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Referendum Rock ‘n’ Roll

Nel frastuono della campagna referendaria, ognuno ha intonato il proprio ritornello, ma la melodia propagandistica è stata la stessa.

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Se la sono cantata e suonata. Da ambo le parti, ognuno con il proprio jingle diventato in fretta la colonna sonora degli improvvisati giuristi dell’ultim’ora, degli influencer in divisa – di partito, di movimento o di giornale – e che inevitabilmente saranno il traino del voto. I pochi, pochissimi che hanno affrontato i temi del referendum con un minimo di rigore, senza secondi fini o bandiere cucite addosso, sono stati schiacciati dai quintali di contenuti faziosi, spesso approssimativi quando non apertamente fuorvianti, spinti con entusiasmo dagli algoritmi. Ciò che ha davvero contato in questa campagna referendaria è che la voce fosse potente, e il ritornello orecchiabile: basta che il pubblico lo canti, sul significato si può sorvolare. D’altronde, più che ad esprimersi sulla volontà o meno di riformare l’organo amministrativo della magistratura, il cittadino è stato fomentato a scegliere la propria band preferita: da una parte la lineup della maggioranza di governo, dall’altra quella della magistratura antimafia. La polarizzazione, dentro e fuori dagli spazi digitali, è la vera vincitrice di questa chiamata al voto.

Una campagna referendaria che se da un lato ha confermato le strategie populiste e propagandistiche della destra, dall’altro ha però anche tirato giù la maschera di una sinistra antimafiosa che ha controbattuto ad armi pari.

Istituzionali… ma non troppo!

In questa lotta nel fango, il carico da novanta per il fronte del sì sembra essere stato l’intervento di nientepopodimeno che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dopo aver delegato la campagna all’intero Esecutivo – il cui contributo sembra aver inciso positivamente più sulla carriera artistica di Crozza che sull’esito del referendum, e di cui non occorre ricordare le meravigliose perle di Nordio o della Bartolozzi – la premier lo scorso 9 marzo, con un video, pareva essersi distinta riuscendo a mantenere una linea quasi istituzionale per tredici minuti. Uno scatto di pudore durato quanto un gatto in tangenziale. Il 12 marzo, al Teatro Parenti di Milano durante la kermesse di Fratelli d’Italia per il sì, Meloni conclude il suo discorso tirando in mezzo migranti irregolari, pedofili, spacciatori e figli strappati alle madri. Insomma, un’esaustiva sintesi delle motivazioni portate avanti dai partiti di maggioranza.

Non sono state esattamente queste le tematiche portate dalla premier ai microfoni di Pulp Podcast. Meloni, infatti, ha deciso di chiudere la campagna referendaria negli studi del format di Fedez e Mr. Marra, in onda sul loro canale YouTube dal 19 marzo. Una lunga intervista in cui oltre alla guerra, si sviscerano le tematiche del referendum. Nulla di più rispetto a quanto  ribadito – con gli stessi esempi e frasi ad effetto – al Teatro Parenti, ma minuziosamente ripulita dai qualunquismi che il suo pubblico di partito apprezza, e che avrebbero sicuramente apprezzato meno gli spettatori di Pulp Podcast.

Non sono tardate le polemiche da parte degli ambienti di sinistra, che hanno rivendicato nei commenti la mancanza di contradditorio e le tempistiche di pubblicazione. Mentre gli autori fanno sapere che per il dibattito erano stati contattati anche Conte e Schlein, che hanno rispettivamente ignorato e declinato l’invito, ciò che si deve constatare al netto delle dichiarazioni contenute nella puntata è che Meloni abbia deciso di partecipare ad una lunga conversazione con i due influencer. Una decisione perfettamente coerente con quanto già esplicitato: “Io non voglio mai parlare con la stampa italiana”. E infatti, escludendo la conferenza stampa dello scorso 9 gennaio – dopo 364 giorni di silenzio – e qualche dichiarazione sulla situazione geopolitica, il Presidente del Consiglio segue la sua linea: no ai giornalisti. Ma perché privarsi di due chiacchiere rilassate in uno dei format online più seguiti in Europa?

