Le fatiche della legalità
Esistono antimafie differenti, in apparenza. Quella dei tribunali, quella d’impresa, quella sociale, a loro volta suddivise in una maggioranza buona e una minoranza cattiva e sempre temporanea, di passaggio, come un errore rimovibile e rimediabile. In apparenza. La narrazione finora descrive l’antimafia come un mondo estremamente buono, impegnato e appassionato, circondato purtroppo da ambienti cattivi da combattere quotidianamente come la politica in senso ampio, da quella trumpiana della Casa Bianca all’amministrazione comunale di Partinico, o come chiunque osi sollevare domande sul suo operato che, di conseguenza, viene accusato velatamente o esplicitamente di essere un mafioso, un fascista o qualcosa del genere. Quest’antimafia buona deve talvolta combattere anche contro quelle realtà apparentemente neutrali ma che, per vicinanze territoriali o per affinità di argomento, bisogna pur trovare una buona ragione che ne giustifichi l’esclusione da ogni possibile occasione di confronto. Nonostante così tanti impegni, quest’antimafia buona sembra che ogni tanto lotti persino contro la mafia, ma è un dato da acquisire con riserva. D’altronde il tempo è tiranno e, se non è impegnata nelle lotte contro tutti i cattivi esterni, talvolta deve difendersi da veri e propri attentati alla credibilità e agli inviolabili principi di legalità, agguati tesi da beceri e isolati traditori interni. In verità sono tanti, troppi traditori beceri e isolati, spesso in relazione tra loro e pertanto meno isolati di quanto si narri, ma alla fine passano sempre e comunque come rari casi di corruzione interna o, meglio ancora, come l’ennesimo caso di strumentalizzazione mediatica a danno dell’antimafia buona. Solo a fronte dell’evidenza, quando è inevitabile etichettarla come strumentalizzazione, i responsabili che sono stati scoperti si trasformano improvvisamente in una massa di persone ingenue, inconsapevoli, ma pur sempre buone. Il modus operandi, quando scoppia un caso del genere, è sempre lo stesso e può riassumersi in questa rassicurante risposta data da don Luigi Ciotti nel 2016 a Meridionews non appena è scoppiato il caso di Antonello Montante:
Mi auguro che Antonello possa dimostrare la verità, questi percorsi di verità, e quindi il mio augurio è che ognuno di quelli che vengono indagati siano messi in grado di poter dimostrare questo. Io non sono in grado di poter entrare in una storia di questo tipo, dico solo che oggi sono molti che, invece che fare la lotta alla mafia, la fanno all’antimafia […] Bisogna stare molto cauti, attenti, bisogna saper respingere le manipolazioni della verità che vengono fatte, e soprattutto bisogna essere molto sereni perché la verità prima o dopo viene sempre a galla.
Solo alla fine, in caso di condanna, può essere necessario etichettare il responsabile come pecora nera dell’antimafia. A volte non serve, basta non parlarne più e lasciare che il fatto scivoli via dalle memorie.
Ad esempio, non tutti ricordano la vicenda del Palazzo della Legalità di Caltanissetta, un caso giudiziario scoppiato con otto anni di ritardo e dimenticato, inghiottito dalla frenesia mediatica di inseguire le novità scandalistiche gentilmente offerte dall’antimafia.
L’origine del capolavoro
È il 27 gennaio 2006 quando il patrimonio dell’imprenditore Francesco Zummo, in gran profumo di mafia poiché coinvolto in varie inchieste passate e processato in quanto favoreggiatore di Vito Ciancimino, diventa oggetto di sequestro da parte della sezione Misure di Prevenzione di Palermo. Condannato in primo grado, il 16 aprile 2009 viene assolto e i beni vengono dissequestrati, ma a ottobre 2010 si ricomincia: le indagini della DDA coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia comportano un nuovo sequestro dal valore di duecento milioni di euro, secondo quanto riportano i giornali. È appena cambiata musica alle Misure di Prevenzione di Palermo, con l’insediamento di Silvana Saguto. Nello stesso anno, a Caltanissetta, viene arrestato l’imprenditore Pietro Di Vincenzo, ex presidente di Confindustria nissena e acerrimo rivale del già Cavaliere del Lavoro Antonello Montante, che dal 2004 impiega energie per porre mediaticamente una contrapposizione tra lui e Di Vincenzo facendo leva su un’accusa per concorso esterno in associazione mafiosa mossa a quest’ultimo nel 2002. Per questa accusa Di Vincenzo ha subito il sequestro dei beni nel 2006, ne è uscito assolto nel 2009, ma a Montante non occorrono sentenze: lui è considerato l’incarnazione perfetta dell’antimafia; quindi, un suo nemico non può che essere considerato un mafioso. E non occorre neanche una nuova accusa specifica per mafia affinché persista il sequestro dei beni, dal valore dichiarato dai giornali di duecentottanta milioni di euro. È sufficiente un’accusa di estorsione nei confronti dei suoi dipendenti, per cui viene condannato in primo e in secondo grado; il procuratore generale della Corte d’Appello, nel 2012, è l’esponente di primissimo ordine della magistratura aristocratica antimafiosa Roberto Scarpinato. Di Vincenzo viene condannato anche a risarcire i sindacati CGIL, CISL e UIL, costituiti parte civile nel processo, e il sequestro dei beni diventa confisca definitiva nel 2014 insieme alla condanna in Cassazione.
