Pupi Antimafia: la pista nera nel ciclo cavalleresco – 2
Sul piccolo palco dei pupi, il pubblico assiste con emozione alla decapitazione del cattivo Agramante per mano del prode Orlando. Lo decapita senza esitazione, guadagna l’applauso, ma solo perché il puparo ha già programmato per l’indomani un nuovo capitolo del ciclo cavalleresco, nuovi nemici e nuove imprese; e quando avrà finito il repertorio, Orlando potrà ritrovarsi di nuovo a duellare contro Agramante, con la testa nuovamente al suo posto, pronta per essere mozzata ancora una volta. Se non fosse così, con la decapitazione del nemico, Orlando si ritroverebbe disoccupato, cesserebbe di essere un paladino, man mano verrebbe meno la devozione del pubblico e, con esso, i privilegi che ne derivano. Se non fosse così, il puparo non acconsentirebbe mai che Orlando porti a compimento il suo dovere. Se invece il pupo di Agramante dovesse rovinarsi accidentalmente, il puparo appronterebbe in fretta e furia un finale definitivo per quel capitolo e il giorno dopo ne presenterebbe uno nuovo, con un altro nemico da combattere. Per la fretta di concludere e ricominciare, correrebbe naturalmente il rischio di mostrare qualche banalità nella trama; insomma, come se un mafioso latitante da trent’anni venisse catturato in una clinica e morisse di lì a pochi mesi.
Oggi l’antimafia non corre più questo rischio perché l’epoca dei grandi latitanti è pressoché finita, in uno sfinimento di fatti ripetitivi e ripercorsi storici che citando Giorgio Gaber hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente. Oggi abbiamo un nuovo nemico adatto a quest’assuefazione, fantasmagorico e ovviamente “nero”, ripescato da migliaia di atti processuali e posto alla berlina di trasmissioni televisive che fanno a gara per accaparrarsi il patentino della legalità: la responsabilità neofascista nelle stragi di Capaci e via d’Amelio.
La pista nera – così è stata battezzata dall’antimafia di tendenza – regge prevalentemente sulla figura controversa di Alberto Lo Cicero, che però sulla strage di Capaci non parla né di mandanti né di esecutori. Come ricorda anche il giornalista Damiano Aliprandi de Il Dubbio, che da tempo pone puntualmente interrogativi ed eventuali smentite in merito a questa pista, Lo Cicero non ha un solo elemento che possa renderlo attendibile sulla strage: non conosce la famiglia di Altofonte malgrado sia l’esecutrice della strage, come emerge dalle indagini condotte sulle dichiarazioni di Giuseppe Marchese nel settembre 1992; si dichiara vicino alla famiglia di Mariano Tullio Troia ma non menziona in alcun modo il fratello di quest’ultimo, Antonino, condannato in via definitiva all’ergastolo per il ruolo centrale nelle fasi preparatorie dell’attentato; si definisce un uomo d’onore e racconta il rito di affiliazione, ma viene smentito da Francesco Marino Mannoia. Risulta fuori confidenza dal 1985, otto anni prima della strage, reo di essere cognato di un agente di polizia.
Tuttavia, il suo nome torna nelle cronache odierne come una fonte autorevole sulla strage di Capaci, e torna in auge un colloquio investigativo del 2007 a cui viene sottoposto insieme a sua moglie Maria Romeo dal magistrato Gianfranco Donadio. Il 4 gennaio, in prima serata su Rai3, la puntata di Report trasmette in esclusiva stralci dell’audio di quel colloquio, in cui viene tirato in ballo il terrorista neofascista Stefano Delle Chiaie con una frase estremamente suggestiva: Era lui che mise nella testa a Cosa Nostra la storia delle stragi. Quel lui è riferito proprio a Delle Chiaie, peccato che la frase non venga pronunciata da Lo Cicero, ma dallo stesso magistrato. Negli anni successivi, il pm Donadio è oggetto di un’indagine del Csm per aver tenuto centodiciannove colloqui investigativi nei confronti di persone già sottoposte ad altre indagini, nonché oltre seicento richieste di informazioni alla polizia giudiziaria. I pentiti, in seguito ai colloqui investigativi di Donadio, improvvisamente ricordano fatti del tutto nuovi ai procedimenti in corso; questo è quanto viene riportato nelle richieste di archiviazione dei procedimenti interessati. Nel 2013 il Csm ascolta Pietro Grasso, allora presidente del Senato e all’epoca dei fatti Procuratore nazionale antimafia, il quale riferisce che non si sarebbe trattato di indagini parallele ma di prerogative della Direzione nazionale antimafia. Il Csm archivia il provvedimento a carico di Donadio. Questo enorme aneddoto non desta alcuna perplessità alla redazione di Report, che porta avanti con convinzione la tesi della pista nera.