Tornando invece alla totalità della campagna referendaria, era prevedibile che il fronte del sì, guidato da questa politica, cadesse nel populismo per nulla velato, mischiato a semplicismi fuorvianti, tamponato per quel che si è potuto soltanto dalle camere penali e da pochi magistrati. Quello che però ha stupito qualcuno è che lo stesso modus operandi sia stato impiegato anche dal fronte guidato dalla magistratura, in particolare antimafia, che ha fatto leva sulla credibilità che i cittadini nutrono nei confronti dell’istituzione per propagandare a tutto spiano. Forse invece c’era da aspettarselo, soprattutto analizzando i profili e le azioni di coloro che guidano il fronte del no.

A pesca di voti

Il vero traino mediatico di questi mesi di campagna è senza dubbio il procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli, the one and only Nicola Gratteri. Il più acclamato dei togati, il più ricercato – inteso richiesto – dai salotti dell’antimafia sociale. E dunque, quale migliore volto per raccogliere consensi? Il procuratore, che più volte ha dichiarato di impiegare tutte le sue ferie e il tempo libero negli incontri con studenti e ragazzi, in questi mesi deve aver rivisto le sue priorità a favore dei salotti televisivi. Una presenza così assidua che la settimana scorsa da Gramellini ha goliardicamente rassicurato i telespettatori (e i suoi detrattori): “Tranquilli! Sto spesso in tv, ma lavoro tanto e dormo poco”.

Meno goliardica, invece, l’uscita contro Ginevra Leganza durante un’intervista per Il Foglio. La giornalista, intervenendo in merito alle polemiche scaturite da alcune affermazioni del procuratore su Sal Da Vinci sempre da Gramellini, si è sentita rispondere “Senta, se dovete speculare e diffamare pure su Sal Da Vinci fate pure. Fatelo, non è un problema. Tanto dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti. Nel senso che tireremo una rete.” La famosa rete? – replica Leganza. “Sì, una rete”, afferma Gratteri.

Sarà mica che questa carenza di riposo sta destabilizzando l’integrità del procuratore? Le luci degli studi televisivi lo hanno forse abbagliato? No. È lui stesso a rispondere alle nostre apprensioni in una dichiarazione rilasciata all’Ansa qualche ora dopo la pubblicazione dell’intervista di Ginevra Leganza.

“Prendo atto dell’ennesima polemica. Però io so bene cosa significa essere bersaglio di minacce. […] Valuterò se agire nei confronti di quei giornali che ritengo abbiano leso la mia immagine, con querela o con citazione civile. […] Se l’espressione da me utilizzata in una forma concisa non andava bene, mi spiace. Questo è il mio pensiero e gradirei non essere strumentalizzato ancora una volta. Perché io, tutti i giorni, da mesi, vengo minacciato di denunce, procedimenti disciplinari. Posso ipotizzare di farmi risarcire? O, secondo una parte della politica, le regole valgono per tutti e non per me?”.

Insomma, troppa pressione. Per la serie quando la pezza è peggio del buco. Non vorremmo contribuire ad appesantire il fardello del signor procuratore, ma se il suo pensiero è “tirare su una rete” – affermazione che non ha smentito né chiarito nelle sue spiegazioni all’Ansa – il pensiero che quelle contro un giornale fossero minacce resta. E anzi, si ingigantisce. Anche perché è vero che negli ultimi mesi il fronte del no gli ha riempito l’agenda più di una rockstar in tour, il che potrebbe generare confusione in merito all’attività professionale. Ma – il procuratore ci comprenderà se siamo poco informati – ci risulta che eserciti ancora indossando la toga.

Se invece il suo sogno è sbottonarsi, uscire dal rigore e dall’integrità che l’istituzione magistratura richiede – e ahilui rinunciare alla pesca a strascico – lo invitiamo a non smettere di crederci, d’altronde non dovrebbe mancare molto alla pensione. Magari è un po’ tardi per imparare a fare un assolo alla Jimi Hendrix, ma sicuramente questi mesi sono stati un’ottima palestra politica. Non sarà che Gratteri voglia solcare il percorso già segnato da un suo ex collega, il già procuratore oggi pentastellato Roberto Scarpinato?