Di Vincenzo e Zummo, così distanti nei loro percorsi di vita e giudiziari, sono personaggi fondamentali per introdurre il protagonista indiscusso di questa storia, ossia l’amministratore giudiziario dei loro patrimoni: Elio Collovà, che già dal 2009 pubblica articoli contro la costituzione del Fondo Unico Giustizia, ideato per centralizzare i capitali sequestrati e non lasciarli più in gestione ai tribunali. I motivi di questa posizione possono essere diversi ma, con una verifica alla Camera di Commercio, risulta che Collovà abbia ricoperto in totale settantasei cariche societarie. Sembra sia stato anche amministratore giudiziario nel caso di Gianfranco Becchina, come riporta una lunghissima lettera aperta di denuncia del 2017 a firma del mercante d’arte, a cui è stata recentemente revocata la confisca dei beni dopo anni di battaglie per dimostrare la sua estraneità agli interessi di Matteo Messina Denaro.
Proprio nel 2009, a novembre, Collovà presenta al Tribunale di Caltanissetta il “Progetto Sinergia”, che riguarda la costruzione di un complesso immobiliare in un’area in viale della Regione di proprietà della Palmintelli srl, una delle società sequestrate a Di Vincenzo e di cui è amministratore giudiziario, ad opera della neonata società A.G. Sinergie srl, un’impresa che ha costituito fondendo le quattro società sequestrate del gruppo Zummo. Sì, l’amministratore giudiziario ha fuso delle società palermitane sotto la sua amministrazione in un’unica società e propone al tribunale di impiegarla in un’area di un’altra società di cui è sempre lui l’amministratore giudiziario. Non c’è da stupirsi, quest’antimafia creativa è la degna figlia del sistema giudiziario italiano; infatti, il tribunale approva l’iniziativa di Collovà.
Lo sviluppo del capolavoro
Secondo la ricostruzione della Commissione Regionale Antimafia presieduta da Claudio Fava, il tribunale autorizza l’operazione nello stesso mese in cui viene presentato il progetto e il giudice delegato Carlo Cataudella acconsente alla compravendita dell’area edificabile, valutata sei milioni e quattrocentomila euro dall’architetto Mario Teresi. Il prezzo, da quanto emergerà successivamente grazie all’inchiesta giornalistica di Gianpiero Casagni e poi di Gaetano Pecoraro, è stimato con una plusvalenza di cinque milioni, ma il consulente è senz’altro antimafia poiché fratello del procuratore aggiunto alla DDA di Palermo Vittorio Teresi, titolare di importanti indagini che hanno condotto a diversi sequestri preventivi di Silvana Saguto. Nessuno batte ciglio neanche sull’assunzione dell’architetto Fabrizio Collovà come direttore operativo dei lavori e dell’avvocato Giovanni Di Pasquale come procuratore ad litem per un giudizio tra la Di Vincenzo s.p.a. e la provincia di Caltanissetta, rispettivamente figlio e cugino acquisito di Elio Collovà. L’amministratore giudiziario è entusiasta, parla di un’operazione unica in Italia e attiva un mutuo di nove milioni di euro concesso da Banca Nuova, l’istituto di credito che nel 2018 finirà nel report della commissione – e, prima ancora, in un servizio della trasmissione televisiva Report – sul caso di Antonello Montante, in merito ai rapporti tra il paladino dell’antimafia imprenditoriale e i servizi segreti.
Allo scoppio dello scandalo televisivo su Collovà, con tanto di interrogazioni parlamentari, le indagini vengono condotte dal reggente della procura nissena Gabriele Paci e dalla procuratrice generale della Corte d’Appello di Caltanissetta Lia Sava, gli stessi magistrati che nel 2015 hanno coordinato le indagini per il caso di Silvana Saguto, poi condannata definitivamente. Lia Sava è anche la stessa magistrata che ha coordinato nel 2016 le indagini per concorso esterno in associazione mafiosa nel caso di Antonello Montante – poi passate a Sergio Lari e Amedeo Bertone – e che nel 2019 si astiene dal processo Montante ai sensi dell’articolo 52 del Codice di Procedura Penale, ossia per gravi ragioni di convenienza. Non è un mistero, infatti, il rapporto tra Lia Sava e Antonello Montante, quest’ultimo ormai in carcere e lei, dal 2022, alla Procura Generale di Palermo.
Con due casi giudiziari come quelli di Saguto e Montante, che impegnano le cronache giudiziarie siciliane nello stesso periodo, è naturale che la questione Collovà sia finita nel dimenticatoio. Tuttavia, gli sviluppi più recenti sono degni di nota e saranno argomento della seconda parte, insieme a delle informazioni inedite su questo episodio dell’antimafia che dimostra come i vari casi emersi siano tutt’altro che isolati.
1 – continua