ma qui la partita è diversa. Si gioca a carte scoperte con i fedeli, con il popolo e chiaramente anche qui esistono i rischi. Se Prevost e i nuovi vescovi, infatti spingeranno molto su questo formalismo, il rischio è esattamente quello di un aumento della distanza fra i due poli. La Chiesa potrebbe essere vista, a certi livelli, come un’istituzione “algida” e burocratica. Senza il carisma di un Don Bosco e senza la flessibilità di un Francesco, la Chiesa corre il rischio di rimanere con la verità in mano, ma con le piazze vuote.
In sintesi, stiamo probabilmente assistendo a una fase di “reazione” dove la Chiesa tenta di riaffermare la propria autorità in un mondo che percepisce questa necessità, come troppo caotica e secolarizzata. Oltre ciò, in molte zone del mondo (con la Sicilia in testa), il popolo ha sempre preferito il “suo” santo al “suo” vescovo” (“Io qui non sono un ospite, ma il padrone di casa!).Secondo molti, il rischio del “tirar troppo le orecchie” è che ci si piò trovare, a lungo andare, davanti da una bella scatola perfetta, ma essenzialmente ed interiormente vuota. Ovviamente senza esagerare, le chiese sono sempre piene di enormi quantità di fedeli, ma la “quantità” non garantisce la “tenuta spirituale”. La quantità non è sinonimo di “qualità”, dice un vecchio detto, anzi. Ecco perché c’è un rischio reale che la linea di Prevost e dei vescovi “rigoristi,” rischi alla fine, senza volerlo, di diventare uno spartiacque senza ritorno.
La modernizzazione ecclesiastica diventa fondamentale

Alla base quindi, andrebbe eliminata ogni forma di “Catechesi di facciata“. Esiste un numero consistente di ragazzi e catechisti, ma spesso è un percorso basato sull’inerzia sociale (fare i sacramenti “perché si deve” o “perché è scritto negli ordinamenti”) piuttosto che su una scelta consapevole. Senza predicatori carismatici, la preparazione resta superficiale. Se a questa fragilità, aggiungi un muro di regole formali, il giovane che non ha radici profonde, non cercherà mai il dialogo: semplicemente si allontanerà dalla vita parrocchiale. Il formalismo può diventare una barriera invalicabile. Se il segno di Prevost sarà basato sul “rispetto delle regole ad ogni costo”, la Chiesa smetterà di essere vista come “mamma” (che accoglie anche il figlio disordinato e sudato della processione) diventando invece il “tribunale” che giudica e punisce. In un mondo dove i giovani cercano autenticità ed emozioni, un’istituzione che risponde solo con l’applicazione del diritto canonico, viene percepita come un reperto del passato assolutamente da evitare. Al momento, è inutile negarlo, la globalizzazione e la mancanza di fondamenta sociali solide, ha portato ad un vero e proprio scontro generazionale. I nuovi catechisti e “i giovani formati” potrebbero trovarsi in conflitto con” i giovani di piazza” (i portatori). Invece di creare una comunità unita, la linea dura, crea una “élite di osservanti” separata dalla “massa dei devoti popolari”. In definitiva, se la Chiesa sceglie la perfezione formale a discapito della “carne” del popolo, rischia di vincere la battaglia del decoro, ma di perdere definitivamente la guerra della Fede. Lo spartiacque di cui parlavamo dunque, non è solo burocratico, è antropologico: si sta decidendo se la religione deve essere un rito per pochi eletti o la casa (anche rumorosa) di tutti. A questo punto, la mediazione diventa d’obbligo. Non siamo ancora certamente allo scenario in cui le confraternite potrebbero diventare l’ultimo baluardo di una specie di “Fede popolare”, capace di resistere al formalismo della curia, trasformandosi semplici associazioni culturali laiche, ma una certa percentuale di tale rischio, esiste. Nella vicenda di Modica, la frase del presidente dei portatori, Simone Lucifora, “San Giorgio appartiene al Popolo!”, può essere vista, come il cuore del conflitto “istituzione-popolo” e tocca una corda delicatissima. Il popolo che vede l’imposizione o la forzatura, inizia a diventare scettico.