Tornando ai protagonisti del colloquio investigativo del 2007, che Donadio motiva per un suo fortunatissimo ritrovamento di un’informativa del capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo durante una ricerca in archivio, è bene precisare che Maria Romeo – la moglie di Lo Cicero – è attualmente sotto processo per falsa testimonianza. È lei a riferire dell’incontro tra suo marito e Paolo Borsellino, ed è lei l’unico collegamento concreto con Stefano Delle Chiaie, dato che suo fratello Domenico sembra facesse da autista all’avvocato del terrorista, Stefano Menicacci. Come dichiara Maria Romeo nel colloquio del 2007, suo fratello sarebbe stato autista diciamo di Menicacci, ma Donadio puntualizza: autista di Menicacci e Delle Chiaie e lei conferma. Il 30 maggio 2022, subito dopo che Report intraprende la ricostruzione della pista nera, l’avvocato Menicacci viene intercettato in una conversazione telefonica con la sorella di Delle Chiaie, che dichiara: Lui [Delle Chiaie] in Sicilia c’è stato solo un anno, per tre giorni se non sbaglio, ma aggiunge anche che non mi sembra fosse il 1992, ma il ’93. Nonostante tutto, ancora oggi l’ex magistrato Donadio asserisce ai microfoni di Report che Alberto Lo Cicero e Paolo Borsellino si sarebbero incontrati dal mio punto di vista, e non è possibile apprenderne altri dato che Alberto Lo Cicero è deceduto da tempo. Anche Stefano Delle Chiaie è morto, nel 2019, tre anni prima che l’antimafia recuperasse la tesi della pista nera con cui oggi può proseguire la sua eroica esistenza malgrado il caso Saguto, il caso Montante, scandali passati come quello del 2003 ribattezzato giornalisticamente “Talpe alla Dda” o coni d’ombra recenti come quelli del 2023. Oltre alla cattura e scomparsa di Matteo Messina Denaro, quell’anno viene pronunciata l’ultima sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia con la conferma dell’assoluzione per Marcello Dell’Utri, l’assoluzione dei carabinieri Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni “per non aver commesso il fatto” e non più “perché il fatto non costituisce reato” com’era stato sentenziato in appello, con la conseguenza che la violenza e minaccia al corpo dello Stato imputata al boss corleonese Leoluca Bagarella e al medico Antonino Cinà deve essere derubricata in “tentata”, provocandone la prescrizione poiché trascorsi più di vent’anni. Insomma, in un’enorme bolla di sapone volgono al termine decenni di una storica vicenda giudiziaria. Dopo un duello decennale, come può Orlando non decapitare Agramante? Può incolpare il puparo, certo, e al contempo farsi elogiare per lo stile con cui ha padroneggiato la spada o per i colpi inferti, quanto basta per assicurarsi ancora una volta lo status di paladino; ma l’amarezza del pubblico è qualcosa che non si riscatta. L’allora sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo parlò di un colpo di spugna: si dovevano cancellare quelle verità che erano state acquisite in primo e secondo grado e che erano troppo scabrose per questo Paese.
Le verità su cui possiamo contare finora in merito al processo sulla trattativa Stato-mafia riguardano l’impiego ventennale di un’infinità di ambiti lavorativi: l’editoria, il cinema, la televisione, oltre ovviamente alla macchina giudiziaria. Un’altra verità è che questo capitolo del ciclo cavalleresco dell’antimafia è concluso dal 2023 e, come vuole la prassi, ne era in scena un altro già dall’anno prima.