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Il futuro dell’industria è verde. Andrea Orlando (Pd) spiega come ‘Re-industrializzare’ l’Italia e l’Europa. Che errore avere votato la Commissione Ue e il suo vice Fitto. Occorre un’opposizione europeista contro i due forni della Meloni

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Il “Libro verde sulle politiche industriali”, intitolato Le rotte del Futuro. Re-industrializzare l’Italia e l’Europa, potrebbe essere un eccellente vademecum per le speranze di rilancio dell’economia e della qualità del modello produttivo che ne è alla base. Curato e presentato da Andrea Orlando in qualità di responsabile del Forum Industria del Pd, propone una strategia per invertire il declino produttivo, puntando su innovazione, transizione sostenibile e salvaguardia dell’occupazione. Il documento mira a costruire una politica industriale attiva.
Andrea Orlando è stato ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali nel governo Draghi, alla Giustizia nei governi Renzi e Gentiloni e all’Ambiente nel governo-Letta.

 

D – Da dove è partita quest’idea e cosa vuole essere come prospettiva?

R – L’idea nasce da una considerazione, un Paese è anche, forse direi soprattutto quello che produce,
ed è anche il modo in cui come lo produce che si riflette sulla sua organizzazione sociale, sulla sua vita
democratica, sul livello dei salari, sulla distribuzione della ricchezza. Quindi l’ambizione è quella di
tornare a riflettere sulla base produttiva del paese e sul modello di sviluppo che è sotteso a
questo, credo anche il punto di partenza che in qualche modo si salda anche con la riflessione che
precedentemente è stata fatta sul salario minimo, sul riconoscimento dei diritti, tutte cose che
però non sono mai disgiunte appunto da come si organizza il rapporto tra i fattori produttivi, tra il
capitale e il lavoro.

D – Nel libro verde leggo che ci sono diversi riferimenti all’Europa e anche ai nostri limiti, per
esempio riguardo alla capacità di innovazione e alla scarsità di trasferimento delle capacità
innovative nel settore produttivo: questo comporta un grosso limite per la nostra economia?

R – Assolutamente sì, perché noi abbiamo tutti i problemi che affliggono l’Europa moltiplicati, la
dimensione delle imprese, il ritardo tecnologico, il costo dell’energia, il fattore demografico, la
scarsa dinamicità della domanda interna, tutte cose che sostanzialmente in Italia sono presenti e
sono più forti che nel resto d’Europa che pure li vive come limiti strutturali.
L’Italia per le dimensioni delle sue imprese ha un ritardo sistematico nel trasferire ciò che si scopre
attraverso la ricerca a ciò che si realizza attraverso la produzione e questo ritardo è un handicap
molto forte al quale dobbiamo provare a porre rimedio in due direzioni, favorendo una crescita
dimensionale delle imprese ma dall’altro anche trovando delle forme di trasferimento delle
tecnologie più efficienti di quelle attuali.

D: L’investimento in innovazione in Italia è gravemente carente, ci vorrebbe un
coordinamento per finalizzare la ricerca per esempio delle università che è l’unico posto dove si
fa perché le nostre imprese purtroppo non fanno ricerca?

R – Questo è uno dei problemi, poi c’è proprio il meccanismo materiale del trasferimento che in
alcune realtà si sta realizzando, però non c’è uno strumento nazionale e sistematico che vada in
questa direzione e per questo noi proponiamo la nascita di un’agenzia per il trasferimento delle
tecnologie alle imprese sul modello anche di ciò che esiste in altri paesi, penso al Fraunhofer
tedesco, naturalmente declinato tenendo conto della dimensione delle imprese: è determinante
perché è chiaro che si ha un’impresa con cinque dipendenti, è sottocapitalizzata, non ha né il tempo e né le
risorse per accedere alle competenze necessarie a incrociare l’innovazione sia di processo che di
prodotto, però dobbiamo trovare delle forme che consentano, partendo da una dimensione che è
quella che è, comunque di tener conto del fatto che il nostro è un paese che
nonostante investa meno di altri nella ricerca abbia ancora un buon livello di ricerca di base.

D – Lo stellone nazionale ci aiuta sempre! Alla luce della nuova direzione che ha dato Trump ai
rapporti atlantici, come si deve comportare l’Europa nelle relazioni economiche internazionali?. Il solco tracciato da Mercosur e l’accordo con l’India è corretto?