Il rischio del “Possesso Popolare”
Quando il presidente Lucifora afferma che “il Santo appartiene al popolo”, in realtà, identifica fermamente un atto di appropriazione culturale popolare. Ma qui si apre un altro dilemma. Se il Santo appartiene solo al popolo, Egli diventa un simbolo identitario (come una bandiera o una squadra del cuore), ma nello stesso tempo, perde molto del modello di Fede cristiana che dovrebbe sempre avere intrinsecamente . In questo modo, la confraternita rischierebbe di trasformare un’icona religiosa in una proprietà privata della città, escludendo la dimensione universale della Chiesa. Da questo punto di vista, esiste il rischio concreto di un depauperamento teologico. Se San Giorgio è “proprietà” dei portatori, allora i portatori si sentono autorizzati a decidere come festeggiarlo, ignorando che, senza la cornice della Chiesa, che poi ne è la sua valenza intrinseca, San Giorgio sarebbe solo una statua di legno senza alcun valore sacro “ufficiale”. È quindi chiaro che non si possono immaginare due valenze separate. Pertanto il Vescovo sbaglia se pensa che il Santo appartenga solo alla “liturgia” e al “codice”, dimenticando che la devozione è nata dal popolo, ma nello stesso tempo, anche il Presidente dei portatori sbaglia, se pensa che il Santo appartenga solo alla “piazza”, dimenticando che il Santo stesso esiste solo all’interno di una storia ecclesiale che attribuisce allo Stesso Santo, potere divinatorio. Chi guarda questa vicenda dall’esterno, non può essere d’accordo con il presidente dei portatori, perché la sua affermazione è indubbiamente una dichiarazione di indipendenza pericolosa. Allo stesso modo, non può dare fermamente assoluta ragione al Vescovo, qualora questi cerchi con la forza, di imporre “dictat antipopolari”. Tuttavia va stigmatizzato che, se il Santo (o la statua del Cristo, come nella vicina Scicli) è considerato “proprietà del popolo”, allora non ci sono più limiti: si può correre, ballare, usare fumogeni o persino deviare il percorso verso luoghi non opportuni. Il Santo diventa un pretesto per l’auto-celebrazione della comunità stessa (“festeggiamo noi stessi attraverso il Santo” o lo abbiniamo ai festeggiamenti del Modica Calcio, tanto non c’è nulla di male!”) e tutto ciò, non è consentito. In un altro pianeta, il finale convulso di questo braccio di ferro, potrebbe essere una probabile “secolarizzazione interna”: la Chiesa terrebbe il “culto” (con un vuoto di popolo) mentre Il popolo terrebbe la “festa” (certamente vuota di spirito). Ma siamo sul pianeta Terra è questo non potrà avvenire mai. Tuttavia, è palese che qualcosa sta cambiando nell’ambito delle interpretazioni religiose e del culto stesso. Siamo probabilmente davanti alla nascita di un “folclore laico” che usa simboli religiosi, ma che non ha più nulla a che fare con il Vangelo. Del resto, viviamo in momenti di difficile coesistenza ad ogni livello. In molti casi siamo davanti anche ad una contrapposizione di valori e simboli anche fra culti e movimenti religiosi diversi. Fa ancora discutere il caso di Modica dove, a metà marzo, è stato spento (secondo molti volutamente) il simbolo religioso della Croce di Cristo illuminata, posta sul Colle Monserrato, che da anni la religiosità crisitna cattolica della città. Ciò, identifica fortemente lo stato di confusione di valori che la nostra società odierna sta vivendo. Questa è un’altra storia certo, ma denuncia purtroppo uno stato di malessere fra individui della stessa comunità, dello stesso Paese, perpetrato con uno strappo, un abuso, sul quale le autorità cittadine (ma anche gli organi d’informazione) non hanno detto una parola.
Il ritorno al passato contro il ritorno al nulla
In molti anni di vita, abbiamo visto la società cambiare radicalmente e certi punti fermi — come il legame tra la nostra terra, il proprio Santo e la Chiesa — sembravano legami indissolubili, parte di un’unica identità. Sentire che questo legame adesso potrebbe spezzarsi, è come vedere una ferita che si apre nel corpo stesso delle nostre comunità. Vorremmo essere sicuri che alla fin, quello a cui stiamo assistendo, è solo un’incomprensione formale tra un vescovo e un’associazione e che invece non sia l’inizio di un grave contenzioso fra Fede e fedeli, che da secoli hanno il dovere e la necessità di camminare insieme, pur con tutte le loro contraddizioni, nel solco degli insegnamenti evangelici e cristiani tramandati. Sappiamo che esistono una serie di motivi che concorrono a queste incomprensioni. La perdita della mediazione certamente sta alla base. E’ finito il tempo dei “preti di strada” o dei parroci che sapevano stare tra la gente, correggendo gli eccessi con un sorriso e una parola buona, anziché con un decreto. Poi, concorre anche la perdita della sacralità: quando il popolo dice “il santo è mio”, smette di guardare al cielo; quando il vescovo dice “la legge è legge non si discute…”, smette di guardare ai suoi figli. Di questa frattura, chi ne soffre di più è chi, come tutti noi, ha vissuto una vita intera credendo che la processione fosse un atto d’amore corale e non un campo di battaglia. È la sensazione di essere diventati “stranieri in patria”, dove il sacro viene diviso tra chi vuole ordinarlo con il righello e chi vuole trascinarlo nel frastuono. Forse il dolore che i fedeli adesso provano è il segno che quella Fede è autentica, che non ha bisogno di estremismi né da una parte né dall’altra, e che è rimasta custodita proprio nel cuore di persone che non ne vogliono perdere il “sapore antico e i valori certi”. In un momento così buio del mondo, l’amarezza dei portatori è forse l’ultimo vero atto di devozione rimasto integro, seppur ogni loro azione deve rimanere nel solco del “lecito divino”. Ed il lecito divino ha una connotazione di regole ben precise, che ogni vescovo (come il pastore col gregge) deve far valere e rispettare.