Esperti in CSM

Anche lui punta di diamante della formazione per il No: Roberto Scarpinato della rockstar ha proprio l’attitudine (non ce ne voglia il dottor Gratteri). I palchi? Il suo habitat naturale. Le folle? Lo acclamano da Lampedusa a Bolzano, dal cielo alla terra, in questa e in altre cento galassie. Il punto di vista tecnico, data la sua ultradecennale esperienza come procuratore, e la dialettica politica acquisita tra le fila del Movimento 5 Stelle, in prima linea per il no, lo hanno chiaramente posto al centro di questa campagna referendaria. Insomma, anche lui in tour da mesi, conclude con un assolo a Roma il 17 marzo sul palco del Caffè Letterario di Via Ostiense, ad uno della serie di eventi del Fatto Quotidiano “La Costituzione è NOstra” – nome riciclato da un altro referendum, quello del 4 dicembre 2016 sulla riforma “Renzi-Boschi” – e il 20 in concerto con i colleghi Cafiero De Raho e Giuseppe Antoci, alla kermesse dei pentastellati. E chi meglio di Scarpinato può essere testimone del giusto funzionamento dell’attività disciplinare del CSM? Il suo comportamento, insieme a quello di altri colleghi del Tribunale di Caltanissetta, a seguito di numerosi rapporti intrattenuti con Antonello Montante e contenuti all’interno della sua famosa agenda pare sia stato (non) valutato dal CSM.

Riportiamo qui un passaggio di quell’agenda, in cui il nome del dottor Scarpinato compare 45 volte.

03/05/2012: Scarpinato mi consegna composizione del Consiglio CSM con i suoi scritti per nuovo incarico… Procura Generale Palermo + DNA …

La Procura di Catania aveva disposto l’archiviazione del fascicolo, affermando che la condotta di Scarpinato e quella dei suoi colleghi “in assenza di altri elementi di difficile accertamento, per quanto discutibile, non può certo ritenersi illecita”.

Dunque nessun reato, e i rapporti testimoniati dall’agenda sono tutti precedenti al 9 febbraio 2015, data in cui l’indagine su Montante è stata resa nota da un articolo di Bolzoni e Viviano. Ma resta comunque una condotta “discutibile”, una patata bollente che il CSM pare non essersi voluto accollare, così come lo stesso Scarpinato, che non ha mai chiarito nel dettaglio questo passaggio che lo riguarda. Forse, tra un headbanging e l’altro, la rockstar del “Vota no” dovrebbe trovare un posto nella sua fitta agenda per programmare un momento chiarificatore.

Insomma, discutibili le argomentazioni e i comportamenti dei volti che si sono fatti stendardo di questa campagna referendaria, che si conclude lasciandosi dietro parecchio rumore. Sull’altare del consenso, la complessità del quesito referendario è stata sacrificata alla dea propaganda, venerata senza troppe differenze sia dalla maggioranza di governo che dalla magistratura antimafia. Eppure, in questo caos si scorge un effetto inatteso: le maschere sono cadute. Se da un lato, infatti, la maggioranza di governo ha riconfermato la sua propensione ai semplicismi, alle mistificazioni e agli slogan da meme, dall’altro la magistratura antimafia e il campo largo non si sono tirati indietro, ed anzi hanno dato il meglio di loro. Una battaglia all’ultimo claim che ha reso necessario lasciar emergere alleanze implicite, finora coperte o solo intuibili, lasciando tracce che solo una rilettura a freddo permetterà di comprendere a pieno. Occorre dunque aspettare che le luci si affievoliscano, che ritorni la calma sui palcoscenici, per poter tracciare le linee di congiunzione tra chi, oggi, muove le fila del dibattito pubblico. Un dibattito meno spontaneo di quanto sembri.