Informazione ed etica nell’era dell’IA: guida al nuovo Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti
In vigore dal primo giugno 2025, il nuovo Codice sostituisce il vecchio Testo unico dei doveri del giornalista puntando su trasparenza e responsabilità umana contro tutte le insidie degli algoritmi.
L’informazione non è un algoritmo: la sfida del nuovo Codice Deontologico tra etica e tecnologia!
In un ecosistema mediatico travolto dalla velocità dei social e dall’avvento dell’intelligenza artificiale, il giornalismo italiano traccia una nuova linea di confine tra il rumore di fondo e la notizia certificata. Dal 1° giugno 2025, è ufficialmente in vigore il nuovo “Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti”, un testo che non si limita solo a un aggiornamento burocratico, ma punta a ridefinire l’essenza stessa della professione. Al centro della riforma c’è un principio cardine: la responsabilità umana. In un’epoca in cui i contenuti possono essere generati in pochi secondi da una macchina, il rispetto delle regole etiche, l’uso di un linguaggio inclusivo e la verifica rigorosa delle fonti diventano gli unici veri baluardi a difesa di un’informazione libera, corretta e, soprattutto, al servizio dei cittadini. Premesso che il nuovo Codice è stato tacitianamente ridotto ad essere studiato e compreso con un semplice sforzo di attenta lettura, noi ci siamo permessi di sintetizzare alcuni punti chiave e commentare nella maniera “più sterile possibile”. Andiamo per ordine.

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L’Intelligenza Artificiale: Occhio….lo strumento non può decidere per noi!
L’innovazione più dirompente del nuovo Codice è racchiusa nell’articolo 19, che affronta finalmente il corpo a corpo tra redazione e algoritmi. La norma parla chiaro: l’Intelligenza Artificiale non può sostituire il giornalista. È un passaggio che blinda la nostra professione davanti alla tentazione, sempre più forte nelle segreterie di redazione e nei consigli di amministrazione, di automatizzare il pensiero per tagliare i costi. Come colleghi, dobbiamo leggere questo articolo come un manifesto di resistenza: se è vero che l’IA può aiutarci a sbobinare o a processare dati complessi, il Codice stabilisce che la responsabilità editoriale rimane sempre ed esclusivamente umana. Questo significa che, allo stesso modo di un medico con una prescrizione, un ingegnere con un progetto, un avvocato con un atto o persino un giudice con una sentenza, anche i giornalisti non potranno mai nasconderci dietro l’insignificante frase “l’ha scritto la macchina”, per giustificare una notizia falsa o peggio una diffamazione. L’unico salvagente possibile è “la trasparenza”. Il lettore ha il diritto di sapere se e come l’IA è stata utilizzata nel processo di produzione e fino a che punto ci “ha dato una mano”. In un mondo che corre verso l’automazione, il nuovo Codice ci ricorda che la nostra firma non è un vezzo, ma una garanzia di verità che nessuna macchina potrà mai replicare o avallare.
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Oltre le parole: Stiamo attenti…… la precisione è intesa sempre come forma di rispetto!
Il cambio di rotta più profondo riguarda l’uso del linguaggio, e non è una concessione alla forma, ma un atto di sostanza giornalistica. Il nuovo titolo stesso — “Codice delle giornaliste e dei giornalisti” — ci ricorda che la nostra missione è sempre quella di fotografare la realtà, non ignorarne la metà. L’attenzione all’identità di genere e al superamento degli stereotipi, specialmente nei casi di cronaca nera e violenza sulle donne, non è un esercizio di stile: è l’applicazione rigorosa dell’essenzialità dell’informazione. Usare termini appropriati, evitare colpevolizzazioni forzate della vittima (il tristemente noto “victim blaming”) e rifuggire da aggettivazioni “pruriginose”, sono oggi obblighi deontologici che separano il giornalismo dal voyeurismo dilettantistico da social. Chi tra noi storce il naso di fronte a queste “nuove regole” dimentica che la nostra credibilità passa proprio per il peso che diamo a ogni singola parola. Rispettare la dignità della persona, in ogni sua sfaccettatura, non limita la nostra cronaca: la rende finalmente accurata e realmente libera. L’attento Direttore lo sa bene: un termine sbagliato oggi, non costa solo una rettifica, ma la perdita definitiva di quella reputazione che impieghiamo un’intera carriera a costruire e faticosamente a mantenere.