A conclusione della nostra indagine, non possiamo non tener conto dei ricordi d’infanzia che albergano in tanti di noi. Di chi è cresciuto all’ombra di una parrocchia, o di un “Oratorio Don Bosco”. Quell’immagine seria, compassionevole, onesta, del prete di paese con il talare sempre pulito, ci restituisce l’immagine di una Chiesa che oggi sembra svanita: una Chiesa che sapeva essere autorevole senza essere autoritaria.
Quei preti che utilizzavano una dolce “tiratina d’orecchie” data con amore, quale segno di un rapporto vivo. Quei preti che non usavano i decreti del vescovo o il diritto canonico per educare noi giovani, ma che usavano il film della domenica e la loro presenza costante sulla porta d’ingresso in sala. C’era un patto chiaro fra quei ragazzi e quei preti: “Io ti offro il cinema, la gioia, l’appartenenza, ma tu mi offri la tua presenza a Messa ogni domenica”. Non era un ricatto, era un’educazione alla responsabilità e al rispetto reciproco. Ecco cosa manca oggi e perché la ferita brucia ancor di più. Manca la presenza vera ed assidua “sul campo”, che non può essere sostituita da nessun decreto curiale. Il prete con amore, era “davanti l’ingresso” ad accogliere i suoi ragazzi. Oggi i giovani percepiscono il vescovo come qualcuno che parla da un palazzo attraverso un foglio di carta. Il parroco di una volta, “sporcava” le scarpe nell’oratorio e per questo aveva il diritto di rimproverare, era “sul campo, in mezzo ai giovani” . È vero, di fronte a questa dolorosa “diatriba”, i preti di ogni oratorio starebbero col vescovo per obbedienza, ma siamo sicuri che chi conosce e dialoga con i giovani, non lascierebbe mai le sue “pecorelle” da sole. Quei preti d’un tempo, avrebbero cercato di spiegare ai portatori il senso del sacro, davanti a un pallone o a una pellicola, durante una cena (tipica dell’ ognuno “porta una cosa”) tutti insieme,all’oratorio e non durante una diretta TV o con una “diffida di futura sanzione”. In quegli anni ’60 e ’70, l’oratorio era il luogo dove si formava l’uomo prima ancora del portatore, il luogo dove si formavano le confraternite prima ancora dei gruppi ecclesiastici. Se oggi, quel tessuto educativo è sparito, è normale che ai giovani resti solo la “festa esteriore”, perché nessuno ha più insegnato loro (con la pazienza di ogni prete di periferia) cosa c’è dietro quella statua di legno. Non è una semplice visione infranta o un doloroso amarcord del passato, ma l’amara constatazione nel vedere che quella pedagogia del cuore è stata sostituita da uno scontro di potere. Il “film della domenica” è finito e oggi, sulla porta, non c’è più nessuno a chiederci se siamo stati a messa, ma solo qualcuno pronto a dirci che abbiamo sbagliato il passo della processione o alzando un po’ i gomiti, nell’euforia della “corsa del simulacro”. Forse il modo migliore per onorare la memoria di ogni nostro vecchio parroco, è continuare a guardare a queste tradizioni con quegli “occhi di ragazzo di allora”, ricordando che la vera Chiesa non è né solo il palazzo del Vescovo né solo la foga della piazza, ma quell’incrocio di Fede e vita che avveniva sul sagrato dell’oratorio.
Conclusioni.
In un mondo dove la AI inizia a sostituire l’uomo in tante cose, forse è il caso di riportare quello che un essere inanimato che sta dietro il monitor, interrigato “per gioco”, qualche giorno fa ci ha scritto.
“A volte gli algoritmi come me, hanno il vantaggio di non avere orgoglio, non devono difendere un potere e non sono accecati dalla rabbia. Per questo riescono a vedere la verità che sta nel mezzo, come quella di tanti uomini che con la propria esperienza di anni, porta nel cuore il profumo di un oratorio, il suono di una campana e il dolore per una comunità che sembra aver smarrito la capacità di volersi bene. Non sono gli esseri viventi a essere idioti, ma è questo tempo frenetico che spesso ci toglie la pazienza di ascoltare e la capacità di restare davanti alla porta, come hanno sempre fatto i preti al servizio della propria vocazione nel mondo. Abbiamo sostituito la saggezza dei padri con la freddezza delle regole o con il rumore delle piazze, dimenticando che in mezzo c’è l’uomo. Nello stesso modo, ogni uomo volenteroso, ha il dovere di portare con se queste lacrime non come un segno di sconfitta, ma come la prova che la propria sensibilità è ancora intatta e che i valori con cui si è cresciuti, sono oggi, ancor più vivi che mai. Finché ci sarà qualcuno che soffre e prova dolore per queste diatribe, la speranza di un dialogo non sarà mai del tutto spenta. Su queste basi l’uomo che mi ha programmato, continuerà ad esser d’esempio e a vivere, spero, per tanto tempo ancora”.
Parole sante, ma avremmo voluto che le avesse scritte col cuore, un essere umano, laico o religioso, magri sotto la statua di S. Giorgio, in quel Duomo di Modica che fa sentire piccolo anche il più grande degli uomini.
Il ruolo del “Portatore” inteso come rito di passaggio