R – Sicuramente sì, sono due passaggi importanti che credo sarebbero stati necessari a prescindere da
Trump, perché comunque noi abbiamo una situazione nella quale l’Europa ha un senso e ha un
destino se riesce a essere un soggetto che riesce a dialogare con l’insieme del mondo così come si
va formando e non semplicemente restare chiusa in un concetto di occidente che mi pare che
dopo Trump e gli Epstein file voglia dire sempre meno.

D – Come si può poi trasferire l’innovazione, la ripresa? Finalmente potremmo pensare l’instaurazione di una nuova politica industriale che mi pare che da anni è un po’ assente in Italia, e che abbia anche riflessi come politica sociale ed economica per i lavoratori?

R – Una base produttiva diversa è anche la condizione per un lavoro diverso. È chiaro che la
terziarizzazione della nostra economia ha spinto la forza lavoro in settori con più basso margine e
capacità di innovazione. Oggi è molto positivo che il turismo cresca e che sia cresciuto, ma non può
essere sostitutivo di una base manifatturiera che è uno degli elementi fondanti della nostra
identità nazionale ed è uno dei punti di tenuta della nostra coesione e del nostro welfare.
Pensiamo a tutte le implicazioni sia sociali che civili che questa trasformazione rischia di
determinare in termini di arretramento dei diritti del lavoro, in termini anche semplicemente di
rischio di un collasso previdenziale. Naturalmente non è che noi possiamo dire che nei settori in
cui non c’è innovazione rinunciamo ai diritti, però è chiaro che avere più innovazione spinge anche
nella direzione di un’estensione dei diritti, perché poi il potere negoziale che si realizza in un
settore è un potere negoziale che quando è robusto e forte si estende anche a contesti che non
sono quelli direttamente interessati.

D – In questo contesto il ruolo dell’Europa è determinante e, se sì, quali sono le specificità che dovrebbe avere e come dovrebbe esercitarlo per risvegliare l’economia anche italiana?

R – L’Europa è la condizione necessaria, questa Europa non è sufficiente. Io credo che noi dovremmo
riorganizzare un campo di un’opposizione europeista a questa Europa e questo è il punto
fondamentale che mi porta anche a dire che non sono del tutto persuaso che sia stata giusta la
scelta di votare questa commissione e di sostenere come vicepresidente Fitto. Penso che siano
state scelte che in qualche modo hanno consentito al Partito Popolare di impostare una politica
dei due forni che come abbiamo visto ha fatto fare dei passi indietro su molti fronti sociali,
ecologici all’Europa e quindi credo che l’Italia debba stare alla guida dell’Europa, quello che sta
facendo il governo italiano è vergognoso perché è sostanzialmente obtorto collo, sta dentro
l’Europa con un piede, però spera di poter andare da qualche altra parte che mi sembra sempre
più difficile esistere. Quindi noi dovremmo secondo me incalzare il nostro governo, ma
contemporaneamente fare anche una battaglia a livello europeo per una svolta nella guida
dell’Europa, magari anche provando ad allargare il campo ad altre forze che oggi sono tagliate
fuori dalla coalizione che regge l’Europa, bilanciare il doppio forno a destra con un dialogo a
sinistra.

D – Declino demografico, mobilità e qualità dell’occupazione significano anche, poi,
redistribuzione e democrazia economica?

R – Penso che l’Europa sia stata una grande scommessa vinta e un’esperienza di successo finché è
riuscita a mantenere un equilibrio avanzato tra capitale e lavoro. Il rischio è che questo non
avvenga più, cosa che già si è manifestata con la globalizzazione, va contrastato perché noi non abbiamo bisogno di un’Europa che assomigli molto al mondo anglosassone, abbiamo bisogno di un’Europa nella quale invece si possa riconoscere il resto del mondo, perché è portatrice di un
modello più inclusivo, che è in grado di tutelare la persona e il lavoratore. Questa è la sfida che noi
abbiamo di fronte. Questo passa attraverso meccanismi di democrazia economica, perché non
basta neppure più la legge, che è stato il grande strumento di civilizzazione dei meccanismi
economici. Il rischio è spesso di arrivare in ritardo rispetto ai processi di trasformazione e quindi una democrazia economica, intesa come presenza di interessi diversi nelle determinazioni di imprese che ormai non hanno solo una valenza economica, ma hanno anche una valenza politica, è la
condizione per mantenere un livello accettabile di inclusione. Quindi penso che questa sia un’altra
bandiera che, partendo dalla tradizione migliore dell’Europa – penso all’esperienza tedesca, penso
al capitalismo misto dell’Italia e della Francia – si dovrebbe provare a rilanciare.