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Social Media e Privacy: Attenzione….la nostra firma non va mai in vacanza!
L’errore più comune che abbiamo commesso per anni è stato pensare che i nostri profili social fossero “giardini privati” dove poter sospendere ogni professionalità. Il Nuovo Codice chiude definitivamente questa ambiguità: il giornalista è tale sempre ed ovunque si esprima, anche sui canali personali. Non possiamo più permetterci il lusso di pubblicare commenti d’odio, opinioni che ledano la dignità altrui o informazioni non verificate, sperando che il disclaimer “le opinioni espresse sono personali” ci faccia da scudo. La deontologia ci segue nel mondo digitale, imponendoci la stessa continenza e lo stesso rigore che applichiamo sulla carta o in video. Parallelamente, il testo rafforza la protezione dei dati personali: attingere a piene mani dai profili social di soggetti privati (vittime, minori o persone coinvolte in fatti di cronaca) senza un reale interesse pubblico è oggi una violazione sanzionabile. Il Direttore sa che un post sconsiderato di un suo redattore può scatenare una tempesta mediatica sulla testata in pochi minuti. In un’era di iper-esposizione, il Nuovo Codice ci chiede di essere i primi custodi della nostra reputazione digitale, perché la fiducia del lettore non si spegne quando chiudiamo il laptop della redazione.
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Sanzioni: Non bisogna aver paura………nel Nuovo Codice c’è un rigore che tutela i giusti!
Non c’è deontologia senza un sistema di controllo che ne garantisca l’efficacia. Il nuovo Codice non è un invito alla cortesia, ma nello stesso tempo, un insieme di doveri giuridici la cui violazione espone a sanzioni reali, graduate in base alla gravità dell’infrazione. Si parte dall’avvertimento per le mancanze lievi, passando per la censura nei casi di più grave trascuratezza, fino alla sospensione (da due mesi a un anno) e, nei casi estremi di indegnità, alla radiazione dall’Albo. Questo rigore non va letto come una minaccia, ma come uno scudo per chi lavora bene. Per il nostro Direttore, il rispetto di queste norme è la prima polizza assicurativa contro querele e procedimenti disciplinari che minano l’integrità personale di chi dirige e la stabilità della stessa testata. Per noi redattori, è la certezza che chi svende la notizia o calpesta la dignità altrui per un pugno di clic non possa farlo impunemente, trascinando nel fango l’onore di un’intera categoria.
Conclusione: Ricordiamoci ……La nostra firma come atto di libertà!
In ultima analisi, il nuovo Codice Deontologico non è un recinto che limita la nostra libertà, ma un perimetro controllato e ben circoscritto che la rende possibile. In un mercato dell’informazione drogato dai bot e dalle bufale, la nostra risorsa più preziosa non è la velocità, ma la credibilità. Essere giornalisti oggi significa scegliere ogni giorno di sottostare a regole più severe di quelle dei comuni cittadini, non per privilegio, ma per dovere verso chi ci legge. Rispettare queste norme significa riaffermare che dietro ogni riga c’è una coscienza, un volto e una firma che si assume il peso della verità. È questo, e nient’altro, che ci rende indispensabili: la capacità di restare umani, rigorosi e onesti in un mondo che sembra aver dimenticato il valore della parola data e, come dice Bauman, è posto oggi su “fondamenta liquide”. Il nuovo Codice è la nostra bussola; seguirla non è un optional, è l’unico modo che abbiamo per continuare a chiamarci giornalisti. Quando s’incontra un “vero direttore”, esperiente e giusto, la conoscenza minuziosa del Nuovo Codice, diventa fondamentale nel rapporto collaborativo, diventa l’abc, il vettore di forza che ci ricorda onestà e rettitudine in un mondo che tende giornalmente a farne a meno.